⏱ ~19 min · 3766 parole
PARTE QUARTA
Tra le mura assediate un nuovo battito sfidò la morte e piegò l'odio dei padri
1160. Avvenimenti dell’inverno . Crema
Guido Bossi lasciò i suoi compagni alla locanda e a passo lento si diresse verso la casa dov’era ospite.
Era la fine di dicembre e, probabilmente, era anche la fine della resistenza cremasca. Quella gente aveva visto di tutto nei mesi d’assedio, anche i loro compagni, i loro fratelli, legati alle torri d’assalto.
Compagni e fratelli che erano stati costretti a lasciar morire per vedere quelle torri crollare. Molti erano caduti per difendere la città, e le donne e i bambini stavano morendo di fame. Con l’avanzare dell’inverno si era sperato che l’esercito imperiale si ritirasse, ma non era stato così.
Cinque mesi erano tanti, troppi; e fra la gente ormai stremata cominciava a serpeggiare la parola resa. Si illudevano che la resa significasse pace, ma i notabili della città sapevano bene che aprire le porte al Barbarossa voleva dire morte e distruzione. L’imperatore non avrebbe mai perdonato lo smacco subìto da una città minore, e avrebbe fatto in modo che nessuno dimenticasse.
Cominciava a essere pericoloso anche circolare nelle strade, perché a ogni angolo si poteva venire derubati e forse uccisi da quei senza patria che da sempre avrebbero preferito vedere l’imperatore in casa, piuttosto che fuori dalla cinta in attesa di seminare morte e distruzione.
Bossi vide che da un vicolo laterale era sbucata una donna, che camminava ora spedita davanti a lui. Teneva stretto qualcosa sotto il mantello, forse un cestello di piccole dimensioni. Un vero invito per i tagliaborse, in quell’ora in cui il cielo salutava il tramonto e cominciava a imbrunire. Probabilmente la ragazza aveva del cibo, e il mantello che la copriva era orlato di pelliccia: qualcuno avrebbe dato una mano per un mantello così in un inverno tanto freddo.
Spaventata dai passi alle sue spalle, la donna si volse, e a Guido parve di riconoscere Rosa. Era un’illusione, certo, ed era meglio così. Lei era al sicuro, lontana dalle miserie di quella città.
Quando aveva scoperto che aveva lasciato Milano per fuggirsene in una città nemica, quando si era reso conto che non l’avrebbe vista mai più, un velo era calato dai suoi occhi e gli si era aperto il cuore. Suo padre aveva sempre avuto ragione: Rosa era la donna per lui. Rosa, che sarebbe potuta essere la sua felice realtà, e non un sogno impossibile.
Gli era parso di impazzire al pensiero di lei, sperduta e infelice, e la volontà di catturare il barone svevo era svanita del tutto: Deinburg era diventato un nemico come tutti gli altri. Anche la pazza ossessione per Regina era sfumata, lasciandogli solo un grande rimpianto per l’amica che era stata.
Perché Rosa avesse aiutato Regina a far fuggire il suo sposo gli era apparso chiaro. Quanto doveva essere stata disgustata di lui! Di un uomo che aveva ingannato e tradito soltanto per avere una donna che non gli apparteneva e che non lo amava più. Per questo, per una sorta di pudore, non aveva cercato di raggiungerla, sebbene si fosse recato a Pavia per accertarsi che fosse al sicuro. Certamente lei lo odiava, come doveva odiarlo Regina. E a ragione!
La donna cominciò a correre, e lui si trovò a inseguirla. Non poteva essere Rosa. Non voleva che fosse Rosa, ma doveva vederla in viso. Gli fu facile raggiungerla, e la ragazza lanciò un grido che lui tacitò con una mano, mentre con l’altra la prendeva alla vita e la faceva voltare verso di sé. Incontrò grandi occhi impauriti; occhi che aveva creduto di non vedere più.
― No… Rosa, sei davvero tu… ― mormorò, facendo scendere piano la mano verso la gola e liberandole la bocca. Aveva sognato mille volte di rivederla, ma non così. Non lì, dove sin troppo presto ogni donna sarebbe potuta essere preda dei soldati dell’esercito conquistatore.
Rosa fissò incredula l’uomo che la teneva stretta. Il cesto le era caduto, ma non fece nulla per raccoglierlo, anche se conteneva l’unico cibo che era riuscita a trovare negli ultimi due giorni: un pezzo muffito di formaggio e del pane nero. Sentiva il calore di quella mano forte sulla schiena e le dita ruvide sulla pelle delicata della gola. Da quanto tempo non lo vedeva? Emise un breve gemito, mentre una grande emozione le prendeva il cuore. Lo aveva giudicato, lo aveva condannato, ma non aveva mai smesso di amarlo.
― Cosa fai qui? ― chiese Guido allontanandosi da lei, consapevole di averla tenuta troppo stretta mentre non aveva alcun diritto di farlo. ― Ti credevo a Pavia!
― Sono mesi, ormai, che vivo qui.
― Perché?
Rosa alzò le spalle. ― Destino. Siamo… sono qui dalla fine di giugno, da poco prima dell’assedio.
― Siamo? ― chiese lui, che aveva colto ogni parola. ― Non sei sola?
Rosa aveva voluto nascondergli la presenza di Regina, ma a quale scopo? Ora che l’aveva vista l’avrebbe scoperto, e sarebbe corso a cercarla. ― Parlavo di Regina ― disse infine con voce spenta.
― Ma non doveva essere a Pavia? Credevo fosse tornata con Deinburg.
― Credevi? ― sussurrò. ― Sei un uomo e non conosci i tuoi simili? Che faresti, tu, se un altro uomo ti dicesse che è l’amante di tua moglie?
Guido serrò le mascelle. Sì, aveva ragione. Ma lui allora era come impazzito.
― Deinburg l’ha ripudiata pubblicamente ― continuò la fanciulla.
― E l’ha scacciata?
― No, Guido, non l’ha fatto. Pensava anzi di provvedere generosamente a lei, forse perché le doveva la vita, ma Regina non l’ha sopportato e ha preferito andarsene. Era ferita, offesa…
Guido scosse la testa. ― Come lo eri tu quando sei fuggita, e anche questo è colpa mia. Se soltanto avessi capito prima… ― S’interruppe udendo dei passi. La strinse alla vita e la trascinò all’interno di un portone aperto. I loro sguardi s’incontrarono, i loro respiri si fusero. Entrambi desideravano un bacio che non osavano scambiarsi. Era tardi, troppo tardi per loro. Quando il rumore dei passi svanì, lui la lasciò. ― So di aver sbagliato. Non ho saputo vedere… ― Tacque di nuovo. A quale scopo continuare? Forse lei lo avrebbe perdonato, ma certo aveva smesso di amarlo da molto tempo.
Nessuna donna limpida com’era Rosa avrebbe potuto amare l’uomo che era diventato. ― Non importa ― disse infine.
Le passò due dita leggere sul viso e rimase a fissarla silenzioso. Com’era dolce. Cosa sarebbe stata la vita accanto a lei se tutto fosse andato in un altro modo? Ritrasse la mano di scatto. ― Dove vivete?
― Nella casa della prozia di Regina, che ora, purtroppo, è morta. È a pochi passi da qui.
― E come vivete?
Rosa si strinse nelle spalle con rassegnazione. ― Fino a poche settimane fa, molto meglio degli altri. Avevamo ancora gioielli da vendere e non abbiamo sofferto la fame.
― Ma ora?
Lei chinò il capo. ― Qualcosa riusciamo ad avere ancora. Sono uscita oggi pomeriggio perché avevo sentito dire che avevano macellato dei cavalli. Regina è incinta, Guido ―. Aveva esitato a dirlo, non voleva ferirlo, ma lui doveva sapere. Spiò la sua reazione: non fu quella che si era aspettata. C’era confusione sul bel viso bruno, non rabbia. ― È al sesto mese e non so se riuscirà a portare a termine la gravidanza. La levatrice dice che avrebbe bisogno di uova, di carne, come decine di altre donne in quello stato che vivono in città; ma tutto quello che riesco a trovare è pane secco e formaggio muffito ―. Si chinò per riprendere il suo cestello. ― Vedi, mi è costato un terzo del ricavato di una collana d’oro appartenuta a zia Beatrice. Ma è sempre meglio di niente.
Guido provò per lei un’infinita tenerezza, ma anche orgoglio per il coraggio che aveva. Tese la mano e se l’attirò contro, sentendo il cestello fare da barriera. ― Che maledetto bastardo sono stato!
Lei lo guardò e sul visetto dolce spuntò un sorriso. ― Non prendertene tutto il merito, anche il marito di Regina ha fatto la sua parte. A volte voi uomini sembrate pazzi.
― Io non lo sono più, Rosa.
La ragazza si sentì mancare il cuore. Era possibile che avesse inteso dire...
― Vi porterò fuori di qui prima della fine ― riprese Guido, senza lasciarle più il tempo di pensare e crogiolarsi nell’illusione. ― Non so come, ma lo farò!
― No, Guido, non si può uscire.
Lui era entrato due notti prima, superando le linee germane e portando un carro carico di viveri insieme al corpo, ormai senza vita, dell’amico Rolando, che nella palude si era preso una lancia nella schiena. Uscire era più facile, ma non certo per due donne, di cui una incinta. A meno che…
― Rosa, da quanto mi hai detto prima, penso che Deinburg non intendesse nuocere a sua moglie, non fisicamente. Se qualcuno gli dicesse di suo figlio, probabilmente farebbe in modo di proteggerla una volta fuori dalla cinta.
Rosa scosse la testa.
― Ma forse non è qui, forse è morto o non gli importa più di sapere che fine abbia fatto la sua sposa. Due mesi fa ho mandato un messaggio all’insaputa di Regina. L’avevo affidato a un ragazzetto che diceva di non voler morire di fame come un uccello in gabbia. Se fosse riuscito a raggiungere Pavia, avrebbe dovuto consegnare un anello alla cognata di Regina. Vedendo quel gioiello, lei avrebbe capito che eravamo in difficoltà. Me lo aveva dato lei stessa per questa evenienza. Ero certa che avrebbe fatto qualcosa… se lo avesse giudicato opportuno.
Guido comprese: Crema era alla fame, ma poteva essere meglio di una morte certa, se mai il barone fosse stato deciso a liberarsi per sempre di sua moglie. Tuttavia allontanò subito l’idea. Deinburg aveva avuto tutto il tempo di ucciderla, prima che Regina gli sfuggisse. ― È probabile, Rosa, che quel ragazzo sia fuggito con il gioiello, o che sia morto appena superate le mura.
― Io… voglio escludere che sia stato disonesto. Aveva tredici anni, ed era un buon servitore. Gli avevo raccomandato di chiedere di Deinburg, se mai fosse stato preso qui fuori. Quel gioiello era come un lasciapassare per lui, non era soltanto la salvezza per noi. Ma potrebbe non essere riuscito neppure a parlare prima di essere ucciso ― concluse tristemente.
― Perché l’avevi fatto all’insaputa di Regina? Non è mai stata una sciocca e non ha mai avuto paura di rischiare, se necessario. Porta in grembo il figlio di Deinburg, e lui l’aiuterebbe per il suo erede, se non per lei.
― Oh, lei ne è consapevole! Stranamente non ha mai dubitato dell’onore del marito, ma la gravidanza l’ha cambiata. È molto insicura, immagina tante cose e si pone mille domande alle quali trova subito risposte, sempre negative. A volte si convince che lui negherebbe questa paternità e che l’attribuirebbe a te; altre volte pensa che la priverebbe del bambino, se nascesse maschio, per la successione ―. Emise un sospiro leggero. ― Dice che riusciremo a salvarci, che non abbiamo bisogno di nessuno e che morirebbe piuttosto di sapere suo figlio, un giorno, fuori dalle mura assediate di una città lombarda. Forse ha ragione lei. Sento che sta finendo. Questa gente non resisterà ancora per molto. Apriranno le porte e allora…
― E allora sarà molto peggio di adesso, non illuderti! ― la interruppe lui brusco.
― È già accaduto a Milano. Non è stato facile, ma ci siamo ripresi!
― No… no! ― disse lui prendendole il volto fra le mani. ― Quando il Barbarossa entrerà vincitore non lascerà in piedi una pietra di questa città. Ha sputato sangue durante l’assedio, non perdonerà! Non dovrà chiedere nulla perché manderà i suoi uomini a saccheggiare casa per casa, prima di farle bruciare. Sei bella… ― continuò con voce roca ― e tanto giovane. Sai che faranno a te e a
Regina quando entreranno in casa vostra? Nessuno si salverà.
― Guido!
Lui la strinse a sé con una tenerezza quasi paterna.
― Perdonami, ma potrebbe davvero essere così ―. Fece una lunga pausa, godendo della sua vicinanza. ― Vieni, ti accompagno ― concluse infine.
Lei non si mosse. ― Che intenzioni hai?
― Non cercherò di vedere Regina, se è questo che temi. So che le farei solo male, perché mi odia.
Non dirle che mi hai visto, se vuoi. Forse è meglio.
― No, non è questo che temo. Guido… ― sussurrò la giovane donna con voce rotta. ― Tu vuoi tentare di trovare Deinburg, non è così? Ma non puoi, ti ucciderà! Farà in modo di salvare Regina, ma per te sarà la fine!
Guido scosse la testa. ― Non m’importa di quello che accadrà dopo, se tu e Regina riuscirete a uscire da qui.
― No…
― Rosa… non posso cancellare quanto ho fatto in passato, ma ora posso tentare di cambiare le cose. Posso cercare di redimermi, lo comprendi?
Lei lo comprendeva. Gli uomini si uccidevano per mille motivi, spesso per onore. Guido voleva recuperare la dignità che sapeva di aver perso. Sentiva di dover rimettere a posto quello che di sbagliato aveva fatto. Quindi annuì.
― E allora, andiamo ― bisbigliò lui, circondandole le spalle con un braccio.
Rosa lo seguì, ma quando furono davanti al portone della casa dove abitava, sollevò uno sguardo ansioso sul volto bruno avvolto dall’ombra. A modo suo le aveva chiesto perdono, ma lui non si era mai perdonato. Era certa che ormai gli fosse indifferente se vivere o morire. Probabilmente era entrato a Crema per una missione pericolosa, e forse non aveva più nessuno per cui vivere.
Un anno prima gli aveva offerto il suo corpo per aiutarlo a guarire le ferite dell’anima, e l’aveva fatto senza riflettere sulle conseguenze del suo gesto. Ora doveva studiarsi di fargli comprendere che non c’era solo odio per lui, ma ancora tanto amore, se soltanto avesse voluto coglierlo. Forse, in quel caso, avrebbe ancora voluto lottare per la sua vita.
― So che lo fai per amore di Regina e che non la dimenticherai mai ― bisbigliò ― ma vorrei…
vorrei che tu pensassi un poco a me. Per me devi restare vivo, per me! Perché, ora che ti ho ritrovato, morirei se dovessi perderti di nuovo!
Guido l’abbracciò stretta, assaporando il profumo lieve dei suoi capelli. Quel pensiero gli avrebbe dato forza. Non l’avrebbe delusa un’altra volta. ― Quello che mi hai detto è un miracolo. Resterò vivo per te ― sussurrò. ― Solo per te.
* * *
Stephan Deinburg si allontanò dalla donna addormentata al suo fianco e si sollevò per rispondere al richiamo del suo scudiero. Non Rochus, che aveva perduto a San Martino, ma Berhthram.
― Entra pure ― disse.
Il ragazzo entrò nella tenda e cercò di non guardare la donna stesa accanto al suo signore, coperta solo in parte dalla pelliccia che il barone aveva sollevato.
― Perdonatemi, signore, ma è stato preso un uomo vicino alle mura, chiede di voi.
― Qual è il suo nome?
― Rifiuta di dirlo a noi; ma afferma di avere notizie molto importanti che riguardano la baronessa, vostra moglie.
Regina… erano mesi che la faceva cercare da un lodigiano, il più fidato delle sue spie lombarde.
Continuava a non crederle, forse soltanto per orgoglio, ma non tollerava di non sapere dove fosse.
Sapeva che non era più tornata a Milano, da Bossi, ma questo non gli dava conforto: la immaginava sola e sperduta, abbandonata a se stessa.
Spinse brutalmente la ragazza, che svegliandosi lanciò un grido di protesta.
― Fuori! ― disse vedendo che lei sembrava non capire. Improvvisamente era disgustato di se stesso e di lei; entrambi si servivano solo del corpo per amare; l’anima l’avevano perduta. Le strappò di dosso la pelliccia perché ubbidisse immediatamente e si alzò, infilandosi in fretta le brache e la tunica di lana pesante.
― Fallo entrare, presto!
Il giovane uscì e rientrò poco dopo spingendo davanti a sé un uomo alto e bruno.
Deinburg aveva pensato di vedere un messaggero mandato dal lodigiano: mai avrebbe immaginato di trovarsi davanti il suo nemico.
Resistette all’impulso di sguainare la spada posata al suo fianco. Per mesi aveva desiderato di trovarsi quel cane di fronte e di trafiggergli il petto con il ferro della sua lama, tuttavia ora poteva aspettare, e ascoltarlo.
― Riconosco che avete avuto coraggio a chiedere di me. Non l’avrei mai creduto quando veniste a deridermi nella mia cella ― disse freddamente.
Guido aveva le mani legate e lo guardava calmo. Non reagì all’offesa: sapeva di meritarla. ― E io non credevo che aveste tanto dominio di voi, barone. Un altro avrebbe già impugnato la spada.
― Non rallegratevene troppo. Verrà il momento. Dite di avere notizie di Regina?
― Sì.
I muscoli tesi delle mascelle tradivano la furia crescente di Stephan: il rapporto che lei aveva negato era esistito, dunque, e continuava a esistere. ― Sì è dunque rivolta ancora a voi quando si è trovata sola ― disse gelido. ― Avevo informazioni sbagliate. Dov’è Regina?
― No, non erano sbagliate ― ribatté Guido.
Lo sguardo di Stephan si accese di violenza. ― Non intendo perdere tempo con voi, Bossi. Se sperate di salvarvi con questi giochetti, vi ingannate!
― Nessun gioco, barone. Vi sto solo rivelando la verità. Quando scoprii che Regina vi aveva fatto fuggire era già troppo tardi per fermarla, e feci in modo che nessuno venisse a sapere che era coinvolta, insieme a Rosa, nella vostra fuga. Mi accertai che fossero al sicuro a Pavia; e fino a ieri credevo fossero ancora là!
Una luce d’interesse brillò nello sguardo grigio dello svevo. ― Volete darmi a intendere che avevate rinunciato a lei?
― Che altro avrei dovuto fare? Le avevo lasciato credere che foste morto, e questo era stato facile:
lei vi aveva visto cadere. Non ho idea di come abbia saputo che eravate prigioniero a Milano, ma, quando lo scoprì, non esitò a farvi liberare e a fuggire con voi.
― Non è quello che mi diceste nella cella.
― Quanto vi lasciai credere. Se ricordate, foste voi a esprimere le vostre ipotesi, e io mi limitai a non smentirvi. Ma non mi piacque, e non mi divertii, come voi dite. Volevo ferirvi. Voi l’avevate fatto con me. Regina soffriva e questo mi faceva male, ma non era la sola.
― Neghereste ora che è stata la vostra amante? Sperate che io vi creda?
― No, non lo spero: so che è molto più facile credere alle menzogne. Ma sono qui per chiedervi di aiutarla.
― Volete dire che vi siete lasciato prendere?
Guido sorrise ironico. ― Non è difficile sfuggire alle vostre sentinelle. Proprio due giorni fa, per ultimo, abbiamo fatto entrare in città un carro di viveri.
― Avete ragione, per ultimo! ― fu la secca risposta di Stephan. ― Crema non può resistere ancora a lungo. Dovete saperlo bene anche voi, che, a quanto sembra, entrate e uscite a vostro piacimento.
Alla fine quella gente pagherà.
― Regina è a Crema.
Lo sguardo di Stephan brillò di una luce pericolosa. In un balzo fu di fronte al suo rivale. Lo afferrò per la tunica e lo scosse con violenza. ― Qual è il vostro scopo?
― Non ho altro scopo che portare lei e Rosa fuori da quelle mura. Io e voi sappiamo bene che cosa può succedere a due giovani donne quando i soldati entrano vincitori in una città.
Stephan si allontanò da lui. A Crema! Regina era a Crema, l’unica città a cui non aveva pensato.
Ma perché, perché si era rifugiata lì? Ma era poi vero? Cosa aveva in mente quel cane milanese?
Imprecò. A che serviva farsi tante domande? Sapeva sin troppo bene che cosa accadeva in una città conquistata. Forse Bossi mentiva, ma poteva forse permettersi di rischiare ignorando le sue parole?
― Non sono sicuro che diciate la verità ― rispose ― ma fingerò di credervi. È stata lei a chiedervi di venire?
― No. La sua compagna. Ricordate Rosa?
― La ricordo.
― Mi ha detto di aver tentato di inviare un messaggio a vostra cognata, inutilmente, a quanto sembra. È facile sfuggire ai vostri uomini, più difficile è riuscire a parlare prima di venire uccisi, se si viene catturati. Non ho visto Regina, né credo desideri incontrarmi. Temo, però, che provi gli stessi sentimenti nei vostri confronti, seppure per ragioni diverse.
Stephan tornò ad avvicinarsi al suo nemico, mentre l’altro rimaneva impassibile; prese il pugnale e con un gesto veloce e inaspettato gli puntò la lama alla gola, guardandolo fisso negli occhi. ― Che cosa vi fa credere che io sia ansioso di far uscire Regina dalla città? Non sapete che l’ho ripudiata?
― Forse l’avete presa per capriccio, Deinburg, ma sento che dovete averla amata, in seguito. Era un uomo che soffriva profondamente quello che mi ha aggredito nella sua cella, la scorsa estate. Sì,
Rosa mi ha detto che l’avete ripudiata, ma mi ha anche detto che intendevate prendervi cura di lei.
Se aveste voluto liberarvene, l’avreste fatta uccidere quando era ancora in mano vostra. Se però m’inganno ― aggiunse ― vi ricordo il debito che avete con Rosa… e vostro figlio.
Stephan premette più forte la punta del pugnale, ferendo la pelle della gola. ― Che cosa dite?
― So, naturalmente, che metterete in dubbio di esserne il padre, ma Regina aspetta un figlio: è al sesto mese di gravidanza.
― Un figlio… ― Stephan fissò il suo nemico, cercando nei suoi occhi scuri la verità. Il milanese si ingannava credendo che avrebbe negato quella paternità. Se Bossi non mentiva, se tutto non era un trucco per farlo entrare in città, era certo che quel figlio fosse suo: non aveva forse atteso, prima di toccarla, di sapere che Regina non aveva in sé il seme di un altro?
― Credetemi, Deinburg ― incalzò Guido. ― Non è un trucco il mio, e non vi chiedo di entrare in città con me. Sarò io, io soltanto a portarle fuori dalle mura, e voi sarete lì a proteggerle.
Stephan fece scendere lentamente la lama, e con un colpo secco tagliò le corde che legavano i polsi del suo nemico.
― Entrerò con voi ― disse.
Guido scosse il capo. ― Meglio di no: il vostro aspetto vi tradirebbe.
― Faremo in modo che nessuno lo noti. Ma voi… ― aggiunse minaccioso ― poi dovrete affrontarmi. Sono mesi che desidero affondarvi una lama in corpo.
― Vi darò soddisfazione. Ma potrebbe accadere il contrario.
― Potrebbe. Vedremo chi dei due vorrà favorire la sorte.
Lascia un like o un commento, ma sii gentile, qui tutto è un dono.
i commenti sono soggetti a moderazione
Tutti i diritti riservati. I contenuti presenti su questa pagina sono di proprietà esclusiva dell'autrice/autore e non possono essere riprodotti, diffusi o copiati.


