Scritto il 01/10/2026
da MARIKA SM


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Samanta – Scappa!

 

Di solito quando ci si risveglia dopo essere stati drogati si è poco lucidi. Sensi annebbiati, bocca impastata, muscoli rattrappiti… Allora perché io appena apro gli occhi mi sento vigile come non li avessi mai chiusi? Ricordo tutto ciò che è accaduto in ogni dettaglio, senza alcuna confusione e se avessi ora davanti l’ispettore Bonfigli gli sputerei in faccia.

Ispettore… No, cazzo, mi rifiuto di chiamarlo così e ora che ci penso anche uno sputo non sarebbe sufficiente. Un bel calcio nelle palle andrebbe già meglio.

Mimo il gesto sfogando tutta la rabbia che provo ed è così che mi accorgo di essere legata. Mani e polsi sono bloccati con delle manette ed ecco, questo purtroppo è il classico cliché di ogni rapimento. Anche il fatto che sono chiusa in una stanza priva persino di finestre e adagiata su una piccola brandina, scomoda e puzzolente.

Chissà dove mi trovo? Impossibile capirlo. Vedo solo una stanza vuota con un pavimento lercio e le pareti grezze, senza finestre e senza mobilio. Non so nemmeno se fuori sia giorno o notte. Quante ore sono passate da quando sono qui? E Mad? Dove sarà Mad?

La testa comincia a riempirsi di queste e mille altre domande quando d’un tratto sento la chiave girare nella toppa. La porta si apre e l’uomo oggetto dei miei istinti omicidi appare davanti ai miei occhi in tutto il suo squallido compiacimento.

«Ti sei ripresa prima del previsto», afferma, venendomi vicino.

Non abbastanza però, perché io possa chiudergli le mani intorno al collo e strozzarlo, altrimenti gli sarei già addosso. Resta invece a qualche passo da me e, recuperando una sedia, si siede su di essa.

«Non dovevi tornare, Samanta».

Il tono è basso, lugubre ma non penso nemmeno per un istante che sia davvero dispiaciuto.

«Perché? Perché vi ho rovinato il bel giochetto?»

Lui sbatte gli occhi, sinceramente sorpreso.

«Rovinato? Davvero credi di averci intralciato in qualche modo? Se non sbaglio ci sei tu in manette non io».

«Ancora per poco» lo sfido mentre dentro di me sento montare la rabbia.

In realtà pensavo di essere già furiosa invece più guardo in faccia questo schifoso traditore, più sento qualcosa dentro agitarsi come un geyser pronto a esplodere.

Bonfigli si lascia andare a una risata, la stessa che prima trovavo simpatica ma che ora mi risulta odiosa.

«Non dirmi che speri in Mad, vero?»

Sperare? Io ne sono sicura ed è strano che proprio lui mi abbia fatto tale domanda.

«Dovresti conoscerlo abbastanza bene da sapere che non mi lascerà qui», gli ricordo. «E che quando arriverà vi farà a pezzi. A te per primo».

«Certo e infatti è l’unico motivo per cui sei ancora viva. Per tenerlo in pugno. Sai, non erano questi i piani. Tu dovevi morire subito. E per subito intendo proprio il tuo primo giorno di lavoro, in quell’auto insieme a me e Mad, per mano di quel delinquentello che ci venne addosso sparandoci».

Ora sono io quella sorpresa, così tanto che ci metto qualche istante a recuperare l’uso della parola.

«Era preparato? Quell’incidente era per me?», riesco a chiedere infine.

«Sì così nessuno avrebbe sospettato niente», solleva le spalle. «La povera e giovane poliziotta sarebbe morta in un tragico incidente, io con la mia piccola ferita non avrei corso il rischio di essere scoperto e Mad… Be’, Mad non sarebbe partito a testa bassa alla ricerca dei colpevoli perché già ce n’era uno. Un disgraziato che si sarebbe fatto qualche anno ma che, appena uscito, avrebbe goduto della nostra protezione».

La loro protezione? Mi viene da vomitare e tutto ciò che mi permette di contenermi è la consapevolezza dei loro progetti andati in fumo. Mi ritrovo persino a sorridere.

«Vi ha rovinato tutto, eh? Salvandomi, Mad vi ha costretto a inventarvene un’altra e poi vi ha rovinato anche quella. Inoltre con l’attacco al B&B vi siete esposti troppo e lui ha capito».

«Sì», sbuffa nervoso. «Quel gran figlio di puttana. Ha capito che eri il nostro bersaglio e ti ha nascosta ai nostri radar. È persino riuscito a manipolare il segnale della cavigliera».

«E anche il terzo attacco a casa di Milo è fallito», riassumo.

Bonfigli serra i denti e vederlo arrabbiato in questo momento è la mia più grande soddisfazione. 

Scoppio addirittura a ridere immaginando le loro facce quando Mad li ha giocati volta dopo volta, ma la mia risata si spegne di colpo quando un pugno mi raggiunge in pieno stomaco. L’aria mi esce in uno sbuffo e mi ritrovo in ginocchio, sul pavimento, a tossire e cercare di recuperare fiato.

Brutto figlio di puttana!

«Non ti conviene prenderti gioco di me, Samanta. Non ti conviene provocarmi, non sai di cosa sono capace».

«Di sicuro», balbetto tra un colpo di tosse e un altro. «Di picchiare una donna che non può difendersi».

«Una donna? Io qui vedo solo una persona cocciuta, fastidiosa e indisponente che avrebbe dovuto accettare più di dieci anni fa la morte del padre senza creare troppi problemi. Dove ti ha portato insistere nello scoprire la verità?»

«Sei stato tu?», quasi urlo stringendo i pugni talmente forte che le vene sui polsi si gonfiano premendo contro il ferro delle manette. «Lo hai ucciso tu?»

Se così fosse fanculo alle manette e a qualsiasi altra cosa mi impedisce di raggiungerlo. In un modo o nell’altro riuscirò a stringere le mie mani intorno al suo collo.

Ma Bonfigli scuote la testa.

«No. Se fossi stato io non mi sarei mai permesso di tradire il capo. Non avrei provato a fregarlo, ricattandolo e altre morti innocenti si sarebbero evitate».

Non ho idea di cosa stia parlando e poco mi importa.

«Chi è stato allora? Chi lo ha ucciso?»

«Vuoi saperlo davvero? Il tuo caro Mad non ti ha raccontato della famosa telefonata?»

Ancora quella maledetta telefonata. Quella con cui Furlan ha cercato di separarmi da Mad, quella che infine è riuscita nell’intento. Be’, se si tratta di quella allora non voglio sapere. Tanto importa davvero il nome di chi ha premuto il grilletto? Sì, forse sì, ma non adesso. Non commetterò ancora lo stesso errore, non mi farò riempire il cuore di dubbi e insicurezze perché possano rendermi più debole.

Mad ha ragione. Le emozioni forniscono ai nostri nemici un punto in cui attaccarci meglio, quindi devo tenerle a bada.

Faccio un gran respiro e provo a quietare il mio animo. Provo perché in realtà non è affatto facile. Bonfigli mi scruta con evidente divertimento e un sorrisetto a trentadue denti che… Giuro, glieli spaccherò tutti pur di non vederlo più. E se non sarò io allora ci penserà Mad, checché loro pensino il contrario.

Ecco, quest’ultimo pensiero è ciò che effettivamente mi serve per tornare in me e guardare Bonfigli come la merda che è. Perché proprio pensando a come reagirebbe Mad nella mia situazione mi aiuta a rendermi conto di una verità: Bonfigli non merita niente, nemmeno la mia rabbia e non ha senso stare qui a concedergliela. Userei meglio il mio tempo e le poche forze che ho per trovare un modo per scappare.

Non sarà semplice. Insomma, dove mi trovo? E cosa c’è oltre quella porta?

Il mio sguardo vira in quella direzione e troppo tardi mi rendo conto dell’errore.

«Non hai speranze di fuggire, Sam. Ti ho detto, non ti conviene metterti contro di me».

«Perché? Altrimenti mi ucciderai?», lo provoco per prendere tempo.

«Verrai uccisa sì, ma solo dopo che anche Mad sarà in mano nostra. Nel frattempo però posso divertirmi con te. Hai presente cosa accadde a Guercini? Ecco, quello sono stato io».

Non so se sta dicendo la verità, ma nelle sue iridi scorgo un lampo sinistro di pura malvagità e, nonostante tutto, il mio corpo viene scosso da un brivido.

Non è solo un poliziotto corrotto. È un sadico mostro e per questo capisco ancora meno.

«Perché? Perché tutto questo?»

Lui sbatte gli occhi e mi scruta come se fossi stupida.

«Soldi. Potere. Davvero devo spiegartelo?»

Sì… No.

«Perché diventare poliziotti? Cazzo, perché essere tutori della legge se godete tanto nel violarla?»

«Perché così siamo insospettabili. Davvero non ci arrivi? Così possiamo agire come vogliamo e quando vogliamo. Possiamo controllare le intercettazioni, eliminare i nostri nemici e avversari, far sparire prove, creare prove…»

Il modo in cui calca il tono sull’ultima frase è agghiacciante.

«Mandare in prigione poliziotti onesti troppo vicini alla verità», preciso al posto suo.

Bonfigli ridacchia.

«Sai, avresti dovuto conoscere Ethan Cooper. Era un ragazzo pieno di entusiasmo, coraggio e voglia di fare. Amava la giustizia, si batteva per essa e soprattutto lottava per difendere i più deboli. Era animato dal fuoco della verità, in gamba come pochi. Coglione!», tuona. «La verità non esiste. La verità è solo l’illusione che le persone ti mettono davanti convincendoti che sia la realtà. E così, abbiamo creato la nostra illusione e ce ne siamo liberati. Devo ammetterlo: distruggere una a una le convinzioni di quell’ingenuo e vederlo ridotto a un animale in gabbia, è stato uno dei miei piaceri più grandi».

Il mio cuore perde un battito. Come può l’uomo che ho davanti essere la stessa persona che per anni è andato di pattuglia insieme a Mad? L’uomo che gli ha guardato le spalle, che rideva insieme a lui, che quel giorno, in ospedale, si comportava come fosse il suo migliore amico e l’unico di cui Mad in parte si fidava.

Era dunque tutta finzione?

«Era il tuo partner», gli ricordo.

Lui piega la testa di lato, grattandosi teatralmente il mento.

«No, veramente era quello che dovevo tenere d’occhio in modo da essere sicuri che non commettesse qualche stronzata. Sai, tipo continuare a cercare i responsabili dei fatti di dieci anni fa. È stato un duro compito e ho dovuto usare tutte le mie capacità di recitazione. Come hai notato, Mad non è un tipo facile. Ci ho messo anni a conquistare un briciolo della sua fiducia».

Si lamenta pure?

«In effetti sarebbe stato meglio per te se fosse rimasto in prigione. Immagino la tua enorme delusione quando Santorini lo fece uscire per riportarlo in libertà».

L’intento è provocarlo ancora, vederlo perdere nuovamente le staffe perché lo preferisco arrabbiato che compiaciuto tuttavia ciò che ottengo non è esattamente ciò che mi aspettavo.

Bonfigli non risponde. Non scatta, non protesta, non sbuffa… Resta immobile con una strana espressione sul viso che non riesco a decifrare, almeno per alcuni secondi, poi ciò che dice mi lascia ancora più perplessa.

«Sai qual è stata la vera delusione? Tu, Samanta. Ti ho conosciuto come una donna intelligente, sveglia e combattiva. Hai tenuto testa fin dall’inizio a Mad, non temevi niente e nessuno, partivi a testa bassa contro il pericolo».

E questo che significa? Perché dubito il suo intento sia farmi dei complimenti.

«E oggi sono entrato nella tua cella sperando di vedere quella stessa combattività. Invece ho davanti solo un agnellino indifeso».

Non ho capito, voleva mi ribellassi?

«Mi aspettavo che provassi a scappare invece sei stata qui a sorbirti tutte le mie chiacchiere senza provare a fare nulla».

Non ho fatto… Nulla. Ho fatto esattamente ciò che dovevo. È lui a non essersene accorto e così deve continuare, almeno per qualche altro secondo.

«Quindi che vuoi fare ora che ti ho tanto deluso, mettermi in punizione?», lo sfotto, piegando le labbra in un finto broncio.

Lui si alza dalla sedia, la rimette al suo posto e si accovaccia vicino a me, ancora in ginocchio sul pavimento da quando mi ha sferrato quel pugno. Mi prende il viso tra le mani con forza e mi schiaccia le guance contro i denti. Mi fa male, ma mi costringo a non emettere suono.

«No, semplicemente me ne andrò e aspetterò il momento in cui potrò venire qui e ammazzarti. Così finalmente tutta questa storia avrà fine e noi potremo riprendere i nostri affari senza tante rotture di coglioni. Hai idea di che spina nel fianco sia stato Mad in questi cinque anni? Quanto ci abbia limitato?»

Sì, mi piace pensare di sì e proprio mentre immagino le tante volte in cui lui si è messo in mezzo, mi rendo conto di un dettaglio che finora mi era sfuggito.

Noi. Noi, noi, noi… Bonfigli ha usato sempre il noi. Ma noi chi? Lui e Furlan? Perché d’un tratto ho come la sensazione che mi stia sfuggendo qualcosa. Ma cosa?

Inspiro a fondo per tentare di focalizzare ma, per quanto io mi sforzi, non riesco. Forse perché Bonfigli continua a provocarmi dolore, togliendomi lucidità, o forse perché lui finalmente commette quell’errore che attendevo già da un po’: mi dà le spalle.

Ora! Devo agire ora.

Contraggo i muscoli, caricando tutta la forza che ho sulle gambe, poi spicco un salto e gli monto sulle spalle. Faccio passare le mani oltre al suo collo e le strattono indietro con tutta la forza che ho. La catena delle manette gli schiaccia la carotide e Bonfigli emette un rantolo cupo.

Brutto figlio di puttana, ora non parla più vero? Ora nemmeno respira più.

La catena gli strozza il fiato mentre io tiro e tiro ancora, buttandomi indietro per aiutarmi con la forza di gravità e lui boccheggia provando a liberarsi. Infila una mano tra la gola e il ferro mentre con l’altra tenta in ogni modo di afferrarmi, di prendermi per i capelli o i vestiti e scaraventarmi via. Quando si rende conto di non avere alcuna possibilità, allora si scaglia indietro contro il muro. L’impatto con la parete svuota i miei polmoni mentre il colpo mi riverbera per tutta la colonna vertebrale, ma col cazzo che mollo la presa. Non la allenterei nemmeno se dovessi ricevere altri cento colpi come questo.

Tuttavia non arriveranno. Il mio nemico sta cedendo. Il suo respiro è sempre più cupo, i suoi rantoli più profondi, i suoi movimenti più impacciati. Manca davvero poco, una manciata di secondi, forse non più di cinque.

E allora comincio a contarli.

Cinque, quattro…

Bonfigli cade in ginocchio e io posso appoggiare i piedi per fare ancora più forza. Non voglio ammazzarlo, sarebbe troppo semplice per lui, voglio solo fargli perdere i sensi e avere la possibilità di vederlo dietro le sbarre, dove lui ha mandato Mad. Avrà anche allora il suo perenne sorriso sulle labbra? Lo scoprirò presto.

Tre, due…

Bonfigli agita le braccia in aria. Prova a colpirmi, a spostarmi, ma ormai le sue forze sono agli sgoccioli, semplici e leggere pacche sui miei gomiti mentre i suoi occhi si rovesciano all’indietro e si chiudono.

Uno… Ci siamo!

Un tonfo sordo scuote l’aria e un corpo si accascia sul pavimento, solo che non è il corpo di Bonfigli, ma il mio. Qualcosa di tremendamente duro mi ha colpito alla testa e ora tanti puntini luminosi mi annebbiano la vista mentre i contorni sfumano.

Anche l’udito è alterato. I suoni sono ovattati come provenissero da lontano e la testa… La testa mi sembra si stia spaccando. D’istinto sollevo una mano a toccarmi il punto in cui sento più dolore e una sostanza vischiosa e calda mi imbratta le dita.

Sangue. Sto sanguinando, ma non è grave, o almeno così credo. Mi sento stordita e le urla che mi circondano mi confondono ancora di più.

«Brutta cagna», sento sbraitare, credo da Bonfigli e avverto così tanta rabbia nella sua voce che temo ora mi faccia a pezzi.

Mi rannicchio su me stessa pronta a contrastare i colpi, quando una seconda voce interviene in mia difesa.

«Lasciala stare», ordina secca e, anche se non capisco tutte le parole che seguono, il senso è chiaro. «È colpa tua… il più coglione… pivello».

Chi è? Chi è il nuovo arrivato? Non è certo dalla mia parte, anzi, dal tono usato con Bonfigli pare quasi essere il capo.

Volto la testa alla ricerca della sua figura e soprattutto del suo viso, ma la mia lucidità è sempre più flebile. I puntini luminosi aumentano, il campo visivo si restringe e, quando finalmente lo inquadro, nello stesso istante in cui lui abbassa il capo su di me, ciò che scorgo sono solo i suoi occhi. Eppure mi bastano. Mi bastano per capire che se Mad verrà qui a salvarmi e chiudere i conti in sospeso, probabilmente ci rimetterà la vita.

Mad! Ti prego, non venire! Non venire per me. Scappa. Scappa più lontano che puoi.

Sono i miei ultimi pensieri, poi il nulla mi avvolge.

 

 

 





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