⏱ ~16 min · 3.186 parole
MALEK
La guerra tra le razze dura da così tanto tempo che nessuno ricorda davvero chi abbia sferrato il primo colpo.
Ere passate a distruggerci a trascinare gli umani nel mezzo, come scudi, vittime o semplicemente fedeli.
E adesso?
Commovente, davvero.
Il pavimento sotto i miei stivali vibra ancora del potere che ci siamo vomitati addosso per secoli e qui parlano di tregua. Come se il sangue non avesse memoria o il dolore che si lascia dietro una battaglia fosse una macchia che basta strofinare. Io continuo a pensare che la guerra non finisca mai davvero. Cambia solo forma, vittime e anche nome, ma la sostanza rimane identica. Un sentimento che infiamma dall’interno, che ti porta a scagliarti contro un tuo simile o un estraneo, per un unico risultato: sofferenza.
Sono appoggiato a una colonna crepata, le braccia incrociate e la voglia di veder bruciare questo posto solo per il gusto di non dover più ascoltare questi idioti blaterare. Potrei anche sopportarli, se solo fossi di buon umore. E, chiaramente, oggi non lo sono.
Il caos fa parte della mia natura, ma io sono l’eccezione alla regola, quello che preferisce rimanere a guardare da lontano, come sto facendo in questo momento.
La Sala dell’Etere è un carnaio. È l’unico posto nella creazione in cui le razze riescono a stare nello stesso spazio senza sgozzarsi, e non per scelta o perché lo vogliano, eh.
Demoni, Angeli, Streghe, Oracoli.
Tutti ammassati come bestie chiuse in una gabbia troppo stretta. Un’imposizione che si vede, e si sente soprattutto. L’odio è palpabile, trasuda dalle pareti insieme alla magia. Basterebbe poco, uno sguardo sbagliato, una parola di troppo, una semplice smorfia e finiremmo per sbranarci se non ci fossero loro: i Lethari.
Non appartengono a nessuna specie, non hanno sangue o anima. I loro volti sono maschere umane, ma gli occhi sono cavità colme di luce. Se li guardi troppo a lungo ti viene voglia di dimenticare qualcosa che, ironicamente, è ciò per cui sono stati creati. Oblio: dove passano loro, resta solo il vuoto.
Eliminano tracce, cancellano ogni cosa: sangue, ricordi e i nostri volti. Sono loro a raccogliere i resti delle guerre fra esseri che l’uomo non dovrebbe conoscere. Alcuni frammenti però sfuggono, sopravvivono nei sussurri: è così che nascono i miti.
Gli umani non vedono noi, ma solo ciò che ci lasciamo dietro: città distrutte, maree innaturali, fuochi senza origine, corpi dilaniati senza alcuna spiegazione.
E racchiudono queste catastrofi in un’unica parola: destino.
Beata ignoranza.
Li invidio: non hanno la minima idea della merda che li circonda.
Sbuffo impaziente, aspettando che questa tortura finisca. Sollevo gli occhi alla volta impalpabile, conto i minuti che mi separano dal perdermi in mezzo alle cosce di qualche umana disponibile che poi non ricorderà nulla, se non un bel maschio che le ha dato tanto, tanto piacere. D’altronde, la mia razza è dedita alla lussuria. Per questo la guerra non mi interessa: la battaglia, per quanto mi riguarda, diventa solo una lotta di corpi sudati, senza sangue. Provo un brivido di disgusto al solo pensiero di quelle macchie metalliche che rimangono sui vestiti e dell’odore che ti porti dietro per giorni.
Torno a guardarmi intorno. La Sala dell’Etere esiste oltre il mondo degli uomini, oltre il tempo e la materia. È uno luogo sospeso tra il volere del Principio e il respiro oscuro della sua Controparte.
Qui la creazione e la rovina si osservano senza mai toccarsi davvero. Protendono la loro magia fino a sfiorarsi, ma si ritraggono prima di collidere.
Uno scontro significherebbe la fine di tutto.
Un mormorio si leva fra i presenti. Emetto un sospiro: finalmente ci siamo. Mi scosto dalla colonna e raddrizzo la schiena, costretto a chinare il capo quando la magia antica invade la sala.
Non è un gesto che si chiede, lo fai e basta.
La nostra natura riconosce il potere perché è la stessa sostanza di cui siamo impregnati. Un elemento comune a tutti i presenti; quelli come me, gli ibridi, ne sono imbrattati per metà. La sentiamo strisciare sulla pelle, ma su di noi non ha lo stesso peso schiacciante che grava sulle razze pure.
Il silenzio sta diventando opprimente. Proprio quando penso che resteremo impalati così per secoli per qualche stupida punizione, la morsa che tiene rigidi i muscoli si allenta.
Sollevo il capo. Demoni e Angeli occupano il corridoio centrale; sul lato destro le tribù delle Streghe iniziano a sussurrare fra loro, mentre l’ala sinistra della sala è popolata, invece, dalla stirpe degli Oracoli.
Esseri strani questi ultimi, ogni grande famiglia ne ha uno al suo servizio.
Vedono oltre quello che a noi è concesso anche se, all’apparenza, con quegli occhi lattiginosi che si ritrovano sembrano fissare il vuoto.
La mia attenzione viene richiamata da una di loro. È minuta, un batuffolo che si tiene in disparte rispetto ai suoi simili. I capelli, bianchi come la neve incontaminata, cadono morbidi sulla veste dello stesso colore.
Sembra avvertire il mio sguardo e fa un passo indietro, quasi volesse scomparire dentro se stessa.
Beh, non appartengo di certo alla specie più tranquilla, anche se non sono un sanguinario come i miei fratelli. Colpa della mia parte umana, suppongo.
Mio padre è un grande conquistatore, ma un pessimo genitore.
Con un sorriso forzato mi impongo la concentrazione che serve per guardare al di là delle teste che mi circondano. La mascella sta per cadermi a terra quando mi ritrovo a osservare le quattro entità che tengono saldo l’equilibrio: le Torri.
L’ultima volta che hanno calpestato tutte insieme lo stesso suolo è stato un secolo fa. Anche le Streghe erano scese in campo; la loro natura veniva annientata dalla disputa fra Angeli e Demoni, e loro non potevano permetterlo.
Le Torri hanno posto fine al massacro fra di noi per poi chiudersi nel silenzio che precede una decisione importante vietando qualsiasi disputa fra classi o razze. Chi avrebbe disobbedito sarebbe stato annullato.
Io non ero presente, come a ogni guerra, le ritengo inutili perdite di tempo, ma chi ha assistito ha raccontato di loro come esseri eterei, capaci di congelare il tempo alzando un solo dito.
Comunque, hanno fatto passare solo un secolo prima di riunirci. Se la sono presa comoda, i tipi.
E ora sono davanti a noi: quattro sagome incappucciate, avvolte in manti dai colori distinti. Blu, bianco, rosso e verde. Ogni sfumatura rappresenta il potere dell’elemento e della Torre che lo presiede. Ci osservano dall’alto, da quella specie di palco di pietra. Studiano ogni membro del nostro mondo radunato in questo spazio. Emanano una fastidiosa aria di superiorità. Appaiono come esseri senza volto, non si capisce se siano donne o uomini. I loro occhi non si vedono, ma li sento scavare sotto la pelle, scandagliare l’anima. D’altronde giudicare è sempre più semplice quando non sei quello incriminato.
Sono l’equilibrio incarnato o almeno così ho sentito che amano definirsi. Personalmente, trovo che chiunque si auto proclami detentore della stabilità abbia già un cadavere nell’armadio da nascondere.
Il brusio si leva nell’aria per poi perdersi, come spazzato dal vento. Loro tacciono intenti a scrutare i poveri idioti che li guardano con timore.
D’un tratto, come flagellato da quello stesso vento che ha portato il silenzio, mi arriva la loro voce. Mi correggo, la loro irritante voce. Non muovono le labbra; parlano attraverso l’Etere e il suono che emettono vibra attraversando le ossa.
«La guerra è finita».
Lo dicono come fosse una benedizione.
«Certo, e io sono sobrio». Sussurro, scuotendo il capo.
«Smettila».
La voce arriva dalla mia destra. Volto appena il capo e incrocio lo sguardo chiaro e severo di un Angelo. Sembra scolpito nel marmo: schiena dritta, viso bellissimo, mascella serrata, insomma Angelico. Un monumento alla perfezione che mi fa venire voglia di prenderlo a pugni.
Siamo agli antipodi: lui è luce pura anche nei tratti androgini, io sono tenebra, e decisamente più mascolino.
Inarco un sopracciglio. «Scusa?»
«Se continui a sorridere così, penseranno che vuoi provocare un’altra guerra».
«Se continui con questo atteggiamento, potrei davvero farlo, e giuro che inizierei proprio da te».
Mi guarda dall’alto in basso come se fossi feccia, immondizia per le sue divine pupille.
«Hai una faccia irritante» ribatto studiandolo allo stesso modo.
Lui non batte ciglio; diamine li hanno creati con lo stampo?
«E tu hai la reputazione peggiore di tutta questa Sala.»
Prendo un respiro profondo per evitare di scaraventarlo addosso ai suoi simili.
«Non mi conosci».
«Chi vuoi che non ti conosca, Malek della stirpe dei Djinn». Sputa il nome della mia casata come fosse veleno.
Le famiglie importanti hanno questo problema: tutti sanno chi sei prima ancora che tu apra bocca.
Piego la testa guardandolo con finta curiosità. «Dimmi, mi sono fottuto tua sorella, per caso?»
Le sue dita si contraggono appena, un minuscolo cedimento nervoso che mi conferma che il colpo è andato a segno. Poi, d’improvviso, si blocca. Le sue palpebre si spalancano, seguite dalla bocca. Sarei tentato di darmela a gambe prima che mi lanci una saetta da qualche punto imprecisato del corpo, se non fosse che, con ogni probabilità, l’espressione del mio viso, in questo momento, è lo specchio della sua.
La mia mano trema mentre la porto al petto. L’aria sembra essere stata risucchiata dai polmoni e, contro la mia volontà, le gambe si muovono. Non sono più io a comandare; sono un burattino che risponde a fili invisibili.
Non so come, mi ritrovo in ginocchio a guardare il pavimento.
Nel mio campo visivo entrano dei piedi nudi adorni di un sottile tessuto rosso.
«Alzati, Malek dei Djinn».
Di nuovo la loro fottutissima voce. Sono quattro suoni fusi insieme, un coro che penetra nel cranio come una scarica di spilli appuntiti. Obbedisco perché il mio corpo non mi appartiene più. In piedi fisso il gioco di ombre e luci sul volto nascosto della Torre da cui la mia stirpe trae potere.
Il fuoco riverbera nello stretto spazio che ci divide. Con la coda dell’occhio vedo l’Angelo nelle mie stesse condizioni, prigioniero di una spira d’aria che lo tiene sollevato. Accanto a lui, l’Oracolo che ho visto prima annaspa, chiusa in una bolla d’acqua che vibra di energia.
Sussulto sentendo un’imprecazione provenire dalla mia sinistra. Mi volto per ritrovarmi a osservare una Strega: si agita rabbiosa, trattenuta da rovi che le artigliano la carne ferendola.
«Che caz…» la frase si spezza a metà, risucchiata dalle parole che demoliscono e costruiscono insieme.
«Il sangue versato reclama equilibrio. Compensazione» criptici. Odio quando fanno i criptici. «Le razze hanno spezzato l’ordine. E l’ordine esige espiazione».
Quindi è questa la fregatura. Avrei dovuto immaginarlo.
Un ringhio esplode da un punto imprecisato della Sala: deve essere uno dei miei. Dannazione perché devono comportarsi come bestie proprio ora? Non fanno che peggiorare le cose.
Il Lethari, di fianco alla Torre, ruota appena il capo verso l’origine del verso e, un istante dopo, un tonfo sordo squarcia il silenzio.
Problema risolto. Un lavoro pulito, preciso e, per questo, terrificante. Nonostante il calore che emana dalla figura davanti a me, sento un brivido di ghiaccio risalirmi lungo la spina dorsale.
Il silenzio precede le ultime parole che verranno pronunciate. Già mi immagino a “espiare” qualche colpa millenaria per salvare il culo alla mia specie.
«Siete stati scelti».
La frase si riversa nella Sala.
Scelti…per cosa?
È solo un modo elegante per dirci che siamo sacrificabili?
Mi guardo intorno, studio i volti dei condannati dinnanzi a questo plotone d’esecuzione.
La Strega irrigidisce le spalle, il mento è sollevato in una sfida muta alle Torri. Capelli corvini, occhi come braci e un corpo da urlo. È il tipo di donna che ti bacerebbe con passione un istante prima di tagliarti la gola.
Sposto lo sguardo alla mia destra. L’Angelo è una statua, immobile, mi chiedo se stia ancora respirando o se il terrore lo abbia cristallizzato.
Di fianco a lui, l’Oracolo brilla di una luce lattiginosa che sembra filtrare attraverso l’acqua che la avvolge. Si sorregge al bastone, le mani strette attorno al legno, le nocche pallide sotto la pelle chiara. Tiene lo sguardo fisso davanti a sé.
«Scelti per cosa esattamente?» È la strega a prendere la parola, incurante dei viticci che le serrano i polsi. Resiste, non china il capo. Diamine se mi piace questa femmina. Peccato che Demoni e Streghe siano nemici da quando sono stati creati.
«Scelti per espiare le colpe delle vostre famiglie, Raven». L’Araldo della sua Torre sussurra quelle parole accompagnandole con una stretta ulteriore.
Lei si dimena, i pugni serrati e i muscoli tesi allo spasmo. «Io non ho preso parte a questa guerra!» urla, rivolta a nessuno in particolare.
La voce le muore in gola, diventando roca; la pelle ambrata, lacerata dalle spine, inizia a trasudare rivoli di sangue scuro.
Rabbrividisco a quella tortura, eppure lei non si piega.
«Nemmeno io». Okay, è un sogno: l’Angelo ho un palo nel culo solleva il mento in un gesto di sfida. Non lo dirò mai, ma questa uscita mi piace. Loro sono automi nati per ubbidire, non per discutere. Vedere questa ribellione incrina la sua perfezione e può voler dire…
«Non importa chi ha combattuto».
Guastafeste di un oracolo che non mi fa terminare i pensieri. Torno a guardarla: gli occhi sono persi nel vuoto, le dita affusolate sfiorano il legno del bastone. Non le serve per sorreggersi; la sfera di cristallo sulla sommità è il catalizzatore dei suoi poteri.
Equilibrio del cazzo: priva gli Oracoli della vista fisica per donare loro l’Occhio della Mente, capace di guardare oltre il presente, dritto nelle viscere del futuro.
Le mani pallide serrano il legno. L’acqua, l’elemento della sua Torre, sembra nutrirla. D’improvviso, la bolla si infrange e il liquido le lambisce la veste candida, rendendola trasparente.
«Una casa, quattro ombre, quattro cuori pieni di crepe, un vincolo e del sangue».
Perché in ogni maledetta riunione di pace si deve sempre nominare il sangue?
«Kana» la voce dell’Etereo suona come ammonimento. Vedo il terrore dipingersi sul volto della ragazza. Vorrebbe arretrare, ma è prigioniera del giogo di chi le concede il potere.
Nella Sala il mormorio esplode in un boato. I Lethari iniziano a muoversi come ombre minacciose tra le file dei presenti.
«Perché noi? Non abbiamo contribuito a questa catastrofe, non abbiamo partecipato alle vostre battaglie!» La Strega continua imperterrita, incurante del fatto che il prossimo sangue versato potrebbe essere il suo.
«Grazie per averci illuminato, donna. È chiaro a tutti che siamo agnellini innocenti.» Cerco di smorzare la tensione, ma il sorriso mi muore sulle labbra sotto lo sguardo di Raven. Sembra studiarmi, come se stesse decidendo in quanti modi farmi fuori.
«Sei sempre così simpatico?»
«Solo con chi potrebbe tentare di uccidermi.»
Le sue labbra si flettono appena. Una smorfia che somiglia a un sorriso.
«Da questa notte...» la voce delle Torri torna a vibrare nelle mie ossa «...sarete gli Aeterni».
L’Araldo davanti a me si muove appena; ai suoi piedi, il fuoco divampa con furia rinnovata. «Perché appartenete a entrambi i mondi».
Increspo la fronte.
Che cazzo significa?
Sto ancora cercando di dare un senso a quelle parole, quando la voce riprende: «Portate in voi il sangue antico delle vostre stirpi e la carne fragile degli uomini».
La parola uomini cade nella Sala come veleno. Avverto la tensione cambiare, pare che tutti stiano trattenendo il respiro, perché il punto è tutto lì: essere ibridi.
Rappresentiamo il cedimento alla passione che ha generato noi creature a metà.
Mai abbastanza puri, mai abbastanza sporchi. Sempre in mezzo.
L’Angelo irrigidisce la mascella. Ecco da dove viene quella vena di ribellione che ho avvertito: il signorino biondo non è un puro. Nessuno percepisce la vergogna più della sua razza. Essere concepiti seguendo la passione della carne, per quelli della loro stirpe, significa venire ripudiati dai propri simili.
La Strega distoglie lo sguardo, mentre l’Oracolo china il capo. Io, invece, me ne fotto. Venire trattato come un diverso mi ha regalato la cosa più preziosa: la libertà. Nessuno mi dice cosa devo fare, quale protocollo seguire. Sono un Djinn macchiato da una colpa che è da attribuire al pene del mio regale padre, che ovviamente non mi ha mai considerato.
«Gli uomini sono ciechi al nostro mondo» continua la Torre, «eppure ne subiscono il peso».
Il Lethari accanto a noi resta immobile, un predatore silenzioso pronto a scattare alla minima sommossa.
«Voi preserverete il Velo» la voce dell’Etereo dell’Est si leva sul mormorio della Sala.
L’Angelo solleva il mento, la sfida ancora accesa negli occhi. «E questo cosa significa?»
Un soffio di vento gelido si alza dal suo Guardiano e si abbatte sull’essere celeste, piegandogli le ginocchia. «Significa, Azael dei Milites Caeli, che se una razza spezzerà l’equilibrio, voi interverrete. Siete stati designati come i Custodi del Confine».
Oh, abbiamo la discendenza dei pezzi grossi qui.
Milites Caeli per noi stupidi Demoni significa stirpe guerriera del cielo, in poche parole ci odiano. Beh, a conti fatti, eccetto gli Oracoli, qui dentro tutti ci odiano.
«Interverremo come?» domanda ancora Azael, ignorando la morsa che lo inchioda a terra.
«Fermerete il colpevole».
«E poi?» insiste.
La mia Torre si volta verso di lui. «Lo consegnerete all’Etere».
Sento il sangue gelarsi nelle vene: consegnare qualcuno qui significa sottoporlo a un giudizio che non conosce la parola perdono.
«Non sono un carnefice» sussurra l’Angelo. Per la prima volta la sua voce si incrina.
«No», lo riprende la Torre del Sud, «ma rappresenterai il confine che non può essere valicato. Chi arriverà al vostro cospetto saprà già cosa lo aspetta».
Siamo guardie. Sentinelle che servono da monito a chi vuole passare il limite. Non uccidiamo, facciamo di peggio… condanniamo.
«Proteggerete l’Equilibrio e gli uomini da ciò che non devono vedere».
Continua l’Etereo che sta dinnanzi a Raven.
La vera ragione di questa messa in scena sono loro: gli umani.
E noi ibridi siamo abbastanza mostri da comprenderli… e abbastanza umani da non volerli distruggere.
Ironico, davvero… La parte di noi che viene disprezzata è esattamente quella che ci rende indispensabili.
«La vostra mano, ora».
Che modo gentile di dare ordini, pur volendo non puoi opporti. La loro volontà schiaccia la nostra. Mi ritrovo ad allungare il braccio, il palmo aperto rivolto verso l’alto, in attesa di un destino che non ho scelto.
Arriva il dolore.
La carne si lacera, la pelle sembra andare a fuoco. Mi piego su me stesso, i denti stretti per non urlare. Con la coda dell’occhio vedo gli altri nelle mie stesse condizioni. Il sangue sgorga dalle ferite aperte; è un supplizio, paghiamo per colpe che non abbiamo commesso. D’un tratto, sento il loro tormento come se fosse il mio. Le barriere crollano e i loro ricordi mi investono come una marea. Vedo Azael isolato in un angolo di cielo, Raven derisa dalle sue sorelle, Kana che piange in un silenzio assoluto. Sento la loro solitudine, l’urlo muto di chi non è mai stato accettato. Ibridi. Feccia. «Uniti dalla solitudine, troverete nell’altro il vostro sostegno. Che gli elementi si fondano, che si crei il vincolo. Voi sarete i nostri occhi, il dito che punta, il sospetto che viene reso certezza. Voi siete gli Aeterni».
Lascia un like o un commento, ma sii gentile, qui tutto è un dono.
i commenti sono soggetti a moderazione
Tutti i diritti riservati. I contenuti presenti su questa pagina sono di proprietà esclusiva dell'autrice/autore e non possono essere riprodotti, diffusi o copiati.