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Samanta – L’ennesimo errore
Non mi era bastato quanto accaduto poco fa. La sua voce grave che mi reclama come sua, le sue dita che sento ancora dentro di me mentre mi portano verso piaceri idilliaci e il suo sguardo famelico che riduce a pezzi il mio costume procurandomi un brivido caldo lungo la schiena. Dovevo pure baciarlo? Sì, certo che dovevo e tutto a causa di Nico Cattaneo. Era lui a guardarci fuori dall’ascensore, l’unico che poteva riconoscere Mad e non ci ho pensato due volte a gettarmi su di lui e coprirgli il viso, la bocca, il naso e tutto ciò che potevo con il mio corpo mentre con la mano premevo la pulsantiera per portarci via da qui.
Però… Però non avevo previsto questo. Un uragano di sensazioni ed emozioni, un incendio che incenerisce tutto ciò che tocca, una smania insaziabile di averne ancora e sempre di più.
Sì, bacio Mad come se non volessi mai smettere mentre mi abbarbico alle sue spalle, intreccio le gambe intorno alla sua vita e mi schiaccio contro il suo corpo muscoloso per fondermi con ogni centimetro di lui.
E tutto questo per un solo e semplice bacio?
Ma quale semplice! Mad aveva ragione, sono stata una stupida a sottovalutare l’attrazione tra noi e adesso che si è scatenata in tutta la sua forza, chi riuscirà a fermarla?
Non di certo io. Non mi rendo conto nemmeno di ciò che sta accadendo intorno a me. Se siamo ancora in ascensore o nel corridoio. Vedo solo Mad, sento solo Mad, percepisco solo Mad e le sue mani che mi circondano il capo intrecciando le dita ai miei capelli con passione bruciante, la sua erezione che preme in mezzo alle mie gambe e stuzzica il mio piacere con violente scosse, i suoi denti, la sua lingua e le sue labbra che mi stanno divorando e…
Cazzo! Davvero non capisco più nulla.
Nemmeno quando lui all’improvviso mi spinge via e mi sento cadere indietro. Non sul pavimento ma su un morbido letto dalle lenzuola fresche e profumate.
Siamo in camera e non so nemmeno come ci siamo arrivati.
Mad sale sul letto con le ginocchia e mi viene sopra. Non mi sta più toccando ma l’aria tra noi sfrigola di elettricità. Le sue mani arricciano le lenzuola vicine al mio capo e il suo sguardo… Il suo sguardo è qualcosa che almeno una volta nella vita ogni donna dovrebbe provare.
Tremo sotto di esso mentre il cuore mi rimbalza dal petto alla gola, poi giù nello stomaco e poi ancora più in basso cominciando a pulsarmi in mezzo alle gambe. Un piacere liquido mi scende tra le cosce e d’istinto, con un mezzo gemito, le apro.
Mad digrigna i denti mentre le sue narici si allargano come quelle di un cane che ha appena fiutato la preda e le sue dita si chiudono a pugno. Solo un istante. Poi scattano a bloccarmi i fianchi. Me li avvinghia, impedendomi di muovermi o almeno così credo, in realtà mi solleva e mi lancia più indietro sul materasso. Sobbalzo scomposta su di esso, lanciando anche un mezzo urlo di sorpresa, ma lo stesso urlo mi muore in gola appena lui mi riafferra per le cosce, mi strappa via il costume e con la punta della lingua raccoglie i miei umori. Scivola da dietro a davanti, bevendo goccia dopo goccia dalla mia carne pulsante mentre io cado vittima di spasmi sempre più intensi. Quando le sue labbra si chiudono sul clitoride, un vero e proprio urlo mi sfugge dalle labbra.
E a quel punto non so che succede. Le dita di Mad quasi affondano nei miei fianchi e la sua bocca diventa famelica. Mi lecca, bacia, morde persino, mentre un suo dito mi penetra con forza e io mi perdo. Perdo il senno ma anche i sensi. Non ho più vista, udito, olfatto o tatto, solo istinto e piacere. Istinto che mi spinge a chiedere di più, arcuandomi alla ricerca delle sue mani e del suo calore e piacere che cresce come l’onda di una tempesta.
Finché tutto esplode. Improvviso così come è nato e devastante così come mai avrei creduto.
Ci metto non so quanto a recuperare la lucidità o anche solo il respiro nei polmoni e, quando accade, quando riapro gli occhi e torno alla realtà, trovo Mad sopra di me. Le sue mani sono ancora sui miei fianchi, il suo sguardo nel mio.
«Merda, Tati!», impreca con forza e rauco. «Che cazzo hai combinato?»
Io? Io cosa ho combinato? È stato lui a uccidere ogni mia ragionevolezza.
«Io ti ho solo baciato», sussurro di getto e senza nemmeno rendermi conto.
«E ti avevo detto di non farlo. Porca puttana!»
Nei suoi occhi un lampo di rabbia si fonde con la lussuria e qualsiasi altra cosa volessi dire muore prima ancora di prendere forma.
Un tremito mi serpeggia nella spina dorsale, ma non è paura, al contrario, è eccitazione. Quella che lui ha appena placato, ma anche appena riacceso. Quella che le sue mani su di me mi stanno trasmettendo, quella che mi scorre nuovamente nel sangue.
Sospiro, osservando il suo petto che si alza e abbassa sempre più veloce mentre immagino di leccare il suo corpo proprio come lui ha fatto con me. Sentirei i suoi muscoli guizzare tra le mie labbra, i capezzoli indurirsi sulla punta della lingua, le vene gonfiarsi sulla sua erezione e...
«Fanculo, Tati!», tuona Mad e con una spinta mi fa rotolare dall’altra parte del letto.
La faccia mi affonda sui cuscini e, quando la rialzo, Mad è in piedi in mezzo alla stanza, i pugni sui fianchi, l’espressione stravolta.
«Non capisci cosa è appena accaduto?»
No, non capisco. O meglio sì, ma non capisco per quale motivo sia così sconvolto perché è questo che leggo nei suoi tratti. Teme qualche mia pretesa? Crede che io sia una ragazzina che ora si farà chissà quali idee? Sono giovane ma sono adulta e sto con i piedi per terra. Insomma se teme che mi faccia strane idee su di noi… Non esiste un noi.
«C’è attrazione ed è successo qualcosa e quindi? È tutto ok».
Mad sgrana gli occhi poi li socchiude e si avvicina. Lento e con passo felpato mentre io ammiro il suo fisico possente e allenato macinare la distanza tra noi. Quando mi raggiunge si piega su di me, così vicino che il suo respiro si mescola al mio.
Non mi ritraggo, annego invece nelle sue iridi tornate di un incredibile azzurro e trattengo il fiato.
«Tutto ok? Lì sotto sono stato costretto a reclamarti come mia. Mia!».
«Era solo una recita», sussurro.
«Una recita?», sobbalza come avessi proferito un’eresia. «Come il fatto che ti ho appena scopata con la lingua? No, perché non c’era un pubblico e di certo non è accaduto perché fossi costretto».
E… E quindi?
«E lo sai cosa sto pensando ora?», ruggisce.
“Co… Cosa?”, balbetto ma in realtà sono incapace di emettere suono e la mia domanda si tramuta in semplice pensiero.
Quest’uomo… Quest’uomo mi annienta.
«Sto pensando di metterti in almeno dieci posizioni diverse per ficcare l’uccello nella tua fica o nella tua bocca», afferma lui secco. «Sto pensando che voglio sentirti urlare di piacere almeno un’altra volta prima di godere io stesso, e porca puttana, godrei alla grande! Sto pensando che siamo bloccati qui e la mia mente ha già pianificato ogni prossima scopata fino a domattina. Ma soprattutto sto pensando…»
Mad mi prende il viso tra le mani e io tento di deglutire, ma non ho né saliva né aria e sono convinta che fra poco sverrò.
«Sto pensando che sarebbe il più madornale, colossale e fottuto errore della mia vita oltre che della tua. Hai combinato un gran casino».
Mad si allontana di scatto balzando alla finestra che apre per prendere una grossa boccata d’aria e io sbatto gli occhi, confusa e disorientata.
Un casino? Avrei combinato un casino? Ok, probabilmente è vero che cedere all’attrazione non è stata una buona idea e appena avrò smesso di essere su di giri il “probabilmente” diventerà un “sicuramente”, ma ciò non toglie che non può trattarmi così quando lì sotto, in quell’ascensore e su questo letto, eravamo in due. Non può umiliarmi come fossi una poco di buono e, soprattutto, non può dare la colpa di quanto accaduto al fatto che sono intervenuta, quando il motivo per cui sono qui è lui e soltanto lui.
La consapevolezza mi ridona la lucidità che avevo perso e stavolta sono io a compiere un balzo verso di lui.
Lo afferro per il gomito e lo giro verso di me. O almeno tento. Mad è troppo grosso e troppo robusto perché io riesca a spostarlo, ma il mio orgoglio ferito e la determinazione arrivano dove la mia stazza non riesce. Mad si gira e mi scruta torvo.
«Ora stammi a sentire», comincio, ma lui abbassa il capo in mezzo alle mie gambe e solleva un sopracciglio.
«Stare nuda davanti a un uomo eccitato non è il modo migliore di farsi ascoltare».
Ah no? Peccato che sia suo interesse ascoltarmi e non andrò certo a coprirmi perché ciò avvenga, come se anche la sua distrazione fosse colpa mia.
«Ti conviene starmi a sentire invece e se non riesci… Cazzi tuoi. Io sto davanti a te come meglio credo».
Incrocio le braccia al petto, poi appoggio il peso del corpo solo su una gamba mentre le allargo in modo che mi veda molto bene.
Lui serra i denti, riportando gli occhi nei miei.
«Stai giocando con il fuoco, Tati», mi avverte.
«Pure tu e intendo con il fuoco di un bel proiettile», comincio diretta. «Sono qui per te. Il figlio di Cattaneo, Nico, è qui», rivelo sprezzante. «Era uno di quelli lì sotto, quando si è aperto l’ascensore e ti ho baciato per non farti riconoscere. Non era premeditato, non era voluto, è stato istinto».
«Tu sei entrata per…»
«Sì», lo interrompo con soddisfazione.
Forse adesso smetterà di trattarmi tanto male.
«Lui ti avrebbe scoperto. Eri in pericolo e dovevo avvertirti in qualche modo. Dovevo aiutarti. Dovevo…»
Non riesco a finire la frase. Davanti a me Mad ha appena subito una trasformazione ed è tornato a essere l’uomo di sempre: sguardo impenetrabile, postura rigida, voce gelida.
«Tu dovevi restare estranea a tutto questo», comincia senza più traccia di collera e forse è pure peggio di prima.
È la calma prima della tempesta che sta per abbattersi su di me.
«Proprio come ieri con quel delinquente. Hai agito senza pensare e hai messo nei guai te stessa e i tuoi colleghi, cioè me».
Ma non ha sentito cosa ho detto?
«Nico Cattaneo…»
«Nico Cattaneo è un coglione, al contrario di me», mi anticipa secco. «Pensi davvero che sappia chi sono? Pensi che sarei entrato qui sapendo che c’era la possibilità che venissi scoperto? Pensi che io sia tanto incompetente?»
Che sta dicendo?
«L’ispettore Bonfigli lo ha arrestato pochi mesi fa», gli ricordo. «Ho visto il verbale».
«E quindi?».
Che significa e quindi? Eppure Mad è così calmo e sicuro di sé mentre mi squadra con quell’espressione di superiorità, che esito. Che mi sia sfuggito qualcosa? No impossibile.
«E quindi tu eri con lui», proseguo decisa. «Cattaneo ti ha visto in Commissariato. Sa che lavori con la polizia. Sa che sei dei nostri».
È logico ed evidente, o almeno per me.
Le labbra di Mad si piegano in un ghigno storto, pieno di disprezzo.
«Sei davvero un’ingenua».
Non è la prima volta che mi insulta eppure per la prima volta mi ferisce. Forse perché sono venuta qui per lui e non mi aspettavo riconoscenza, ma nemmeno un tale atteggiamento; forse perché speravo che con il tempo cominciasse a trattarmi meglio o forse ancora perché… Be’, perché dopo il fuoco che mi ha fatto provare, tutto questo ghiaccio è troppo da sopportare.
«Perché?», chiedo a denti stretti seguendo i miei pensieri. «Perché dici così?»
Lui strizza gli occhi, poi punta l’indice verso il braccialetto di sorveglianza che circonda la sua caviglia. Le parole che escono dalla sua bocca subito dopo, sono talmente piene di amarezza e desolazione che mi colpiscono al cuore più forte di tutto il resto.
«Pensi che un uomo in libertà vigilata possa arrestare qualcuno? Pensi che io sia libero di fare ciò che voglio solo perché sono fuori di prigione? Pensi che io non sia sorvegliato costantemente? Sono un criminale, Tati e puoi anche rifiutarti di vedere i filmati che il tuo amichetto Milo vuole mostrarti con tanta solerzia e preoccupazione nei tuoi confronti, ma un criminale resto».
Quindi lui ha sentito tutta la conversazione tra me e Milo… Tuttavia non è questa adesso la questione più importante.
«Vuoi dire che Nico non sa chi tu sia?», chiedo con la bocca che diventa rapidamente secca.
Se così fosse Mad avrebbe tutte le ragioni sia di arrabbiarsi che di insultarmi.
Attendo la sua risposta trattenendo il fiato e con il cuore in gola, ma in realtà non c’è alcun bisogno di attendere nulla. La sua espressione parla chiaro.
Santo cielo!
Quindi per la seconda volta in pochi giorni a causa della mia superficialità Mad è stato costretto a salvarmi, rischiando la vita. E mi lamento se mi dice che sono ingenua? È anche troppo poco. Ho davvero combinato un disastro. Ma perché? Perché con lui non ne combino una giusta? Sono un’ottima poliziotta. A Trieste ero tra le migliori. Intelligente, attenta, capace… Perché da quando sono qui e ho incontrato Mad invece faccio errori su errori? Come posso pretendere di diventare sempre più brava e trovare la verità sulla morte di mio padre comportandomi come la più sprovveduta delle novelline?
Sospiro di desolazione mentre punto gli occhi a terra, incapace di reggere lo sguardo di Mad quando è lui stesso a farmelo rialzare. Mi mette due dita sotto al mento e mi ritrovo ad annegare per l’ennesima volta nelle sue ridi chiare. Calde e avvolgenti iridi azzurre. Che fine ha fatto tutto il gelo di poco fa? Perché ora mi guarda così?
«Seconda lezione, mia giovane e ingenua allieva. Se cominci a dubitare di te stessa per ogni cattiveria che ti verrà detta, non arriverai da nessuna parte».
Sbatto gli occhi. E questo ora che senso ha? Prima mi umilia e poi mi incoraggia? E perché non smette di fissarmi negli occhi? Come se non bastasse le sue dita sono ancora sotto al mio mento a sorreggerlo con delicatezza e il mio cuore ha ripreso a battere forte. Anche il respiro ha accelerato il ritmo e, senza nemmeno accorgermene, le mie labbra si aprono in un sorriso. Mad ha appena dimostrato che gli importa qualcosa di me, che in qualche modo ci tiene e questo mi rende felice.
Felice? Che cazzo dico?
Da quando in qua la mia felicità dipende da un uomo? Per di più da uno come lui. Oh, no. No, no, no, no. Sono solo contenta. Contenta di non avere vicino un perfetto stronzo che gode a rendermi la vita impossibile. Contenta che lui non mi consideri una totale incapace. Contenta che possiamo lavorare senza litigare, ma nulla di più. E a proposito di lavoro…
Siamo qui per Dicenta e i suoi amici quindi direi di lasciare da parte i fantasmagorici incontri a luci rosse o le litigate tra noi e concentrarci su di loro. Insomma, da quanto siamo qui in camera? Troppo.
Scuoto il capo per riprendermi da tutto ciò che è accaduto nell’ultima ora oltre che liberarmi delle dita di Mad ancora sul mio viso, poi incrocio le braccia al petto per creare un po’ di distanza tra me e lui e vado dritta al punto.
«Quindi ora che facciamo?»
Lui inspira per rispondere poi però pare ripensarci. Sbuffa rumorosamente, alzando gli occhi e lasciandoli lì, fissi al soffitto.
«Per quanto tu abbia la piena facoltà di rivendicare il tuo diritto di stare come ti pare e piace davanti a un uomo, io mi distraggo e di sicuro anche chiunque ti veda. Oltre al fatto che ti arrestano se ti mostri così in pubblico».
Indica in mezzo alle mie gambe e solo ora mi rendo conto di essere ancora totalmente e vergognosamente nuda.
Cazzo!
Corro al letto a recuperare il pezzo sotto del mio costume e, per sicurezza, anche il vestito bianco dalla valigia. Me lo infilo velocemente poi torno da Mad. Lui non dice nulla, tuttavia studia con attenzione il mio abito. Molta attenzione e un brivido caldo mi scorre lungo la schiena. Mi farà sempre questo effetto da ora in poi?
Mi schiarisco la voce.
«Quindi ora che facciamo?», ripeto.
Lui sbuffa.
«Cosa cazzo vuoi fare? L’appostamento è saltato».
«Cosa? Come? Saltato?», sussulto. «Ma loro sono lì, di sotto e staranno parlando. Si staranno accordando per chissà cosa e noi non possiamo stare qui».
«No, infatti, non possiamo. Dobbiamo», borbotta. «Avremmo non dovuto se qualcuno non mi avesse costretto ad attirare l’attenzione di metà degli scagnozzi di quei tre».
«Ma… Ma…», balbetto alla ricerca di una via d’uscita, ma quando mai Mad Dog lascia vie di fuga?
«Quelli ora ricordano le nostre facce e, soprattutto, il tuo corpo», grugnisce. «E appena ci vedranno ci terranno d’occhio. Cosa pensi di fare? Andare a sguazzare in piscina sotto la loro attenta supervisione? Così magari sarò costretto di nuovo a ricordare loro a chi appartieni e dare spettacolo. È questo che vuoi?».
Cos’è, un modo di rinfacciarmi quanto accaduto? O vuole provocarmi?
In entrambi i casi la risposta è solo una.
«No, non voglio».
Più o meno. In realtà una parte di me freme all’idea di ripetere anche solo una piccola parte di quello spettacolo, ma dovrò imparare a tenerla a bada.
«Bene perché anche io ne faccio a meno».
Bene, siamo d’accordo, anche se sempre quella piccola parte di me resta un po’ delusa.
«Allora quali sono le nostre opzioni?», indago.
«Una», rivela. «Una sola».
Che immagino non sia andarcene da qui o attireremmo ancora più l’attenzione di tutti. Forse ho capito.
«Restare fino a domattina?», indovino.
Mad china il capo in segno di assenso.
«Esatto. Ci chiuderemo in camera facendo finta di essere troppo impegnati per andare altrove. Finta veramente, stavolta», grugnisce.
Non c’era bisogno di sottolinearlo soprattutto non con quel tono irritato.
«Poi domani…»
Poi domani niente. Qualcuno bussa alla nostra porta e un secondo dopo mi ritrovo a baciare la parete con Mad che mi schiaccia contro di essa.
Ma la vuole smettere? Ogni volta che teme un pericolo mi ritrovo ridotta a una sardina.
Tento di spingerlo via ma lui mi fa cenno di tacere. E chi ha parlato? Voglio solo si sposti.
«Chi è?», chiede rivolto alla porta.
«Servizio in camera».
Mad mi lancia un’occhiata da sopra la spalla, ma io muovo il capo in un cenno negativo. Nello stesso momento mimo con indice e pollice destro la forma di una pistola poi indico la mia valigia, che per tutto questo tempo è rimasta vicino all’uscio.
Sento i denti di Mad sbattere anche da qui mentre la sua occhiata più o meno sta dicendo: e tu andavi in giro per il B&B con la pistola?, ma lo ignoro. Continuo a indicare la valigia e anche a provare a spostarlo.
«Signore?», chiama il cameriere dall’esterno.
«Non ho ordinato niente e non abbiamo bisogno di niente», lo liquida Mad.
«Devo insistere», continua quello. «Mi è stato espressamente ordinato da un altro ospite di mandarle una bottiglia di prosecco, due calici e una ricca colazione per lei e la sua compagna».
Il cuore perde un battito.
Dicenta! O magari Cattaneo, o Furlan. Insomma, uno dei tre avvertiti dalle proprie guardie che vogliono assicurarsi che siamo chi abbiamo detto di essere. Merda, ho combinato un bel casino.
Mi aspetto che Mad me lo rinfacci invece in questo momento è impegnato a valutare la situazione, più o meno come me.
Continuare a rifiutarci di aprire insospettirebbe solo di più i nostri avversari, ma andare ad aprire… E se non ci fosse un cameriere ma qualcun altro? Se ci fosse proprio uno degli uomini di quei tre pronto a spararci? Anche se non ne vedo il motivo. Come ci hanno scoperti se Nico Cattaneo non conosce il volto di Mad? Eppure qualcosa dobbiamo fare. Mi guardo intorno alla ricerca di un’idea che ci tolga da questo stallo, quando finalmente ne ho una. Per metterla in pratica però, Mad deve lasciarmi libera di muovermi. Provare a spingerlo via non ha senso così gli do direttamente un cazzotto sul fianco. Lui mi guarda storto, poi però la mia sicurezza riesce a convincerlo… Più o meno.
Si sposta di lato e comincia a seguire ogni mia mossa. Mi osserva attentamente mentre sguscio da dietro la sua schiena e corro alla valigia recuperando la mia pistola e, ancora di più, quando balzo sul letto infilandomi sotto le lenzuola. Mi stendo di fianco in modo che la mia mano armata poggi sulla mia coscia e punti dritta sulla porta, poi appoggio la testa sul cuscino, mi copro il viso con i capelli come se fossero scompigliati dopo una sessione di sesso selvaggio e socchiudo gli occhi. Li socchiudo e basta, ma grazie ai capelli nessuno è in grado di notare la differenza.
Chiaro, no?
Eppure Mad non pare ancora convinto. Quando sollevo il capo per assicurarmi che abbia compreso i suoi tratti sono tirati in un’espressione dubbiosa. Che problemi ha? Non si fida del fatto che lo coprirò?
«Se è armato lo sono anche io», gli sussurro per convincerlo.
Lui assottiglia le palpebre.
«E se non è solo e sono entrambi armati siamo morti entrambi», è la sua replica.
No, non è vero e comunque la mia idea è l’unica che abbiamo per il momento, o sbaglio?
«Hai altre proposte?», lo provoco.
Lui sospira poi si rivolge al corridoio.
«Arrivo. Un attimo».
Finalmente!
Mad si avvicina alla porta e appoggia la mano alla maniglia, tuttavia non apre subito. Esita, sospira ancora, poi si volta per un’ultima raccomandazione.
«Se vedi un luccichio spara e rotola sotto al letto».
So come mettermi fuori tiro. Sarò ingenua e anche egocentrica ma non inesperta e ciò significa anche che so che non basta un luccichio per fare fuoco.
«Se ha un’arma», lo correggo. «Anche il cestello del ghiaccio emette un luccichio».
Mad serra le labbra.
«No, Tati. Se vedi un luccichio, che sia una pistola o un secchiello o un paio di occhiali argentati o un accendino o quel che cazzo ti pare, tu spara e basta. Potresti essere morta prima di capire di cosa si tratta. Segui l’istinto e non rischiare».
Non è esattamente ciò che mi hanno insegnato, ma ciò che aggiunge subito dopo Mad non mi permette di protestare.
«Io mi sto fidando di te. Tu fidati di me».
Deglutisco, sentendo la pistola nella mano più pesante di quanto non sia mai stata, poi, al cenno di Mad, torno ad appoggiare la testa sul cuscino.
Un ultimo sguardo tra noi e abbasso le palpebre fino a ridurle a una fessura impercettibile mettendomi in ascolto. Non è semplice con il cuore che mi batte come un pazzo nella testa e il respiro accelerato, ma ogni mio senso è in allerta. Quando Mad abbassa la maniglia, io sono pronta. Le dita, benché sudate, serrano l’arma, gli occhi puntano come un bersaglio il legno che lentamente si apre, i muscoli sono tesi. Talmente tesi che appena noto quel dannato luccichio, balzo sul materasso come una molla e mi giro verso la finestra. Sì, la finestra, perché è da lì che proviene. Non dalla porta ancora chiusa, non dall’uomo che sta oltre essa, ma dalla finestra.
E ha ragione Mad. Non attendo di capire. So benissimo di cosa si tratta così come so che con la mia arma non posso nulla. Tutto ciò che posso è correre. E lo faccio. Spicco un salto e mi getto contro Mad mentre spero.
Dannazione! Spero con tutta me stessa di non aver commesso l’ennesimo errore.
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