Scritto il 11/08/2026
da MARIKA SM


⏱ ~23 min · 4584 parole

Mad Dog – In cerca di aiuto

 

Finalmente Samanta ha smesso di chiedere. Forse perché l’ho fatta correre tanto che ha il fiatone, forse perché ha capito che nemmeno sotto tortura avrei parlato o forse sta riflettendo su quanto accaduto finora.

E questa è l’ipotesi peggiore perché è fin troppo intelligente per non arrivare da sola alla verità o almeno ai punti cruciali di essa. Quanto ancora riuscirò a sviare le sue domande? Molto poco e a quel punto non avrò scelta: dovrò dirle tutto con la consapevolezza che quello sarà il punto di non ritorno.

Ma in realtà il punto di non ritorno lo abbiamo superato da un pezzo, almeno io. Cinque minuti fa siamo arrivati a casa di Milo, ho scassinato la serratura mentre Samanta sbiancava e imprecava e ora siamo qui, ad attenderlo nel suo salotto nella speranza che mi tolga questo dannato affare di sorveglianza. E se non lo facesse? Se, peggio ancora, fosse davvero coinvolto? Se non fosse lui ad arrivare ma i suoi complici? Oppure, se avesse chiamato i rinforzi? Nessuno potrebbe salvarmi dal tornare in prigione, nemmeno Santarelli e a quel punto sarebbe la fine. Una fine reale, non quella che sono riuscito a evitare dieci anni fa.

«Era proprio necessario scassinare la serratura?», mugugna Samanta strappandomi alle mie riflessioni.

Continua a scostare ogni cinque minuti la tenda e guardare la strada, persino più nervosa di me.

Proprio non le è andata giù eh? E perché non sa che appena entrato ho rubato dalla cassaforte di Milo la sua pistola. Ma sono contento che i suoi pensieri siano concentrati sull’effrazione illegale in casa di un agente piuttosto che su tutto il resto. Eviterà, appunto, che si ponga le domande che vorrei evitare e che trovi anche le risposte.

«Potevamo attenderlo fuori», borbotta.

«E dove? Sul marciapiede? Dove chiunque poteva vederci?», le ricordo. «E spararti?»

Non le è ancora chiaro che non deve esporsi? Non conosce i dettagli, ok, ma non ci vuole un genio per capire che stare sul marciapiede davanti casa dell’unico amico che ha in città – Amico! È tutto da dimostrare – non è salubre.

Lei si morde il labbro come si fosse ricordata solo ora del dettaglio e sta per replicare quando un rumore cattura la nostra attenzione. È uno sportello che sbatte, proprio lì fuori. Placco Tati prima che possa farsi venire in mente di correre nuovamente alla finestra a scostare la tenda e la spingo a stendersi sul pavimento premendole una mano sulla schiena.

«Mad, fanculo! Non sono uno zerbino. Sono una poliziotta».

Una poliziotta fin troppo impulsiva.

«Stai giù!», le ordino.

«Ok, ma togli quella mano da me».

Prima le mie mani addosso le piacevano, però.

Mi mordo la lingua per evitare di uscirmene con una cazzata simile e mi acquatto vicino alla finestra per controllare. mentre estraggo la pistola che ho rubato.

«E quella?», domanda lei sbiancando.

Non rispondo. Un uomo è appena sceso da una macchina parcheggiata vicino al marciapiede e si tratta proprio di Milo. È molto, ma molto agitato tanto che corre dritto alla porta di casa con le chiavi che gli cadono a un passo da essa. Si rialza e sussulta leggermente trovando la serratura forzata quindi spinge la porta e infila la testa all’interno.

Non prende la pistola, non evita rumori, non usa la benché minima prudenza.

«Sam, sei tu?», urla.

La testa? Ha davvero infilato la testa dentro un’abitazione con la serratura forzata?

Se ho avuto anche il minimo sospetto che lui potesse essere coinvolto, me lo ha appena tolto, a meno che non sia un formidabile attore e ne dubito. Insomma, nessuno può essere così bravo a fare l’imbranato.

«Sam? Sei qui?», chiama ancora, superando del tutto la soglia e io abbandono ogni remora.

Se continua a urlare persino i vicini sapranno che siamo qui.

Balzo alla porta d’ingresso, afferro Milo con un braccio intorno al collo, lo trascino dentro e chiudo la porta con un calcio, poi gli punto la pistola alla tempia.

«Sei solo?», gli sussurro all’orecchio.

Glielo riconosco. Non trema più di tanto. Mi aspettavo piagnucolasse e quasi svenisse per la paura invece un minimo di sangue freddo lo ha.

«Sì», balbetta. «Solo. Ma Sam? È qui? Sta bene?»

Accidenti! Si preoccupa davvero per lei.

«Sam sta bene», è tutto ciò che dico. «La tua pistola… Gettala in terra».

«Cosa? Perché? Che succede?»

«In terra», gli ordino secco. «Poi ti lascio andare».

Premo la canna della mia arma per fargli sentire il metallo duro sulla pelle, ma prima che lui possa obbedire, una mano si posa sulla mia schiena.

Il tocco è così delicato e caldo che mi provoca un brivido nella spina dorsale e mi distraggo. Solo un attimo, ma è ciò che basta a Tati per prendere il comando della situazione.

«È tutto ok, Milo. Vogliamo solo essere sicuri che non reagirai male».

«Dovrei reagire male al fatto che siete in casa mia e non so nemmeno perché?», borbotta lui. «O al fatto che le ultime notizie che avevo di voi due non erano rassicuranti? Ah, no, ci sono. Forse al fatto che ho una pistola alla tempia. No, certo, perché mai dovrei reagire male».

«Mad è un po’ paranoico», mi sfotte lei ma non sono paranoico per un cazzo.

Semplicemente io ho più esperienza di lei. Motivo per cui è il momento di riprendere il controllo.

«La butti o no questa cazzo di pistola?», ruggisco.

Milo sobbalza poi finalmente sento il tonfo della sua arma sul pavimento. Samanta si china a raccoglierla e io posso lasciare andare il ragazzetto. Mi aspetto che balzi il più lontano possibile da me invece si gira all’istante e mi fronteggia.

«Che è successo?», mi chiede.

A me, non a Samanta e mi accorgo di un’altra particolarità. È diverso dal timido e pauroso ragazzo che cambia strada e abbassa lo sguardo ogni volta che mi incrocia in Commissariato. I suoi occhi sono dritti nei miei anche se titubanti, il suo tono è deciso, le sue mani chiuse a pugno come fosso pronto a colpirmi. Lui colpire me? Povero illuso, ma posso immaginare a cosa è dovuto tale cambiamento e non so se esserne divertito o infastidito. Forse più infastidito. Nel suo sguardo leggo le accuse che mi sta rivolgendo e non mi vanno giù. Oltre al fatto che nessuno, a quanto mi risulta, lo ha nominato protettore di Tati.

Arriccio le labbra in un ghigno mentre rinfodero la pistola.

«Non sono stato io a metterla in pericolo, ma tu», preciso. «Tu e la cazzata su Nico Cattaneo. E non sono stato io a cercare di ucciderla in un attentato».

Lo so ho detto troppo, ma è stato intenzionale. Voglio vedere come reagisce.

«Attentato?», sobbalza lui. «Quindi la sparatoria non era legata a Dicenta?»

Milo sbianca poi va da Samanta e la guarda. La guarda tutta, attentamente. Per caso vuole pure toccarla per vedere se è integra?

«Sta bene», taglio corto. «Nemmeno un graffio».

«Stai bene?», le chiede come io non avessi nemmeno parlato. «Stai bene davvero? Ti sei spaventata?»

No, al contrario di lui lei è un’ottima agente quindi ha agito e reagito come avrebbe dovuto se non addirittura meglio. Inoltre, anche avesse avuto paura, c’ero io. E comunque non c’è bisogno di tutta questa sceneggiata. Soprattutto non ho la pazienza di sopportarla. Abbiamo altro da fare.

«Ho detto che sta bene», ringhio, mettendomi tra loro due di modo che Milo si concentri su di me e non su di lei. «E non siamo qui per quattro chiacchiere. Devi darci una mano».

«Perché?», chiede lui.

Che significa perché? Non ha capito cosa ho detto?

«Hanno cercato di ucciderla», ripeto affinché gli sia chiaro. «E abbiamo bisogno di una mano. Mi sembrava di aver capito che ti ritieni suo amico».

«Intendevo perché hanno cercato di ucciderla. C’entri qualcosa tu? O magari il fatto che il Commissario Capo vi ha messi a lavorare insieme? Perché a me quella storia non torna».

Non deve tornare a lui infatti, ma almeno significa che il cervello lo sa usare bene, tuttavia se crede che dirò a lui la verità quando nemmeno Samanta ne è a conoscenza, mi ha sottovalutato parecchio. E non si sognasse di condizionare il suo aiuto a tali rivelazioni.

Faccio un passo avanti e poi un altro, minaccioso, denti serrati e pugni stretti, e lui torna ad avere paura di me. Arretra fino alla parete fondendosi quasi con essa pur di starmi più lontano possibile e io mi chino di modo che mi guardi dritto negli occhi.

«Vuoi aiutarla o no? Perché l’unico motivo per cui siamo qui è evitare che ci trovino. Che trovino lei», sottolineo. «Altrimenti posso anche credere che tu sia complice in quanto accaduto e spaccarti direttamente la faccia».

«Per favore, Milo», aggiunge con dolcezza Tati.

Per favore un corno.

Appoggio la mano chiusa a pugno vicino al suo capo, dando anche un piccolo colpo alla parete che vibra leggermente, e vedo il pomo di Adamo di Milo alzarsi e abbassarsi.

«Va bene», accetta.

E ci voleva tanto?

«Che vi serve?»

Ecco, qui viene la parte più difficile perché in realtà non ho idea se lui ne sia davvero in grado. In caso contrario, siamo nella merda. Dovrò separarmi da Tati per tenerla al sicuro, ma come posso lasciarla da sola contro tutto questo?

Digrigno i denti. Non posso. È troppo pericoloso. Quindi lui deve assolutamente esserne in grado.

«La cavigliera», sputo fuori con il tono roco a causa dei pensieri cupi che mi tormentano. «Devi disattivarla. È un bersaglio sulle nostre schiene».

«Disattivarla? Ma sei impazzito?»

Quello di Milo è un vero e proprio urlo pieno di ansia.

«Ma hai idea di cosa stai chiedendo?»

Mi prende per il culo?

«La porto io, non tu e da tanti anni», gli ricordo. «Certo che ho idea».

Il meglio che mi può andare è l’arresto, il peggio è la morte. E non solo la mia.

«Ma tu hai idea di cosa accadrà se invece continuo a tenerla e tutti potranno sapere all’istante dove sono?».

«Che stai dicendo? Non tutti», obietta lui. «Solo le autorità possono accedere alla tua posizione».

Già ed è proprio questo il punto, quello su cui alla fine si torna sempre. Il nodo fondamentale. È il caso che Milo ne venga a conoscenza? Be’, visto che gli sto chiedendo aiuto per infrangere la legge, direi sì.

«È vero, non tutti», preciso. «Solo la polizia, il che significa proprio le persone che vogliono far del male a Tati».

Concedo a Milo qualche secondo per realizzare. Per assorbire le mie parole, farle penetrare nel cervello, elaborarle e quindi comprendere appieno, ma passano i secondi e lui resta immobile come uno stoccafisso. Tutto ciò che si muove nella sua persona sono gli occhi che vanno da me a Tati, da Tati a me e anche il petto è scosso da respiri veloci e corti, ma il resto pare appartenere a un morto. È svenuto in piedi?

Forse dovevo avere più tatto. Lui non è Samanta.

«Milo?», interviene proprio lei.

Va vicino al ragazzo e gli prende una mano tentando di risvegliarlo da questa specie di trance in cui è caduto ma c’è un sistema più pratico di accarezzargli dolcemente il palmo.

«Uno schiaffo funziona meglio», le suggerisco. «A mano aperta, mi raccomando».

«Dagli un attimo», afferma Tati, lanciandomi un’occhiataccia.

È inutile faccia l’indignata. Se per ogni cosa dobbiamo aspettare, dare tempo, avere tatto e rispettare la sensibilità del ragazzino, che, per inciso, sarebbe un tutore della legge e quindi dovrebbe essere abituato ad avere nervi saldi e sangue freddo, ci metteremo tutto il giorno. E noi non abbiamo tutto il giorno. Anzi, forse non abbiamo nemmeno un’ora.

Basta con le stronzate.

«Vuoi riprenderti o no?», urlo così forte che persino fosse morto si risveglierebbe. «Tati è in pericolo, ricordi? Devi disattivare la dannata cavigliera».

Finalmente Milo mostra un segno di ripresa. Sbatte gli occhi, poi volta la testa verso il salotto e lentamente si avvia in quella direzione. Cammina con passo dapprima lento e barcollante, poi sempre più sicuro, verso un tavolino in un angolo. C’è un computer su quel tavolino. Che si sia deciso?

«Puoi farlo?», gli chiedo, raggiungendolo speranzoso. «Puoi disattivarla?»

Milo non risponde. Si china ad accendere il computer poi comincia a battere sulla tastiera. Sullo schermo si aprono alcune finestre ma non ne capisco il senso. Si aprono e si chiudono, si sovrappongono e scompaiono, mutano e scorrono a una velocità tale che non riesco a leggere nemmeno una parola. E anche le dita di Milo sono iper veloci. Quasi mi incanto a guardarle mentre premono lettere, numeri e simboli senza che il mio occhio colga qualcosa più della loro scia sui tasti.

Avevo capito che se la cavasse ma non che fosse così bravo ed è una piacevole sorpresa. Ma allora perché non ha ancora risposto? D’un tratto sento le mani sudate.

«Puoi disattivarla?», ripeto con l’agitazione che rende la mia voce stranamente stridula.

Tutta la mia strategia si basa su questo.

«No. È impossibile. La tua cavigliera funziona diversamente dalle altre. Serve un codice di comando preciso per controllarla e non posso né trovarlo né hackerarlo. Se provassi a entrare nel sistema farei scattare l’allarme e ti ritroveresti circondato».

Merda! E ora? Se non posso toglierla devo forzarla, liberarmene e andare a nascondermi, ma a quel punto sarei un ricercato ufficiale e sarebbe ancora peggio. Braccato da tutta la polizia. Eppure che altre scelte mi rimangono? Lasciare Tati da sola? Non se ne parla. So cosa significa e non le farò passare un tale Inferno. Non a lei.

E va bene. Se allarme deve essere, che allarme sia.

Afferro la mia pistola ma l’ho appena presa in mano che sento qualcosa appendersi al mio braccio. O forse dovrei dire qualcuno. È Samanta.

«Che cazzo fai?», grugnisco.

«Che fai tu. A che ti serve la pistola?»

Se si preoccupa tanto per il suo amichetto del cuore può stare tranquilla.

«Non è mia abitudine sparare a qualcuno a sangue freddo», sbuffo.

Lei sgrana gli occhi.

«E non è mia abitudine credere il mio partner capace di farlo», sbuffa ancora più forte di me. «Mi chiedo perché tu debba sempre pensare il peggio di me».

Il problema non è che penso il peggio di lei, ma che non capisco perché, a differenza degli altri, lei non pensi il peggio di me. Perché si fida così tanto? Perché non mi crede mai in grado di compiere azioni orribili? Perché insomma non mi disprezza? Nemmeno adesso, che se ne sta appesa al mio braccio tipo scimmia sul ramo di un albero e mi guarda con quegli occhi grandi e chiari, in un’espressione che è un misto di offesa, delusione e dolcezza, tanto che il mio primo istinto è quello di baciarla.

Baciarla? Ci manca solo che mi metto a baciarla solo perché è diversa da chiunque io abbia mai incontrato. Anche perché non devo dimenticare il motivo di questa sua diversità. Lei non sa e se sapesse avrebbe paura come tutti gli altri.

Stizzito per questo ultimo pensiero mi libero della sua presa e della sua eccessiva vicinanza, poi torno a concentrarmi sul mio compito.

«Non possiamo rischiare!», esclamo.

Alzo il braccio pronto a colpire il dispositivo, ma stavolta è Milo a intervenire.

«Ma non c’è bisogno di rompere nulla. Ho detto che non posso disattivarla non che non posso aiutarvi».

Vuol dire che c’è un’altra soluzione? E che cazzo aspetta a dirlo?

«Anzi direi che il mio modo è persino migliore della disattivazione», continua compiaciuto.

Il suo modo? Lo ha brevettato per caso? Ed è inutile si giri verso Samanta e si apra in un sorriso compiaciuto. Le parole non la salveranno.

«E puoi darti da fare e metterlo in atto oppure aspetterai il suo funerale?»

Lui si schiarisce la voce, tornando a fissare lo schermo.

«Non ci vuole molto», mormora mentre riprende a picchiare sulla tastiera. «Di fatto disturberò il GPS della cavigliera e farò in modo che trasmetta le coordinate che io gli dirò di trasmettere. Così potrai andare dove vuoi, facendo credere loro che sei altrove».

Sarebbe davvero fantastico.

«C’è solo un problema. Devo inserire a mano le coordinate di volta in volta. Non posso programmarle».

«Vuoi dire che sarò molto statico?»

«Voglio dire che di tanto in tanto dovrò cambiare posto. Se vanno a controllare per cercarti e notano che il puntino luminoso è fisso, si insospettiranno».

Questo non è un problema.

«Allora ogni tanto sposterai il puntino esattamente dove ti dirò io. Adesso, per esempio, sono a casa».

Gli batto una mano sulla spalla di modo che operi subito la magia, ma Milo mi scruta attraverso il riflesso sullo schermo e non sposta un bel niente. Al contrario mi studia con attenzione e più i secondi passano più vedo la rabbia crescere in lui insieme a diffidenza e sospetto.

So bene che cosa gli sta passando per la testa e non mi aspettavo nulla di diverso. Insomma, io sono Mad Dog, giusto? Eppure se ha qualcosa contro di me deve dirlo apertamente. Non continuasse a fare il santarello solo per fare bella figura con Samanta. Mostrasse un po’ di palle.

«Cosa c’è che non va? Hai cambiato idea?», lo sfido, sogghignando sprezzante.

Lui pare riflettere attentamente sulle mie parole o forse su quali usare, poi finalmente si decide.

«Stai accusando la polizia di voler uccidere qualcuno. Sono i nostri colleghi, i tutori della legge, i buoni. Mentre tu sei il criminale. Colui che ha tradito proprio quei colleghi e tutta la città. Perché dovrei crederti? Perché per me deve avere più valore la tua parola piuttosto che ciò in cui credo e ho sempre creduto?»

Infatti non deve. Mi interessa solo che mi aiuti. Poi per quanto mi riguarda può pensare ciò che vuole. Anche odiarmi. E sto per dirglielo in faccia quando Samanta mi precede.

«Perché non avrebbe alcun motivo di mentire e perché ormai ho perso il conto delle volte in cui si è preso cura di me. Se gli credo io, puoi farlo pure tu».

È incazzata. Il suo tono, la sua postura, il suo sguardo… Samanta è incazzata nera con Milo per le sue parole contro di me e vederla accendersi in mia difesa mi procura un’incredibile soddisfazione. Incredibile e insensata. Oltre al fatto che continuo a trovare ridicola questa sua cieca fiducia, non ho certo bisogno che lei mi difenda. Faccio da solo.

«Fai quel che cazzo ti pare», comincio brusco e non certo perché sono arrabbiato.

Non provo proprio niente nei confronti di Milo. Semplicemente ho puntato tutto su di lui e non posso mettermi a studiare ora un’altra strategia.

«Credimi oppure no, fidati oppure no, ma il poco tempo a nostra disposizione è stato concesso a te e non intendo più chiedertelo con le buone. O lo fai o lo fai. La scelta è tua».

«Non ho alcuna scelta in realtà».

Sì, il concetto è proprio quello e deve essergli arrivato finalmente al cervello perché preme tre tasti, non di più, poi sospira desolato.

«Fatto!»

Fatto? Così e basta?

«Fammi vedere!», tuono e spero per lui che non mi stia fregando.

«Ora chi è che non si fida?», mi accusa.

Io, ma non è una novità.

Milo apre una mappa sullo schermo ed ecco un cerchietto luminoso che lampeggia. Il punto è proprio quello di casa mia e solo in questo momento mi accorgo di un dettaglio che finora mi era sfuggito.

Un dettaglio non di poco conto. Fanculo!

Do un calcio alla sedia di Milo che cade malamente a terra poi lo agguanto e lo sbatto contro la parete. I suoi piedi sono sollevati da terra di almeno mezzo metro mentre con una mano lo tengo per il collo e con l’altra per la spalla. Ma non gli sto facendo male, non ancora almeno e infatti, oltre alla paura che gli secca la bocca, non ha problemi a parlare.

«Che… Che fai», balbetta.

Quello che devo.

«Mad! Lascialo!», urla Tati, strattonandomi il braccio, ma no, non lo lascio.

Non prima che mi abbia spiegato. E spero per lui che abbia davvero un’ottima giustificazione altrimenti questo sarà il suo ultimo mezzo minuto sulla faccia della Terra.

«Come lo sapevi?», gli chiedo così furioso che la voce pare uscire direttamente dalla tomba. «Come cazzo sapevi il mio indirizzo? Non te l’ho detto eppure tu lo sapevi».

«Mi… Mi sono informato».

E questo lo avevo capito. La domanda è un’altra.

«Perché? Te lo ha chiesto qualcuno? Dovevi tenermi d’occhio?».

Lui scuote il capo veloce e con gli occhi fuori dalle orbite.

«No, certo che no. Volevo capire. Solo capire».

Capire cosa? E perché non si decide a sputare fuori il rospo? Oppure devo cominciare a stringere la presa e a fargli mancare l’aria?

Digrigno i denti e Milo comincia a parlare, anche troppo. Tira fuori un fiume di parole, una dietro l’altra, veloci, agitate, mezze mangiate ed è davvero un’impresa seguirlo.

«Mi puzzava», borbotta. «Non mi è mai tornato il discorso della tua presenza tra noi e men che meno della stima di cui hai sempre goduto, ma la storia di te e Sam insieme... La nuova arrivata con il cane rabbioso. Era contro ogni logica e ogni ragionevolezza. E poi Bonfigli esce di scena e rimanete voi due da soli. Ma stiamo scherzando? Quale Commissario Capo farebbe mai una cosa simile? A meno che a me manchino informazioni. Qualcosa che renderebbe tutto chiaro. Eppure è tutto molto strano, troppo e non voglio che Sam corra pericoli. La conosco da poco ma mi è subito piaciuta».

Che gli era piaciuta si era capito. Posso quasi pattinare sulla bava che ogni volta lascia dietro di lei. Ma questo che cazzo c’entra con tutto il resto?

«Così l’ho detto anche a Sam. Avrei indagato prima che succedesse qualcosa di cui avrei potuto pentirmi. Mi sono rimboccato le maniche e stamattina ho recuperato il tuo fascicolo e non solo. Ho tirato fuori tutti i verbali in cui compariva il tuo nome. Le indagini, il processo, la condanna… Fino alla richiesta di libertà vigilata avallata da Santorini. Ma non mi sono fermato a quello».

Perché, non gli bastava?

«Ho preso dall’archivio tutti i casi in cui tu sei stato coinvolto compreso quello…»

Lascio andare Milo di schianto prima che dica troppo. Non deve osare pronunciare quel nome. Tati non deve sapere, non ancora, ma quando lui si accartoccia a terra e alza il capo su di me, con uno sguardo che oserei quasi chiamare di sfida, è un altro nome quello che pronuncia.

«Compreso quello di Emilio Guercini. È stato il tuo ultimo, vero?»

Inspiro mentre sento il cuore rimbombarmi fino alla testa.

Il mio ultimo? Non ne ha idea.

«Comunque è così che ho letto il tuo attuale indirizzo. Non ti stavo tenendo d’occhio».

No, forse no, ma in realtà ha fatto qualcosa di ben peggiore.

«Ti ha visto qualcuno?», ruggisco.

Milo sbatte gli occhi.

«Visto a far cosa?»

Secondo lui cosa?

«Qualcuno ti ha visto reperire tutta questa roba su di me? Si sono accorti che hai scaricato il mio dossier, il processo o i miei vecchi casi?»

«Quelli del processo sono atti pubblici e come poliziotto posso accedere all’archivio e…»

Risollevo Milo da terra per rimetterlo nella stessa identica posizione di prima.

«Hai nascosto le tue tracce o no?»

«Sì», afferma, lanciandomi un’occhiataccia. «Non volevo sapessero che stavo indagando su una decisione del Capo. Non sono stupido come credi».

Nessuno lo ritiene uno stupido. Solo un ficcanaso che non si rende conto del vespaio in cui le sue azioni possono infilarlo.

Lo rimetto al suolo lasciandolo andare e lui con gesti nervosi si sistema la divisa che gli ho sgualcito. La sua bella e immacolata divisa. Se sapesse!

«Mad», mi richiama Samanta. «Cosa c’è che non va?»

È quello che sto tentando di capire. Non avevo previsto che questo ragazzetto fosse deciso a indagare sul passato. Ma perché non si è fatto i cazzi suoi? E se avesse attirato l’attenzione? Se magari l’attentato fosse proprio a causa delle sue ricerche? E se ora fosse anche lui un bersaglio?

Inspiro a fondo per riordinare le idee e valutare al meglio la situazione ma non mi è facile con lo sguardo di Samanta addosso. È come un pungolo infuocato e mi impedisce di concentrarmi. Ho bisogno di stare da solo. Magari anche di prendere una boccata d’aria, ma sono sicuro che se provassi a uscire Samanta mi verrebbe dietro.

«C’è un bagno?», domando.

Lì almeno non può seguirmi.

«È una casa. Certo che c’è un bagno», borbotta Milo.

Non avrebbe tanta voglia di fare lo spiritoso se sapesse che forse anche lui adesso è in pericolo.

«E posso sapere dove? O devo andare in giardino?»

«Ultima porta a destra».

Mi giro in quella direzione quando Samanta appoggia la sua mano sulla mia spalla. Il suo tocco è più rovente del suo sguardo o forse sono solo io che sono diventato fin troppo sensibile a lei. Contraggo i muscoli per nascondere il fremito che mi scorre nel sangue e le lancio un’occhiata da sopra la spalla.

«Vuoi seguirmi anche lì?», la sfotto, per scrollarmela di dosso.

«No. Volevo solo dirti che se preferisci prendere una boccata di aria, lo capisco e resterò qui».

Come fa? Come riesce a leggermi dentro?

Il fremito si spande dal sangue, alle ossa, ai nervi… Riverbera in ogni cellula e ha ragione lei. Meglio se vado a prendermi questa boccata d’aria. Magari anche due.

«Torno subito», la rassicuro.

«Nessun problema. Sta con me», s’intromette Milo.

Gli piacerebbe vero? Invece di pensare alle stronzate, pensasse a non combinare altri guai. Ne sono successi fin troppi a causa del suo intervento.

«Qualsiasi cosa le accada, ti riterrò responsabile», lo minaccio.

«Tutto ciò che accadrà è che mi metterò subito a leggere quei file. Qualcosa mi dice che vi troverò cose molto interessanti sul tuo conto».

Milo socchiude gli occhi nonostante siano pieni di timore e credo questa sia la sua massima versione di una minaccia. E sinceramente non so se ridergli in faccia o incazzarmi. Cosa crede di fare? Screditarmi? Agli occhi di chi? Forse Tati? Senza forse, sicuramente e questo è anche più ridicolo perché lei prima o poi scoprirà chi sono davvero e smetterà di avere questa stupida fiducia che l’ha spinta addirittura a vedermi come un maestro.

Un maestro! Che emerita stronzata!

Non sono niente. Solo uno scarto della società. Sì, la verità è proprio questa. Non c’è proprio nulla da screditare. Non ho più un nome da difendere o una dignità. Non ho più nulla da molto tempo, motivo per cui non ha nemmeno senso che io sprechi fiato ed energie a incazzarmi con un ragazzetto pieno di illusioni e sogni. Tanto non cambierebbe nulla e non cambierà mai. Questa è la conseguenza delle mie scelte e sono ormai abituato a portarne il peso.

Eppure… Eppure forse per la prima volta, mentre i miei occhi si posano proprio su Tati, tale peso mi appare insostenibile.

Come cambierà lei quando saprà? Sicuramente smetterà di guardarmi con occhi dolci e gentili, di sorridermi e di toccarmi anche. Ma che altro? Arriverà anche a disprezzarmi? Quando le rivelerò cosa accadde, come reagirà?

Ma è inutile stare qui a pormi simili domande. Lo saprò molto presto perché non potrò tenere a lungo il segreto. Forse qualche altra ora, ma non di più.

Serro i denti mentre faccio un altro lungo respiro poi senza dire niente né a lei né a Milo, do loro le spalle e me ne vado. Solo alcuni minuti. Il tempo per quella famosa boccata d’aria.

 

 





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