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Mad Dog – Sulla strada giusta
Tati si incazzerà a morte per il giochetto che le ho tirato, già lo so e ci seguirà. Per questo devo liberarmi di questi uomini prima che lei arrivi.
Cammino veloce verso questa benedetta uscita sul retro mentre con la coda dell’occhio mi guardo alle spalle e, quando raggiungo la porta, la supero correndo.
Il luogo in cui mi trovo è uno stretto vicolo tra due palazzi, non il luogo ideale dove affrontare dei nemici ma nemmeno il peggiore. Non potranno accerchiarmi e saranno costretti ad affrontarmi uno a uno. A meno che, ovviamente, non abbiano intenzione di spararmi all’istante.
Ed è proprio da questa eventualità che devo mettermi al sicuro.
Mi nascondo dietro la porta e, appena sento dei rumori dall’altra parte, mi preparo. Gonfio i muscoli, piego le gambe e aspetto. Solo pochi attimi, il tempo di vedere sbucare il primo e il secondo uomo e scorgere il terzo a metà della soglia, poi lascio che tutta l’adrenalina che ho in corpo agisca. Con un colpo di taglio raggiungo il nemico numero uno alla mano facendogli cadere la pistola, un pugno colpisce la tempia del tipo subito dietro di lui, mandandolo al tappeto e il terzo… Mi getto addosso con tutto il peso contro la porta e lo sventurato rimane schiacciato in mezzo. Il suo urlo di dolore riverbera nelle mie orecchie, ma ciò che è più importante, la pistola cade al suolo.
Un ghigno mi piega le labbra. Due disarmati e uno steso, ma non è ancora il momento di cantare vittoria. Il primo avversario, un tipo sui trentacinque anni, spalle larghe, capelli dritti pieni di gel e spilungone, mi scruta minaccioso, pronto a combattere. Le gambe sono semi piegate, le braccia protese in avanti in una posizione tipica di qualche arte marziale. Kung Fu, Karate, lotta libera… Fanculo, me ne fotto. Può conoscerle anche tutte, tanto lo stendo comunque. L’avversario che mi preoccupa, e non poco, è il terzo uomo. Non c’è più traccia di lui.
La porta è rimasta mezza aperta dopo che il suo braccio vi è rimasto incastrato dentro e non sento rumori, né scorgo movimenti nelle cucine. Ciò significa solo due cose: o sta aspettando il momento opportuno per uscire allo scoperto o, cosa che temo, ha deciso di fare il giro e prendermi alle spalle. Il problema è che alle sue spalle c’è…
Uno sparo mi trafigge i timpani e il mio pensiero si frantuma insieme a tutto l’ossigeno che ho nei polmoni. Al secondo e al terzo tuono, boccheggio.
Tati! Merda! Devo andare da lei.
Ma prima devo togliermi dai piedi questo stronzo e non ho tempo di aspettare che faccia una delle sue mosse marziali del cazzo.
Estraggo la pistola e gliela punto contro.
«Provaci e sparo e dico sul serio».
Anzi, sparo lo stesso.
Faccio partire il colpo, ma miro al suolo. Il proiettile colpisce vicino ai suoi piedi, scalfendo parte dell’asfalto e, quando compie un salto degno di un olimpionico, lo raggiungo con una ginocchiata allo stomaco. Il tipo si piega in due tossendo senza fiato e con il calcio della pistola, gli do il colpo finale. Calo su di lui usando tutta la forza che ho e potrei avergli frantumato il cranio, ma comunque non sto lì ad accertarmene. Mentre il suo corpo stramazza al suolo, torno all’interno della pasticceria alla ricerca di Tati e del nemico che mi è sfuggito.
Mi guardo intorno per focalizzare la situazione e ciò che i miei occhi scorgono mi costringe a prendere un gran respiro. Un lungo e profondo respiro per evitare di fare la fine dei tizi che ho lasciati privi di sensi nel vicolo. In mezzo alle cucine, dove non c’è più anima viva, il pavimento bianco è sporco di sangue. Non è una pozza, ma comunque le macchie cremisi formano una scia verso la sala del locale e sono troppe per i miei gusti.
«Tati!», chiamo tra i denti cominciando a seguirle.
La pistola è sempre stretta nel mio palmo anche se ho la mano sudata e il cuore che mi batte nel cervello.
Non ottengo risposta così faccio un secondo tentativo.
«Tati».
È poco più di un sussurro ma mi sono appena affacciato alla sala e non ho idea di cosa mi troverò davanti.
Ciò che incontro tuttavia è il vuoto. Non ci sono più persone nel locale in compenso il pavimento è pieno di sedie rovesciate, tazzine in frantumi, caffè e altri liquidi che scorrono dal ripiano dei tavoli alle mattonelle lasciando pozze fumanti.
Al primo sparo deve essersi scatenato il panico e ciò significa anche che la polizia sta arrivando.
Fanculo! Fra poco saremo accerchiati e di Tati non c’è traccia. Continuo però a scorgere il sangue e va dritto verso il bagno. Di chi è? Del nemico oppure…
Scuoto il capo per scacciare l’idea dalla testa e restare lucido quando accade qualcosa che mi toglie ogni possibilità di riuscirvi. L’ennesimo sparo e proprio in direzione del bagno.
Le mie gambe si muovono prima ancora che io lo pensi e faccio il mio ingresso con tutta la grazia e leggerezza di cui sono capace. Con un calcio divelgo letteralmente l’uscio dai cardini ed entro puntando la pistola dritta davanti a me. Dritta sul viso di Tati che sbatte gli occhi con un’espressione tra il confuso e l’irritato.
«Cazzo!», esclamo, ritraendo il braccio, poi mi guardo intorno per capire dove mirare.
Ma non c’è niente da mirare. Il bagno è vuoto.
«Cazzo lo dico io», borbotta lei dandomi un pugno al braccio. «Sei uno stronzo».
Perché? Perché ho cercato di attirare tutti i nemici su di me?
«L’ho fatto per farti fuggire. Non dovevi restare immischiata in una sparatoria. Sei ferita?»
La studio con attenzione, con tanto di palpeggiamento nei punti vitali, tra cui petto, stomaco, braccia e gambe, per assicurarmi che quel sangue non sia suo, poi torno a studiare l’ambiente che mi circonda.
Uno specchio porta il segno della sparatoria così come la finestra del bagno, rotta dall’interno.
«È fuggito», mi informa lei vedendo la direzione del mio sguardo. «Ma l’ho ferito alla spalla. Il sangue è suo. Gli ho sparato appena ho visto che estraeva una seconda pistola ed era pronto a fare il giro per prenderti alle spalle».
Ha fatto cosa?
«Tu? Hai sparato per prima? Con quale arma?»
Solo ora noto che ne stringe una nel palmo.
«Quella che ho rubato a Milo. Mi sono qualificata e gli ho intimato di buttare la pistola. Lui se n’è fregato. Non ho infranto alcuna legge, non ho avuto scelta. E se insisti sul fatto che dovevo scappare… Non lo avrei mai fatto, così come tu non avresti mai evitato di correre a salvarmi con tanto di calcio alla porta, solo perché hai una gamba ferita. Fa male, vero?»
Non molto in realtà. Ho parecchia adrenalina in corpo ancora e il dolore alla gamba è l’ultimo dei miei problemi.
«È tutto ok».
«Non molto in realtà», mormora nervosa. «Se non lo hai capito, il tuo è stato solo uno stupido tentativo che ti ha messo in pericolo».
Lo so, per questo è sempre tutto tremendamente complicato con lei, ma dovevo tentare. Come ora devo lasciar perdere questa discussione. In lontananza sento le sirene della polizia. Fendono l’aria stridule e numerose e non possiamo sprecare i pochi minuti che abbiamo per litigare.
«Andiamocene», ordino. «Dal retro».
Le prendo la mano per cominciare a correre, ma lei esita.
«Non ci sono quei due?», indaga preoccupata. «Se ci stessero aspettando…»
«Sì, ci sono quei due», la informo cominciando a muovermi e costringendola a fare altrettanto. «Ma no, non ci stanno aspettando. Dal retro scompariremo meglio e comunque c’è un altro motivo per cui andiamo in quella direzione».
Dalla sua faccia confusa è evidente che non ha compreso, ma lo farà tra poco. Le parole sono solo altro spreco di tempo prezioso. La conduco velocemente dove ho lasciato i due belli addormentati che, come immaginavo, sono ancora lì.
«Quanto li hai colpiti forte?», sussulta lei, vedendoli.
«Parecchio. Dovevo assicurarmi che non costituissero più un problema. Preferivi gli sparassi come hai fatto tu?»
«Forse per loro sarebbe stato meglio», borbotta.
Per loro ma non per noi. Mi piego sul tizio che ho steso per primo e quello che ha più possibilità di rinvenire, e lo prendo a schiaffi. Non forte, non quanto vorrei almeno, ma quel tanto che basta per poter vedere le sue palpebre tremolare e sollevarsi.
Appena mi focalizza, il suo corpo si agita come un pesce fuor d’acqua. Tenta anche di darmi un pugno, ma ciò che ottiene è che io lo sollevi di peso e lo appenda al muro.
«È inutile, non ti mollo», lo avverto. «Ma non voglio ucciderti solo avere qualche informazione. Se invece insisterai, ti spezzo il collo nel giro di due secondi».
Il tipo sbianca, ma ancora di più quando Tati interviene. Non per fermarmi, oh, no, altrimenti non avrei perso la testa per lei, ma per dare al nostro nuovo amico un piccolo incentivo.
«Oppure ti sparo in testa», lo minaccia.
Gli punta la canna sulla tempia, proprio lì dove ancora c’è il segno del mio pugno e non serve altro.
«Quale informazione?», farfuglia, gli occhi spiritati di chi è abituato ad avere a che fare con la morte, ma solo per infliggerla, non per subirla.
«Chi vi manda?», chiede sempre Tati che deve aver capito le mie intenzioni. «E perché? Chi era il vostro obiettivo?»
Il tizio si morde il labbro, esitando, ma noi non abbiamo tempo da perdere. Le sirene sono sempre più vicine. E comunque, anche avessi l’eternità davanti, io non ho pazienza.
Scuoto l’uomo come uno shaker, poi lo sbatto contro il muro con ancora maggior forza di prima. Sento i suoi polmoni svuotarsi di ogni particella di ossigeno e credo anche una delle sue costole incrinarsi.
«Rispondi!», grugnisco. «Hai solo tre secondi. Uno», comincio a contare. «Du…»
«Dovevamo tenervi d’occhio», afferma in fretta, poi serra nuovamente le labbra e mi guarda con sfida. «Non dirò altro».
Sogghigno, lasciandomi sfuggire anche una breve risata ma priva di qualsiasi ilarità. Crede che io stia scherzando? Forse Tati non sparerebbe mai, anzi, senza forse, ma io non ho paura di mantenere la mia promessa. E voglio gli sia chiaro.
Appoggio l’uomo al suolo e stringo le mie mani intorno al suo collo. Non tanto, non ancora, ma abbastanza da rendergli difficile respirare.
«Due», ricomincio da dove mi ero interrotto. «E tr…»
«Domenico Furlan», confessa infine.
Furlan, eh? Quindi siamo davvero sulla giusta strada. Inutile dire che questo mi riempie di soddisfazione ma anche di una collera contro quell’uomo che mi porta a immaginare i mille modi in cui vorrei ucciderlo. Ma prima devo trovarlo.
«E dove si trova adesso il tuo capo?»
«Non…» tenta lui, ma le mie mani gli impediscono di continuare.
Lo sollevo da terra come poco fa, con la differenza che ora lo tengo per la gola. No, non intendo ucciderlo, solo avere ciò che ci serve.
«Dove?», ripeto con tono basso e letale. «Stavolta partirò direttamente dalla fine. Tr…»
«Al cimitero. Ogni lunedì alle quindici, va a pregare sulla tomba di sua madre».
Pregare? Un assassino che prega su una tomba? Preferisco non commentare, evitare persino di pensarci, anche perché la polizia è arrivata. Sento le macchina sfrecciare lungo questa stessa strada mentre le sirene annullano qualsiasi altro rumore. Fra poco ci staranno addosso.
Lancio via la mia preda che, cadendo, perde di nuovo i sensi, quindi cerco lo sguardo di Tati.
«Te la senti?».
La sua testa si piega in un cenno di assenso, ma non ce n’era bisogno. La sua risposta era già evidente nelle sue iridi verdi-azzurre. Non le avevo mai viste di un colore così acceso ed è la determinazione che arde in esse a renderlo tale.
«Allora andiamo».
Perlustro i dintorni per capire da che parte ci conviene fuggire quando un dettaglio mi torna in mente all’improvviso.
«Milo?»
Lei piega la testa di lato.
«Milo cosa?»
«Dove sta? Eravate insieme».
Non che mi interessi di lui, sia chiaro, ma mi pare strano che Tati non lo abbia nominato per niente. Nemmeno per sapere se sta bene. Ed è ancora più strano che la faccia di lei si pieghi in una smorfia infastidita prima di prendere fiato per rispondere. Che sia successo qualcosa tra i due? Lui non deve aver apprezzato particolarmente il bacio che lei mi ha dato in pubblico.
«Mentre inseguivo il tizio nelle cucine l’ho perso di vista. Se riesce a fare il poliziotto almeno un po’ spero abbia aiutato la gente a uscire dal locale e mantenere la calma».
Sì, è decisamente successo qualcosa e a questo punto mi interessa ancora meno. Insomma, se se ne frega lei…
Ma allora perché sento qualcosa scombussolarmi lo stomaco? Perché ho come l’impressione che sarebbe meglio chiederle spiegazioni e capire che cosa le ha dato tanto fastidio?
Eppure non lo faccio e non perché io non voglia ascoltare il mio istinto, ma perché davvero siamo al capolinea. Le macchine con i lampeggianti ci passano davanti, per fortuna troppo lontane perché facciano caso a noi e noi scappiamo.
O meglio, andiamo a caccia. Perché è finito il tempo di farci braccare. Ora siamo noi i cacciatori.
Il cimitero. È quello il nostro obiettivo e dopo tutti gli altri che seguiranno fino a che tutti i colpevoli, uno a uno, saranno caduti o finiti dietro le sbarre. Fino a che saremo finalmente liberi. Non solo io ma anche Tati. Liberi dal nostro passato, dalle nostre catene, da tutto ciò che finora ha avvelenato la nostra vita.
E a quel punto io e Tati, magari, potremo anche…
Mi blocco prima che sia troppo tardi e proferisca qualche stronzata.
Potremo cosa? Quale stupida e meschina idea mi era venuta in mente? Quale altra bastardata volevo infliggere a una donna fantastica che ha una vita e una carriera brillante davanti a sé?
Forse di restare insieme? Non ero stato io a dire che sono e resterò Mad Dog? Non avevo affermato con convinzione, per quanto in quel momento sentissi aprirsi una specie di voragine dentro di me, che non c’era alcuna possibilità? Non avevo escluso ogni possibile futuro per noi?
E allora, Mad Dog dei miei stivali, non osare nemmeno più pensare una cosa simile. Non immaginare, non fantasticare, non sperare o illuderti. Vivi il presente e basta. In fondo non dovrebbe essere così difficile. È ciò che hai fatto negli ultimi dieci anni.
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