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Adaline
«No! È uno scherzo, vero?» sbraito in mezzo alla strada, attirando l’attenzione e l’ilarità di ogni singolo pedone, ma non me ne curo, sono troppo scioccata.
Uscendo da casa per recarmi al lavoro, ho avuto la brillante idea di controllare se avevo posta, ed è proprio per una di queste bustine bianche che ora sono impalata in mezzo al marciapiede, rompendo le scatole a tutti quelli che mi devono girare intorno.
«No. È senz’altro uno scherzo. Uno scherzo di pessimo gusto oserei aggiungere.» Sto praticamente parlando da sola.
Getto la posta dentro la borsa con fare stizzito avviandomi a passo spedito alla sala da tè, mentre mi stringo le braccia al petto, come se questo gesto potesse aiutarmi a non sgretolarmi in un milione di frammenti.
Mi fermo a un passaggio pedonale e punto il naso verso il cielo ingombro di nubi grigie, increspando il naso e gli occhi come vengo centrata da una piccola gocciolina di pioggia vagabonda.
Siamo a novembre inoltrato e le temperature sono ogni giorno più basse e pungenti, con la pioggia che imperversa sulla città da giorni, rischiando di farmi spuntare le alghe e le branchie.
A semaforo verde mi affretto ad attraversare, asciugandomi con un gesto stizzito della mano la fronte bagnata dalla pioggerella.
Supero una vecchietta che cammina tutta tranquilla sotto al suo enorme ombrello multicolore, trainando il carrellino della spesa.
Salto ed evito per miracolo un’enorme cacca che è per lo meno di cavallo… ma che gli danno da mangiare al cane? E poi potrebbero anche raccoglierla, diavolo!
Arrivo al lavoro ed entro come una furia, portando con me l’aria gelida, l’odore di pioggia e la mia irritazione.
«Ciao, tes…» nel momento in cui incrocia il mio sguardo, Thomas si blocca con una caraffa di vetro vuota in mano. «Che succede?» domanda preoccupato.
Senza dire nulla gli faccio cenno con gli occhi di seguirmi nello spogliatoio. Indicazione che lui afferra al volo.
Come entro trovo anche Emily e Calla che si voltano all’unisono per salutarmi, ma anche loro si bloccano quando incrociano la mia faccia funerea.
«Lyn, ma che succede?» indaga Calla arricciando un rosso sopracciglio.
Rimanendo sempre muta, estraggo la lettera dalla borsa e gliela faccio leggere.
«Cooosa?» urla Emily, sgranando gli occhioni blu e spalancando la bocca carnosa.
«Che razza di faccia tosta!» digrigna i denti Thomas, scuotendo i biondi capelli ancora sciolti.
«Allora non sono l’unica a pensare che sia una cosa assurda!» sbraito lanciando per terra la mia borsa.
«Oh, no!» Si aggiunge Calla. «Ma ci andrai, vero?» Inarca un sopracciglio fissandomi decisa, mentre io la ricambio con gli talmente spalancati, che temo mi cadranno fuori dalle orbite.
«Come?»
«Sì, devi andarci! Quella serpe di Harmony ti ha invitata alla prima del balletto per metterti a disagio e sbatterti ancora una volta in faccia che è sempre lei la prima ballerina e se non ci vai le dimostri che ha vinto! E non devi, tesoro» continua Calla con fare molto solenne, restituendomi l’invito per la prima de La Bella Addormentata.
«Lo so, ma…» sbuffo rigettando quel dannato cartoncino dentro la borsa, appoggiandomi poi contro il muro bianco alle mie spalle. «Sono più di due anni che non vedo un balletto. Non so se ce la faccio» ammetto passandomi le mani lungo il volto e poi fra i capelli, tirandoli leggermente.
Non mi ci sono più avvicinata a niente che avesse a che fare con quel mondo.
Non credo di essere pronta per affrontarlo.
Non ancora.
Non mi fa più soffrire ripensarci, o guardare le mie vecchie foto, ma assistervi è tutt’altra faccenda, senza escludere il piccolo dettaglio che si tratta proprio de La Bella Addormentata! Esattamente il balletto per il quale mi stavo preparando quando mi sono fatta male.
So che dopo il mio incidente sono successi altri due o tre disguidi e alla fine la rappresentazione è stata accantonata.
Fino a ora.
Ma so che Calla ha ragione.
Non andarci è ammettere a Harmony che ha vinto lei.
«Elliot ci sarà?» curiosa Thom appoggiandosi al muro accanto a me.
«Non ne ho idea» bofonchio fissandomi la punta dei piedi.
«Ancora non vi rivolgete la parola?» si intromette Emily. «Saranno passate due settimane, se non di più!»
«Lo so, ma a quanto pare lui non ne vuole sapere di essere mio amico.» Mi stringo debolmente nelle spalle.
«Certo che non vuole, cretina! Lui ti ama!» mi rimbecca Thomas dandomi una gomitata nelle costole.
«Ahi!» brontolo restituendogli la gomitata. «E poi non esagerare! È attratto al massimo.»
Tre paia di occhi mi fissano esasperati.
«Perché sei così di coccio?» sospira Emily appuntandosi le mani sui tondi fianchi fasciati nei leggings neri sporchi di farina e glassa viola, rosa e gialla.
«Perché non voglio nemmeno pensare che ci sia sotto di più, dal momento che stare con me gli equivarrebbe a perdere tutto e io non ne valgo di certo la pena. Ora basta però parlare di lui e torniamo al lavoro», sbotto afferrando il mio grembiule e fiondandomi fuori dallo spogliatoio.
Questa discussione mi ha decisamente messa di cattivo umore. Già pessimo per colpa dell’invito.
Per il resto della giornata e per i giorni a venire, tutti e tre hanno del buono di non dire più nulla sull’argomento, preferendo parlare degli infiniti appuntamenti di Thom… solo negli ultimi cinque giorni ne ha avuti sette. Due in una singola sera a distanza di un’ora l’uno dall’altro. È tremendo quel ragazzo! E molto irrequieto.
Mentre Elliot ha continuato imperterrito a non farsi sentire, facendo peggiorare il mio stato d’animo.
Forse dovrei provare a scrivergli io. Ma sono una vigliacca, così non lo faccio.
Oggi è sabato e stasera c’è la prima del balletto.
Non ho preso la serata libera, alla fine ho deciso di non andarci. Che quella serpe pensi pure quello che vuole, non mi importa. Né di lei, né di quel mondo. Non più.
Verso le sette però, i miei colleghi iniziano a comportarsi in modo strano. Voglio dire, più strano del solito intendo. Confabulano su non so cosa, bisbigliano, mi indicano e mi fissano con fare sospetto.
Dopo dieci minuti di tutti questi sotterfugi non resisto più. Getto lo straccio sul tavolo che stavo cercando di pulire e mi volto nella loro direzione.
«Si può sapere cosa tramate voi tre?» brontolo guardandoli attraverso il bancone del bar.
«Cosa ci fai ancora qui?» replica la mia capa appoggiandosi sul ripiano in acciaio.
«Come?» Arriccio le labbra confusa.
«A che ora inizia lo spettacolo?» insiste Calla sempre più seria.
«Alle nove, ma…»
«Bene! Allora hai meno di due ore per prepararti e correre in teatro. Coraggio, che aspetti?» Sbuca fuori dal bancone per venire spedita verso di me, sbattendo i tacchi a spillo contro il pavimento.
«Andare a teatro, ma… Calla, ho detto che non ci vado!», protesto fissandola sgomenta mentre mi spinge di peso in direzione della porta.
«Ah! Quanto sei testarda. Senti, fa’ come ti pare. Vacci, non andarci, tanto tu qui per oggi hai finito» continua, sfilandomi il grembiule e facendomi trottare su me stessa, mentre Emily mi schiaffa in mano borsa, cappotto e sciarpa.
«Ma…»
«Ciao, Lyn!» mi saluta Thomas con voce cantilenante. buttandomi fuori dal locale richiudendomi la porta in faccia.
Faccio per rientrare, ma quei tre deficienti me lo impediscono, parandosi davanti alla porta, chiudendosi poi a chiave dentro insieme a tutti i clienti che si gustano divertiti il nostro teatrino.
Rimango scioccata a fissarli, mentre loro ridacchiano facendomi ciao-ciao con la manina.
Alla fine, sconfitta, mi avvio a casa, mantenendo le mie cose in braccio talmente sono ancora sotto shock. Non mi infilo nemmeno il cappotto!
Varco la soglia del mio appartamento e mi lascio cadere di peso sul divano fissando il vuoto davanti a me, mentre vengo assalita dai miei coinquilini quadrupedi, con strusciamenti, ronron di gioia, guaiti e leccatine.
E ora che faccio?
Mi guardo attorno per l’appartamento sommerso dal buio. Potrei farmi un bel bagno e leggere un buon libro, oppure farmi una maratona di Outlander!
Sam Heughan sa sempre come consolare l’anima in pena e inquieta di una donna!
«Di certo non andrò alla prima. Giusto, Dee?» domando alla mia cagnolina, la quale se ne sta col musetto bianco appoggiato sulla mia gamba, fissandomi con i suoi occhi diversi e bellissimi, e per tutta risposta mi lecca la mano prendendo a scodinzolare felice.
«Okay, okay! Ho capito.» sospiro alzandomi in piedi.
Riempio le ciotole dei gatti, mi infilo il cappotto e recupero borsa e guinzaglio. «Andiamo, Dee!» Mi batto una mano sulla coscia.
Passeggiando per il quartiere vivace di Covent Garden, rifletto bene sulla mia improvvisa serata libera e sulle parole dei miei amici.
Davvero voglio darla vinta a quella strega?
No. Non voglio.
Ma sono in grado di assistere a uno spettacolo di danza senza sentirmi morire?
Non ne sono affatto sicura.
Però è anche vero che non saprò mai se ho definitivamente chiuso quella parte della mia vita se non tento.
Guardo Dee annusare un palo della luce e farci pipì accanto soddisfatta.
Penso ancora all’invito, al balletto e a Harmony. Al suo volermi continuamente umiliare, deridere, farmi sentire una cacca in parole povere.
Cammino ancora qualche metro, trainata dalla mia cagnolina tutta presa a inseguire un altro cane al guinzaglio. Un alano. Mmm… ha gusti pretenziosi devo dire!
Come finalmente si libera del bisognino più ingombrante e io lo butto dentro al primo bidone che incontro, controllo velocemente l’ora sul telefono.
Le sette e trequarti.
In teoria avrei tutto il tempo del mondo per andare a teatro.
Che faccio?
Mi inchino ad accarezzare Dee, la quale tutta felice prende a leccarmi la faccia. Lo prendo come l’ennesimo incoraggiamento ad andare. E io questa volta cedo.
Venti minuti di passeggiata per il momento le basteranno, poi quando torno le farò fare un giro più lungo.
A passo spedito torniamo a casa, mi catapulto dentro, sciolgo Dee, le do la cena e mi fiondo a fare una doccia lampo.
Cinque minuti. Un vero record personale!
Vado in camera e passo in rassegna il mio armadio bianco in legno.
Il classico dramma di ogni donna. Che diavolo mi metto?
Nell’ultimo anno mi sono, come dire, arrotondata! Con i problemi al ginocchio fare sport è un po’ complicato e lavorando in una sala da tè sono circondata sei giorni su sette da piacevoli tentazioni, quindi è piuttosto facile cedere al peccato di gola e prendere un chilo o due.
Okay, cinque.
Pertanto questi nuovi fianchi e pancia non sanno che vestiti infilarsi per risultare meno ingombranti!
Presa dalla disperazione mi infilo un tubino rosa pastello, una giacca nera che mi copre fino al sedere, tacchi a spillo neri, un leggero trucco, la mia catenina con la giada e volo nuovamente fuori casa mentre prenoto un Uber.
Mi faccio lasciare davanti al teatro, dove vedo già un discreto via vai di gente vestita a puntino.
Mi prendo un attimo per respirare a fondo e ammirare questa imponente struttura in pietra bianca, madre di tutti i miei momenti felici e nervosi. Il luogo dove ho fatto il mio grande debutto come prima ballerina nel ruolo di Clara ne Lo Schiaccianoci. Il posto che più ha rappresentato la mia felicità da ragazzina. Il mio paradiso.
Sento per un momento il respiro farmisi più accelerato, mentre il naso prende a pizzicarmi insieme agli occhi.
Ma non voglio piangere.
Non ancora almeno.
Inalo due nuovi profondi respiri, stringo al petto la mia pochette nera e a mento alto entro dentro il teatro e, per un paio d’ore, nella mia vecchia vita.
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