La villa era immensa, composta per davvero da più di trenta stanze.
L’ingresso, decisamente spazioso, era arredato solo con un unico tavolo rotondo sistemato al centro del salone e posto dinanzi all’ampia scalinata che dava al piano superiore.
Qui, erano state costruite le camere da letto, l’ampia biblioteca, che mi aveva lasciata letteralmente senza parole, e un’altra stanza che non avevo ancora visitato.
La camera che mi era stata riservata si trovava sul lato ovest della villa e era incantevole. Il letto, a baldacchino, era stato sistemato a ridosso di una parete ricoperta da carta da parati bianca con rose rosse, il mio fiore preferito.
Mi ritrovai a pensare che forse Prudence sapeva della mia passione sfrenata per le rose e, così, aveva voluto farmi quel regalo delizioso per darmi il benvenuto.
Completavano l’arredamento, in stile, un ampio armadio a tre ante, che comunque io ritenni fin troppo grande per i miei pochi abiti tutti scuri e simili uno all’altro, un comò a cinque cassetti e un comodino, sistemato sul lato sinistro del letto, sopra il quale era stato poggiato un vaso contenente, strano a dirsi, un mazzo di meravigliose rose rosse.
Il tendaggio del baldacchino era di raso e la stoffa riportava sia il nero che il viola, che si fondevano armoniosamente assieme.
In sostanza, sembrava davvero che Prudence conoscesse tutti i miei gusti, dal primo all’ultimo. A quel punto pensai che doveva aver sicuramente parlato con mio padre, prima che ci trasferissimo lì.
Quella villa era una residenza stupefacente e, cosa che mi aveva lasciata di stucco, zia si era circondata di una decina di persone che l’aiutavano nelle varie incombenze quotidiane. Si partiva dai due cuochi, per continuare con le signore che si occupavano delle pulizie, per arrivare infine al giardiniere che curava in modo impeccabile tutta la zona esterna della villa.
Senza naturalmente dimenticare Colin, il maggiordomo.
Era la prima volta che vedevo un maggiordomo in carne e ossa. Colin era un uomo alto almeno un metro e novanta, con capelli ben pettinati all’indietro, corti e brizzolati, frizzanti occhi azzurri e un sorriso disarmante. Tutto sommato, si poteva ancora definire un bell’uomo e appariva distinto, gentile ed elegante.
Proprio Colin mi aveva accompagnata in giro per la villa a perlustrare un po’ di stanze, mentre papà e Prudence si erano chiusi a discutere di affari in uno dei tre salotti, quello più piccolo, che lei amava di più perché ben illuminato e arredato con mobili moderni e colorati, vicini ai suoi gusti.
Con Colin avevo visitato quasi tutte le stanze e lui si era rivelato un ottimo chaperon, rispondendo con pazienza a tutte le innumerevoli domande che via via gli ponevo.
Il pomeriggio era trascorso così, tra il girovagare per la villa e lo disfare le valigie. Avevo incontrato papà un paio di volte, e tutte due le volte lui mi aveva abbracciata sussurrandomi all’orecchio che qui inizierà la nostra nuova vita, è una promessa tesoro mio.
Mi ero imbattuta in Prudence, invece, solo una volta. Stava discutendo animatamente nel salotto rosso, che lei utilizzava per ricevere gli ospiti, con quello che poi Colin mi disse essere James Light, il vecchio giardiniere che lavorava da sempre nella villa.
Quando lui e zia si erano accorti della mia presenza, avevano smesso di parlare all’istante. Quindi lei, sorridendomi, si era avvicinata alla porta del salotto e l’aveva chiusa in fretta, tagliandomi del tutto fuori dai loro discorsi.
Avevo fissato la porta per qualche istante, imbambolata e perplessa, quindi avevo fatto spallucce e mi ero diretta in camera, per farmi una lunga doccia rilassante e per cambiarmi.
Adoravo la mia camera, soprattutto per la vista mozzafiato, dato che dinanzi ai miei occhi avidi si apriva la vastità del mare. Mentre spalancavo l’unica ampia finestra della stanza e poggiavo i gomiti sul davanzale, mi ritrovai a pensare che ero davvero una tipa strana (come se non lo sapessi già). Non riuscivo infatti a staccare gli occhi dal mare, ma contemporaneamente la mia più grande fobia era proprio quella dell’acqua.
Da piccola, quando avevo circa quattro anni, i miei avevano deciso di trascorrere una settimana in Italia, e precisamente in Sicilia. Ricordo che mi ero avvicinata all’acqua spinta da un’emozione indicibile, dato che era la prima volta in assoluto che vedevo il mare.
Mamma mi teneva per mano e rideva come una pazza, mentre io cercavo di scalciare le onde, immergendo i piedi nell’acqua e sollevando spruzzi e piccoli mucchietti di sabbia.
Lei, poi, mi aveva presa in braccio e si era avventurata nel mare, finché l’acqua non le era arrivata alla vita. Ricordo che in quel momento le onde, parecchio movimentate, avevano iniziato a farmi paura e quando mamma aveva provato a immergermi nell’acqua, io mi ero aggrappata a lei, cingendole il collo con le mie braccia sottili.
E, da quel momento in poi, il mare aveva iniziato a terrorizzarmi.
Eppure mi piaceva guardarlo e, il farlo, mi regalava sempre una grande serenità. In quel momento, solo Dio poteva sapere quanto ne avessi bisogno, di un pizzico di serenità e di felicità.
Il tempo si era fermato mentre io venivo rapita da quella vastità splendente, ma la realtà mi ripiombò subito addosso, quando qualcuno bussò alla porta almeno per un paio di volte.
“Avanti.” dissi, senza troppo entusiasmo.
La porta si spalancò in un istante e sull’uscio apparve Colin, che abbozzò un timido sorriso.
“Sua zia l’aspetta nel salotto blu.”
Corrugai la fronte.
Colin sorrise ancora, mentre si spostava di lato per consentirmi di uscire dalla camera.
“Si signorina, quello prediletto dal primo proprietario della villa, Sir Gordon Chapman, che amava trascorrervi ogni ora libera della sua giornata.”
Fissai Colin per qualche istante, riflettendo sul fatto che di quel Sir non mi ricordo cosa Chapman non poteva fregarmene di meno. Ma decisi ugualmente di seguirlo lungo le scale che portavano al piano terra.
Giunti sull’ampio ingresso, svoltammo a sinistra e imboccammo il corridoio dove, per l’appunto, si trovavano i tre saloni: quello multicolor prediletto da zia, quello rosso per gli ospiti e infine quello blu, preferito invece da Sir non mi ricordo cosa Chapman.
“Attenda qui, signorina.”
Colin si piazzò davanti a una delle porte che si aprivano lungo il corridoio e io sollevai gli occhi al cielo, pensando che mai e poi mai sarei riuscita ad adattarmi a tanta inutile formalità.
“Prego Colin, entri pure.”
La voce della zia risuonò melodiosa oltre la porta e io provai d’istinto un motto di stizza. Sua sorella era morta da poco e lei si comportava come se quel terribile incidente non fosse mai accaduto. O per lo meno, riflettei mentre il maggiordomo mi faceva accomodare nel salotto, così lei dava a vedere. Ma la faccenda era ugualmente irritante.
“Vada pure Colin, grazie.” Ordinò gentilmente Prudence, camminando in fretta verso di me.
La osservai stupefatta. Quella sera aveva indossato un lungo abito azzurro a fiori rosa, aveva raccolto i capelli in una treccia e poggiato sulla sommità della testa un cerchietto color arancio intenso, che non c’entrava assolutamente nulla con tutto il resto.
Per un attimo, mentre davo un rapido sguardo ai miei jeans grigi e al comodo maglione di lana nero che mi arrivava fino a metà coscia, pensai che la matta, quella che aveva girato quasi tutti gli psicologi del paese, non ero io, ma la donna arcobaleno che, ora, mi aveva gettato le braccia al collo, in un goffo tentativo di mostrarmi il suo affetto o, più probabilmente, di soffocarmi.
“Tesoro, vieni. Ti stavo aspettando.
Prudence mi afferrò la mano destra e, senza aspettare che io rispondessi, mi trascinò sul divano in tessuto blu posto davanti al caminetto, dove il fuoco scoppiettava allegro, riscaldando l’ambiente.
Dopo essermi accomodata, mi guardai rapidamente attorno. A parte i mobili color ciliegia, in effetti tutto il resto dell’arredamento era blu, dai pesanti tendaggi, al tappeto pelosetto ai miei piedi, alla tappezzeria che rivestiva le pareti, alla lampada ad angolo e infine al lampadario in vetro soffiato, dipinto con i colori del mare in tempesta. Era una stanza sicuramente insolita, ma il blu, essendo un colore scuro, si avvicinava di più ai miei gusti. Pertanto, in un attimo decisi che avrei fatto di quel salone la mia stanza preferita, dove trascorrere parte del mio tempo libero, alla faccia di Sir non mi ricordo come si chiama Chapman.
“Emy, come ti senti? Come va?” esordì lei, fissandomi con apprensione.
Se non fosse stato per la notevole somiglianza con mamma, forse le avrei mollato un ceffone. Che razza di domanda era quella? Come potevo sentirmi dopo essere sopravvissuta a un incidente terrificante, nel quale avevo perso per sempre la persona che più amavo al mondo?
“La faccio andare.” Risposi un po’ seccata in verità, abbandonandomi sullo schienale del divano.
Prudence sospirò a fondo un paio di volte, quindi afferrò nuovamente la mia mano destra.
“Manca tanto anche a me, sai? Però per me è diverso.”
Sbarrai gli occhi, senza capire il significato di quelle parole.
“Che dici?”
“Aspetta solo un attimo.”
Prudence mi lasciò la mano e scattò in piedi, per dirigersi verso uno dei mobili bassi del salotto. Aprì il primo cassetto, ne estrasse qualcosa e ritornò ad accomodarsi sul divano. Il mio sguardo cadde subito sul piccolo contenitore in legno scuro che teneva in mano. Senza parlare, lei sollevò il coperchio e ne estrasse un sottile anello d’oro che portava incastonata, in centro, una strana pietra trasparente, che a prima vista poteva sembrare un diamante.
“Zia?” sussurrai, corrugando la fronte.
Lei mi sorrise, mentre poggiava il contenitore sul tappeto ai piedi del divano.
“Questo era di tua madre. L’ha portato fino al matrimonio. Poi ha deciso di darlo a me, affinché io lo custodissi e lo proteggessi. Ma non è mio. Vedi, io ne indosso un altro di simile.”
Solo in quel momento mi accorsi che lei, effettivamente, sull’anulare sinistro portava un anello pressoché identico a quello che, ora, stava porgendo a me.
“Kate mi chiese di custodirlo finché non fosse arrivato il momento di cederlo a te. E quel momento, tesoro, è arrivato.”
Il mio cuore perse un colpo, mentre zia mi infilava l’anello all’anulare destro.
“Devi tenerlo di qua, perché la tua energia scorre molto più forte sulla zona destra del tuo corpo, che sulla sinistra.”
Fissai l’anello per qualche istante, mentre sentivo le lacrime pungermi gli occhi. Poi sollevai lo sguardo su Prudence, che mi stava osservando con apprensione.
“Che significa tutto questo?” chiesi, con un nodo alla gola.
Zia mi sorrise ancora, accarezzandomi i capelli.
“Che sei pronta a credere, tesoro. L’anello che indossi ha un grande potere. Non devi toglierlo mai, neppure di notte o quando fai la doccia. Esso ti aiuterà a capire e a vedere.”
Scossi la testa, confusa, mentre l’ansia crescente iniziava a farmi mancare l’aria nei polmoni.
“Che vuoi dire? Che devo vedere?”
Prudence, a quel punto, scattò in piedi e mi invitò a raggiungerla, porgendomi entrambe le mani.
“Non posso dirti di più, tesoro. Ma presto tutto ti sarà chiaro. Devi fidarti di me.”
Scattai in piedi, ma senza afferrare le sue mani, col cuore in gola e le gambe molli. Ero molto più alta di lei, che infatti fu costretta a piegare un po’ il capo all’indietro per guardarmi in viso.
“Tu sei pazza.” conclusi, avviandomi verso la porta.
Afferrai l’elegante maniglia in ottone e la piegai in basso per uscire, quando la voce di Prudence mi bloccò un’altra volta.
“Sta per arrivare un temporale. Lo sento nell’aria. Spesso manca la corrente qui. Ma in camera tua ho appena fatto portare delle candele. So che non hai solo paura dell’acqua, ma anche del buio.”
Mi girai di scatto verso di lei, sempre più agitata a sconvolta.
“Te l’ha detto mamma?”
Lei annuì. “Si, proprio ora.”
A quel punto, il terrore si impossessò del tutto di me. Spalancai la porta e salii di corsa le scale, rifugiandomi in camera mia e rifiutando, più tardi, di cenare.
Papà, però, mi portò un sandwich al pollo e io, per giustificarmi del mio bizzarro comportamento, gli dissi che mi era scoppiato un gran mal di testa e che avevo bisogno di riposare.
Allora lui, dopo avermi posato un bacio delicato sulla fronte, mi lasciò da sola con i miei pensieri e col sandwich che divorai in pochi bocconi, dato che non mangiavo da parecchie ore.
Mi addormentai di botto, con la mano che indossava l’anello di mamma poggiata sul petto e un’infinita tristezza nel cuore.
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