MAD DOG
Capitolo 22 di 34

Scritto il 03/09/2026
da MARIKA SM


⏱ ~20 min · 3929 parole

Samanta – Menzogne

 

Questo incontro mi mette ansia e non per ciò che crede Mad. Il problema non è Milo o una possibile trappola, ma Mad stesso. È un fascio di nervi e quando prima ho detto che aveva una faccia peggiore del solito, non era affatto uno scherzo. Non l’ho conosciuto come un uomo allegro, ma ora… Ora fa davvero paura e non a caso mentre aspettiamo Milo in un bar elegante nel centro storico della città, ci stanno tutti molto lontani, dai clienti ai camerieri.

Temo che questo suo atteggiamento sia a causa mia. O meglio, a causa di quanto accaduto. Temo che l’essersi legato a me gli faccia perdere lucidità e correre ancora più pericoli. Non voglio. Non voglio che cambi niente rispetto a prima.

Mi chino verso Mad.

«Forse è il caso se distendi un po’ i muscoli del viso», sussurro. «Il cameriere non si avvicina nemmeno a prendere le ordinazioni».

Lui non si volta. Continua a far scorrere lo sguardo dalla porta del locale alla strada che si intravede dalla grande finestra.

«Non siamo qui per mangiare né per farci degli amici», borbotta.

«Non siamo qui nemmeno per dare nell’occhio».

«Diamo nell’occhio comunque», afferma, finalmente concedendomi il suo sguardo.

È gelido e mi trafigge come punte acuminate.

«Sembriamo appena fuggiti da una struttura di detenzione per malati mentali, tu con quegli abiti troppo grandi e io con i miei troppo piccoli, palesemente non nostri. Per di più zoppico e per di più Milo è in ritardo».

Guardo l’orologio. È vero, è in ritardo e non di poco.

«Possiamo richiamarlo».

«No. Se fosse in cattiva compagnia sarebbe una pessima mossa. E poi è appena arrivato».

Mi volto verso l’ingresso del bar, ma non vedo alcuna traccia di Milo. In realtà di nessuno proprio.

«Dove stai guardando?», mi richiama Mad. «È lì».

Indica un locale dall’altra parte della strada, una piccola pasticceria molto deliziosa e molto affollata.

«Potrebbe essere una trappola, Tati, ricordi? E solo un allocco aspetterebbe nel luogo esatto dell’appuntamento».

Mi schiarisco la gola. No, in effetti sarebbe stato molto stupido e non da Mad.

«Vedi di connettere il cervello e tirare fuori la poliziotta che è in te, altrimenti ti lascio qui».

Dovrei offendermi o magari arrabbiarmi invece inspiro a pieni polmoni mentre un grosso peso si solleva dal mio cuore. È vero, è nervoso, agitato e stronzo, forse un po’ più del solito, ma quello che ho appena udito è sempre il mio Mad. Così come io sono sempre io.

«E tu vedi di ricordarti che non hai alcun diritto o potere di lasciarmi qui. E se provi a costringermi… Ho ancora un distintivo e tu una cavigliera elettronica. Mi basterebbe urlare “fermo, polizia” e ti ritroveresti in manette».

Mad mi fissa dritto negli occhi e, lasciandomi completamente di stucco, mi sorride.

«Bene. Questa è la donna che voglio avere al mio fianco. Temevo che dopo quanto accaduto ti fossi deconcentrata. Posso proteggerti, ma non fare miracoli e non ho alcuna intenzione di perderti», aggiunge.

Quindi lui aveva il mio stesso timore e quindi tra noi è cambiato tutto, ma in realtà non è cambiato niente. Non potevo sperare in una situazione migliore.

Mi alzo in piedi e allungo una mano verso di lui, sorridendo a mia volta.

«Andiamo allora?»

Mad fissa la mano e sbuffa.

«Non c’è modo di farti restare qui, vero? Nemmeno se ti dicessi che, restando, se io fossi in pericolo, potresti venirmi a salvare».

«Visto che l’ultima volta con questa strategia ho combinato un disastro… No, non c’è modo», ribatto pronta.

«E allora andiamo».

Non pare molto contento, ma non pretendo lo sia. Pretendo solo che mi permetta di restare con lui.

Usciamo dal locale fianco a fianco, accompagnati dagli sguardi di curiosità mista a sollievo di camerieri e clienti, poi attraversiamo la strada. Non ci dirigiamo subito verso la pasticceria, ma attendiamo ancora qualche minuto lungo il marciapiede a qualche metro di distanza dall’ingresso e stavolta non sono così imbambolata da non capirne il motivo.

«Non pare che lo abbiano seguito», affermo, guardandomi intorno.

«Vedremo», è la sua risposta laconica.

Cammina a passo svelto fino all’ingresso e, quando vi arriva, apre di scatto la porta per raggiungere Milo in pochi balzi. Gli piomba praticamente addosso tanto che Milo quasi urla di spavento, poi gli si siede vicino sussurrandogli all’orecchio.

Non so che cosa gli dica, non sono abbastanza vicina, ma vedo Milo sbiancare e scuotere la testa con enfasi. Solo quando raggiungo a mia volta il tavolo mi accorgo di qualcosa di scuro e metallico puntato contro Milo.

Cristo santo. Mad gli sta premendo la pistola sul fianco.

«Mad!», lo richiamo secca.

«Siediti, Tati!», mi ordina. «È solo precauzione. So usare un’arma e non sparerò a meno che non ce ne sia bisogno. Puoi fidarti».

Certo che mi fido il problema è un altro.

«Se sviene non sapremo niente».

Indico Milo, non solo pallido, ma sudato dalla fronte alle mani, mentre boccheggia in cerca di aria. Gli do dieci secondi, non di più, prima di stramazzare sul tavolino. E anche Mad se ne accorge perché impreca violentemente mentre ripone l’arma.

«Cristo, ragazzo! Ma si può sapere perché cazzo sei diventato un poliziotto? Non fa per te, credimi».

No, decisamente non fa per lui, almeno non la parte d’azione. Le informazioni sono la sua specialità e non a caso siamo qui per quelle.

Mi siedo davanti a loro due, sorridendo per incoraggiare Milo a recuperare un po’ di colore e funziona. Lui si rianima improvvisamente e allunga le sue mani per prendere le mie. O almeno è ciò che tenta. In realtà Mad gli lancia un’occhiataccia che scioglierebbe un ghiacciolo in Antartide e Milo si ritrae alla velocità della luce. Infila le mani tra le gambe mentre insacca il collo nelle spalle.

Poverino, mi fa un po’ pena. Forse dovrei dirgli che tra me e Mad le cose sono cambiate e che, visto il suo nervosismo, non è il caso si avvicini troppo, ma non sono affari suoi e comunque non siamo qui per scambiarci baci e abbracci. Siamo qui per avere notizie su Bonfigli e non solo. Prima però…

«Stai bene?», gli chiedo, ricordando in che condizioni l’ho lasciato l’ultima volta.

«Più o meno», sorride mesto. «Mi sono risvegliato mezzo nudo dietro casa mia, dopo una sparatoria che mi ha quasi sfasciato casa e voi eravate scomparsi. Tutti erano scomparsi».

«La polizia? Ti ha fatto domande?», interviene Mad.

«No. Quando ho visto che non c’eravate più, sono rientrato in fretta e ho atteso l’arrivo della polizia chiamata dai vicini. Ho inventato una cazzata e ho impedito loro di indagare».

Cosa ha fatto?

«Perché?», chiede Mad, anche lui sorpreso.

«Come perché? Se davvero la polizia è invischiata e vi sta dando la caccia, allora non potevo parlare o avrei messo nei guai me quanto voi».

«Vuoi dire che nessuno sa che eravamo lì?», domando piacevolmente sorpresa.

Non speravo in tanto.

«No, nessuno, come nessuno sa che siete qui né che siete in fuga. Ho inviato una mail a Santorini dall’account di Sam, dicendo che stavate seguendo un caso e sareste stati assenti qualche giorno».

La precisazione non è per me, ma per Mad.

«Che tu ci creda o no, voglio solo aiutare».

«Aiutare lei, non me», sbuffa Mad, che tuttavia ora non pare più sul punto di prenderlo a pugni… O sparargli.

Ho notato che ha lo sguardo più benevolo e ha rilassato i muscoli delle spalle. Al contrario dei miei che si sono appena contratti.

Non mi piace l’occhiata che si stanno scambiando i due, né il sottinteso delle parole di Mad.

«Ehi, io sono qui e non ho bisogno che uno di voi due mi protegga», ricordo loro. «Quindi, Milo, se vuoi aiutare, aiuta», ordino. «Dicci di Bonfigli. Che è successo?»

«Bonfigli non è la notizia più urgente in realtà. Ho cose più importanti da riferirvi».

Cosa c’è più importante di un ispettore in coma, probabilmente non per cause naturali?

Milo esita. Beve un sorso di acqua dal bicchiere che ha davanti, con mano improvvisamente tremante e beve ancora e ancora e ancora, fino a svuotarlo.

È di nuovo nervoso.

«Ti ordino una camomilla?», lo sfotte Mad. «Muoviti a parlare. Più restiamo allo scoperto e peggio è».

Lui deglutisce vistosamente e finalmente si decide.

«Nelle ultime ventiquattro ore ho indagato su tutto ciò che riguardava il caso Guercini e il tuo arresto. Per aiutarvi», aggiunge tremante come si aspettasse di essere scaraventato contro il muro. «Ho scoperto che Guercini conosceva il padre di Sam e che tu e il tuo collega, il giorno in cui è stato ucciso, dovevate incontrarlo».

«Hai scoperto molte cose», borbotta Mad ed è impressionato, anche se lo sta nascondendo.

«Ma niente di tutto ciò è nuovo per me. Riesci a essere utile o ce ne andiamo subito?»

Lo nasconde molto bene in realtà.

Milo raddrizza la schiena di scatto, punto nell’orgoglio e tira fuori qualcosa che non solo lascia senza parole me, ma anche Mad.

«Ho scoperto anche il legame tra Bonetti e Furlan».

«Guercini e Furlan vuoi dire», intervengo. «I due erano cognati».

«Sì, so della parentela, ma non intendevo loro».

«E allora cosa intendevi?», mormora Mad. «Datti una mossa e arriva al punto».

«Guercini aveva contattato Pietro Bonetti immagino per qualche consulenza che riguardava la sua formazione di decriptatore».

Sa persino questo. Ci deve aver lavorato tutto il giorno e la notte. Non gli si può non riconoscere che è tenace.

«E allora mi sono chiesto: come poteva essere arrivato a lui?», continua fiero di sé. «Insomma, Bonetti era un operaio e nessuno sapeva di cosa fosse capace con i computer. Come poteva Guercini? Così mi sono messo a spulciare nel passato di Bonetti. Ho trovato l’azienda per cui lavorava e ho scoperto un nome».

«Un nome? Di chi?», intervengo.

Era la nostra prossima mossa se lui non ci avesse contattati prima.

«Dell’avvocato a cui l’azienda si rivolse per licenziare tuo padre, Sam. Una carogna famosa per i suoi metodi molto poco ortodossi e ai limiti della legalità».

So anche io quel nome anche perché fu lui l’artefice di tutte le menzogne che costrinsero papà a rinunciare al lavoro dei suoi sogni.

«Luigi Pasolini», dico prima che lo faccia Milo. «Lui era…»

Un rumore assordante echeggia nella pasticceria e sono quasi sul punto di buttarmi a terra temendo un altro attentato, quando mi rendo conto che è stato Mad a provocarlo. Ha rovesciato la sedia e sbattuto il pugno sul tavolo così forte che il legno sotto le mie mani sta ancora tremando.

E per fortuna che non dovevamo attirare l’attenzione. Il proprietario ci squadra così storto che credo fra poco ci caccerà fuori a calci. Ma che gli è preso?

«Pasolini», grugnisce furioso.

«Lo conosci?».

 Mad raccoglie la sedia e con malcelata riluttanza si rimette a sedere.

«Certo che lo conosco, cazzo. È l’avvocato di Furlan».

Di Furlan?

«Vuoi dire che Pasolini conosceva sia mio padre che Furlan?», sussulto.

«Voglio dire», precisa Mad. «Che quel figlio di puttana è un figlio di puttana. Probabilmente corrotto e che lavora con i corrotti. Non stento a credere che abbia incastrato tuo padre. Quando Furlan denunciò gli appalti truccati, era Pasolini il suo portavoce. Era su tutti i giornali e in televisione. Organizzava conferenze stampa gridando di tangenti e collusione mafiosa come se stesse facendo un comizio elettorale, quando bastava vedere la sua faccia per sapere che era lui il pezzo di merda. Dio, se avessi potuto mettergli le mani addosso…»

«Vuole anche dire», interviene Milo che ha lasciato sfogare Mad senza emettere fiato, probabilmente persino trattenendolo, «Che Guercini e Furlan erano complici fin dall’inizio. Pasolini deve aver dato il nome di Bonetti a Furlan e Furlan a Guercini. Da lì gli incontri».

Sì, è logico ma ancora non abbiamo la risposta principale.

«Perché? Cosa volevano da lui di preciso? Cosa doveva decriptare?»

Milo solleva le spalle.

«Non so, un file immagino».

Fin qui c’ero arrivata anche io.

«Ma di cosa e su cosa?»

Un verso alla mia sinistra attira la mia attenzione. È una specie di lamento ma così intriso di rabbia da provocarmi un brivido lungo la spina dorsale. Mi giro in quella direzione e scorgo Mad con i pugni chiusi e le nocche bianche. Lo sguardo è scuro e fisso su un punto indefinito, probabilmente un punto nel suo passato.

«Mad?», lo richiamo per riportarlo al presente, ma lui quasi non si accorge di me.

Gli prendo anche una mano nel tentativo di dischiudere il pugno, ma lui non me lo permette. Così lo avvolgo direttamente nel palmo.

«Se solo quel giorno fossi arrivato prima», borbotta. «Se avessi avuto la forza di cambiare gli eventi, non solo sapremmo, ma sarebbe…»

«Ma sarebbe niente», lo fermo prima che possa dire troppo e prendersi anche la colpa della morte di papà.

So che lo tormenta insieme a tutto ciò che accadde allora e, anche non lo sapessi, ciò che leggo nel suo sguardo quando alza la testa e si specchia nel mio, mi svelerebbe ogni dettaglio. Nelle sue iridi azzurre c’è un senso di colpa così profondo che mi strazia il cuore. Ma Mad non ha nessuna responsabilità. I veri responsabili sono altri.

«Papà è stato ucciso. Troviamo chi è stato».

«Troviamo Furlan», tuona lui. «È l’unico rimasto vivo di quel gruppo quindi lui sa. Troviamolo e facciamogli sputare la verità anche su tutti i suoi complici».

«Per interrogarlo dobbiamo prima avere delle prove su di lui. Avere una scusa per portarlo in Commissariato e…»

«No, Tati», mi blocca Mad, prima che io continui. «Non possiamo più agire per la strada della legalità. Prima forse, quando non ci davano apertamente la caccia, ma ora non più».

Nelle sue pupille scorgo un lampo sinistro e un brivido mi scorre lungo la schiena. Sta forse dicendo… Deglutisco.

«Mad, vuoi catturarlo?»

«Catturarlo e costringerlo a confessare. A quel punto sapremo i nomi, i come e i perché e cercheremo le prove».

«È un suicidio!», urla Milo e il fatto che abbia alzato la voce è già sorprendente.

Ciò che dice dopo ancora di più.

«Anzi, no, un omicidio. Così la farai ammazzare. Furlan non vi seguirà di sua spontanea volontà, ha la scorta. Spareranno e vi uccideranno».

Non è Mad a incazzarsi, o meglio, sono sicura che stia per incenerirlo con un’occhiataccia, ma io scatto prima di lui e la mia occhiata non lo incenerisce. Lo dissolve del tutto.

«Continua a insinuare che la mia sicurezza dipenda da qualcuno diverso da me, a trattarmi come la ragazza da proteggere, che non è capace di prendere decisioni proprie e agire di conseguenza, come se il mio distintivo fosse fatto di carta, e ti giuro che ti mollo un pugno qui, davanti a tutti. Sono un agente scelto, cazzo», ringhio dopo essermi sfogata. «E per uno che invece ha paura della propria ombra, sei troppo arrogante».

Ci sono andata giù pesante, lo ammetto, ma sono stanca dell’atteggiamento protettivo e insistente di Milo, così come del suo continuare a credere che Mad sia l’orco della situazione. E perché gli sia chiaro una volta per tutte che io non sono debole, né fragile, né sottomessa a nessuno, faccio ciò che mai e poi mai, a mente lucida, mi sarebbe venuto in mente di fare. Mi sporgo verso il mio partner e lo bacio. Un bacio che non dura molto, ma vorace, profondo, possessivo e quando mi allontano e sfido Milo con lo sguardo a dire anche una sola sillaba in più, mentre Mad sogghigna divertito – posso immaginare quanto il suo ego si stia gonfiando adesso. Stupidi maschi! – lui abbassa il capo così in fretta che mi aspetto quasi di vedere la sua testa rotolare per terra.

«C… Certo», balbetta dopo alcuni secondi di silenzio. «Sei libera di fare come credi».

Certo che sono libera e per quanto apprezzi la sua preoccupazione per me, non devo rendere conto a lui. Mi auguro inoltre che l’argomento sia concluso qui. Anzi, è concluso qui.

«Se davvero vuoi aiutarci, e sottolineo “ci”», preciso impietosa. «Trova Domenico Furlan».

Lui si schiarisce la voce continuando a fissare le sue gambe, poi prende fiato per aggiungere qualcosa. Ma non so cosa né forse lo saprò mai.

Mad s’irrigidisce, poi con gesto fulmineo estrae nuovamente la pistola e la punta al fianco di Milo.

«Mad, cosa…»

«Sono in tre. Tavolino numero otto», ringhia. «Non ti voltare!»

Non mi volto, non ne ho bisogno. Davanti a noi c’è un grande specchio e mi basta un’occhiata per notare gli individui in questione. Vestiti eleganti, ventiquattr’ore poggiate distrattamente a terra, tazzine di caffè al centro del tavolino. Chiacchierano senza far caso a noi, o almeno così vogliono far credere. Peccato che invece di tanto in tanto qualche occhiata distratta viri nella nostra direzione e soprattutto che il loro atteggiamento, per quanto credibile a occhi inesperti, puzzi di finto lontano un miglio. Uomini d’affari che si siedono in pasticceria di mattina per un caffè? Non regge.

«Poliziotti?», chiedo e non sono sicura che un’eventuale risposta affermativa sia un bene o un male.

Mad però scuote la testa.

«Se fossero poliziotti ci avrebbero già arrestato. No, punto più su scagnozzi di Furlan».

E ciò significa che non vogliono catturarci ma spararci addosso. Non qui, magari, ma appena possibile.

«E ciò significa anche che minacciare lui non ha senso», borbotta Mad.

Rimette a posto la pistola e Milo, che si era paralizzato tipo statua di pietra, torna a respirare.

«Io… Io non c’entro nulla», balbetta.

«Sì, l’ho capito. Per questo non ti ho sparato».

Non sta scherzando. Avrebbe davvero sparato se avesse sospettato un suo coinvolgimento perché sul volto di Mad è tornata l’espressione spaventosa che aveva questa mattina, tuttavia ciò che mi preoccupa ora non è la collera del mio compagno, quanto il modo di uscire da qui.

Sempre usando lo specchio cerco di guardarmi intorno alla ricerca di una soluzione. Conosco questa zona della città e so che i palazzi sono pieni di vicoli e strade che si intrecciano, di parchi attraverso cui scappare e luoghi dove sparire. So anche che questo locale deve avere un’uscita sul retro e probabilmente anche un bagno con una finestra. Mentre ragiono su come usare tali informazioni, nella mia mente si delinea un piano. Potremmo…

«Dividerci», esclama Mad, precedendomi.

Esatto, era proprio la mia idea.

«Dobbiamo dividerci», continua. «Io andrò verso l’uscita sul retro. Me ne attirerò fuori minimo uno, ma sono sicuro che verranno almeno in due. Tu a quel punto andrai al bagno e ti libererai del terzo. Poi fuggiamo e ce ne andiamo da questa trappola».

È davvero la mia idea salvo per un particolare.

«Facciamo il contrario. Vogliono me, ricordi? Io vado sul retro e, appena mi seguono, tu ci vieni dietro e li chiudiamo tra due fuochi».

Mad si allunga sopra il tavolino. Praticamente vi si stende, poi mi prende il viso tra le mani come volesse baciarmi, salvo poi deviare verso il mio orecchio.

«So che tieni alla tua indipendenza e so che sei in gamba», sussurra. «Ma ai loro occhi sei solo una ragazzina fragile, mentre io un colosso da stendere. Se tu ti alzi, non ti seguirà più di uno solo dei tre e il piano di fuga non funzionerà».

Merda! Ha ragione. La sua idea è strategicamente migliore solo che… Perché avverto una pressione al centro dello stomaco? Sono improvvisamente inquieta e ho la sensazione che Mad voglia fregarmi.

«Tati?», mi richiama continuando a sussurrare. «Non abbiamo tempo per un braccio di ferro tra noi. Si fa come dico io».

Per mascherare a occhi ostili la nostra conversazione tra un sussurro e un altro Mad mi sta riempiendo di piccoli baci. Sul lobo dell’orecchio, sul collo, sulla guancia e il suo tocco mi sta distraendo più del dovuto. E così mi ritrovo ad accettare prima ancora di aver cercato un’altra soluzione.

«Va bene», accetto. «Ma guai a te a cambiare il piano».

Mad si alza senza rispondere, almeno fin quando non è abbastanza lontano perché io possa fermarlo. Fermarlo ma non sentirlo.

«I piani cambiano sempre».

Cosa? Che diavolo significa?

Seguo con apprensione crescente tutto il suo cammino verso il bancone, poi il suo parlottare con la proprietaria. Dura pochi attimi e non so cosa le dica, ma vedo la donna chinare il capo in segno di assenso e indicargli la porta che conduce alla cucina. Mad si sposta verso di essa e io trattengo il fiato. Uno dei tre uomini ha appena spostato la sedia per alzarsi.

Ci siamo. Quindi solo uno seguirà Mad?

Lancio un’occhiata al mio compagno ed è in questo momento che succede. Mad apre la porta, poi si gira verso di noi e strizza un occhio.

Il cuore mi si ferma.

No, non ha fatto l’occhiolino a noi, ma a quei tre. Un gesto di provocazione dritto ai nostri nemici e non passano pochi attimi che sia il secondo uomo che il terzo abbandonino i loro posti.

Brutto figlio di… Lo sapevo che voleva fregarmi. Ma non glielo permetterò. Non gli permetterò di affrontare tutti e tre da solo. Sono armati, cazzo.

Mi alzo di scatto per andare dietro non solo a Mad, sparito nelle cucine, ma anche ai tre che stanno già per varcarne la soglia, quando cinque dita si chiudono sul mio gomito.

«Milo, lasciami!», gli ordino. «Devo…»

«Devi andare, lo so. Ma prima ho bisogno di rivelarti una cosa».

So già cosa vuole. È la prima volta che mi guarda negli occhi da quando l’ho trattato male e le sue iridi nocciola sono piene di sgomento, ma lui ancora non sa ed è il momento.

«Non è l’uomo che credi. Dieci anni fa fu incastrato. Non ha commesso alcun reato».

Milo si morde il labbro.

«Sì, ho sentito quello che vi siete detti nel bagno di casa mia».

Ha sentito cosa? Tutto? Le guance rischiano di diventarmi rosse ma me lo impedisco. Come detto, non devo rendere conto a lui.

«Allora sai», ribadisco. «È innocente».

«Innocente?», chiede perplesso.

Cristo Santo, non è possibile, ma la colpa è mia che sono ancora qui.

«Fanculo, Milo!», ringhio, poi strattono il braccio e mi libero dalla sua presa.

Tuttavia prima che possa andarmene, prima che possa correre ad aiutare il mio partner e l’uomo di cui sono innamorata, Milo aggiunge una frase. L’unica in grado di trattenermi ancora.

«Chiedigli perché fu lui la causa della morte di tuo padre».

Cosa? Che sta dicendo?

«Chiedigli perché un’ora prima dell’appuntamento partì una telefonata dall’ufficio di Ethan Cooper a un numero di cellulare. Chiedigli di chi era quel numero e perché l’agente Cooper arrivò in ritardo all’appuntamento, trovando tuo padre morente».

Porca puttana, che sta dicendo?

«Non vuoi sapere di chi era quel numero, Sam?»

No, non voglio saperlo. Voglio solo andare ad aiutare l’uomo che amo.

Volto le spalle a Milo, ma lui quel nome lo fa lo stesso.

«Domenico Furlan».

Il respiro mi si strozza e il cuore mi perde un battito. Mad chiamò…

«Mad Dog, il giorno in cui doveva incontrarsi con tuo padre, il quale probabilmente voleva denunciare qualcosa di grosso, chiamò Furlan. E un’ora dopo tuo padre fu ammazzato. Chiedigli… Tati», mi sputa contro Milo usando, con disprezzo, il soprannome che solo Mad usa. «E solo dopo decidi se è innocente».

Non ho bisogno di decidere nulla. Mad è innocente.

Guardo Millo dall’alto al basso per un’ultima volta, poi con uno scatto rubo la sua pistola e fuggo via.

Non me ne frega un cazzo di quello che dice lui o chiunque altro. Mi frega solo del fatto che Mad ha bisogno di me e io me ne sto qui ad ascoltare delle menzogne.


 

 

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