Scritto il 04/08/2026
da MARIKA SM


⏱ ~14 min · 2800 parole

Mad Dog – Bersaglio

 

Eppure mi sembrava che il piano fosse chiaro. Lei si nasconde sotto le coperte, armata, io apro e, se c’è qualcosa di strano, spara. Non era difficile oltre al fatto che lo ha ideato lei e allora perché ho appena abbassato la maniglia che con la coda dell’occhio la vedo balzare giù dal letto come andasse a fuoco? E ancora meno capisco il motivo per cui corre verso di me. Almeno fino a quando non focalizzo i dettagli: un luccichio di un fucile sull’edificio dall’altra parte della strada, una canna lunga e gelida puntata verso la nostra finestra e Samanta che si mette sulla traiettoria coprendo me.

Coprendo me, porca puttana! E accade tutto così velocemente che la mia capacità di reazione è ridotta a zero. Sento il colpo esplodere, vedo la fiammata, la finestra va in frantumi, poi il corpo di Samanta mi investe.

O io investo il suo, non ne sono sicuro. So solo che mi getto su di lei, afferrandola mentre è ancora in volo poi cadiamo in terra, lei sotto e io sopra e forse, se il proiettile non l’ha ammazzata, l’ho appena fatto io con il mio peso.

Punto i gomiti a terra per sollevarmi, ma un secondo sparo esplode in aria centrando in pieno la parete vicino alla porta e le mani di Samanta mi afferrano per il collo.

«Stai giù!», urla, attirandomi a sé. «Dove vuoi andare?»

Da nessuna parte. Voglio solo evitare di schiacciarla e controllare che stia bene.

«Sei ferita?», le domando, circondandole il viso con i palmi.

La costringo a guardarmi negli occhi così che io possa cogliere qualsiasi smorfia di dolore, ma non ne vedo. Il suo sguardo è limpido e incazzato.

«Spara dal palazzo di fronte», ringhia, tirando la testa indietro e indicando la finestra. «Il secondo da destra, posizione sopraelevata. Non potevo fare nulla con la mia pistola. È fuori tiro».

E così ha pensato bene di gettarsi su di me.

«Bella mossa in effetti coprirmi con il tuo corpo. Efficace, soprattutto», borbotto mentre un terzo e un quarto sparo si susseguono a breve distanza.

S’infrangono nel punto esatto in cui il pavimento della camera incontra la porta e ciò significa che anche strisciare verso l’uscita è pericoloso.

«Non volevo coprirti, ma toglierti dalla traiettoria».

Saltandomi addosso? Lei che è uno scricciolo?

«E come, facendomi il solletico?», grugnisco.

Samanta mi squadra storto ma adesso come pensava o non pensava di fare, è il problema minore. Dobbiamo uscire da qui senza essere colpiti e magari capire anche chi ci spara e perché.

Tappo la bocca di Samanta con il palmo prima che possa ribattere quindi pianto gli occhi nei suoi.

«Che hai visto? I dettagli», le ordino.

«Ora? Ti interessa ora?»

«È fondamentale per decidere come muoverci».

Lei corruga le sopracciglia.

«Il luccichio che dicevi ma proveniente da fuori, poi niente di più. Ho agito d’impulso».

E per fortuna, almeno per una volta, ha avuto un buon istinto, questo però non ci aiuta in alcun modo. Come non può aiutarci il tipo che era venuto a bussarci né gli oggetti che ha lasciato cadere subito dopo il primo sparo, quando è scappato urlando. Alla fine era davvero il servizio in camera. E ciò significa anche che questo attacco non è legato a Dicenta, Furlan o Cattaneo.

Merda! E allora perché? Magari uno scambio di persona? Magari i bersagli sono i nostri tre piccoli delinquentelli che si stavano godendo la Spa? Una regolazione di conti?

Qualunque cosa sia, stanno sparando a noi e non abbiamo modo di difenderci né di andarcene. Il cecchino non aspetta altro e se provassimo a muoverci…

Non ho ancora concluso il pensiero che Samanta, non so come, sguscia via da sotto di me. Striscia fino alla porta, dove ha la sua valigia e ha appena allungato una mano verso di essa che un quinto colpo esplode. La sua potenza sbalza via la valigia dalla mano di Samanta che, urlando, si rannicchia su se stessa mentre io ho appena perso dieci anni di vita.

«Che cazzo fai?», urlo, raggiungendola e riportandola sotto di me, più vicino possibile alla finestra.

È il luogo più sicuro in questo momento, una sorta di punto cieco per il nostro nemico.

«Il telefono. Volevo prendere il mio telefono».

Voleva prendere un buco in fronte. Non vede il foro grande quanto una moneta che attraversa da parte a parte la valigia? Ovviamente lo vede benissimo ma non per questo ha paura. Non trema, non esita e mi fissa con determinazione. E se da una parte il suo coraggio è il suo miglior pregio è anche il suo peggior difetto.

«Devi agire con più prudenza», le rinfaccio.

«No, dobbiamo chiamare i rinforzi».

Ha rischiato la vita per una telefonata ai colleghi?

«Ci avrà già pensato il pinguino alla reception. Sono convinto che dopo essersi nascosto sotto il bancone ha chiamato la polizia ma anche carabinieri, ambulanza, vigili del fuoco ed esercito».

«E i nostri sorvegliati?»

C’è bisogno di chiederlo?

«Saranno lontani da qui mille miglia ormai e anche noi dobbiamo svignarcela».

«Come?».

Già, è questo il problema. La porta è esclusa, la finestra idem. Cosa resta? Mi guardo intorno alla ricerca di un’idea e d’un tratto mi balza agli occhi. Come ho fatto a non pensarci?

«Il letto!», esclamo, ma non sono stato il solo.

Anche Samanta ha avuto la stessa idea e ora sorride compiaciuta.

Ma come può sorridere in un momento simile? Non capirò mai questa donna.

Sospiro e torno a concentrarmi.

«Ok, il letto. Abbiamo due possibilità. O lo solleviamo davanti alla finestra e scappiamo protetti da esso, oppure ci nascondiamo sotto e lo spostiamo piano piano fino a raggiungere la porta».

«Solleviamo», propone Samanta. «Più velocemente possibile, così da coglierlo di sorpresa e poi scappiamo».

In effetti è la scelta migliore.

Un cenno d’intesa e cominciamo a strisciare sul pavimento. O meglio, io striscio, mentre lei me la trascino dietro, continuando a coprirla con il mio corpo. Mi muovo sui gomiti proteggendole il capo con i palmi finché un cazzotto non mi raggiunge allo stomaco.

«Non sono uno straccio per i pavimenti», protesta.

Lo so, ma questo non cambia nulla.

«Meglio straccio che cadavere», grugnisco.

«Almeno fammi girare. Così mi è impossibile spostarmi e mi sta andando a fuoco la schiena a causa del parquet»

Glielo concedo. Strisciare sulla schiena non è il massimo soprattutto se si è mezzi nudi. Le permetto di voltarsi poi riprendiamo a muoverci. Averla sotto di me, con il culo proprio sul mio cazzo che si dimena e si agita non è il massimo per la mia concentrazione, ma prima la situazione non era migliore e comunque ci siamo quasi. Siamo ormai sotto al letto. Dobbiamo solo andare dall’altra parte, accucciarci sulle ginocchia, afferrare il bordo e sollevare di scatto lanciando l’oggetto fino alla finestra. O meglio, io devo.

«Faccio io», ordino, mettendomi in posizione.

Piego le ginocchia e serro le dita sul ferro del bordo quindi indico la porta a Samanta.

«Tu stai pronta a scattare. Al mio tre. Uno…»

«Ti aiuto», m’interrompe.

Vuole scherzare?

«A fare cosa? Non hai abbastanza forza e sei bassa. Come minimo con il mio slancio verresti sbalzata anche tu fino alla finestra, dritta in faccia al cecchino».

«Non è divertente», borbotta.

No, infatti, per niente.

«Due!», esclamo, lanciandole un’occhiataccia.

Non intendo nemmeno discutere.

Lei inspira e finalmente assume la posizione di fuga. Gambe piegate, mani a terra, muscoli tesi.

Ci siamo.

«Tr…»

La mia voce mi muore in gola, soffocata da qualcosa che non avevo previsto.

Il cecchino riprende a sparare e non un colpo o due, ma molti, troppi colpi. Una vera scarica di mitragliatrice che falcia qualsiasi cosa.

Mi getto sopra Samanta e mi rannicchio formando una specie di bozzolo su di lei mentre il mondo intorno a noi va in pezzi. Parquet, mobili, pareti… Materasso. Il materasso è il bersaglio principale e non passerà molto prima che sarà del tutto inutile come riparo. A quel punto verremo colpiti. Lei verrà colpita, a meno che io non mi inventi subito qualcosa.

Qualcosa che ci tiri fuori da qui. Ma cosa? Non possiamo nemmeno muoverci e forse in questo momento lei nemmeno riuscirebbe a scappare. Se ne sta a occhi chiusi e denti stretti, mani sulle orecchie, ginocchia rannicchiate sul mio petto e pare una bambina indifesa.

Pare perché in realtà quella smorfia che le contrae il volto non è paura, ma rabbia. Lo capisco da come s’incide il palmo sinistro con le unghie e da come stringe nel destro la sua pistola. Non l’ha mollata nemmeno un istante e…

Un momento! La pistola, certo!

«Dammela!», urlo per sovrastare il rumore della scarica. «Dammi la pistola».

Samanta sbatte gli occhi confusa. Forse non ha sentito le mie parole o forse non ha capito, così gliela strappo via dalla mano.

«Ora tu resta qui», le ordino.

«E tu?»

Io faccio ciò che avrei dovuto fin dall’inizio.

«Creo un diversivo. Appena comincio a sparare, tu scappa».

«Sparare a cosa?», urla Samanta, aggrappandosi al mio braccio. «Con quella ti farai uccidere».

«Tu corri e basta! Pronta? Stavolta niente tre. Parti al primo colpo».

Non è convinta ma farà quanto le ho detto e per il semplice motivo che è abbastanza intelligente da sapere che non abbiamo molte altre scelte. Anzi nessuna. Quindi inutile star qui a rimuginarci più di tanto.

Inspiro a fondo, espiro, inspiro di nuovo e sparo, senza un bersaglio vero e proprio se non l’aria oltre la finestra e non un solo colpo, ma tutto il caricatore.

Tuttavia qualcosa non torna. Il rumore… È meno assordante di poco fa. Inoltre il materasso non sobbalza più sotto le esplosioni, i mobili non si rompono, le pareti non tremano.

Mi blocco immediatamente e un silenzio pesante cala nella stanza. I nostri avversari non sparano più, ma come è possibile?

Forse perché in realtà non c’è solo silenzio. Sulla strada, tre piani più sotto, ma anche in lontananza, nelle strade affollate dal traffico dell’ora di punta, sento delle sirene.

«La polizia», esclama Samanta, ancora rannicchiata al mio fianco.

Non è scappata, non ha fatto in tempo e fissa con sospetto il cielo terso all’esterno.

«Dici che possiamo…»

«No, non possiamo», la blocco, immaginando il suo pensiero. «Non possiamo fidarci finché non saremo sicuri che siano fuggiti».

«E come facciamo a essere sicuri?»

Molto semplice. Basta un’esca.

Mi alzo di scatto e altrettanto velocemente corro alla porta. Samanta urla, ma è l’unico suono che riempie la stanza. Nessun fischio, nessuna detonazione se non quella di lei.

«Brutto idiota, ma che ti dice il cervello?», sbraita.

Si alza in piedi poi mi raggiunge a passo di marcia e mi tira un pugno sul braccio. Non mi provoca dolore ovviamente, ma approfitta della mia distrazione per riprendersi la pistola.

«Questa meglio che la tenga io. Altrimenti Santorini darà di matto».

Darà di matto lo stesso. O ha dimenticato i dettagli della nostra intrusione qui? Non eravamo autorizzati a entrare. Abbiamo infranto tutte le procedure e le normali norme di cautela inoltre… Non sarà facile spiegargli come mai siamo in costume.

Non sarà facile per niente. Cazzo! Non solo darà di matto ma farà fuoco e fiamme e, se Samanta rischia solo una lavata di capo, io rischio molto di più. Due sparatorie in due giorni e una di esse un vero e proprio attentato di cui ancora non sappiamo niente. Coincidenze?

Forse, tuttavia ho uno strano senso di inquietudine addosso che non mi permette di tirare un bel respiro di sollievo per il pericolo appena scampato. E se fosse qualcosa di diverso? Ma come è possibile? Che mi abbiano scoperto? Che abbiano capito che cosa sto facendo? Eppure sono stato molto attento. Ho agito nell’ombra, non ho lasciato tracce, ho evitato qualsiasi contatto che potesse destare sospetti. Come sono riusciti a capire?

Fanculo! Se fosse davvero così sarebbe un problema. Metteranno in campo tutte le loro forze, e conoscenze per farmi fuori e non solo me, ma chiunque stia con me.

Serro i denti mentre il mio sguardo corre a Tati ed è proprio in questo momento che un particolare cattura la mia attenzione. Lei è vicino al letto e sta litigando con la zip della sua borsa sforacchiata, forse per recuperare il famoso cellulare o forse un vestito da mettersi, tuttavia non me ne frega un cazzo della zip, del cellulare o delle imprecazioni che le coloriscono il linguaggio, quanto di ciò che le sta poco dietro: il cuscino. Mi allungo sul letto e lo prendo in mano. Lo osservo attentamente, poi guardo l’altro che giace sul pavimento, poi studio tutto il materasso e infine torno al primo cuscino mentre le dita si avvinghiano a esso e il cuore mi perde un battito.

Possibile? Dio, no! Eppure…

Deglutisco per ritrovare quel battito perso.

Eppure non c’è altra spiegazione. E ora come mi comporto?

«Mad!», mi chiama Samanta e dal tono direi che non è nemmeno la prima volta.

Mi volto verso di lei ma fatico a capire cosa sta dicendo. Ho la testa troppo impegnata a cercare di capire come agire.

«Mi stai ascoltando?», chiede con stizza. «Dobbiamo informare subito il Capo e…»

«No!»

Quello che mi è sfuggito dalle labbra è un vero e proprio ruggito, così forte che lei sobbalza spaventata.

«Che significa, no? La polizia sta entrando nell’edificio. Stanno per arrivare. Ci hanno sparato contro e…»

E ha ragione. La polizia sta per arrivare, ci troveranno e non devono. E se finora ero indeciso su come comportarmi, ora lo so benissimo.

Balzo verso di lei e la afferro per un polso.

«Dobbiamo andarcene. Subito!»

Non sono delicato, lo ammetto, ma in questo momento non c’è tempo per la delicatezza, soprattutto perché Samanta non collabora.

«Cosa? Perché?», chiede, strattonando il braccio.

Non c’è tempo nemmeno per le spiegazioni. Non c’è tempo per niente.

Circondo i fianchi di Samanta con entrambe le mani, poi me la getto sulle spalle. Il respiro le esce in un singulto di sorpresa per poi esplodere in potenti urla.

«Che fai? Mettimi giù!»

Non la metto giù per niente al mondo. Comincio invece a correre più veloce che posso. In corridoio, poi alla tromba delle scale e poi giù, piano dopo piano, saltando tutti gli scalini che posso fino a raggiungere il sotterraneo, anche se Samanta mi prende la schiena a pugni fino addirittura a puntarmi la pistola sul sedere.

«Mollami o giuro che ti sparo», minaccia con voce stridula.

Sì, sono sicuro che lo farebbe se non fosse per un dettaglio.

«È scarica», le ricordo.

Lei impreca e torna a colpirmi addirittura usando il calcio dell’arma. Ovunque. Schiena, sedere, testa. I suoi colpi mi martellano incessantemente e purtroppo non posso continuare la fuga in queste condizioni. Prima di tutto perché fra poco mi spaccherà il cranio, secondo perché siamo vicini all’uscita di sicurezza del sotterraneo e non posso correre in strada con una donna in abiti succinti sulle spalle che urla di lasciarla andare. Senza contare che io sono ancora in costume e con una cavigliera di sorveglianza.

La rimetto in terra e le afferro i polsi. Glieli piego sopra la testa e la blocco con il mio stesso corpo.

Lei si dimena come una forsennata, rossa in viso e pronta a urlarmi contro tutta la sua rabbia, ma io la precedo.

«Mi vuoi ascoltare, porca puttana? Ti ho salvato la vita sì o no?»

«Sì, ma questo non significa…»

«Che non lo stia facendo di nuovo», la interrompo, andandole così vicino che non può non guardarmi dritta in faccia. «Tati, ascolta, cazzo! Non puoi farti trovare da nessuno».

I suoi occhi si specchiano nei miei e non so cosa vi leggono, forse ansia, forse angoscia, fatto sta che finalmente un barlume di ragione fa capolino nella sua testa. Le sue braccia smettono di provare a liberarsi e si adagiano nelle mie mani.

«Perché?», sussurra.

Già, perché? Perché è appena accaduto ciò che temevo e che ho cercato di evitare fin dall’inizio. Ed è accaduto velocemente, troppo velocemente. Che la causa sia…

Digrigno i denti. Avrò tempo dopo di esaminare la situazione e capirne la cause. Per ora il mio compito è portarla via e aprirle gli occhi il più possibile.

«Perché eri tu il bersaglio di quella sparatoria», le svelo senza tanti giri di parole. «Non io, non noi. Tu».

Lei sgrana gli occhi e il rossore che fino a poco fa le coloriva il viso diventa pallore.

«Perché?» ripete con voce ancora più bassa.

Questa è una lunga storia e non è il momento né il luogo per raccontarla. Non so nemmeno se è pronta a sentirla in realtà, ma una cosa è sicura e deve conoscerla prima che sia troppo tardi.

«Perché non puoi fidarti di nessuno».

«Ma è la polizia», farfuglia sempre più confusa.

Come dirglielo? Forse tutto d’un fiato.

«Esatto», confesso. «È la polizia».

 

 

 





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