⏱ ~17 min · 3.450 parole
Elliot
Adaline?
Cioè… la mia Adaline?
Il mio kōhana lavora a soli trenta minuti da casa mia?
Per tutto questo tempo, eravamo solamente a una manciata di chilometri l’uno dall’altra?
Io… io non riesco davvero a crederci.
Come non riesco a capire perché Harmony abbia finto di non ricordarsi di lei, quando è più che evidente che la conosce, e non solo! Direi che le due proprio non si possono vedere.
Ma grazie a lei l’ho ritrovata e ora posso parlarle e chiederle il perché del suo silenzio dopo il Giappone.
Quindi, alla fin fine, Harmony mi ha fatto proprio un gran bel favore. Grazie mille!
«Ma mi stai ascoltando?»
«Come?»
Torno alla realtà dai miei pensieri fatti di occhi di giada, per ritrovarmi dentro il taxi che condivido con Harmony, la quale mi sta fissando davvero minacciosa.
Dopo solo un appuntamento e mezzo, e l’equivalente di cinque ore, posso affermare con assoluta certezza che non la sopporto proprio.
È vanesia, egocentrica, acida e odiosa.
La sento sbuffare irritata dal naso. «Ti stavo parlando del party di domani sera a casa di papino. Ci saranno un sacco di persone che contano» ripete a bocca tirata, con fare supponente.
«Sì, beh… a proposito di questo, io non credo proprio che noi due…»
«Immagino che tuo padre muoia dalla voglia di venirci!» mi interrompe brutalmente alzando la voce di qualche ottava.
«Cosa vorresti insinuare?» domando cauto.
La piccola bocca le si solleva in un ghigno malefico. «Solo che immagino vorrebbe partecipare! Sai, al mio papino lui non ha fatto per nulla una buona impressione, ma se ci metto una buona parola io, so che potrà venire a ingraziarselo nuovamente.» Si volta con il corpo verso di me, accavallando le gambe magre e toniche fasciate nei leggings rosa, mentre si passa una mano in mezzo alle lunghe onde di un arancione lucente.
«Harmony, cosa vuoi da me? Non eri tu quella che non aveva tempo per frequentare qualcuno?» sbuffo sentendomi con l’acqua alla gola.
Si stringe nelle spalle con fare non curante. «Vero, ma ho cambiato idea. All’improvviso ti trovo più interessante!»
«Harmony…»
«Quindi, se vuoi che tuo padre concluda il contratto da milioni di sterline, dovrai essere molto carino con me!» Afferra la sua borsetta non appena il taxi si ferma sotto casa sua. «Vienimi a prendere alle sette domani, vestiti elegante. Farò recapitare stasera l’invito a tuo padre» sorride falsa aprendo lo sportello.
«Ehi, aspetta…»
«Ah! Ci pensi tu al taxi, vero? Grazie, sei un tesoro.»
Cerco di bloccarla, ma lei mi saluta velocemente sbattendomi lo sportello in faccia. Rimango qualche istante immobile a riflettere.
Se faccio quello che vorrei, cioè mandarla a quel paese, lei dirà a suo padre di dare un bel due di picche al mio.
Se me ne importasse qualcosa di questo lavoro, di mio padre e dei suoi soldi, mi sentirei più motivato nel renderla per un po’ felice, ma proprio non ci riesco.
Come farò a reggere il tempo necessario che lei si stanchi di me?
Certo, potrei andarmene.
Licenziarmi e sbattere la porta in faccia a tutto quanto, se solo sapessi cos’altro vorrei fare oltre viaggiare e vedere il mondo.
«Dove la porto?» mi chiede il tassista interrompendo il flusso dei miei pensieri isterici.
Sollevo lo sguardo per incrociare gli occhi neri del tipo attraverso lo specchietto retrovisore.
«Ahm…» dovrei andare a casa a smaltire alcune pratiche noiose. «Mi può riportare a Covent Garden?» queste parole mi escono di getto.
Senza replicare nulla, il tassista si reimmette in strada tornando indietro.
Uscendo ho visto che la sala da tè chiude alle dieci di sera e sono consapevole che sono solo le sei e mezza. In mezz’ora sarò lì, traffico permettendo e forse è un po’ presto, ma voglio tornare da lei.
Aspetterò che chiuda e mi offrirò di riaccompagnarla, così potremmo fare due chiacchiere come si deve e magari sondare un po’ il terreno, anche perché il fatto che lei porti ancora la catenina che le ho regalato vorrà pur dire qualcosa!
Arrivato, mi affaccio alla vetrina della piccola sala da tè. La vedo girovagare come una trottola per i tavoli pieni di gente con il sorriso radioso fisso sulle labbra piene. Forse è meglio non disturbarla ora, così decido di rinchiudermi nel pub accanto, tanto è quasi ora di cena. Ingannerò il tempo mangiando qualcosa e navigando in rete.
Alle dieci e cinque minuti sono nuovamente davanti alla sala da tè. Le luci sono spente al suo interno, intravedo solo quella della cucina e di quello che desumo essere lo spogliatoio.
Mi appoggio con la schiena al muro in pietra chiara dell’edificio a tre piani, continuando a chiacchierare con un paio di amici di Valencia attraverso la nostra chat privata su WhatsApp, e aspetto.
«E anche per oggi è andata!» trilla allegro quello che riconosco essere il cameriere, una decina di minuti dopo.
Scatto dritto con la schiena, guardandola comparire in strada e sorridere radiosa al suo collega.
Un’improvvisa ondata di gelosia mi travolge da capo a piedi.
Che ci sia qualcosa fra di loro?
È da oggi pomeriggio che me lo chiedo e più li guardo ridere insieme e più ho paura che sia così e che sia tardi per un possibile noi.
«Buonanotte, ragazzi. Ci vediamo…»
«Adaline?» la chiamo interrompendo la moretta dalle sfavillanti guance paffute.
Lei si volta di scatto verso di me saltando sul posto sorpresa, con gli occhi sgranati e gli zigomi velati di rosa.
«E-Elliot? Cosa ci fai qui?» balbetta nervosa guardando di sbieco i due colleghi accanto a lei, i quali ci osservano ridacchiando sotto i baffi.
«Volevo fare due chiacchiere. Non ci vediamo da tanto, dopotutto.» Sono terribilmente nervoso. Continuo a mordermi il labbro inferiore e a tamburellare con le dita contro le cosce. Così le infilo nelle tasche del giacchetto di pelle color cuoio, sperando di tenerle più ferme.
«Ahm…» è titubante, e più lei tentenna, più io sento un groppo ghiacciato crescermi alla bocca dello stomaco.
«Coraggio, Lyn!» La spintona nella mia direzione l’amica.
«Buonanotte, tesoro!» la saluta il ragazzo arruffandole i capelli lisci con una mano. «Piacere di conoscerti, Elliot!» Mi lancia un occhiolino un smaliziato, prima di farmi una vera e propria lastra prendendo sotto braccio l’altra ragazza, che diventa subito di un rosso sfavillante su ogni parte di pelle visibile, e svanire in direzione della metropolitana.
«Piacere mio…» replico confuso dal suo comportamento a dir poco ambiguo.
Allora non stanno insieme?
E che cos’era quell’occhiata languida?
Va beh! L’importante è che non sia il suo ragazzo.
Ci lasciano soli a fissarci come due baccalà davanti all’ingresso della sala da tè nella strada principale del quartiere, in mezzo al passeggio di alcuni gruppi di ragazzi e impiegati diretti verso casa o verso qualche pub.
Accidenti!
Nemmeno la prima volta che l’ho vista ero così agitato!
Ovvio… ora è differente, poiché so com’è nuda mentre geme e si contorce dal piacere sotto di me… e forse tutti i mesi che sono trascorsi nel silenzio più totale da quella vacanza non aiutano, ma fare addirittura scena muta, mi sembra esagerato!
«Allora…» pronunciamo praticamente all’unisono, scoppiando di conseguenza a ridere.
«Prego, prima tu!» Mi avvicino di qualche passo.
Adaline si sposta dietro l’orecchio una lunga ciocca color caffè, arrossendo ancora di più, prendendo a rigirarsi i capelli attorno a un dito.
Cielo, quanto è bella!
È dalla prima volta che l’ho vista che non ho potuto fare a meno di rimanere ammaliato da lei.
Lì per lì pensavo fosse un’autoctona, infatti mi sono rivolto a lei propinandole il mio giapponese impacciato, ma non appena si è voltata verso di me… bam! Sono rimasto folgorato dai suoi occhi di un verde favolosamente unico, e ho pensato che non ne avevo mai visti di più belli e particolari in tutta la mia esistenza.
Dovevo conoscerla.
L’unica cosa alla quale ho pensato durante tutte le cinque ore di viaggio è stato che dovevo assolutamente conoscerla e sapere se era reale o solo frutto della mia sfrenata fantasia.
«Cosa ci fai qui a Londra?» chiede mentre le sue labbra di delineano in un bellissimo sorriso.
¡Dios mío, qué labios![27]
«Lavoro.» Cincischio con la zip del mio giacchetto.
Su e giù. Su e giù. Su e giù.
«Mio padre ha deciso che dovevo venire a farmi le ossa nella sua sede inglese. Sono arrivato da poco» spiego avvicinandomi di più.
«Capito. Devo ammettere che è stata una coincidenza incredibile vederti entrare qui oggi, e proprio con Harmony!» Tenta di mantenere alto il sorriso, facendolo diventare di conseguenza teso.
Possibile che sia gelosa?
«Già, me l’ha fatta conoscere mio padre. Diciamo che è la figlia di un tizio ricco che vuole ingraziarsi, così a me obbliga a frequentarla.»
Perché mai dovrei mentirle?
Non sono minimamente interessato a Harmony e non ci tengo proprio a farle credere il contrario.
«Oh!» esclama sorpresa. «Sei fortunato. È una bellissima ragazza.» Nuovamente sorride con quel modo di fare tirato.
«Sì…» non aggiungo altro per il momento. Mi piace la possibilità che sia gelosa. «Ascolta, ti va di andare da qualche parte a bere qualcosa?»
«A dire il vero dovrei tornare a casa. Ho un cane che avrà sicuramente bisogno di uscire prima di combinarmi qualche disastro.» Si sistema meglio la tracolla della borsa sulla spalla.
«Uhm… beh, sì. Poverino…» tento di nascondere la delusione che mi ha travolto come un tram.
«Ti va di accompagnarci?» propone invece lei, facendomi rispuntare il sorriso.
«Assolutamente! Lo sai che adoro passeggiare.» Le lancio un occhiolino. «Da che parte? Devo chiamare un Uber o un taxi?» Afferro il cellulare dalle tasche, pronto a entrare nell’app apposita.
«Non serve. Abito qui dietro.» Indica un punto alle mie spalle.
«Davvero?»
«Sì. Mi è sempre piaciuto questo quartiere e come ho trovato sia il lavoro che la casa qui, ho pensato di aver fatto tombola!» racconta avviandosi lungo la strada principale.
«Effettivamente è molto bello Covent Garden» convengo affiancandola.
Una folata di vento le sferza i lunghi capelli, facendo ondeggiare alcuni ciuffi verso di me, trasportando con loro un piacevolissimo profumo.
Il suo.
È come di fiori, ma dal mio fiorellino di sakura non potrebbe essere altrimenti.
È un profumo dolce e fresco al contempo, che mi entra in circolo nel sangue, scuotendomi tutto fin nel midollo.
«Tu invece dove vivi?» Estrae le chiavi dalla sua borsa, avvicinandosi a un portone viola di un palazzo in mattoni marroni.
Guardandomi attorno mi rendo conto che i palazzi in questa strada sono tutti variopinti. Arancioni con le porte blu, azzurre, gialle e fucsia… è un tripudio di arcobaleni qui!
«Questa strada si chiama Neal’s Yard. È famosa per questi colori stravaganti, bella, vero?» spiega come nota la mia espressione sorpresa aprendo il portone.
«Non conoscevo la sua esistenza. È bellissima!» esclamo continuando a guardarmi attorno per bar, negozietti, piante posizionate su ogni finestra, porta e balconcino. «È davvero allegra!»
«Vero…» la vedo titubare un po’ sull’ingresso, mordicchiandosi l’interno di una guancia. «Vado a prendere Dee. Torno subito.» Sparisce alla velocità della luce dietro al portone aperto.
Un po’ mi dispiace che non mi abbia invitato a salire, ma okay. La prossima volta.
Perché ora sono più certo che ci sarà una prossima volta.
Aspetto paziente il suo ritorno, cercando di capire da che parte iniziare il mio discorso. Normalmente sono uno senza peli sulla lingua. Non ho mai avuto problemi a parlare con le ragazze e a farmi avanti, per questo i miei amici mi chiamano Mouthy, ma ho capito già l’anno scorso che quando si tratta di lei io divento impacciato. Un vero disastro balbettante.
Dopo nemmeno cinque minuti sento un cane abbaiare euforico dentro il palazzo e la voce allarmata di Adaline che lo implora di aspettarla.
All’improvviso una palla di pelo mi sfreccia davanti, seguita a ruota da una Adaline che la tiene al guinzaglio.
«Dee, fermati!» sbraita puntando i piedi sulla strada.
Ridacchiando chiudo il portone viola e mi appresto a raggiungere Ady e il suo cavallo da traino. È incredibile che quel cosetto tutto pelo e coda riesca a trascinarla in questo modo!
«Spero tu abbia preso le chiavi perché ho chiuso il portone!» Mi avvicino approfittando di un momento di pausa nella forsennata corsa del cane dovuto a un interessantissimo cestino dei rifiuti.
Vedo Adaline sgranare gli occhi e poi cercare trafelata dentro la borsa nera. «Fium! Sì, le ho prese» sorride gettandosi all’indietro i capelli che le si erano intrecciati davanti al volto.
«Meglio così!» Sbircio la fine del suo guinzaglio viola.
Due occhioni favolosi mi fissano curiosi e vispi di rimando. Uno azzurro e uno marrone. Ha un pelo folto che dà l’idea di essere incredibilmente soffice a macchie bianco, nero e marrone. Se ne sta seduta accanto alla sua padrona e mi osserva con la lingua a spenzoloni.
«Ciao!» la saluto chinandomi verso di lei. «Morde?» Allungo una mano.
«No, è l’emblema della dolcezza!»
«Ciao… come hai detto che si chiama?» Lascio che il suo tartufone nero e umido decodifichi il mio odore.
«Dee.»
«Dee… che nome singolare!» L’accarezzo fra le orecchie ritte e attente. Carezza che la diretta interessata si gode a occhi chiusi scodinzolando felice.
«È un personaggio di una saga di libri che ho letto un paio di anni fa. Mi piaceva e l’ho trovato adatto per lei.»
«Piace anche a me» replico rimettendomi in piedi per iniziare la nostra passeggiata notturna e, a ogni passo, a ogni metro guadagnato, mi rendo conto che ritroviamo quella fantastica armonia che ci ha uniti a Kyoto.
Oggi, come allora, mi stupisco di quanto è facile e bello parlare con lei.
Chiacchieriamo del mio noioso lavoro nell’azienda pubblicitaria di mio padre, del suo alla sala da tè e di quanto si trovi bene lì. Del suo ginocchio e del fatto che oramai le fa male molto di rado… giusto quando muta il tempo, o dopo tante ore in piedi al lavoro.
Parliamo di cosa ha fatto nell’ultimo anno e passa e poi mi chiede lo stesso, ma nessuno dei due entra troppo nei dettagli.
Conversiamo talmente tanto che nemmeno ci accorgiamo del tempo che scorre veloce attorno alla nostra bolla di perfezione.
«Che ora avremo fatto?» chiede dopo aver buttato in un bidone il gentile regalino che le ha lasciato Dee accanto l’ingresso di un calzolaio.
Afferro il cellulare e lo sblocco per controllare lo schermo.
«Wow! Quasi mezzanotte!» esclamo ignorando volutamente la chiamata di mio padre e il messaggio di Harmony.
«Ma davvero?» Riprendiamo a passeggiare, accompagnati dal rombo di qualche auto in lontananza. «Non mi sono accorta di aver camminato per così tanto tempo, ma almeno Dee dormirà pacifica!» Getta un’occhiata alla sua cagnolina che trotterella tranquilla davanti a noi, mentre imbocchiamo nuovamente la direzione di casa sua.
Devo riconoscere che è una zona di Londra abbastanza tranquilla e a quest’ora si respira un’aria più rilassata. Dove vivo io invece c’è sempre rumore.
Tagliando per una nuova traversa a me sconosciuta, ci ritroviamo perfettamente di fronte alla palazzina marrone in pochi istanti. E io ancora non le ho chiesto quello che più mi preme sapere.
«Certo che io e te siamo proprio destinati a scontrarci!» esclama all’improvviso, frugando dentro la borsa.
«Dici?» Sollevo divertito un angolo della bocca.
«Ma sì! Pensa solo a come è andata a Kyoto. Quante probabilità c’erano di andare a cena nel medesimo ristorante di sushi? E che proprio il giorno dopo avresti percorso anche tu il sentiero dei filosofi?»
Sapevo che prima o poi avrei dovuto dirle la verità. Speriamo la prenda dal verso giusto.
«A essere onesto dovrei confessarti una cosa riguardo a Kyoto.» Mi massaggio il collo, grattandomi la nuca.
Adaline inarca un sopracciglio appoggiandosi al muro in mattoni accanto al portone viola, mentre mi dona uno sguardo guardingo. «Spara.»
Mi esibisco in una risatina di gola nervosa, schiarendomi poi la voce con un piccolo colpo di tosse. «Ecco, io quel giorno sul treno avrei tanto voluto parlarti, ma tu hai costantemente tenuto su le cuffie, così mi sono messo a sbirciare quello che scrivevi e mi è caduto l’occhio sul tuo piano per la prima giornata di visita alla città e mi son detto che tanto lo volevo vedere anche io il sentiero dei filosofi e che male c’era se lo percorrevo proprio nel giorno in cui ero certo ci saresti stata anche tu? E… e così è stato» confesso tutto d’un fiato sentendomi le guance sfrigolare.
Ady ora mi sta fissando con occhi e bocca sbarrati.
Non capisco se sia felice della cosa oppure incazzata.
«Quindi non è stato un caso?»
«Ahm… no. Volevo rivederti. Ma al ristorante lo giuro. Non lo sapevo che ti avrei trovata lì!» Sollevo una mano a modi giuramento per dare più solennità alle mie parole, facendomi addirittura la croce sul cuore.
«E oggi?»
«Come?»
«Oggi è stato un caso o sapevi dove lavoravo?»
Scatto in avanti di riflesso. «Assolutamente no. Ho conosciuto Harmony ieri sera e mi ha dato appuntamento alla tua sala da tè per oggi.»
«Okay.» Annuisce, restandosene perfettamente immobile e permettendo a me di avvicinarmi fino a quando la punta delle mie scarpe non sfiora le sue.
I nostri corpi di nuovo a pochi centimetri l’uno dall’altro.
Ho una voglia matta di baciarla, di premerla ferrea tra me e il portone per sentire ancora una volta la magia che sprizza dalla fusione dei nostri corpi.
È meglio di uno spettacolo pirotecnico!
Chissà come reagirebbe se lo faccio?
«Perché non mi hai cercato?» riesco finalmente a chiedere fissandola da sotto le ciglia, con il cuore che mi batte agitato e spaventato in attesa di sentire una sua spiegazione.
E se mi dice che non lo ha fatto perché per lei quei giorni e, soprattutto quella notte, non hanno significato nulla?
Le sue guance le si spolverano di un tenue rossore, mentre le ciglia le calano sugli occhi verdi. «Beh, lo sai. Io vivevo in Inghilterra, tu in Spagna. Credevo che fosse stato per entrambi la piacevole avventura di una vacanza.»
«Ma ti ho lasciato il mio numero!» le faccio notare abbozzando un sorriso.
«Ho pensato che volessi essere gentile visto le ore passate insieme in camera mia» sussurra sempre più timida.
Allungo piano una mano per poterle sollevare il mento, in modo da avere le sue iridi di giada nelle mie. «Se te l’ho lasciato è perché volevo che mi chiamassi!» mormoro scivolando a fissarle la bocca, prima di chinarmi verso di lei con la chiara intenzione di riappropriarmi delle sue labbra e del suo sapore, ma all’ultimo lei devia il colpo.
«Frequenti Harmony?» nella sua voce improvvisamente roca, c’è una nota tremula. Infastidita.
Sbarro gli occhi colpito dalle sue parole. «No. Cioè, non proprio. Ecco, come ti ho detto è una situazione complicata, ma non…»
«Allora non è il caso, non credi? Quella ragazza mi odia già abbastanza, non voglio mettermi fra di voi» sentenzia seria, interrompendomi.
Mettersi fra me e quella?
«No, aspetta, Ady…»
«Ora devo salutarti. Devo rientrare. Sono stanca e ho anche due gattini di sopra che mi aspettano.» È tornata a eludere il mio sguardo, mentre si finge interessata a qualsiasi cosa ci sia nella via dietro di me. «Sono diventata una sorta di rifugio per trovatelli a quattro zampe, a quanto pare.» Alza e abbassa una spalla e poi si volta per aprire il portone.
«Adaline…» cerco di farmi guardare, vorrei farle capire la situazione, ma non ho successo nemmeno questa volta.
«Buonanotte, Elliot.» Fa entrare prima il cane.
Mi arrendo.
Per stasera.
«Domani lavori?» mi informo prendendo ad allontanarmi di qualche passo.
«Sì, perché?»
Mi stampo un piccolo ghigno impertinente in volto. «Allora ci rivediamo domani. Quel parfait al caramello era delizioso!» mi esibisco in un piccolo occhiolino che le fa fiorire le guance rotonde.
«Te l’avevo detto che era irresistibile!» abbozza una risatina leggera e a me si contrae lo stomaco.
«Sì…» faccio volutamente scorrere lentamente gli occhi attraverso il suo corpo splendidamente fasciato nei vestiti. «Lo è» concludo incantandomi di nuovo sulle sue labbra carnose e fantastiche, prima di ritrovare i suoi occhi, i quali scintillano più di due diamanti. «’Notte, dolce hana[28]!» Cammino all’indietro mordendomi il labbro inferiore.
«’Notte, Elliot!» mi saluta con un leggero sospiro, entrando nel suo palazzo.
Appena sento il clack del portone viola, mi dirigo verso l’ingresso più vicino della metropolitana, ridacchiando tra me e me come uno scemo, intanto che progetto la prossima mossa.
Perché ora mi è ben chiaro che forse i miei sentimenti non sono totalmente a senso unico. Devo solo farle capire che per noi due c’è una possibilità a discapito di quello che ha in mente per me mio padre, o quella svitata di una Principessina Sul Pisello.
E non mollerò fino a quando non la riavrò con me.
NOTE TRADUZIONE
27- Dio, cosa non sono quelle labbra!
28- Fiore
Lascia un like o un commento, ma sii gentile, qui tutto è un dono.
i commenti sono soggetti a moderazione
Tutti i diritti riservati. I contenuti presenti su questa pagina sono di proprietà esclusiva dell'autrice/autore e non possono essere riprodotti, diffusi o copiati.