Scritto il 18/08/2026
da MARIKA SM


⏱ ~17 min · 3363 parole

Mad Dog – Di nuovo!

 

Che diavolo mi è preso? Perché me ne sono uscito con la storia di suo padre?

Eppure quando lei per l’ennesima volta ha proclamato la sua totale fiducia in me e mi ha sorriso, ho sentito uno strappo. Qualcosa di così profondo e intenso che mi ha destabilizzato fino a farmi barcollare. Se non volevo cadere per terra, dovevo fare in modo che tutto finisse in quell’istante perché non potevo più sopportare che lei mi dedicasse quegli occhi luminosi sapendo che presto mi avrebbe guardato come tutti gli altri. E cosa mi restava se nemmeno quel maledetto filmato del mio arresto era servito?

Ma ecco cosa ho combinato. E non parlo della pistola che lei mi ha puntato al petto o della sofferenza che il mio egoismo le ha procurato, né di tutto ciò che mi è sfuggito dopo, delle sue mani che mi stanno ustionando il viso e del suo sguardo che mi trapassa i vestiti, la pelle, il sangue e le ossa, ma del fatto che ora lei è più vicina alla verità. Troppo vicina. Ed è vero, avevo detto che avrei potuto mantenere il segreto ancora per poco, ma è stato troppo poco e ora lei non avrà pace. Non si darà per vinta fino a che non sarà arrivata in fondo. E in fondo c’è solo una fredda e buia fossa.

Sono un coglione. Un coglione egoista, ma posso ancora rimediare. Posso ancora evitare che vada troppo in profondità. Basterà solo…

Non ho il tempo di finire il pensiero. Un tuono scuote la casa e ogni altro pensiero viene spazzato via dalla necessità di proteggere Samanta.

«Stai giù», urlo, poi mi butto a terra insieme a lei.

La proteggo come meglio posso mentre rotoliamo sul pavimento, ma non è una bomba quella che ha fatto tremare mura e pareti. Alla prima deflagrazione ne segue una seconda, una terza e una quarta, in successione e allora comprendo. Comprende anche lei in realtà.

«Stanno buttando giù il portone blindato», afferma in un mezzo singulto.

Sì, esatto.

«Chi? La polizia?»

Chi sia non lo so e non mi importa, come non mi importa il loro bersaglio. Me, lei… Fa poca differenza. Ciò che mi importa è uscire da qui il prima possibile, prima che la situazione peggiori.

Il bagno è un vicolo cieco, senza finestre e faremo la fine dei topi. Apro la porta di scatto e la lancio fuori, letteralmente, ma la situazione non migliora, al contrario. Abbiamo appena raggiunto la sala che alcune finestre vanno in frantumi e piccoli ordigni fumogeni rotolano sul pavimento.

Fanculo! Non c’è più tempo.

Corro verso le bombolette calciandole più lontano possibile poi mi copro bocca e naso, ma il fumo sta già invadendo ogni angolo, occhi e gola pizzicano e mi ritrovo a cercare Samanta tra le lacrime e i colpi di tosse. È chinata su Milo e sta controllando le sue condizioni.

Maledizione!

«Fuori di qui!», ordino.

Lei tuttavia non ascolta. Nemmeno mi vede, troppo impegnata ad aiutare il ragazzo. Sta piegata su di lui e gli tiene la propria maglietta premuta sul viso.

Lei sta proteggendo Milo? Cosa non capisce del fatto che cercano noi? Purtroppo c’è solo un sistema che funziona con lei. La raggiungo con un balzo, mi tolgo a mia volta la maglietta e gliela metto sul viso poi la strappo via dal suo giovane amico.

«Ho detto fuori di qui», le ripeto a pochi centimetri dalla faccia.

«Milo non ce la fa», farfuglia.

Certo che non ce la fa e non mi aspettavo il contrario. È praticamente mezzo svenuto, con il corpo scosso da violenti attacchi di tosse e gli occhi bruciati e gonfi, ma è inutile io stia qui cercando di farla ragionare e se provassi a portarla via a forza sarebbe pure peggio.

Mi piego e sollevo Milo su una spalla, dopo di che mi piego ancora e sollevo Tati sull’altra.

«Che fai?», protesta lei, dandomi un colpo alla schiena.

La cosa più semplice e veloce.

«Copriti quella cazzo di bocca», ringhio. «E magari permettimi di tenere chiusa la mia».

Tati finalmente tace e io comincio a correre verso il bagno. Non è l’opzione migliore ma è l’unica stanza senza finestre e quindi quella che mi permetterà di restare lucido il più a lungo possibile nella speranza di trovare una soluzione. Sempre che ci sia una soluzione. Se la casa è circondata, la porta saltata e le finestre sorvegliate, da quale parte spero di scappare?

Un pugno di Tati mi raggiunge in mezzo alla schiena, riportandomi bruscamente alla realtà.

«Cristo, ma la vuoi smettere…»

«La soffitta», mi indica tra un mugugno e l’altro.

Siamo nel corridoio poco prima del bagno e sopra di noi c’è una botola. Di quelle che nascondono una scala retrattile, di quelle che si aprono con una maniglia, di quelle che presuppongono che uno non abbia le mani occupate e due persone a peso morto sulle spalle.

Da solo non ce la farò mai e non sono l’unico a saperlo.

«Ci penso io», si propone Tati.

Purtroppo se voglio uscire da qui non posso oppormi.

La rimetto in terra, o meglio, la sollevo di quei pochi centimetri che le mancano per arrivare alla maniglia ma la scala sta ancora scendendo che un’ulteriore deflagrazione squassa l’aria. E stavolta non si tratta della porta.

Uno sparo!

D’istinto afferro Samanta e la lancio via, ma è troppo tardi per buttarmi a terra. La staffilata di dolore mi colpisce la coscia sinistra, poi va dritta al cervello.

La gamba cede e crollo in ginocchio. L’impatto con il terreno mi strappa un urlo e il corpo di Milo mi sfugge dalle mani. Ma non è lui a preoccuparmi. Samanta è salva?

È l’unico pensiero che mi attraversa la mente.

«Tati», chiamo, tuttavia non ricevo risposta.

Sento solo un rumore di passi sempre più vicini, due voci, forse tre, ovattate e confuse, che si nascondono in mezzo al fumo e il cuore che mi bombarda le tempie.

«Tati!», ripeto, quasi soffocando, non so se per il fumo che mi ostruisce naso e bocca o l’ansia.

«Eccomi. Ci sono».

Due mani, le sue mani, mi raggiungono le spalle, poi il collo, il viso e i miei polmoni tornano a riempirsi almeno di quel po’ di ossigeno che mi permette di non darmi per vinto. 

Mi alzo in piedi, nonostante il dolore, nonostante il peso di Milo che mi sono caricato di nuovo sulle spalle e nonostante riprenda anche Samanta.

«Sei ferito, Mad», urla, provando a scendere. «Non puoi».

Non posso cosa? Fuggire? Portare fuori sia Milo che lei? Posso eccome invece. L’unica cosa che non posso è salire in quella soffitta. Siamo troppo esposti. Mi acquatto quindi più vicino possibile alla parete e studio la situazione.

Purtroppo però c’è poco da studiare. Non abbiamo nemmeno più le pistole. Sono cadute da qualche parte durante lo scontro e il fumo impedisce di ritrovarle. Non so se stanno entrando né quanti sono e non abbiamo molte possibilità. Anzi, direi solo una e per di più da attuare senza pensarci due volte. Quindi non ci penso. Agisco e basta.

«Reggiti forte», le ordino e comincio a correre verso la finestra in fondo, una di quelle rimaste intatte.

Non importa se a ogni passo sento la mia carne lacerarsi, corro e basta stringendo i denti e, appena raggiungo il davanzale, apro il vetro e mi lancio all’esterno.

È buio, non vedo quasi niente, ma mi lancio lo stesso.

Il terreno è più in basso di quanto credessi e l’impatto con esso mille volte più doloroso. Per non parlare delle frustrate che hanno raggiunto la mia faccia durante il volo.

Impreco mentre la sofferenza mi annulla i sensi e forse per qualche istante li perdo proprio. Non lo so, non ne sono sicuro, ma quando torno a riaprire gli occhi Samanta è sopra di me, con le mani che mi circondano il viso e la voce tremante di paura.

«Mad. Mad, svegliati. Mad!»

«Ci sono», biascico tra un singulto e l’altro.

Cazzo! La gamba fa un male del diavolo e fatico a connettere ma mi è fin troppo chiaro che non possiamo restare qui. È già tanto se non siamo caduti in braccio ai nostri nemici.

E a proposito di nemici… Dove sono? Quanti sono?

Mi metto a sedere di scatto pronto ad affrontarli, ma mi muovo troppo velocemente. La vista si sfoca, lo stomaco si contorce e sono sul punto di svenire di nuovo, quando Samanta mi appoggia una mano sulla schiena. Il contatto con quelle dita calde è la mia ancora per la realtà. Mi aggrappo mentalmente a esse e riesco a restare lucido, almeno quel tanto che mi serve per notare la mia gamba fasciata con un pezzo di stoffa. Corrugo le sopracciglia.

«E questa cos’è?»

«La mia canottiera».

La sua canottiera? Quindi è rimasta come? Nuda? Sbatto gli occhi e in effetti noto che dalla vita in su è coperta solo dal reggiseno. Devo essere ridotto proprio uno straccio se non mi ero accorto nemmeno di questo.

«È solo una medicazione improvvisata, ma almeno ferma un po’ il sangue», farfuglia imbarazzata sotto il mio sguardo che non la molla un istante, tuttavia non era la medicazione a impensierirmi quanto le sue implicazioni.

Quanto sono stato svenuto? E dove sono i nostri avversari? Non li vedo e non li sento nemmeno.

«Cosa è successo?», chiedo ancora.

«Se ne sono andati».

Andati? E ci hanno lasciato fuggire così?

«Non ci hanno visto», spiega senza che io abbia bisogno di domandare.

Immagino di avere tutti i miei dubbi scritti in faccia.

«Qui è impossibile».

Samanta indica sopra le nostre teste e all’improvviso capisco ogni cosa. Non solo la causa delle frustrate sul mio viso durante la caduta, ma anche il motivo per cui siamo scampati a questo secondo attentato.

Ci troviamo in un piccolo boschetto proprio sotto la casa – l’abitazione deve sorgere su un rilievo – e a destra, sinistra e sopra, non vi sono altro che alberi. Fitti e alti alberi le cui fronde nascondono persino il cielo notturno ai nostri occhi. Dubito chiunque sia fuori dal bosco possa vedere cosa vi si nasconde all’interno. Praticamente siamo stati inghiottiti da una buca nel nulla. Ecco perché qui non c’erano nemici appostati ed ecco perché questo bosco è appena diventato il nostro miracolo.

«Gli alberi proteggeranno la nostra fuga».

«Fuga?», sussulta lei.

Perché quella faccia sorpresa? Vuole passare qui la notte? Siamo scampati alla sparatoria, ma nulla toglie che quelli possano tornare, cercarci, darci la caccia.

«Dobbiamo andarcene e anche velocemente», ribadisco.

Lo sguardo di Samanta scivola sulla mia gamba e comprendo qual è il vero problema per lei.

«Mad, la tua gamba…»

«La mia gamba non ha nulla che non vada», la blocco prima che se ne esca con qualche stronzata sul fatto che sono ferito.

Vogliono ammazzarci e non c’è posto per ferite o altro. E poi l’adrenalina mi aiuterà ad attenuare qualsiasi dolore. Non possiamo bruciare il vantaggio acquisito.

Tati non ribatte ed è meglio così perché, per quanto io stia facendo il duro, non so quanta forza avrei per poter sostenere una discussione. Le mie energie sono impegnate a contenere il dolore, inoltre, nonostante la fasciatura, la ferita sanguina e mi sto indebolendo velocemente. No, non c’è tempo.

Prendo un bel respiro, stringo i denti e mi rimetto in piedi. Il dolore è come una lancia che mi trafigge da parte a parte, ma soffoco ogni gemito o smorfia perché nessuno oltre me se ne accorga.

O almeno è ciò che mi piacerebbe. In realtà ho appena raggiunto la posizione eretta che mi sento come mi avessero staccato la gamba dal corpo. Il fiato si spezza, le gambe tremano e sto per ripiegarmi su me stesso quando qualcosa mi sorregge. No, non qualcosa ma qualcuno. Tati si insinua sotto la mia ascella e mi circonda le spalle con un braccio.

«Ti reggo io», sussurra dolcemente.

Lei? Lei regge me? Se non stessi così di merda scoppierei a ridere. Ma sto di merda e sono anche parecchio nervoso.

«Non essere ridicola», sbuffo.

«No, per quello basti tu. Forza, appoggiati e cammina», insiste e mi circonda anche con l’altro braccio.

Appoggiarmi, eh? Forse ha dimenticato un piccolo particolare.

«E Milo?».

Sì, c’è anche lui. Il ragazzo deve aver inalato troppo fumo o magari è solo andato nel panico, fatto sta che è svenuto e dubito lei voglia abbandonarlo. Insomma, pare brutto a me lasciarlo qui nonostante i miei dubbi sul un suo possibile coinvolgimento si siano riaccesi e la molto poca simpatia nei suoi confronti. Posso immaginare cosa ne pensi lei.

«Porta lui», le suggerisco. «Io faccio da solo».

Samanta si china, immagino per seguire il mio consiglio – quanta solerzia! – poi però fa qualcosa che non avevo previsto: controlla le sue condizioni. Ausculta il polso, preme due dita sulla carotide, si china con l’orecchio vicino alla bocca… Poi si rialza e torna a circondarmi con le braccia.

«Non è ferito», afferma. «Il polso è regolare e anche il respiro».

E quindi? Che intenzioni ha? Dargli un calcio e svegliarlo? Non sarebbe male, ma se fosse così semplice ci avrei pensato io.

«Anche svegliandolo avrà bisogno di sostegno», le faccio notare.

«Appunto. Per questo lui resta qui».

Credo di non aver capito bene. E cos’è questo suo tono tanto gelido? Non gliel’ho mai udito prima d’ora ed è così strano in lei che sento una specie di brivido lungo la spina dorsale.

«Qui? Vuoi lasciarlo qui?»

«È solo svenuto ed è troppo rischioso portarcelo dietro. Non sappiamo nemmeno come ci hanno trovati e meno siamo meglio è. Comunque i bersagli siamo noi, non lui, quindi qui nel bosco non correrà pericoli».

Chi? Cosa? Come? Che cazzo le è successo? Dov’è la ragazza dolce e gentile sempre pronta ad aiutare il prossimo? Di cane rabbioso qui ce n’è solo uno e non è certo lei. Ma forse ho capito: è un imbroglio, anche se senza senso.

«Guarda che non c’è bisogno di usare la psicologia al contrario», sbuffo infastidito.

Mi crede così scemo?

«Ti ho già detto di portarlo con noi».

«Sì e io ho detto che resta qui», tuona, mentre i suoi occhi baluginano di determinazione.

Nessuna esitazione o tremolio.

Sta facendo sul serio? Ma non ha senso.

«Fino a poco fa lo hai difeso», le ricordo. «Lo consideravi tuo amico e ti sei pure arrabbiata con me quando l’ho accusato».

«Lo è? È mio amico?», mi chiede con un’occhiataccia. «In effetti l’ho conosciuto pochi giorni fa. Mi si è subito appiccicato come fossimo vecchi conoscenti, mi ha spinta a entrare nel B&B, poi si è messo a indagare sul tuo conto e ora c’è stato un attacco proprio mentre eravamo a casa sua. È un amico o un grandissimo bastardo?»

Non posso davvero crederci.

«Sospetti di Milo?», quasi balbetto.

«Sospetto del fatto che fin dall’inizio ce l’aveva con te».

Questa è l’accusa principale? Di nuovo, se le mie condizioni fossero meno critiche, scoppierei a ridere.

«Allora puoi sospettare di tutto il Commissariato. Il club dei nemici di Mad Dog è molto affollato», le ricordo.

«No, è diverso. Lui ha insistito fino allo sfinimento per tenermi lontana da te e ha provato in tutti i modi a farmi dubitare. Lo hai visto, no? E non capisco che cosa non ti stia bene ora. Non sei tu che mi insulti sempre perché sono troppo ingenua?»

Sì è vero e non mi manca certo quella ragazza che credeva ciecamente in un ragazzo in nome del suo candido faccino, dei suoi modi garbati e della divisa che portava, solo che questo improvviso cambiamento mi puzza e ciò che puzza è sempre marcio.

Che cosa mi sta nascondendo? È forse successo qualcosa mentre ero svenuto? Non so, magari non è vero che se ne sono andati senza vederci. Magari è tutta una finta. Un bluff per nascondere chissà cosa. Magari lei è costretta a tutta questa sceneggiata per evitare che accada qualcosa a me o al suo amico.

Queste e mille altre ipotesi, una peggiore dell’altra, mi balzano alla mente e l’ansia torna a padroneggiare le mie emozioni.

«È accaduto qualcosa quando ero fuori gioco?», le chiedo con poco garbo.

Lei serra le labbra per alcuni lunghi, infiniti attimi, poi finalmente si decide a parlare.

«Sì, è accaduto qualcosa».

Cosa? Porca puttana, cosa le è successo? La afferro per le spalle e la scuoto mentre l’ansia diventa in collera.

«Ti hanno minacciata? Ti hanno ricattata, convinta in qualche modo a…»

«Niente di tutto questo», mi interrompe svincolandosi e tornando ad abbracciarmi.

Non per sorreggermi stavolta, ma con la testa appoggiata nell’incavo del mio collo e le mani intrecciate alla base della mia schiena. Mi abbraccia come qualsiasi donna abbraccerebbe il proprio uomo e io resto lì, con le braccia aperte come uno scemo e la bocca secca come il deserto. Quando poi lei alza il capo, intrecciando il suo sguardo nel mio, mi ritrovo a trattenere il fiato.

«Ho avuto solo paura. Sono stanca, Mad», sussurra con un tono che è tornato caldo e profondo.

Così profondo che mi sento precipitare.

«Sei ferito di nuovo», sussurra. «E di nuovo per salvare me e di nuovo perché non ho fatto ciò che mi hai detto quando me lo hai detto. Sono stanca di metterti in pericolo con le mie idee e i miei errori. La prossima volta che farai? Morirai?», continua con la voce che s’incrina. «Quindi non importa se Milo è coinvolto o meno, se prima gli credevo e ora non ne sono sicura, il fatto è che non voglio vederti stare ancora male per colpa mia».

Per me? Vuole abbandonare Milo per me? Allora è impazzita sul serio proprio come il mio cuore che, maledetto lui, comincia a battere più forte, come se le sue parole avessero una qualche importanza per me, o fossero speciali. Ma non sono niente, solo il senso di colpa di una ragazzina.

Ecco che cosa ho davanti, niente di più e niente di meno e sarebbe preferibile per me lasciare qui il ragazzo, davvero, ma non le permetterò di compiere una tale stronzata per poi magari un giorno sentirmela pure rinfacciare.

No, col cazzo! Piuttosto preferisco stare male.

Mi schiarisco la gola per dipanare il groviglio di emozioni che mi si sono attorcigliate intorno alle corde vocali, poi mi costringo a distogliere lo sguardo da lei per posarlo proprio su Milo, ancora svenuto e ignaro di quanto sta accadendo.

Beato lui! Anche io avrei preferito mille volte non vivere questo momento. Ma in fondo non è la cosa più difficile che ho dovuto fare in vita mia.

«Va bene», affermo secco. «Se non lo porti tu, allora ci penso io. Milo viene con noi».

«Cosa?», quasi urla lei. «No, tu non farai proprio nulla».

«Davvero?», le domando con un ghigno sadico sulle labbra. «Come se tu potessi impedirmelo».

Mi slaccio dal suo abbraccio e mi chino sul ragazzo. Ogni cellula del mio corpo si contorce dal dolore ma stringo i denti e tengo duro. Anzi tutto ciò dà forza alla mia determinazione, come se in questo momento fossi felice di soffrire. Il dolore e la rabbia sono terreni che conosco e in cui mi muovo bene. Così bene che so che ora viene la parte più difficile: sollevare un peso morto. Eppure non cambio idea. Sento lo sguardo di Samanta su di me, i suoi borbottii, anche una o due imprecazioni a denti stretti, ma vado dritto per la mia strada. È la mia, l’ho scelta io.

Intreccio le braccia sotto il corpo di Milo, una sulle gambe, l’altra sulle spalle, poi inspiro a fondo.

Il mio corpo stramazza al suolo mentre un urlo lancinante echeggia nell’aria. Il mio urlo. Qualcosa di dannatamente duro mi ha centrato in pieno la ferita. Non so cosa sia stato, ma è così devastante che appena tocco il suolo il mio cervello si offusca e il mondo intorno a me diventa tutto nero. Gli occhi si chiudono, la testa gira, l’udito svanisce. Ho solo il tempo di captare un ultimo suono. Un sussurro che mi accarezza come una mano dolce e protettiva.

«Scusa, ma ora sta a me prendermi cura di te».

 

 

 





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