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Samanta – Risveglio
Guardo l’orologio e l’ansia torna a stringermi il cuore. Sono ventiquattro ore che Mad è privo di sensi. Forse l’ho colpito troppo forte. Forse c’era un altro modo di fermarlo senza provocargli tanto dolore, ma se non avessi agito subito si sarebbe fatto ancora più male e non potevo accettarlo. Eppure ho ancora il suo urlo agghiacciante nelle orecchie e finché non vedrò i suoi occhi aprirsi, non troverò pace.
Perché? Perché non li apre? Credo stia bene, che sia solo stanchezza e debolezza, ma è passato un giorno. Un giorno, maledizione! E io sto tremando di angoscia. E se non si svegliasse più?
Cazzate, Sam! Non è morto e non è in coma. È stato ferito, ha perso sangue, ha subito un trauma… È normale.
Normale un corno. Svegliati, Mad!
Mi sporgo verso di lui per controllargli forse per la milionesima volta il battito e il respiro, quando mi pare di scorgere un movimento delle palpebre. Mi faccio più vicina, ma non sono i suoi occhi ad aprirsi quanto le labbra.
«Con cosa mi hai colpito?», sussurra.
Ci metto qualche secondo a rispondere. Sentire la sua voce, seppur flebile, mi mozza il fiato.
«Un bastone», ammetto. «Forse… Forse troppo forte».
«O forse sarebbe bastato colpirmi in testa, almeno provavo meno dolore. Ma non potevo aspettarmi nulla di diverso da una pazza come te».
Non capisco se stia scherzando o meno. I suoi occhi restano sempre chiusi e le labbra si muovono a malapena tanto che devo praticamente stendermi su di lui per udire le parole, ma conoscendolo direi che dice sul serio.
«Va bene, lo tengo presente per la prossima volta», lo provoco per tentare di stemperare la tensione.
Non so se vi riesco, ma almeno ottengo di vedere le sue palpebre sollevarsi. Lo sguardo è un po’ appannato eppure quando punta dritto nel mio, mi fa l’effetto di sempre: mi trafigge.
«La prossima volta mollo te insieme a Milo», grugnisce, poi prova a mettersi a sedere.
Allungo le mani per aiutarlo ma con uno schiaffo me le allontana.
«Non ho bisogno di aiuto».
È arrabbiato, non avevo dubbi e la situazione non migliora mentre si guarda intorno. Esamina ogni particolare del luogo in cui siamo, dalle lenzuola a fiorellini che lo ricoprono, ai raggi di sole che come lame colpiscono le tende di lino alle finestre, alle pareti ricoperte di poster e quadri. Quando la sua attenzione torna su di me ha le pupille dilatate e scure come la notte appena passata.
«Dove siamo? Come ci siamo arrivati? E chi mi ha portato?», domanda a raffica.
«Da un’amica, in taxi, io», sono le mie risposte altrettanto a raffica.
Non so quale delle tre lo sconvolga di più, forse tutte e tre, ma prima che esploda in un’altra delle sue battute molto poco carine su quanto io non capisca niente, gli tappo la bocca con la mano.
«Non urlarmi contro e fammi spiegare», lo blocco, cominciando a raccontare. «Venivamo sempre qui per qualche week end fuori porta con mamma e papà. È un piccolo paesino lontano trenta chilometri dalla città. Ho rubato la divisa di Milo per cui il tassista non ha fatto domande quando vi sono salita sporca di sangue e trascinandomi dietro un uomo svenuto, e comunque non mi sono fatta portare qui. Ho dato un indirizzo lontano da questa abitazione venti chilometri, dove poi ho chiamato un secondo taxi. Dopo cinque chilometri siamo scesi e ne ho chiamato un terzo e così via, fino ad arrivare a destinazione con il sesto taxi. Non ho dato nomi e ho pagato in contanti, quelli trovati nel portafoglio di Milo. Insomma, non capirò niente, ma qualcosa sì e per un po’ dovremmo essere al sicuro».
Ecco ho finito. Anzi no, ci sono due ultimi dettagli.
«La padrona di casa, Sonia, è una vecchia amica di mia madre. Mi ha vista crescere. Non ha fatto e non farà domande. Possiamo fidarci. Per lasciarci in pace è andata via per qualche giorno. Per quanto riguarda la tua ferita… Sonia è veterinaria. Ti ha medicato lei. Ora, se vuoi, puoi incazzarti».
E con questo, ho finito davvero.
Inspiro a fondo e ritiro la mano. Mi aspetto che lui cominci subito a urlare o grugnire o uno dei suoi soliti modi di fare, invece resta in silenzio a osservare la propria fasciatura. Non so se sia un segno positivo o meno. Le mie spiegazioni lo hanno tranquillizzato o è solo la calma prima della tempesta?
Resto in attesa di capire, ma i secondi passano e Mad continua a guardare la propria gamba senza proferire parola. Anche l’espressione è imperturbabile.
«Qualcosa non va?», mi decido a chiedere dopo un po’.
Lui non solleva nemmeno la testa e questo mi preoccupa più di tutto il resto. È come se dormisse in piedi e dubito di averlo mai visto tanto calmo.
«Mad, ti senti male?»
Mi abbasso per incrociare il suo sguardo, tuttavia è lui stesso a cercare il mio e, finalmente, a rivolgermi la parola.
«Come diavolo hai fatto a trascinarmi via da quel bosco e poi in tutti questi spostamenti?», chiede. «Sono il doppio di te».
La verità è che non ne ho idea.
«L’ho fatto e basta. Immagino per tenacia e testardaggine. Non mi mancano», provo a scherzare.
«Sono molte le doti che non ti mancano», borbotta.
Aspetta e questo cos’era? Un complimento?
«Almeno tante quanti sono i difetti».
Ecco, mi pareva, ma meglio così. Mi stavo davvero preoccupando. È già destabilizzante non trovarmi davanti Lucifero in persona dopo ciò che ho combinato, se comincia anche a dirmi cose carine, lo porto subito all’ospedale.
«Tati», mi chiama, distogliendomi dai miei pensieri. «Da quanto siamo qui?»
Guardo l’orologio.
«Più o meno trenta ore».
«Ho dormito per più di un giorno?», sussulta.
Mad tocca il braccialetto di sorveglianza tirando un sospiro di sollievo e ora capisco per quale motivo si era fissato sulla gamba. Si stava chiedendo se era scattato l’allarme.
«Forse Milo non è coinvolto», mormoro.
Non so cosa ho detto di preciso, ma la sua testa si gira di scatto verso di me.
«Ti sei pentita?»
Pentita di cosa? Di averlo lasciato?
«Perché dovrei?», sollevo le spalle. «Lui non c’entra niente con tutto questo».
Di nuovo devo aver usato un termine sbagliato perché le iridi di Mad vengono attraversate da una strana luce. È come un lampo nel cielo terso a cui seguono grandi e spesse nuvole scure.
«Nemmeno tu c’entri niente con tutto questo».
Dice sul serio? Cioè, dopo avermi rivelato di mio padre, sostiene davvero che nulla di quanto sta accadendo mi riguarda?
«Stanno cercando di uccidermi», gli ricordo. «Me, non te».
Lui sospira.
«Sì, ma credo sia colpa mia. Il problema non sei tu, Samanta, ma io e te insieme».
«Non ho capito niente, e stavolta me lo dico da sola», lo prendo in giro.
Scherzo non perché ce ne sia un motivo – è tutto un gran casino – ma perché la faccia di Mad è così scura che mi è venuto istintivo provare a smorzare la tensione dei suoi tratti e funziona. Le sue labbra si piegano in un leggero sorriso mentre l’aria esce in un piccolo sbuffo ed è così incredibile che mi incanto a guardarlo. Non solo perché è un fatto tanto raro quanto eccezionale, ma perché, quando Mad abbandona la sua aria perennemente truce, il suo volto si trasforma e diventa ancora più bello di quanto già non sia. E non è solo la bellezza di tratti ben disegnati, ma quella della luce che scaccia l’oscurità.
Sì, il suo sorriso è luce dove di solito regna il buio ed è così attraente che le mie mani si muovono da sole. Si allungano bramose e si posano sulle guance, lasciandosi solleticare i polpastrelli dalla leggera peluria della barba, poi puntano alla bocca, senza tuttavia arrivarvi.
Le dita di Mad si chiudono sul mio polso e mi fermano.
«Avevamo un patto», mormora.
Un patto? Ci metto qualche secondo a ricordare poi d’un tratto rammento una conversazione avuta non più di tre giorni fa, che tuttavia sembra appartenere a un’altra vita, ad altre due persone.
Quel patto? Intende il non toccarci? Credo sia superato da un bel pezzo. Ma se per Mad è ancora valido…
Prendo la sua mano rimasta libera e me la porto sul sedere, mentre sorrido maliziosa.
«Se non erro erano questi i punti principali. Se io ti accarezzavo ancora, tu mi toccavi il culo».
Non so perché sto dicendo tutto questo. Non so perché sto agendo così, ma quella luce che ho appena visto la voglio per me. Voglio sia mia.
Le sue pupille si dilatano in un lampo di lussuria ma anche di fastidio.
«Quel patto è superato da un pezzo. Ho toccato ben più del tuo culo».
Ecco appunto, mi pareva. Allora a cosa si riferisce?
«Intendevo che ora che sono libero dalla cavigliera, posso andare alla ricerca dei responsabili dei due attacchi, mentre tu te ne starai al sicuro».
Avevamo fatto un accordo di tal genere? Io non ricordo. O meglio, mi ricordo benissimo.
«Non si è mai parlato di una cosa simile. Stai mentendo», lo accuso.
«Forse non chiaramente ma era questo il senso dei miei discorsi e visto che dici che qui sei al sicuro…»
Brutto stronzo!
«Non ci provare!», sbotto stavolta io irritata con lui. «Non provare a rigirare le cose come ti fanno più comodo. Stai cercando di mettermi da parte. E se è questo che vuoi, dillo e basta senza nasconderti dietro accordi inesistenti».
«Non sto cercando di metterti da parte», borbotta.
Ah no? E questo come lo chiama?
«No, è vero. Solo liberarti di me».
Mad esplode in una fragorosa risata, ma non c’è nulla di allegro in essa.
«Come se fosse possibile! Cristo! Ci sto provando dal primo istante, dal primo giorno e invece guarda cosa ho ottenuto».
Indica prima me, poi la sua gamba, poi la camera, infine sbatte un pugno sul letto, ma è come se quel colpo lo avesse diretto contro di me.
Non credevo provasse tanto sdegno nei miei confronti. Non più almeno. Credevo… Speravo… Insomma, mi ero illusa che qualcosa fosse cambiato tra noi, che l’attrazione, quanto avvenuto al B&B, il conoscerci meglio, il proteggerci a vicenda, l’affidarci l’uno all’altra durante la fuga…
Deglutisco. Che stupida. Mad non si affida proprio a nessuno, solo a se stesso e ciò significa che sì, qualcosa è cambiato, ma solo per me.
«Ti do così fastidio, eh?», ribatto, prima di potermelo impedire.
Mad corruga le sopracciglia.
«Non hai idea quanto».
Ora i pugni sono due. Dritti nello stomaco.
Mi mordo il labbro mentre sento persino le lacrime pungermi gli occhi, ma non posso piangere. Non per una cosa simile e non davanti a lui. Non sono una ragazzina. Mi sono sempre vantata di essere una donna forte e indipendente quindi testa alta, spalle dritte, petto in fuori, e via con l’orgoglio. È la mia unica arma in un momento di debolezza.
«No, non ne ho idea per quanto tu ti impegni molto per darmene una. Dove diavolo vorresti andare con quella gamba? Ti ricordo che io ti ho portato qui».
«Sì, dopo avermi mezzo ucciso».
«Avevi detto che la tua gamba non aveva nulla che non andasse. Stavi persino per prendere Milo sulle spalle».
Mad inspira a fondo. Così a fondo che il suo petto si gonfia come un pallone, pronto a esplodere.
E lo fa, investendomi in pieno.
«Porca puttana, Tati! Voglio solo evitare che tu ci rimetta la pelle e non devo sentirmi uno stronzo per questo. E se devo mentirti e ingannarti per riuscirci, be’, lo farò».
Ma che sta dicendo?
«L’inganno non porta mai nulla di buono», gli faccio presente.
«In certi momenti e con certe persone non ti resta altro».
Ah ecco, è questo che pensa.
«Le certe persone sarei io, immagino».
«Sì, perché ti ostini a non ascoltare. Tu non sai cosa c’è in gioco. Non sai quali potenze si muovono nell’ombra. Non sai cosa possono fare o come possono ridurti. Non sai contro chi ti stai mettendo».
«Tu sì?», trovo la forza di chiedere.
Le fiamme divampano nell’azzurro delle sue iridi.
«Non conosco i nomi, ma cazzo, so dove possono arrivare».
E questo che vuol dire?
«Anche io o dimentichi…»
«Cosa?», mi anticipa lui con un verso che è un mezzo ruggito. «Che hai visto il mio arresto? Anzi, udito? E credi che quello sia il peggio?»
No. Dalla sua reazione direi di no. Ma allora cosa?
«Credi che venire ucciso sia il peggio?», continua Mad. «O scoprire che qualcuno tra i tuoi colleghi è coinvolto nei crimini su cui stai indagando? O vedere tutti i tuoi amici voltarti le spalle e crederti un criminale e traditore? O forse venire umiliato e infangato davanti i giudici, gli avvocati e la pubblica opinione? O magari perdere la propria libertà, l’onore e tutto ciò che hai guadagnato nella tua vita con duro lavoro? Passare anni in prigione cercando di non farti ammazzare, perdendo pezzo per pezzo, giorno per giorno, tutto ciò che sei; sentendo il tuo cuore diventare dura roccia e la pelle ricoprirsi di una scorza impenetrabile. E poi infine uscire. Assaporare di nuovo la libertà, ma solo come illusione. Una gabbia dalle sbarre invisibili dove ti muovi come un leone da circo mentre tutti ti additano, ti umiliano, di disprezzano. Credi sia questo il peggio?».
Sì, credo di sì, perché mentre si perde a rivivere il suo passato, ma anche il suo presente, ha i tratti contorti dalla sofferenza tuttavia… Tuttavia ha ragione. C’è qualcosa di ancora più devastante che si porta dentro, lo vedo e ho paura di sapere.
Eppure devo.
«A… Allora cosa?», balbetto con la bocca secca e il cuore che mi batte a martello fin nella testa. «Cosa è peggiore di tutto ciò?».
Mad si sporge verso di me mentre i suoi occhi si assottigliano. Si riducono a due piccole fessure ma di un azzurro così intenso da sembrare due coriandoli rubati alla volta celeste. E più li guardo più mi perdo in essi, più si avvicina, più vorrei precipitarvi.
«Peggio di tutto questo è rinunciare a vivere», mormora quando solo pochi centimetri ci separano. «Peggio di tutto questo è la solitudine. Chiudersi nel gelo eterno rinunciando alla luce, al sole, al calore. È una vita non vita e non la augurerei al mio peggior nemico».
La solitudine?
«Mad, ma tu non sei più solo. Siamo in due», mi esce di getto.
«Già, è proprio questo il problema».
Problema? Ma un attimo fa ha detto…
«Santo cielo, non ci sto capendo più niente», sbotto tra l’infastidito e il disperato.
Sto cercando di comprendere quest’uomo, cosa si porta dentro e cosa lo rende tanto schivo con tutto e tutti, ma cavoli, lui lo rende un compito impossibile.
«Capire?», sobbalza lui. «Ma sei una donna o cosa? Cosa cazzo c’è da capire, Tati?»
Perfetto, ora mi offende pure in quanto donna.
«Smettila di essere criptico», gli rinfaccio. «Smettila di usare frasi tronche ed enigmi. Sii chiaro per una volta e dillo senza tanti giri di parole. Cosa ti spaventa? Cosa ti crea tanti problemi?»
Serro i denti pronta a contrastare le urla che sono convinta mi sommergeranno, invece Mad prende un grosso e profondo respiro poi dice qualcosa che mozza il mio.
«Forse è arrivato il momento di raccontarti quello che accadde dieci anni fa».
«Quando morì mio padre?» trovo la forza di domandare.
«Sì e non solo. Quando tutto il mondo che conoscevo andò a rotoli. Te la senti?»
Se me la sento? Non aspettavo altro… Da ben dieci anni. L’emozione è così intensa che non riesco a far altro che piegare la testa in un gesto di assenso.
«Ti avverto. Purtroppo molti dettagli ancora mi sfuggono».
Posso immaginare quali.
«I nomi?»
«I nomi principali, sì. Ma non tutti. Alcuni li conosco molto bene».
«Tipo Guercini. Il tuo ultimo caso. C’entra qualcosa?».
Mad sospira.
«C’entra più di qualcosa. Partirò proprio da quello. Pronta?»
«Pronta!», esclamo.
Mad al contrario non lo sembra affatto. Si morde le labbra, stringe i pugni, scuote persino la testa e per un attimo temo ci abbia ripensato. Solo per un attimo però, perché quello successivo comincia a raccontare. E lo fa con qualcosa che non mi sarei mai aspettata.
«Emilio Guercini conosceva tuo padre».
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