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Crema
Forse Stephan Deinburg era l’unico svevo che fosse entrato tanto agevolmente a Crema negli ultimi cinque mesi. Ma il suo compagno era un ottimo lasciapassare.
Era conosciuto, il bastardo, pensò Stephan mentre scendeva da cavallo, attento a non avere nessuno alle spalle, pronto a sguainare la spada non appena si fosse rivelato necessario. Non era certo che Bossi non l’avrebbe denunciato ai suoi compagni: era un ottimo modo per liberarsi di un nemico senza rischiare, anche se era quello di un vigliacco.
― Chi è il vostro compagno, Bossi? ― chiese un uomo alto e magro, dalla faccia cadaverica, accennando a Stephan fermo a fianco del suo cavallo. ― Non l’ho mai visto.
― È Stefano Dorsi, un caro amico.
Stephan si tranquillizzò, rimanendo però lontano dall’uomo e dalla torcia che teneva fra le mani.
Era improbabile che scoprisse il trucco dei capelli, che aveva tagliato corti come li portavano i milanesi, e scuriti col legno bruciato, ma era meglio non correre rischi.
― È sordomuto ― continuò Guido per evitare che l’altro gli parlasse ― ma è fidato. Pare fosse il miglior ladro di cavalli quando Milano era assediata, anche se è quasi un gioco da ragazzi soffiarli sotto il naso a quegli stupidi imperiali ―. Si prese il gusto di sorridere a Stephan, che rimase impassibile, come fosse stato davvero privo dell’udito.
L’uomo rise di gusto. ― Ogni tanto qualcuno dei nostri ragazzi ci prova… peccato che non sempre tornino ― disse piano, mentre la bocca prendeva di nuovo una piega scontenta. ― Cosa vi ha riportato qui tanto presto, se posso chiederlo?
Guido passò una mano nervosa sul muso del cavallo, dicendosi che parte della verità era meglio di una menzogna. Gli dispiaceva ingannare quegli uomini; avevano coraggio e tanta forza. Ma Rosa e Regina erano più importanti. ― Perché no, amico ― disse con un mezzo sorriso. ― Dobbiamo portare fuori una donna, se riusciremo a trovarla. È la sorella dell’amico Stefano, ed era moglie di uno dei milanesi del presidio, morto da poco. È gravida.
― Se vorrà venire ― borbottò l’altro stringendosi nelle spalle.
― È rischioso, certo, ma credo che verrà. È rimasta sola. Teneteci i cavalli, volete? ― Esitò e mentì per dare più peso al breve racconto: ― Se non la troveremo usciremo con un cavallo solo.
Poco dopo i due uomini camminavano silenziosi fianco a fianco per le stradine buie e desolate della città, fino a una casa a due piani, con una cinta che proteggeva il giardino sul lato destro.
― Dovremo scavalcare il muro e passare dal giardino ― spiegò Bossi. ― Rosa ha detto che mi avrebbe atteso lasciando la porta aperta.
― Per fortuna quegli stupidi imperiali vi hanno lasciato in vita ― osservò Stephan, preparandosi a scavalcare il muro.
Si rialzò dalla terra molle che lo aveva accolto e attese il compagno. Nel loro breve, silenzioso, percorso si era trovato a riflettere. Ormai era evidente che Bossi non gli aveva mentito e che Regina era davvero a Crema. Regina, che lui aveva sognato ogni notte; la sua bella sposa che aveva ripudiato per orgoglio e che era riuscita a sconfiggere ogni donna che aveva tenuto fra le braccia.
Tanti mesi non erano bastati a dimenticarla, ormai sapeva che non sarebbe bastata una vita. Da tempo aveva compreso che la voleva accanto a sé e che non avrebbe mai lasciato l’Italia senza prima averla ritrovata.
Osservò Guido, che camminava davanti a lui. Quando aveva mentito sul loro rapporto? In cella o al campo? Forse non l’avrebbe saputo mai.
Bastò una leggera pressione perché la porta si aprisse; penetrarono in una grande cucina, gelida come l’aria che soffiava fuori. Ignorarono il salone di fronte, completamente buio, e si incamminarono lungo il corridoio fino a una porta socchiusa, da dove veniva una luce fioca.
― Rosa? ― bisbigliò Guido, aprendo la porta che si affacciava su una piccola stanzetta, illuminata soltanto dal lume di una candela.
La fanciulla si sollevò lentamente dalla sedia, lasciando scivolare a terra il mantello che la copriva.
I grandi occhi nocciola erano stupiti, come non avesse mai creduto alla riuscita di quell’impresa; eppure, aveva lasciato aperta la porta, aspettando per ore il ritorno dell’uomo che amava, pregando perché non gli accadesse nulla.
― Grazie a Dio… ― bisbigliò mentre andava verso di lui. ― Grazie a Dio! ― ripeté gettandosi fra le sue braccia.
Stephan, ancora nell’ombra sulla soglia, osservò curioso la scena. All’improvviso gli parve di intuire quello che non gli era mai stato chiaro: perché quella ragazza avesse lasciato la casa sicura dei
Bossi per seguire Regina in un’impresa tanto folle. Ma fu lo stupore a prevalere quando vide la reazione del suo nemico a quell’abbraccio. Notò l’esitazione iniziale di lui, quasi non osasse sperare in quell’accoglienza, e poi il modo in cui la strinse a sé, come se non avesse desiderato altro. Era mai possibile che il suo nemico non amasse più Regina? O era una recita orchestrata per convincerlo dell’innocenza di sua moglie? No, questo gli sembrava impossibile!
Quando i due si separarono, avanzò di un passo.
Rosa sussultò vedendolo, ma immediatamente lo riconobbe ed emise un sospiro di sollievo: la presenza di Deinburg significava certezza, non solo speranza. ― Sono felice che siate qui, barone ―
bisbigliò.
― Avrei preferito incontrarvi in altre circostanze. Voi state bene, nonostante tutto?
― Sì.
― E Regina?
― Anche lei, ma…
― Ma?
― Nelle sue condizioni…
Rosa si interruppe di nuovo e lanciò uno sguardo a Guido.
― Gliel’ho detto io, Rosa.
La fanciulla annuì, sospirando appena. ― Le sue condizioni la rendono molto insicura.
― Dov’è? Voglio vederla.
Rosa scosse ripetutamente la testa. ― È al piano di sopra, ma… dovete darmi tempo per parlarle.
― Non abbiamo tempo.
― Vi prego ― insistette la ragazza. ― Lei non sa nulla del mio incontro con Guido. Ho preferito non parlargliene, poiché ignoravo come avrebbe reagito. Vedete, quando le dissi che per il bene del bimbo che portava in grembo avrebbe dovuto tentare di farvelo sapere, lei rifiutò decisamente. Disse che avreste dubitato della vostra paternità, e che se mai non lo aveste fatto, le avreste portato via il bambino. Disse che probabilmente l’avreste uccisa per sposare la vostra amante… ― s’interruppe, poiché le parve che il volto dell’uomo tradisse un’emozione profonda. ― Mi dispiace, non credo lo pensasse davvero, ma le sue condizioni…
Stephan annuì. Aveva ferito Regina troppe volte. Aveva voluto prenderla per sé, sapendo che lei era già promessa a un altro, e non l’aveva ascoltata mai, se non per credere alle cose peggiori. L’aveva
mortificata ripudiandola pubblicamente, e aveva persino preteso la sua gratitudine per il solo fatto che si sarebbe preso cura di lei. Come poteva stupirsi delle sue paure; tanti mesi prima si sarebbe comportato esattamente come lei temeva. Gli era stato necessario saperla lontana, sola, per scoprire che non poteva vivere senza di lei.
― Ma voi non eravate della stessa opinione ― disse infine a Rosa, dopo un lungo silenzio ― So che tentaste di mandarmi un messaggio.
― Perdonate, ma io decisi di affidarmi a vostra cognata. Se il ragazzo a cui avevo consegnato l’anello fosse giunto a Pavia, sarebbe stata lei a decidere per il meglio.
Stephan piegò le labbra in un sorriso amaro. ― Capisco ― disse. ― Lieselotte avrebbe anche potuto decidere di non rivolgersi a me. Prendete le vostre cose ― aggiunse poi, cambiando bruscamente argomento ― dobbiamo lasciare la città al più presto. Mi occuperò io di Regina.
Rosa fece il gesto di fermarlo, ma Guido la trattenne: ― È meglio così, Rosa, non temere.
Stephan, quanto a lui, non aveva atteso, ed era già in cima alle scale. Non sapeva quale fosse la stanza di Regina fra tutte quelle che si affacciavano sul lungo corridoio, ma quella era l’ultima delle sue preoccupazioni.
Stava uscendo dopo aver controllato la prima stanza, quando sentì aprirsi una porta e la vide:
fragile, nonostante il peso della maternità, con i capelli sciolti, a piedi nudi e vestita soltanto di una tunica chiara.
Nascosto nell’ombra, Stephan la guardò muto.
― Rosa? ― chiamò lei spingendo avanti la mano che teneva la candela, senza riuscire a vedere.
Le era parso di udire voci maschili salire dal piano terreno, ma doveva essersi ingannata. Il silenzio in quel momento era tragico, come ogni notte in quella città assediata. Tragico come la realtà di quei giorni.
Rabbrividì per il freddo, e le parve che i crampi provocati dalla fame fossero più acuti. Non avevano più legna da ardere, il cibo scarseggiava, e si vergognava un po’, perché il peso di quelle ricerche cadeva tutto sulle spalle di Rosa. La notte dormiva poco e piangeva spesso, preoccupata che, in quelle condizioni, il suo bambino non riuscisse a vedere la luce. E sempre, in quelle notti insonni, ripensava al passato: a Stephan, che continuava ad amare, nonostante tutto, e alla vita che avrebbero potuto vivere insieme se soltanto fra loro non ci fossero state incomprensioni e menzogne. Si chiedeva se lui la pensasse, ogni tanto, e se in quei mesi avesse mai rimpianto i loro momenti felici. A volte immaginava di lasciare la città e di raggiungere il campo degli assedianti. Fantasticava sul momento in cui sarebbe stata accompagnata dal suo sposo, immaginava uno sguardo felice e un abbraccio protettivo. Sentiva, persino, le labbra maschili sulle sue e godeva di un bacio impossibile.
Ma quelli erano solo sogni. Se mai fosse riuscita a raggiungere il campo degli assedianti senza essere trafitta dalle frecce scagliate dagli arcieri dell’una o dell’altra parte, e se suo marito fosse stato davvero lì, probabilmente avrebbe guardato con disgusto le sue forme sgraziate, avrebbe negato la paternità del bambino che lei portava in grembo e se non l’avesse uccisa, l’avrebbe comunque scacciata.
Lui non l’amava più da tanto tempo e l’aveva ripudiata.
Portò una mano al ventre, e piano lo accarezzò, come se con questo piccolo gesto potesse rassicurare il bimbo annidato all’interno. Comunque andasse, lei lo avrebbe amato per entrambi.
Era quasi alle scale quando vide l’ombra di un uomo, e il cuore le mancò. Si fermò all’improvviso, fissando la figura massiccia che prendeva forma nella fioca luce della candela.
― Non temere, Regina, sono Stephan.
La voce profonda, che riconosceva senza dubbi, l’avvolse come un manto, dandole calore. La mano tremò, lasciando cadere a terra la candela, che si spense. Si sentì mancare, e, quando due braccia forti la sostennero, col cuore in gola si lasciò sollevare e portare fino alla sua stanza, l’unica illuminata dalla luce morente di una candela. Forse stava ancora immaginando, e soltanto quando lui l’adagiò con delicatezza sul letto, trovò la forza di parlare. ― Sei davvero tu?
Lui avrebbe voluto stringerla e baciarla, ma si scostò per darle modo di raccogliere i suoi pensieri stupiti. Del resto, come avrebbe potuto accoglierlo con gioia? ― Sì. Sono venuto per portarti fuori dalla città. Nei prossimi giorni sarai a Pavia, al sicuro.
Certamente aveva visto che era incinta e, comunque, doveva averlo sentito quando l’aveva sollevata. ― Aspetto un bambino ― disse piano, ma con una punta d’orgoglio, perché lei non aveva fatto nulla di male e non c’era niente da nascondere.
― Senza dubbio.
Per un attimo Regina ammutolì. Stephan non sembrava stupito, né in collera. ― Come… hai saputo dov’ero? ― chiese infine.
Il barone la guardò a lungo. Le privazioni non l’avevano cambiata. Era molto pallida e smagrita, ma era sempre bellissima. ― Ti ho fatto cercare ovunque ― ammise ― e non ho mai pensato che potessi esserti rifugiata a Crema. Non sapevo che avessi qualcuno che potesse ospitarti.
― Si trattava della mia prozia. Mi aveva visto una volta sola, quando ero bambina, ma è stata generosa con me e Rosa. È mancata in agosto, ma per lei, forse, è stato meglio così ― aggiunse stringendosi nelle spalle. ― Era anziana e già malata; non avrebbe comunque superato questi terribili mesi e ne avrebbe sofferto tanto ―. Sollevò la testa, che aveva chinato mentre rammentava la brava signora e, di nuovo, chiese come lui avesse scoperto il suo rifugio, se ormai si poteva ancora chiamare in questo modo.
― Bossi ― la informò lui.
Regina sussultò. ― Guido? Hai catturato Guido? Ma lui non poteva sapere che Rosa ed io eravamo a Crema!
― Per un caso fortuito, Bossi ha incontrato la tua compagna e lei gli ha parlato di te e delle tue condizioni.
― Gli ha detto che sono incinta ed è venuto a cercarti?
Se mai avesse avuto ancora dei dubbi sulla sincerità della sua sposa, Stephan li avrebbe rimossi.
La sua sorpresa era evidente. Ciò nonostante, per l’ennesima volta, si chiese quando avesse mentito
Bossi sulla loro relazione. In cella o al campo?
― Si è lasciato catturare.
― Quindi, sapevi già del bambino prima di vedermi ― bisbigliò Regina. ― Perché sei venuto?
Era tanto più semplice, per te, lasciarmi qui.
Di nuovo lui desiderò toccarla, stringerla a sé, chiederle di amarlo ancora, se davvero lo aveva amato. Tuttavia fu persino freddo mentre rispondeva: ― Perché sono certo che sia mio figlio, e perché ho il dovere di prendermi cura di te.
Regina lo guardò incerta. ― Come puoi essere tanto sicuro che il bimbo sia tuo? Mi hai sempre negato di parlare, di giustificarmi!
― Non sono entrato nel tuo letto fino a quando non sono stato sicuro che non fossi in attesa del figlio di un altro.
Regina emise una risata amara. ― Che sciocca! Avrei dovuto comprenderlo! Non ti era difficile scoprirlo, con le spie di cui mi circondavi.
― Ho riflettuto molto in questi mesi ― ammise lui. ― Non ti ho trattata bene, anche se ti dovevo riconoscenza. Ero furioso e… geloso.
Geloso e furioso, certo. L’aveva considerata sempre cosa sua, non poteva accettare che fosse appartenuta a un altro. ― Ma io non sono mai stata l’amante di Guido ― replicò con grande dignità, sicura, comunque, di non essere creduta.
― Bossi ha ammesso di averti lasciato credere che io fossi morto. Ha anche negato di essere stato il tuo amante. Di questo, lo riconosco, non avrò mai la certezza.
Lei emise un mezzo sospiro. Rasserenata e delusa al tempo stesso. Quantomeno, Guido aveva confessato le sue menzogne. Si morse il labbro inferiore e annuì. ― Ricordo bene ciò che ho detto
quel giorno, dopo che mi avevi informato di aver torturato e ucciso Guido. So di essere stata feroce.
Credevo di odiarti. Volevo odiarti e… volevo ferirti.
Dopo averlo salvato, lei aveva provato a spiegargli, a giustificarsi, e Stephan provò rimpianto e rimorso per essere stato così implacabile e orgoglioso da non ascoltarla. Tutto quello che di peggio lei aveva passato, era stato per causa sua.
― Dannazione! ― sbottò prima di sollevarla per le spalle, attirarla a sé e stringerla al petto. Al diavolo i sospetti e l’orgoglio! Era venuto per salvarla, ma anche per tenerla con sé. La voleva sempre, con ostinato desiderio. L’emozione di averla così, con il loro bimbo tra loro, lo lasciò muto per qualche secondo. Assaporò il profumo della sua pelle e respirò a fondo. ― Ascolta, Regina ― disse poi. ― Voglio che tu torni a essere mia moglie; voglio che tu venga con me quando tornerò in Svevia.
Lacrime di sollievo scesero lente sul volto pallido di Regina. Se lui l’avesse portata con sé, avrebbe potuto allevare suo figlio. Certo, avrebbe voluto sentirgli dire che l’amava ancora, che gli era mancata. Ma questo era impossibile.
A malincuore si liberò dal suo abbraccio. ― Ma se non volessi? Mi costringeresti come hai sempre fatto? ― disse tremando per il freddo e l’emozione, stringendosi le braccia contro il seno.
Stephan si tolse il mantello e glielo avvolse intorno alle spalle. Indugiò un istante, ma non l’attirò di nuovo a sé, perché lei lo aveva respinto.
― Temo di sì. Non posso lasciarti il mio erede perché tu lo cresca in Lombardia.
― E se fosse femmina?
Il barone strinse le labbra. La voleva con sé, ma le aveva già fatto troppo male, e non doveva, non voleva più forzare la sua volontà.
― Non credo che l’amerei di meno, ma… ― fece un gesto rassegnato ― lascerei a te la scelta. Ora vestiti, presto! Dobbiamo andarcene finché è notte.
Regina chinò il capo, perché lui non potesse leggerle in viso il turbamento. Quella, certo, era una concessione che non doveva pesargli troppo.
― Devo avvertire Rosa ― disse con voce sorda.
― È di sotto, ci aspetta con Bossi.
― Guido? Tu e Guido qui, insieme? Che accadrà quando saremo al campo?
― Ti stai chiedendo se ucciderò Bossi come un cane?
― Mi sto chiedendo se vi batterete in duello. Un giorno dicesti che con lui avresti usato la spada.
― Me lo deve, Regina.
La giovane donna si portò una mano alle labbra, soffocando un gemito. ― Potresti essere tu a cadere. Non vedresti più tuo figlio e io…
― E tu?
Regina non rispose. La voleva per il bambino che portava in grembo; se fosse stata una femmina, avrebbe concesso a entrambe di restare in Lombardia. Perché umiliarsi dicendogli che lo amava?
Non lo aveva già fatto un tempo? E lui l’aveva ripudiata. Prese silenziosamente una veste e la indossò sulla tunica. Non voleva che lui la vedesse nuda.
Non aveva nulla da portare con sé e, indossato il mantello, disse quieta: ― Sono pronta, Stephan.
Con delicatezza, lui la sostenne e la guidò giù per le scale.
Regina esitò prima di entrare nella stanza dove Guido e Rosa li attendevano. Aveva odiato Guido più di quanto lo avesse amato, e c’erano stati momenti in cui aveva desiderato ucciderlo; ma senza di lui Stephan non l’avrebbe ritrovata. Aveva rischiato la vita, e per questo gli doveva gratitudine.
Gli parve diverso da un tempo; diverso dal giovane innamorato che la inseguiva a cavallo nel boschetto di San Martino, ma anche dall’uomo che aveva ingannato e tradito pur di averla. Gli bastò guardarlo negli occhi per comprendere che non l’amava più, e gli fu doppiamente grata.
― Grazie ― bisbigliò, mentre gli andava finalmente incontro. ― Grazie.
* * *
Le due donne scoprirono che non era difficile uscire dalle mura della città assediata. Chi voleva farlo era libero, con tutti i rischi cui andava incontro. Nessuna domanda rallentò la loro fuga, e dopo una breve, veloce corsa a cavallo, furono ai confini del campo germano, dove li attendevano gli uomini del barone.
Rosa tremò quando vide gli svevi. Per lei e la sua compagna i pericoli erano finiti, ma per Guido?
Non era né sciocca né illusa. Regina aveva perdonato, Deinburg non lo avrebbe fatto. Sentì la mano di Guido sfiorarle un fianco, le sue labbra posarle un bacio lieve sulla tempia. Era l’ultimo, lo sapevano entrambi.
― Andiamocene, Guido, andiamocene ― sussurrò, affondandogli il viso nel petto, vinta dalla disperazione. ― Fuggiamo finché siamo in tempo.
Lui scosse il capo, con decisione. ― No. Rischierei la tua vita e renderei vano quel che ho fatto. E
Deinburg deve avere soddisfazione.
― No! ― gridò lei con forza.
― Sì, così deve essere. Questo era il patto. Ho fatto cose di cui mi vergogno, e devo pagare. Se
Deinburg vuole il suo duello, lo avrà. ― La strinse più forte. ― Ti amo, Rosa, non volevo dirtelo perché non mi sembrava giusto, ma non posso farne a meno. Perdonami se non ho riconosciuto subito i miei sentimenti, quando ancora potevamo vivere questo amore.
Neppure per un attimo la fanciulla dubitò di quelle parole. Parole dolci e… amare. Che davano gioia e facevano male. Anche se avesse urlato, pianto, pregato, il destino di questo amore era segnato, lo sapeva, così come la vita del suo uomo. Nessuno poteva salvarlo, neppure Regina. Eppure, nonostante lo sapesse impossibile, Rosa rivolse uno sguardo implorante alla compagna.
Regina comprese. Neppure a Rosa quei lunghi mesi di separazione erano serviti per dimenticare il suo amore, tanto più forte, forse perché senza speranza.
Un duello. Un inutile duello per vendicare un passato che non era mai esistito. Uno sciocco duello che avrebbe distrutto molto più di una vita.
Il cavallo scalpitò. Stephan la strinse più forte; lei sollevò lo sguardo cercando gli occhi grigi.
― Lascialo andare ― sussurrò. ― Se non vuoi rinunciare al duello per noi, fallo per lei. Lascialo andare per Rosa, te ne prego!
― Per lei? ― ripeté Stephan. E ripensò a come la ragazza aveva accolto Bossi quella notte, come il milanese l’aveva stretta fra le braccia. Senza una parola, tenendo stretta a sé Regina, voltò il cavallo, venendo a trovarsi di fronte al suo nemico. Aveva giurato di ucciderlo, ma ormai sapeva che la situazione era mutata.
― Mi avete aiutato a ritrovare mia moglie, Bossi, e questo mi basta ― disse ruvido, mentre incrociava lo sguardo con Guido. ― A voi, damigella Bonfanti, devo la vita. Siete liberi entrambi.
― Ve ne sarò grata per sempre, barone ― sussurrò Rosa fra le lacrime.
― Questi sono uomini fidati ― continuò Stephan rivolgendosi ancora a Bossi. ― Vi condurranno fino a dove sarete al sicuro.
Guido annuì, dopo aver guardato con tenerezza la sua donna. Per loro c’era ancora un domani.
Regina tese quasi timidamente la mano a sfiorare quella di Rosa. Si erano amate come sorelle in quei mesi, ma non si erano mai confidate; odio e amore per lo stesso uomo le avevano sempre divise.
Ora non si sarebbero riviste più, ma non si sarebbero dimenticate.
Stephan diede brevi ordini al suo capitano, e presto cavalli e cavalieri sparirono dalla loro vista.
Solo un giovane soldato era rimasto, e cavalcò dietro al suo signore verso il campo svevo, fino a una tenda.
― Sarà la tua dimora per pochi giorni ― disse Stephan conducendola all’interno. ― Ho ordinato a Berhthram di portarti del cibo. Avrai fame.
Regina sedette sulla branda; non faceva freddo là dentro; c’era un braciere, ed era sufficiente per riscaldare quel piccolo spazio.
― Non molto. Avevo fame prima, ma ora è svanita. Sono solo… stanca.
― Sì. È quasi l’alba, riposa un poco.
Lei scosse la testa. ― Ho tante cose da chiederti. Come sta Lieselotte? Ha partorito un maschio o una femmina?
Stephan sorrise. ― Un bambino sano e forte, e stanno molto bene entrambi. Sarà felice di rivederti e si prenderà cura di te in mia assenza.
Regina sussultò appena. Certo, lei era al sicuro ormai, ma l’assedio di Crema continuava e Stephan sarebbe rimasto fino a quando i notabili della città non avessero accettato la resa.
― È stato un gesto nobile, il tuo ― mormorò respingendo quei pensieri. ― Rosa te ne sarà davvero grata per sempre.
Stephan le si fece vicino, ammirando la sua forza, attratto irresistibilmente dalla sua dolcezza.
― Non ha importanza. Io l’ho fatto perché eri tu a volerlo.
Stupita, Regina cercò lo sguardo del suo sposo
― Per me?
― Sì, per te. Non stupirtene; ignori il potere che hai su di me? Sai che cosa ho provato negli ultimi mesi, senza sapere nulla di te? Sai quante volte mi sono maledetto per non averti ascoltato? Ti ho ripudiata perché ogni volta che ti toccavo mi sentivo tuo schiavo, e poi lo sono stato ancora più di prima. Ti ho fatto cercare ovunque ―. La voce si fece roca mentre tendeva una mano per sfiorarle i capelli. ― A Crema mi hai chiesto se ti avrei costretta a seguirmi in Svevia, e io ti ho fatto una concessione. Forse sono un bastardo, ma non terrò fede alla mia parola. Non ti lascerò qui nemmeno se nascerà una femmina e non ti prometto che non ti toccherò più, perché ti desidero troppo. Anche adesso.
Regina sentì gli occhi riempirsi di lacrime. Stephan era davanti a lei, alto e forte, bello come un
Dio, e finalmente le diceva di volerla ancora.
Lui le sfiorò una guancia. ― Ti amo, Regina, e farò tutto il possibile per conquistarti. Cercherò di farti dimenticare quello che ti ho fatto. Cercherò, ma tu sii paziente, perché a volte ti accuserò ancora.
È nella mia natura, e ti amo troppo per non essere geloso ―. Le si inginocchiò davanti e le posò il capo in grembo, dove il loro bambino scalciava con forza, nonostante le privazioni che lei aveva sopportato.
Con gli occhi luminosi e lucidi per la profonda emozione, Regina gli accarezzò i capelli striati di nero fumo e sentì il cuore allargarsi di gioia.
― Anch’io ti amo, Stephan. Oh, Dio lo sa che non volevo, ma è accaduto, e ora non potrei amarti di più.
― E infine ho avuto l’anima ― disse lui, stringendola a sé in un gesto quasi trionfale. Posò le labbra su quelle morbide della moglie, forzandole con dolcezza. ― Quanto mi sei mancata, donna!
― Anche tu, sempre.
Lui la baciò ancora e Regina, sentendo in quel bacio impeto e passione, nonostante non volesse resistere si sottrasse con pudore.
― Sono così sgraziata e goffa.
Lui rise piano. ― Tu non sarai mai né goffa né sgraziata. Porti mio figlio in grembo e ti voglio vedere nuda, così come sei. Ho perso troppo di te.
Lei si abbandonò con un sospiro appagato e si lasciò spogliare, gettando al vento pudicizia e imbarazzo. Come aveva detto lui, portava in grembo suo figlio ed era passato così tanto tempo dall’ultima volta. Troppo per due cuori innamorati.
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