Scritto il 14/08/2026
da MELISSA SPADONI


⏱ ~15 min · 2.974 parole

Una lieve carezza, delicata come una piuma, mi stacca piano dalle comode braccia di Morfeo.

A fatica schiudo un occhio per ritrovarmi di fronte al viso super raggiante di Elliot, il quale se ne sta disteso su un fianco, con la testa sorretta da una mano, mentre l’altra disegna piccole spirali sulla mia schiena nuda.

Se ricordo bene, credo di essere tipo svenuta dopo il secondo lunghissimo e strepitoso round di sesso selvaggio, senza nemmeno prenderci la briga di rivestirci. Troppo faticoso anche solo sollevare un braccio.

Chissà per quanto ho dormito?

«Buenos días, hermosa[21]!» Si china verso di me per sciogliermi con un piccolo bacio a fior di labbra.

«Vado a intuizione… mi hai dato il buongiorno?» Inarco un sopracciglio restando immobile con la faccia spalmata sul cuscino bianco super soffice, i capelli sparsi in giro in un caos di fili neri ingarbugliati come un covone di paglia e l’intero corpo inghiottito dal materasso e le coperte.

Il suo sorriso si allarga a dismisura, illuminando la stanza più del sole nel giorno del solstizio d’estate in Norvegia.

«Qualcosa di simile, sì.» Mi sposta all’indietro alcuni ciuffi, soffermandosi poi con la mano sulla mia guancia. «Dormito bene, mio sakura no hana[22]?»

Volto la testa per potergli baciare l’interno del polso. «Sì, anche se…» provo a voltarmi sulla schiena e, come lo faccio, i muscoli del mio corpo urlano di dolore. «Ahi! Sono tutta rotta!» esclamo in una risatina arrugginita.

«Sono stato così cattivo?» il suo tono compiaciuto mi accende per un momento le guance.

«Direi che al settanta percento è colpa tua…» mi stiracchio le braccia verso l’alto. «E al trenta del fatto che ero un po’ fuori forma» sorrido sorniona stiracchiando anche le gambe.

Come torno a posare l’attenzione su di lui, mi accorgo che ha nuovamente le iridi molto scure, intense, puntate circa trenta centimetri a sud del mio viso.

Seguo la traiettoria lasciata dai suoi occhi per scoprirmi con le poppe al vento. Il piumone si deve essere spostato quando mi sono stiracchiata le braccia poco fa.

«E dimmi…» la voce è sempre più cavernosa e calda, come una tazza di tè a Natale, mentre prende a farmi ruotare un dito attorno a un capezzolo già perfettamente arzillo, facendomi inarcare con la schiena più di un gatto bisognoso di coccole. «Era passato tanto tempo dalla tua ultima volta?» curiosa fissandomi a turno la faccia e il suo dito che seguita a giocare con il mio seno.

«Ahm…» non è facile parlare con lui che continua a solleticarmi. «Direi più di un anno» confesso mordendomi imbarazzata il labbro inferiore.

La mano di Elliot si sposta sull’altro capezzolo, iniziando a donargli le medesime, perfette, attenzioni. «Più di un anno? Davvero?» Sembra seriamente incredulo.

Annuisco lentamente, lasciandomi sfuggire un piccolo gemito sommesso sfregandomi una coscia contro l’altra. «Già. Tra l’incidente e tutto il resto non ho avuto molto modo di uscire e fare nuovi incontri e io e il mio ragazzo ci siamo lasciati poco prima che mi facesse cadere come un sacco di mele durante le prove, rovinandomi la carriera» rifletto un momento sulle mie parole. «Credo che in un modo o nell’altro la nostra relazione fosse destinata a finire.»

«Vuoi dirmi che stavi con quello che ti ha rovinato il ginocchio?» Sbarra gli occhi prendendo a toccarmi con più passione.

«Sì. Ci…» inarco nuovamente la schiena come si china a posarmi un bacio nell’incavo fra i seni. «Ci conoscevamo da oltre dieci anni. Stessa scuola di danza, stes… oddio!»

Ma una ragazza come può parlare se lui insiste imperterrito a fare meraviglie con la sua lingua e denti?

«Stessa co-compagnia e… e sai come vanno que-queste cose…» inizio ad avere il fiato corto e ho completamente perso il controllo delle mie gambe, le quali non fanno che strusciare una contro l’altra, scattare, aprirsi e richiudersi. Smaniose che le sue attenzioni scivolino un po’ più verso sud.

«E l’hai più sentito dopo l’incidente?» Fa risalire la lingua lungo il collo, fermandosi sotto un orecchio per lasciarmici un bacio umido.

«No. Immagino si senta in colpa. A ogni modo non sento più nessuno della mia compagnia di danza, ma è così che vanno le cose in quell’ambiente. Non ci sono vere amicizie, solo tanta competizione. E non frequentando più il loro mondo non abbiamo più niente di cui parlare», racconto tranquilla, voltando la testa per potergli mordere e baciare il lobo di un orecchio.

«Mi spiace» mormora baciandomi il mento.

«Tranquillo. Ora non mi fa più male come un anno fa.»

È vero.

All’inizio ho sofferto tanto. Non mi sono voluta alzare dal letto per settimane, troppo presa a crogiolarmi nel mio dolore e nell’auto commiserazione, ritardando di molto la mia riabilitazione. Ma pian piano sono entrata nella fase dell’accettazione e rassegnazione. Ho ripreso a mettere il naso fuori di casa, a passeggiare, leggere… mangiare… e ora non soffro più se ne parlo o ci penso.

Cioè, avrò sempre il rimpianto di ciò che poteva essere. ma so che per me c’è ancora molto altro da vivere e scoprire e non ho intenzione di perdermelo.

In fin dei conti, se non avessi avuto quell’incidente, non avrei intrapreso questo viaggio.

E non avrei conosciuto Elliot.

E ora non sarei su questo letto con lui a perdere la testa.

«E tu?» chiedo spostandogli i capelli arruffati e schiacciati da davanti i bellissimi occhi di cacao.

Elliot mi mordicchia un dito, prima di stamparmi un bacio al centro del palmo. «Per me non era passato così tanto. Circa due mesi» confessa facendo scorrere le dita lungo il collo, giocherellando con la catenina e il ciondolo di giada, fino ad arrivare ad accarezzarmi la pancia, giocando con il mio ombelico, prima di farla scivolare in mezzo alle mie cosce, facendomi sfuggire un potente gemito.

«Du-due mesi?» balbetto aggrappandomi alle sue spalle.

«Sì. Mi sono lasciato con la mia ragazza due mesi fa e dopo di lei mi sono voluto prendere una pausa.» Si ferma un momento con la mano, mentre si avvicina lento per baciarmi uno zigomo, per poi spingersi con un dito dentro di me, cosa che mi fa tendere e gettare la testa all’indietro, annaspando in cerca di un po’ d’aria.

«Elliot a… a che ora devi andare?»

Non vorrei pensare alla sua imminente partenza, ma non vorrei nemmeno fargli perdere l’aereo.

«Ho ancora sei ore prima di dover essere in aeroporto. Prendo un taxi da qui e in un’ora sono arrivato. Diciamo che massimo a mezzogiorno devo partire» risponde chinandosi per arrivare a baciarmi l’ombelico.

Arriccio le sopracciglia perplessa. «Ma che ore sono adesso?»

Elliot increspa gli angoli della bocca assumendo un’espressione a dir poco furbetta. «Nemmeno le sette del mattino!» ridacchia aumentando il ritmo cadenzato della mano.

«Come?» squillo sorpresa. «Ma quanto abbiamo dormito?»

«Tu circa quattro ore e mezza. Io nulla» ammicca con le sopracciglia.

«Non hai dormito? Ma…»

«Ho tutto il tempo di farlo sull’aereo, tranquila. Abbiamo perso troppo tempo in questi otto giorni senza sfiorarci e non volevo sprecare un solo minuto questa notte.»

«Potevi svegliarmi prima» protesto cingendogli il collo con le braccia. «Potevo stare sveglia anche io con te.»

«Naa… è stato bello guardarti dormire, mia niña! Sei bellissima così rilassata e indifesa.» Mi bacia ancora aggiungendo un secondo dito alla dolce tortura alla quale mi sta sottoponendo.

«Ma avremmo… avremmo potuto parlare o… ecco, io…» okay, il mio cervello è ufficialmente andato in vacanza.

«Basta parlare» ringhia affondando con forza la lingua nella mia bocca, prima di ruotare sulla schiena portandosi me appresso.

Mi sistemo a cavalcioni sopra di lui e pian piano prendo a tracciare una scia di baci dalla bocca verso il basso. Collo, clavicole, petto, ombelico… e più scendo, più il suo respiro diventa frammentato, inframmezzato da parole in spagnolo incomprensibili per me, ma decisamente eccitanti. Soprattutto quando schiudo le labbra proprio sulla sua punta, per saggiarne appena il sapore con la lingua, prima di lasciarla scivolare verso il verso e iniziare a lasciarci piccoli baci che virano verso l’inguine e… ancora più giù.

«Adaline… joder[23]! Oh Dios mìo! No se detengas[24]. Te lo ruego, tome en[25]…»

Nell’attimo in cui chiudo tutta la bocca attorno all’erezione, iniziando a succhiarla con più decisione, Elliot inarca brusco la schiena verso l’alto, spingendosi con il bacino contro di me e affondando le mani nei miei capelli, per tirarmeli e stringerli saldamente tra le dita artigliate contro il mio scalpo, il tutto senza smettere di sparare a raffica parole spagnole ansanti. Sembrano imprecazioni. Ordini. Preghiere.

Le quali convogliano tutte in un unico grido ruvido rilasciato a denti stretti. Il corpo e i tendini completamente tesi. Il suo orgasmo che mi esplode in gola e io faccio del mio meglio per berlo tutto.

Finito, gli lascio un bacio su ciascun addominale e mi sposto accanto a lui, soddisfatta e compiaciuta di averlo distrutto a tal punto.

Ma lui mi da appena il tempo di godere della sua bellissima visione di uomo rilassato e appagato, che subito mi rotola sopra e scivola verso il basso fino ad avere la testa esattamente tra le mie cosce, intenzionato a ricambiare il favore e… chi sono io per rifiutare?

Dopo un’altra sfrenata sessione di passione pura da orgasmi multipli e allucinazioni, ce ne stiamo rilassati completamente avvinghiati in un abbraccio talmente stretto da non capire più dove finisce uno e inizia l’altra. Sembriamo una cosa sola.

Mi piace.

È caldo, confortante, è… giusto!

È qui che vorrei stare per sempre se solo il tempo si fermasse all’interno di questa camera d’albergo.

Ma purtroppo non accadrà e a breve sarò costretta a salutarlo.

Per la precisione fra tre ore, venticinque minuti e trentasette secondi.

Ora trentaquattro.

Trentatré.

Mi stringo ancora più forte a lui cercando di reprimere ogni malsano desiderio di aprirgli il mio cuore e fare la figura della scema, respirando a fondo il suo odore unico, misto al mio, i quali insieme creano un profumo nuovo, ancora più esclusivo e speciale.

«Sei sveglia?» mi accarezza la schiena con morbide carezze.

«Mmm-mmh…» mugugno beata. «Non ho intenzione di dormire ancora.» Gli bacio il petto, il quale ora vibra un po’. Starà sghignazzando.

«Ottimo, perché non ho nessuna intenzione di dormire io» mi sospinge sulla schiena tornando vorace ad assaggiarmi la bocca.

«Ehi, ma sei instancabile?» rido cingendogli la vita con le gambe.

«È merito tuo, Adaline. Sei meglio di un afrodisiaco!» mormora allegro contro le mie labbra.

«Ma davvero?» Lo attirarlo a me e lasciarlo senza fiato con un bacio sconvolgente.

E chi se ne frega se per due giorni faticherò a camminare, o avrò bisogno di una pomata rinfrescante. Ne sarà sicuramente valsa la pena.

«Adaline…» inizia sollevandosi sulle braccia.

Rimane completamente immobile a fissarmi in silenzio per diversi battiti di cuore. Gli occhi un oceano in tempesta color cioccolato fondente mi scrutano fin dentro l’anima.

Lo vedo combattuto.

Si mordicchia l’interno di una guancia prima di deglutire rumorosamente. Il pomo di Adamo gli scivola su e giù un paio di volte. Prende un profondo respiro, mentre una strana ombra gli attraversa gli occhi. È solo un istante, perché subito tornano a essere turbolenti e velati di passione e desiderio, tuffandosi ancora una volta sulla mia bocca, mentre arraffa l’ennesimo preservativo, velocemente lo indossa e molto lentamente si spinge dentro di me. Un centimetro alla volta. Forse vuole prolungare questo ultimo momento.

O forse vuole solo farmi impazzire.

Qualsiasi sia la motivazione, io approvo in pieno.

Finito mi accoccolo nuovamente fra le sue braccia calde e sicure, lasciandomi cullare dalla sua voce morbida.

«Non credo che ti dimenticherò facilmente, lo sai, vero, niña?» confessa stampandomi un bacio sulla spalla.

«Anche tu mi mancherai» replico stringendomi ancora di più a lui.

Mi mancherai molto più di quanto tu possa immaginare.

«Perché non rivedi le tue regole?» Mi avvolge una gamba con la sua muscolosa e villosa.

«Mi sembra di averlo appena fatto!» Appoggio un sorriso sulla sua pelle, frenando uno sbadiglio sul nascere.

«Sì, e ne sono davvero felice, kōhana, ma io intendevo anche la regola dei cognomi e dei contatti personali. Così ci possiamo sentire e magari rivedere.» Affonda il naso nel mio collo prendendo un profondo respiro.

Lo sa il cielo quanto vorrei farlo!

«Elliot, siamo realisti. Non viviamo nello stesso paese. Le occasioni per vedersi sono pari a zero e non ha senso promettersi di farlo quando entrambi sappiamo che non sarà così.»

«Ma perché dici questo? La Spagna e l’Inghilterra non sono così lontane!» protesta deciso.

«Una volta tornati a casa saremo assorbiti dalle nostre vite, dalle nostre routine… sarebbe peggio salutarci con la promessa di risentirsi e poi non farlo. Diciamoci addio così. Ci resterà il ricordo di questi otto bellissimi giorni passati assieme, invece che l’astio per una promessa infranta.» Tento di ingoiare l’ingombrante nodo che mi si è appena formato in gola.

Lui tornerà a Valencia, alla sua vita, ai suoi amici, il lavoro col padre… non passerà tanto tempo prima che si dimentichi di me. Mentre io devo ancora cercare di capire chi sono e cosa farne della mia vita ora.

«Quanto sei cocciuta!» brontola mordicchiandomi una spalla, mettendoci forse un po’ troppa forza facendomi scattare, prima di lambirmi il morso con le labbra e la lingua.

«Lo so» fingo di essere serena annaspando un profondo respiro, prima di voltarmi verso di lui e baciarlo dolcemente.

E lo facciamo a lungo. In una maniera quasi innocente.

Ci baciamo fino a sentire le labbra intorpidite.

Ci baciamo fino ad assimilare completamente il sapore dell’altro e farlo nostro.

Non ricordo nemmeno di aver chiuso gli occhi a un certo punto, abbandonandomi totalmente a un sonno profondo.

Quando mi ridesto da questo favoloso torpore, sono più indolenzita di prima. Ma sempre immensamente felice.

Stiracchio le braccia davanti a me sbagliando sguaiatamente. Ancora un po’ e non mi si svita la mandibola!

«Scusami, Elliot! Credo di aver chiuso gli occhi per un paio di minuti» dico con il sorriso che mi arriva alle orecchie, voltandomi verso il suo lato del letto, trovandolo però vuoto.

Scatto a sedere reggendo il piumone davanti al petto. «Elliot?» provo a chiamarlo stringendo istintivamente il pugno sulla coperta.

Magari è in bagno.

«Elliot?» provo ancora.

Niente.

Oh, no! Non può già essere partito, e senza salutarmi!

Sarà passato a prendere lo zaino. Sì. Senz’altro è così.

Balzo giù dal letto e afferro il cellulare da sopra il comò in legno scuro, notando però un foglietto ripiegato lì accanto.

Un tremendo tuffo al cuore mi fa tremare le ginocchia.

Lo afferro deglutendo a vuoto, ma prima di leggerlo voglio comunque essere certa che sia davvero così.

Getto un’occhiata veloce allo schermo del telefono e scopro quello che più temevo. Sono le due e mezza del pomeriggio. Il suo aereo è decollato da dieci minuti.

Perché non mi ha svegliata?

Perché se ne è andato senza dirmi niente?

Volevo salutarlo, vedere il suo sorriso un’ultima volta.

Baciarlo!

Sedendomi al centro del letto, con il cuscino ancora intriso del suo profumo d’estate stretto al petto a mo’ di scudo, apro la lettera. Come lo faccio dal suo interno scivola una foto.

La guardo e non posso fare a meno di sorridere.

È un autoscatto fatto il pomeriggio passato a Nara, dove ci siamo noi due che sorridiamo divertiti attorniati dai cerbiatti affamati.

Come ha fatto a stamparla?

Appoggio con cura la foto sopra al piumone e prendo a leggere la sua lettera.

 

E così ci siamo. Sto partendo. Mi credi quando ti dico che non vorrei farlo?

Ho pensato alla possibilità di posticipare la mia partenza per rimanere qui con te, ma purtroppo il dovere mi attende.

Vorrei solo averti baciata quella mattina sul treno.

Vorrei solo non aver sprecato ogni singolo minuto senza sfiorarti.

Le ore appena trascorse sono state le più belle della mia vita, anche se non mi crederai visto che me la sono svignata alla chetichella. È che detesto gli addii! Non sono il mio forte e poi, se tu mi avessi guardato ancora una volta con quei tuoi occhi di giada da gatta selvaggia, mi avresti succhiato via le forze necessarie per varcare la porta e salire su un taxi. Così ho preferito salutarti in privato, mentre tu stavi dormendo beata con un sorriso raggiante stampato sulle belle labbra arrossate a causa di tutti i miei baci. Facendomi anche gongolare di puro orgoglio maschile.

Comunque, se mai tu cambiassi idea sul tenerci in contatto, ti lascio il mio numero.

Chiamami, ti prego!

Mi piacerebbe davvero sentirti ancora.

Baci, watashi no utsukushi sakura[26]. Elliot.

Ps: la foto ho pensato ti sarebbe piaciuto averla, nel caso decidessi di non contattarmi e quindi non avessi un indirizzo mail al quale spedirla. A quanto pare in albergo ti lasciano usare la loro stampante se ne hai bisogno. Molto utile!

 

Mi ha seriamente lasciato il suo numero di telefono?

Mi piacerebbe davvero sentirti ancora.

Forse si è sentito in dovere di dirmelo, visto i numeri appena fatti a letto, giusto per non farmi sentire usata. In fondo è un bravo ragazzo, dolce e gentile.

Ma è più che certo che non prova lo stesso che sento io. È impossibile, dai! Non tutti sono fuori di testa come me e la mia famiglia!

Poso la lettera e la foto dentro la mia agenda e poi mi getto di nuovo sul letto sfatto, rotolandomi nel suo profumo lasciandomi andare a un profondo pianto, il quale fa esclusivamente da eco al suono prodotto dal mio cuore che se ne va in frantumi.

E me ne rimango arrotolata in questo letto, altare delle ore più belle mai trascorse in compagnia di un’altra persona, per il resto della giornata. Piangendo e annusando il suo cuscino, fino a quando non mi riaddormento, completamente svuotata di ogni cosa.

 

NOTE TRADUZIONE

21 - Buongiorno bellissima

22- Fiore di ciliegio

23- Cazzo!

24- Non ti fermare

25- Ti prego, prendilo…

26- Mio bellissimo fiore di ciliegio

 

 

 



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