COME UN FIORE DI CILIEGIO
Capitolo 7 di 25

Scritto il 07/08/2026
da MELISSA SPADONI


⏱ ~18 min · 3.618 parole

7
 

Le labbra di Elliot sono proprio come le ho sognate in tutti questi giorni.

Dolci.

Morbide.

Calde.

Travolgenti.

Sono labbra che ti creano assuefazione.

È una bocca che ti manda il cervello in cortocircuito e ti fa percepire la terra sotto i piedi tremare.

È un bacio tenero, ma al contempo potente, che ci fa ardere anima e corpo come se un violentissimo incendio ci stesse consumando dall’interno.

Dio! Elliot non è semplicemente uno che bacia bene. È uno di quelli che quando lo fa, bacia con tutto sé stesso, con tutto il corpo, con brama, desiderio.

Ed è davvero difficile allontanarsi da lui, dalla sua bocca, dalle sue mani, ma devo. Anche perché qui in Giappone non sono ben viste le effusioni in pubblico!

«Elliot…» anso scostandomi con enorme fatica, spingendolo con le mani ben salde sul suo petto, il quale al momento si muove frenetico su e giù, segno che il suo respiro è ansante proprio come il mio.

«Non fermarmi, ti prego» la sua voce è un sussurro roco che si infrange contro le mie labbra, e che mi fa galoppare una serie di brividi di puro piacere fin sotto la pelle, prima di spingersi ancora una volta con la lingua dentro di me, riempendomi con il suo sapore dolce e pungente per via dell’alcool.

«Elliot…» mi allontano di nuovo. «Siamo in Giappone! Non sta bene baciarsi in pubblico da queste parti.»

«Non mi importa di quello che pensano» sussurra prendendo un profondo respiro, annusando i miei capelli. «Dios mìo, niña[15]!» la sua voce è frantumata, mentre inizia a scivolare con il naso lungo la mia guancia, lasciandomi un umido bacio sulla mandibola, prima di afferrarmi saldo i capelli con le dita dietro la nuca. «Se non torno a baciarti immediatamente impazzirò e finirò col farmi harakiri qui, in mezzo alla strada!» un ringhio sembra volergli squarciare la trachea, donandomi anche uno sguardo da sotto le ciglia folte che mi toglie del tutto ogni brandello di forza volontà che mi era rimasta.

Quelle parole mi rimbalzano per tutto il cranio e il battito mi picchia feroce contro le costole nell’attimo in cui gli permetto di nuovo di scivolare con la lingua tra le mie labbra fin troppo cedevoli, riempiendomi la bocca con il suo sapore, il suo fiato e la sua passione.

Questo tocco inevitabilmente mi fa sfuggire un gemito concitato, cosa che lo fa tendere e aumentare la presa su di me, iniziando a baciarmi proprio come se volesse consumarmi.

Oh cavolo! In tutta la mia vita non sono mai stata baciata in questo modo!

Ogni singolo tocco della sua lingua contro la mia è paradiso e inferno insieme. Mi sta distruggendo e io non so se posso permettermelo.

«Non potevo proprio partire senza sapere che sapore hanno i tuoi baci!» le sue parole si infrangono sulle mie labbra, prendendo a farmi camminare una mano lungo la schiena fino a fermarla poco sopra il mio sedere per attirarmi più vicina al suo corpo caldo.

Oh, mammina! Ditemi che è il suo telefono quello che sento contro la pancia!

«E che sapore hanno?» Non posso esimermi dal curiosare, anche per evitare alla mia intera attenzione di fossilizzarsi al completo su quel qualcosa di duro che mi punta feroce contro.

«Paradisiaco!» ansima tornando a divorarmi.

Restiamo a lungo a baciarci sul ponte, proprio sotto un ciliegio in piena fioritura e il cielo ricoperto di stelle, in una mite notte di primavera a Kyoto.

Niente e nessuno ci può tangere in questo momento di assoluta perfezione. Né i sussurri dei passanti. Né la comune decenza.

Quando all’improvviso Elliot si allontana, sento la bocca formicolare e la testa leggera come se l’avessi immersa nell’acqua.

Quanto tempo è trascorso?

Quattro ore? Un’ora? Mezz’ora? Un minuto?

Io davvero non saprei dirlo, ma è stato bellissimo.

Perfetto.

E ora questa cosa non fa che catapultarmi ancora di più nell’oblio della depressione per la sua imminente partenza.

Questo bacio è stato tanto giusto quanto sbagliato.

Cosa faccio adesso?

«Beh…» si schiarisce la voce appoggiandosi con la fronte contro la mia, inspirando profondamente nella mia direzione, prendendo a giocare con i miei capelli sciolti sulle spalle. «È stato un milione di volte meglio di quanto avevo immaginato. E credimi quando ti dico che ci ho pensato molto. Praticamente un minuto sì e uno no!» Lo sento sorridere, intanto che io mi beo del suo fantastico profumo delle notti d’estate, cercando di imprimermelo a fuoco nella memoria, così, quando sentirò la sua mancanza, mi basterà chiudere gli occhi e ripensare a questo odore tutto suo e forse mi sentirò un po’ meglio e meno sola.

«Un minuto sì e uno no?»

«Oh, sì! E vuoi sapere cosa pensavo quando non fantasticavo sulle tue labbra?» Il tono vagamente divertito e parecchio malizioso, mi fa intuire che forse è meglio non indagare. Per la mia sanità mentale, più che altro.

«Ahm… no. Non serve, grazie» mi affretto a dire imbarazzata, cosa che lo fa scoppiare a ridere di gusto.

«Dai…» mi lascia un bacio sulla testa. «Torniamo in albergo.» Mi accarezza una guancia prima di intrecciare le dita alle mie per incamminarci in perfetto silenzio.

Arrivati davanti alla porta della mia camera cala l’imbarazzo su di noi come un pesante telo ghiacciato.

Vorrei tanto baciarlo ancora. E non solo. Ma poi domani non riuscirò a farlo partire e non credo nelle relazioni a distanza. Sono solo una scusa per poter cornificare l’altro o stare male perché non ci si vede mai.

Basti vedere come si è ridotta mia madre.

«A… a che ora hai il volo domani?» Non riesco a guardarlo negli occhi. Temo che possa leggere la mia richiesta silenziosa.

La richiesta di non partire.

Di trovare un modo per rimanere ancora qualche giorno qui.

Con me.

Ma so che non sarebbe giusto. Pertanto… Finzione a tutta birra, Adaline!

«Alle due e venti del pomeriggio» il tono della sua voce è monotono. Completamente piatto. Niente a che vedere con i suoi soliti modi calorosi e frizzanti.

«O-okay. Ci vediamo per fare colazione?» propongo titubante, cincischiando con l’orlo della mia pashmina rosa.

«Sì, certo. La mia ultima colazione made in Japan!» sorride, ma non è uno dei suoi classici sorrisi. Non gli raggiunge gli occhi, i quali non brillano come d’abitudine e non gli compaiono quelle sottili rughette di espressione.

«Perfetto. Allora ci vediamo alle nove giù nella hall.» tiro a mia volta un sorriso fittizio, giocando con la tessera magnetica della serratura della mia porta.

«Sì. Okay» sospira passandosi una mano dal volto ai capelli, fermandola sulla nuca.

«Buonanotte, Elliot.» Apro la porta guardandolo appena in diagonale.

Lui fa per aggiungere qualcosa, ma alla fine si limita a darmi a sua volta la buonanotte e a tornarsene verso l’ascensore.

Sola, mi fiondo in bagno a sciacquarmi la faccia con dell’acqua fresca.

Non devo piangere.

Non devo piangere.

Non devi assolutamente piangere, okay?

Lo sapevo fin dall’inizio che sarebbe finita, quindi controllati.

Resto ancorata alla porcellana del lavandino ancora per qualche respiro e poi, certa del controllo delle mie emozioni, torno in camera e mi cambio. Infilo i leggings con i quali dormo abitualmente e la canotta. Mi siedo sul letto per spazzolarmi i capelli, ma dopo tre secondi sento il bisogno di alzarmi ancora in piedi.

Cammino per un po’ su e giù da una parte all'altra della stanza, saggiando la morbidezza della moquette sotto ai miei piedi nudi.

Accendo la tivù, faccio zapping attraverso un mare di programmi assurdi giapponesi. Mi fermo per un attimo su di un telefilm, ma spengo subito e riprendo a camminare come un animale in cattività.

Metto l’acqua nel bollitore che ho in dotazione in camera, pensando che un po’ di tè caldo mi farà bene. Mi lego i capelli, li sciolgo.

Sono un fascio di nervi!

Voglio andare da lui. Ma non posso. Dentro di me si sta dibattendo una guerra stile scozzesi e inglesi e ancora non c’è un vincitore. Che casino!

Potrei andare solo per baciarlo ancora un po’ e poi tornarmene da brava qui.

See… come no!

Non hai più tredici anni, Adaline! Chi ci crede che dopo altri due minuti di quelle labbra tu sarai in grado di tenerti su i pantaloni?

Ottima osservazione.

Il bollitore si spegne e io faccio per versarne il contenuto dentro la tazzina in ceramica bianca, ma invece mi dirigo alla porta. Sto per aprirla, ma cambio idea. Torno indietro, verso l’acqua nella tazza con dentro la bustina di tè. Poi torno alla porta, ma imprecando torno indietro.

Gesù, sono proprio da ricovero!

Sorseggio il tè bollente seguitando a passeggiare come se avessi il pepe al sedere.

Alla fine cedo.

Domani sera mi prenderò a calci per averlo fatto, perché già così soffrirò abbastanza, ma sono debole e ho bisogno di lui. Di stargli più vicino, almeno per questa notte. Almeno per un piccolo momento tutto nostro.

Corro in bagno a lavare i denti, mi spalmo la crema al viso, sulle braccia e sulle gambe, mi pettino ancora una volta, controllo di non avere peli superflui fuori posto, un bel respiro e volo alla porta prima di cambiare di nuovo idea.

La spalanco e faccio per scapicollarmi alla fine del corridoio, quando sono costretta a frenare di colpo, sbilanciandomi in avanti.

Di fronte a me trovo Elliot, bloccato con un pugno sollevato a mezz’aria, come se stesse per bussare, fissarmi con espressione interdetta e le guance soffuse di rosso.

Sbatto a ripetizione le ciglia. Come se il mio cervello volesse assicurarsi che lui sia effettivamente davanti a me. Una volta certo, alza all’istante la gradazione del rossore sulle mie guance, spedendomi scariche di nervosismo a ogni estremità.

Deglutisco e succhio l’interno di una guancia. «Ahm… stavo per venire da te» confesso con un filo di voce. La mano ancorata alla maniglia della porta.

Elliot abbassa piano il braccio, mantenendo saldo il nostro contatto visivo con le sue pupille che stanno lentamente fagocitando il marrone delle iridi, donando al suo sguardo un che da predatore.

Senza replicare con nulla si lancia su di me, cingendomi il volto con le mani, per strattonarmi in avanti con irruenza e unirci in un bacio che mi manda in visibilio.

Mi sospinge dentro la camera e senza staccarsi mai chiude la porta con un calcio, mi afferra per i glutei e mi solleva da terra comprimendomi fra il suo corpo e la parete accanto all’ingresso, approfondendo il bacio mentre mi fa sentire alla perfezione quanto mi desidera.

Affonda i denti nel mio labbro inferiore, prima di lambirlo con la punta della lingua, facendomi gemere e aggrappare ancora più stretta con braccia e gambe.

«Te quiero hasta la muerte[16]!» Affonda deciso i denti nel mio collo, iniziando a muovere il bacino contro il mio con movimenti dolci e decisi.

Per la miseria! Non ricordo nemmeno l’ultima volta che mi sono sentita in questo modo fra le braccia di un ragazzo.

Forse mai.

«Che… che… oddio!» gemo come prende a succhiarmi il lobo di un orecchio. «Cosa mi… mi hai detto?»

«Che ti voglio. Da morire!» ringhia fissandomi con i suoi occhi che al momento ricordano due pozze di cacao infuocate.

«Anche io ti desidero. Dal primo momento che ho visto il tuo sedere quella mattina alla stazione di Tokyo» confesso con fare malizioso.

Elliot piega la bocca in un lento sorriso malizioso, mentre continua a fissarmi, leccandosi lentamente le labbra semi aperte, come per continuare a gustare il mio sapore. Gesto che mi accende più di una supernova.

«E quando mi avresti squadrato il sedere, di grazia?» domanda in un sussurro roco, prima di attraversare la stanza sempre con me stretta tra le sue braccia per sdraiarmi nel mezzo del materasso e stendersi sopra di me.

Un suo dito inizia a inseguire un sentiero tutto suo, partendo dal mio collo, prima di scivolare sul petto, passando in mezzo al seno fino all’ombelico, fermandosi proprio sopra l’orlo della canottiera.

«Mentre aspettavo il treno. Io mi guardavo in giro e ti ho visto piegato a novanta mentre cercavi qualcosa nella tua borsa» racconto afferrandolo per i cordini del cappuccio della felpa per attirarlo verso di me e leccargli il contorno delle labbra dischiuse, con il suo respiro caldo che sempre più ansante mi sfiora la pelle.

Elliot chiude per un istante gli occhi, deglutendo rumorosamente, lasciandosi poi sfuggire un profondo gemito che mi rotola sulla pelle, mentre strangola il piumone sotto di me. «Non ti facevo così monella, lo sai?»

«Non è colpa mia se hai un culetto delizioso!»

«E così avrei un bel culetto?» gongola compiaciuto, stampandomi un bacio a un angolo della bocca.

«Assolutamente sì!»

«Buongustaia!» geme in un sussurro roco prima di tornare a fondere le sue labbra con le mie, in un bacio rovente che urla desiderio.

Urgenza.

Accompagnato dalle nostre mani desiderose di esplorarci e dai nostri respiri sempre più frammentati.

«Scusami, Ady, ti prometto che dopo sarò più delicato, ma ora ho bisogno di spogliarti e di entrare in te, o giuro che esploderò!» sibila quasi sofferente.

Una sofferenza che fa eco alla mia.

«Cosa aspetti?» mugolo in risposta alla sua carezza su un mio seno al di sotto della canotta, e tanto basta per dare completamente il via alla nostra passione e alla nostra voglia.

Ci spogliamo alla velocità della luce, lanciando brandelli di vestiti ovunque per la stanza, staccando a stento le nostre lingue. Al momento non dedichiamo molto tempo all’esplorazione dei nostri corpi, siamo più che pronti a entrare subito in contatto.

Io di sicuro!

Elliot mi fa scorrere una mano dal viso fino al fianco, accarezzandomi il collo, un seno e la pancia, mentre mi succhia e lecca il labbro inferiore, mandandomi i battiti del cuore alle stelle subito inseguiti dai miei ormoni impazienti di essere sfamati, e dai miei gemiti incontrollabili, i quali aumentano di decibel nel momento in cui inizia a spingere e a sfregarmi contro la sua erezione sempre più calda e pulsante, proprio sopra la mia fessura bagnata.

Oddio!

«Pequeña[17]…» fa scivolare la punta della lingua lungo il mio collo, fino a raggiungere e mordermi una clavicola, prima di estrarre qualcosa dai suoi jeans appesi ai piedi del letto.

Si allontana da me il tempo necessario per infilarsi il preservativo, così io mi prendo un momento per provare a tranquillizzare il mio respiro, giusto per evitare di venire nel giro di mezzo secondo e pure per squadrarlo un po’.

È davvero bello.

Di quelle bellezze genuine che non puoi fare a meno di ammirare e ricordare.

Ha un bel fisico magro, fantasticamente delineato dalla miriade di hobby che gli piace praticare, scolpito e decorato da un bellissimo incarnato dorato di natura. Non ha molti nei, a parte uno davvero carino e sexy, del medesimo colore dei capelli e degli occhi, sotto all’ombelico proprio sull’inguine, ma devo ammettere che ora sono molto più interessata a quello che si erge duro e fiero proprio lì accanto.

Tombola!

«Querida[18]…» ansa coprendomi con il suo favoloso calore e peso. «Non guardarmi così, me avergoncé… mi imbarazzo!» sorride timido mordendosi un labbro, sfiorandomi una guancia con la punta del naso mentre mi fa allacciare le gambe attorno alla sua vita, così che lui possa allineare i nostri bacini.

«Scusa, ma non posso farne a meno.» Infilo le dita nei suoi capelli, fino a stringerli per attirarlo a me e baciarlo. «Sei troppo bello.» Gli lascio un piccolo bacio a un angolo della bocca, prima di penetrarlo impaziente con la lingua e togliere a entrambi il respiro con un bacio che ci consuma dall’interno.

Elliot emette un piccolo verso dal fondo della gola, aumentando il ritmo delle pennellate dentro la mia bocca. Poi afferra e stringe il ginocchio sinistro fino a sospingermelo contro la spalla… per fortuna dopo tanti anni di balletto sono ancora piuttosto sciolta ed elastica… e inizia a spingersi piano dentro di me.

Un centimetro alla volta.

Per donarmi tutto il tempo di abituarmi alla sua spessa presenza.

Derubando di secondo in secondo, entrambi della lucidità.

«¡Maldita sea! ¡Qué apretada estás, nena[19]!» In pratica sta ringhiando, mentre le sue dita si artigliano contro la mia gamba e il piumone sotto la mia testa.

I nostri respiri rarefatti sospingono i nostri petti l’uno contro l’altro. La sua fronte si posa contro la mia. Tutto il suo corpo trema. Vibra di un’urgenza che sembra non riuscire a contenere più.

L’urgenza di avere di più.

Tutto.

Ed è esattamente ciò che bramo io. Così accenno un movimento verso l’alto con il bacino. Un invito.

Per tutta risposta Elliot solleva il labbro superiore, come a mostrare i denti, mentre rilascia un sibilo quasi animalesco. Lo sento indietreggiare appena, fino a quasi uscire del tutto e poi, con un'unica spinta, mi invade con tutta la sua mascolinità, strappando in entrambi un urlo potente.

Per pochi palpiti nessuno dei due si muove. È come se volessimo assimilare al meglio questo momento.

Poi qualcosa scatta in entrambi, e tornando a baciarci voraci, Elliot inizia a muoversi fuori e dentro di me con spinte da vertigine.

È irruento.

È possessivo.

Non è per nulla dolce, né delicato.

È fuoco puro che brucia violentemente fino a non lasciare che cenere.

È la risposta a un desiderio, un bisogno, accesosi dal primo istante in cui i nostri occhi si sono incrociati.

Non smettiamo mai di baciarci e teniamo costantemente le mani unite sopra la mia testa, portandoci in contemporanea sempre più vicini al punto massimo di questo piacere, ansimando sempre più forte a ogni spinta, almeno fino a quando un poderoso grido non mi costringe a gettare la testa all’indietro, per dare voce a un orgasmo stellare che mi si abbatte addosso con la medesima energia di un’onda anomala.

Temo di aver svegliato tutti gli ospiti di questo piano. E forse anche quelli del piano di sopra e di sotto.

Ma non me ne può importare di meno.

Sono nel nirvana del piacere.

Mai avuto un orgasmo simile in vita mia.

Diavolo! Ma cosa ho provato a suo tempo con Jackson?

Solletico?

Tornando lentamente padrona del mio proprio quando sento Elliot invocare il mio nome, inseguito da una sequela di parole in spagnolo che proprio non comprendo, ma che trovo ugualmente sexy. Spossata, lascio andare le gambe sul materasso in uno sbuffo appagato, liberandolo anche dalla mia morsa, mentre lui si abbandona su di me. Sta respirando affannosamente, con la testa appoggiata sotto al mio mento, in mezzo ai miei capelli arruffati.

Cercando di prendere dei profondi respiri, allungo una mano per sfiorarlo e spostargli un po’ di capelli da davanti la faccia. Gesto che lui ricambia con un piccolo bacio umido sul mio palmo.

«Santa miseria!» esclamo in carenza di ossigeno, continuando a lavorare sulla mia respirazione.

Elliot si solleva sulle braccia, puntando gli occhi luminosi ancora offuscati di estasi nei miei, con la bocca che gli si piega in un lento sorriso malizioso. «Dios mìo!» geme stampandomi un bacio a fior di labbra senza interrompere il contatto visivo. «Credo di essere momentaneamente uscito dal mio corpo!» ride arrossendo un po’. «È stato… è stato strepitoso!»

«Concordo in pieno!» Mi mordo un labbro inseguendo i contorni della sua mascella lievemente ricoperta da una leggera barbetta bruna con un polpastrello.

«Dammi solo un minuto, mio Kōhana…» mi mordicchia la punta del naso uscendo piano, facendo sussultare entrambi. «Vado in bagno e torno da te.»

Mentre si dirige al bagno, io mi sollevo sui gomiti per poter finalmente ammirare quel favoloso sedere senza nulla addosso a coprirlo.

Oh, sì! assolutamente un sedere da dieci e lode!

Mi succhio le labbra compiaciuta, poi afferro e infilo la sua felpa nera col cappuccio, lasciando la zip aperta e mi alzo per andare a bere un po’ d’acqua.

«Dios mìo, niña! Qué quieres matarme[20]?»

Mi volto con ancora la bottiglia in plastica azzurra bloccata contro la mia bocca, fissandolo al contempo divertita e interdetta, poiché non ho capito un’acca di quello che ha detto, ma il suo tono e la sua faccia sono tutto un programma a luci rosse!

Inghiotto il sorso d’acqua fresca. «Cosa hai detto?» sghignazzo infilandomi una ciocca di capelli dietro un orecchio.

Elliot mi si avvicina con due semplici falcate, afferrandomi brusco per i fianchi e attirarmi contro di lui.

Vorrei prendermi un momento per sottolineare il piccolo dettaglio che siamo ancora entrambi nudi, e che lui al momento mi sta nuovamente puntando contro la sua erezione.

Meglio di Duracel il ragazzo!

«Vederti con indosso la mia felpa mi fa completamente uscire di testa!» Mi toglie svelto la bottiglia dalle mani, lanciandola non so dove per la stanza, prima di collidere impetuoso ancora una volta le nostre bocche, sospingendomi di nuovo verso il letto.

Ma, come promesso, questa volta ci prendiamo il nostro tempo.

Ci assaporiamo, studiamo, scrutiamo, osserviamo. Cerchiamo di marchiarci a fuoco nella memoria questi attimi, per non dimenticarci cosa abbiamo percepito.

Io di certo non lo dimenticherò mai e devo lottare per tutto il tempo con il costante desiderio di dirgli quello che provo.

Non è proprio il caso direi.

Potrei rovinare il momento facendolo fuggire a gambe levate e completamente nudo, prendendomi per una pazza squinternata. In fondo ci conosciamo da solo otto giorni! Non è normale innamorarsi in soli otto miseri giorni. Ci deve essere qualcosa di tarato nel sangue della mia famiglia. Guardate cosa è successo ai miei nonni e persino ai miei genitori!

No. Molto meglio gettare quelle parole e quel sentimento in un angolino remoto e ben nascosto del mio cuore, dove so che lo custodirò per sempre, insieme al suo sorriso, la sua voce, le sue labbra e a tutti questi fantastici momenti.

 

NOTE TRADUZIONE

15-  Oh mio Dio, ragazza!

16-  Ti desidero da morire!

17-  Piccola

 18- Tesoro

19-  Cazzo! quanto sei stretta, piccola!

20-  Vuoi uccidermi?

 

 

FINE CAPITOLO
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