Scritto il 22/09/2026
da NORMA TARDITI


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Lena

È Fabiano a reagire immediatamente: scatta verso la casa, verso l’urlo di sua sorella, con una corsa leggermente zoppicante che mi fa intuire che il suo infortunio, qualunque sia stato, non abbia interessato solo la sua spalla.

Io corro dietro di lui, confusa, sorpresa e, mi rendo conto, speranzosa. Perché vedo dove sono Lucilla e Sara e mi viene in mente una sola, possibile causa di un tale terrore.

Si trovano davanti a quella che era la cucina, il cuore delle abitazioni di una volta, con il tepore del focolare e l’esposizione migliore, dove ci si radunava tutti la sera.

“Lu?”

Fabiano l’ha raggiunta, fisicamente almeno: ora sta cercando di raggiungerla anche mentalmente. Non sarà facile: tra tutte le emozioni, quelle che più sono suscettibili di toccare picchi improvvisi sono la rabbia e la paura, e in questo momento il terrore che prova Lucilla si propaga da lei forte quanto la sirena di un’ambulanza troppo vicina, mi colpisce a ondate attraversando il mio corpo con gelide sferzate che minacciano di contagiarmi, che già mi stanno facendo respirare più rapidamente.

Mi sforzo di isolarla, di schermarmi e di stare calma, sotto lo sguardo insieme preoccupato e speranzoso di Sara, che ha capito perfettamente.

“è là!” sta urlando la ragazzina, coprendosi gli occhi.

Con la coda dell’occhio scorgo Matteo uscire da casa, attirato dal baccano.

“Lucy va tutto bene, calmati” tenta di rassicurarla il fratello.

Sara continua a osservarmi e aspetta, attenta, la mia reazione. Quasi mi sembra di sentire la sua voce nella testa: puoi aiutarla Lena, fallo.

Potrei, è vero, ma questo cambierebbe le cose, per me. Ne sono perfettamente consapevole. Mentre il panico mi contagia guardo la ragazzina, che saprà, e guardo il fratello, che non ho nessun modo di allontanare in questo momento. Lo sapranno entrambi. E l’idea mi spaventa. Tanto.

E la sua paura si mischia alla mia.

Potrei semplicemente tacere: Sara non direbbe niente. Lascerebbe a me la decisione. Potrei tacere e affidare a lei il compito di aiutarla: saprebbe come fare. E potrei darle una mano standomene in disparte come sempre. Sarebbe la cosa migliore da fare.

Osservo il terrore di Lucilla, quella sua magrezza, mi concedo di ascoltare le sue urla che stanno diventando strazianti. E, per una volta, esito.

Ripenso alla conversazione che ho avuto con suo fratello, al modo di porsi che ha avuto questo ragazzo e penso che forse, questa volta, solo per questa volta, potrebbe non andare così male.

“Lu calmati…” le ripete Fabiano. “Non c’è niente qui, non vedo niente.”

Sforzandomi, concentro su di lui le mie percezioni e mi rendo conto che sta dicendo l’unica cosa che pensa potrebbe rassicurarla. Non è che non le creda: non sa cos’altro dire o fare.

Non c’era niente, lo sai.

Altre urla, altri singhiozzi.

Sì che c’era! L’ho sentito! Mi ha parlato! Mi ha…

Uno scuotere di teste, uno scambio di sguardi delusi e rassegnati.

Sedatela.

Scaccio quella paura, lontana nel tempo eppure così viva dentro di me, così come il desiderio di essere creduta.

Guardo un’altra volta Sara che annuisce, fiduciosa. “Andrà bene” mormora, lo leggo sulle sue labbra mentre il suono delle sue parole è sovrastato dalla disperazione della ragazzina.

Andrà bene?

Non ho più undici anni in fondo.

“Lu ascoltami, non c’è niente…” ripete ancora una volta Fabiano.

E mi decido, di colpo, prima di avere il tempo di cambiare idea, come se dovessi strappare un cerotto.

“Sì che c’è” intervengo, sentendomi come in quella frazione di secondo che passa dal momento del tuffo all’arrivo in acqua, quando ti rendi conto di non poter più tornare indietro: in meno di un battito di ciglia sarai immerso nel suo abbraccio gelido.

Mi accuccio accanto a lui e prendo il volto di Lucilla tra le mie mani. È sudata. Io sono sudata. Il suo panico bussa insistentemente su di me, come grandine su un tetto.

“Lucilla ascoltami, sono Lena. Va tutto bene.”

“No” dice tra i singhiozzi. Non posso darle torto.

Ignorando l’aspettativa di Sara e la preoccupazione di Fabiano, mi concentro esclusivamente su di lei, cerco di farmi strada tra i suoi stati d’animo, sotto quel terrore che permea tutto, come se fosse una matassa di fili da sbrogliare per arrivare al centro di lei, per catturare la sua attenzione.

Vergogna: è consapevole di fare una scenata.

Paura: percepisco… un camice bianco, questionari, elettrodi. Quindi sa, in realtà. Serro i denti e continuo a sondare, continuo a cercare.

Solitudine.

Centro! A questo mi posso appigliare.

“Lucilla, so che c’è.”

Non lo faccio mai. Anzi, non l’ho mai più fatto, lo avevo giurato a me stessa: non voglio espormi, non voglio parlare di me, non voglio mostrarmi, senz’altro non con degli estranei.

Eppure so che stavolta è la cosa giusta da fare, con lei. Forse perché mi riconosco in lei.

E non ho più undici anni, mi ripeto.

Andrà bene.

“Lo so, la sento anche io.”

E Lucilla si immobilizza nel momento stesso in cui il suo terrore si attutisce, come fosse una musica assordante riportata di colpo a un volume tollerabile: la senti ancora, capisci anche le parole, ma non è più protagonista delle tue percezioni, dei tuoi pensieri.

Nello stesso momento mi lambiscono l’assoluto sbalordimento di Matteo, la cauta, incredula fiducia di Sara e l’aperta curiosità di Fabiano, appena venata da un leggero scetticismo e sovrastata da una speranza cieca, perché generica. Ancora non sa in cosa sperare.

Gli occhi grandi di Lucilla, di diverse tonalità più chiari di quelli del fratello, si sollevano di colpo su di me. Troppo grandi, cerchiati da una stanchezza che a quell’età dovrebbe esserle estranea quanto le rughe.

“Davvero?” mi chiede abbassando le mani ma rimanendo ancora rannicchiata su se stessa.

Annuisco. “So che è qui. Non ti farà nulla, te lo assicuro.”

Mi capita, talvolta, di percepire le relazioni che si instaurano tra le persone come fossero fili che ci collegano a chi ci circonda. Alcuni, più consolidati, sono larghi come bande elastiche, altri sono sottili come fili di seta. Quello che si è appena teso tra me e Lucilla è praticamente invisibile, sottile e fragile come cristallo. Ma c’è e, se non commetto errori, può rinforzarsi.

“Vuoi raccontarmi cosa senti?”

La paura sta svanendo, è un sottofondo lontano ormai. In lei, oltre a una certa diffidenza avviluppata a quella vergogna che ho il dubbio non la abbandoni quasi mai, si sta facendo strada la speranza, brillante come la luce del sole a mezzogiorno, che la fa raddrizzare un po’, come un fiore che piano piano tiri su la corolla fradicia dopo un acquazzone.

Si guarda attorno, dubbiosa, prima in direzione di Sara, poi di Matteo, la cui vista la imbarazza ancora di più. Sto per dirgli di allontanarsi quando Lucilla torna a guardare me, scuotendo la testa.

Non ci sono riuscita dunque: non si aprirà.

E invece mi sorprende.

“Io non la sento: la vedo.”

Lo ammette, davanti a tutti noi.

“Cosa vedi?” le chiedo, curandomi di mantenere un tono neutro per non spezzare quel filo fragilissimo che sta iniziando a unirci.

“è… una donna, anziana. Ha un grembiule, i capelli raccolti strani, come in una specie di rotolo dietro, alla base della testa.” Sento Sara trattenere il fiato. “E… ha molto… molte…” Fa un gesto con la mano davanti al proprio petto inesistente.

“Dea Madre!” sussurra Sara nel momento stesso in cui Matteo esplode in un: “Sì, cazzo! Lo sapevo! Sapevo che avremmo incontrato qualcuno che li può vedere!”

Mi volto a guardarlo come al rallentatore. Lo vorrei incenerire.

Ma in realtà è proprio in questo momento che Lucilla fa il suo primo, vero sorriso. È incredulo e sembra sorprenda lei stessa per prima, ma è lì, sulle labbra screpolate da morsi nervosi.

“E non provare a dire che ha visto la nonna da qualche parte” mi avvisa Teo, avanzando con un indice contro di me. “Sai meglio di me che non esiste una sola foto sua.”

Lo so, sì.

“Dove la vedi?” chiede a Lucilla, fissandola come se fosse l’apparizione della Madonna di Lourdes e facendola arrossire fino ai capelli.

Lucilla punta un dito lungo e ossuto alle proprie spalle. “Là, da quella finestra…” mormora, mentre viene scossa da un lieve brivido. “Sta facendo… la maglia, tipo. Credo.”

Senza dire altro, Matteo corre in casa e io già so il perché. Lucilla lo segue con lo sguardo, comprensibilmente confusa, ma Sara cattura subito la sua attenzione: si accuccia accanto a me, le prende le mani nelle sue.

“Sta facendo l’uncinetto” la corregge, commossa.

Lucilla la fissa sbattendo le palpebre.

“Era mia madre” le spiega. “Quando io e mia sorella giocavamo qua fuori, ci teneva d’occhio proprio da quella finestra, le mani sempre impegnate a sferruzzare i centrini e le tovaglie. All’uncinetto” ripete.

Lucilla passa a guardare suo fratello, poi me, poi di nuovo Sara.

“Mi… credete quindi?”

Sara, espansiva come sempre, le stringe di più le mani e la guarda con un enorme sorriso. “Certo che ti crediamo.”

Io mi limito ad annuire, studiandola, e in quel momento nel sospiro di Fabiano, ancora al mio fianco, distinguo insieme sollievo e preoccupazione. E comprendo perfettamente entrambi.

E poi torna Matteo.

“La vede, Nico!” annuncia la sua voce, talmente eccitata da essere quasi stridula. Sta tornando da noi, con il telefono in una mano e la Polaroid nell’altra. “Ovvio, gliela sto già portando. Sì, ti richiamo.” Butta giù e piazza la macchina fotografica in mano a una Lucilla parecchio confusa. “Potresti fotografarla? Per favore” aggiunge lanciando un’occhiata a Fabiano che in tutta questa scena, che sicuramente deve sembrargli folle, sta osservando attentamente sua sorella, evidentemente con l’intento di coglierne la reazione. Riesco a percepire in lui un sottofondo di protezione, che però tiene bene sotto controllo, come avesse un guinzaglio. Sarebbe pronto a intervenire per proteggerla, capisco, ma al momento non vuole farlo, vuole lasciare che sia lei a gestire la cosa, se può.

E forse non può.

“Cosa?!” chiede infatti, terrorizzata.

“La nonna!” le risponde Matteo con un gran sorriso, come se fosse la cosa più naturale del mondo fare foto a persone defunte decenni prima.

Rimango in silenzio a osservare, mentre l’istinto protettivo di Fabiano aumenta.

Sta per intervenire, lo sento, ma mentre Sara, improvvisamente brusca, sgrida suo figlio, io noto la reazione di Lucilla: lancia un’occhiata dubbiosa all’obsoleta macchina fotografica, poi un’altra decisamente più rapida alla finestra, dove io continuo a non vedere nulla.

E stavolta non rabbrividisce.

Allora sono io a intervenire: “Aspetta” mormoro in direzione di Sara, poggiandole una mano sulla gamba, chiedendomi se forse non sia proprio l’atteggiamento del tutto rilassato di Matteo nei confronti di quello che, comprensibilmente, le sta sconvolgendo l’esistenza che potrebbe darle la spinta necessaria a reagire.

E anche Fabiano aspetta, attento quanto me.

“Vuoi che fotografi il… la…” mormora Lucilla.

“La nonna” ripete serafico Teo, prima di indicare me con un gesto vagamente seccato. “Lena sostiene che sia impossibile catturarli su una pellicola, ma lei non li vede” chiarisce, praticamente facendomene una colpa. Come se lui invece ne fosse in grado. “Quindi non abbiamo mai potuto fare delle vere prove, solo foto a casaccio. Ma tu invece riesci a farlo, quindi possiamo fotografare il punto esatto e cercare di capire cosa rimane impresso sulla pellicola.” Sara si schiarisce rumorosamente la gola. “Sempre se vuoi, ovviamente” aggiunge allora Matteo, cogliendo il suggerimento.

La ragazzina si volta verso suo fratello, come a chiedergli il permesso.

E Fabiano risponde subito, senza rifletterci e perfettamente calmo.

“Fai pure, se vuoi.”

Lucilla stringe un po’ le labbra.

“Sssì” risponde alla fine, non decisa, affatto, ma… tentata, quasi, da quella richiesta che di certo le deve suonare strana.

Prende la macchina fotografica che sembra ancora più grottescamente grande in quelle sue mani magre e affusolate, e la studia qualche istante, chiaramente perplessa.

“Dove… dove devo guardare? Non ha uno schermo.”

“Ah sì” risponde Matteo, avvicinandosi per indicarle il mirino. “Devi guardare nel buco, qui.”

“Okay.”

Segue le indicazioni, punta la macchina fotografica verso la finestra, lancia in quella direzione un’altra occhiata riluttante e poi scatta la foto. Un po’ troppo velocemente forse e con l’aria di voler concludere la cosa nel più breve tempo possibile, ma in ogni caso lo fa. E onestamente, visto il panico di poco fa, non posso sicuramente dire di essermelo aspettato.

Sobbalza leggermente ai suoni che inizia a fare la macchina mentre si prepara a sputare l’istantanea.

“Grazie! Grazie mille, principessa!” la investe Matteo, togliendogliela di mano. “Stavolta funzionerà senz’altro, vedrai” dice rivolto a me prima di scappare di nuovo dentro casa.

Scuoto brevemente la testa tra me. Di questo mi occuperò dopo…

“Cosa ne dite se torniamo a sederci?” propone Sara, con la sua consueta pacatezza. “Tutti insieme stavolta” chiarisce scoccandomi un’occhiata significativa.

In quello sguardo distinguo una certa gioia e quasi mi sembra di sentirla mentre mi dice: vibrazioni positive, visto?

In risposta alzo gli occhi al cielo, pregando di non aver appena commesso un enorme errore.


* * *

Con il bicchiere freddo in mano e il sapore dell’immancabile limonata di Sara sulla lingua, seduta al tavolo all’ombra della pergola di vite aspetto che Lucilla scelga bene le parole.

Non voglio farle fretta, so che non le sarebbe di nessun aiuto, e in ogni caso questa situazione è nuova tanto per lei quanto per me.

Seduto di fronte a me, Fabiano fa altrettanto: aspetta, anche se ha l’aria di chi vorrebbe qualcosa di un po’ più forte di una spremuta di limoni dell’orto. Onestamente lo vorrei anche io.

Immagino per venire in aiuto della sorella, è lui a fare, cauto, la prima domanda.

“Quindi… voi sentite queste...”

“Presenze” gli va in soccorso Sara. “Di solito le chiamiamo presenze, o spiriti” spiega prima di voltarsi verso di me con un sorriso dolce e del tutto fiducioso. “E non noi: solo Lena” risponde serena rivolgendosi soprattutto a Lucilla, che aggrotta le sopracciglia, comprensibilmente confusa.

“Ah, io credevo…”

La anticipo, perfettamente consapevole di cosa pensasse. Non poteva essere altrimenti d’altronde.

“Sara sa molte cose su questo argomento e mi ha aiutata, mi ha aiutata tantissimo, ma non ha le nostre percezioni” le spiego, includendola volutamente in quel “noi” che so poter essere un miraggio, un’àncora, quando ti senti diverso da chiunque altro, per qualunque ragione.

“Davvero li senti anche tu?” mi chiede allora, e riesco nettamente ad avvertire la sua speranza, mi punge sulla pelle, mentre la curiosità di Fabiano torna a lambirmi.

“Sì” rispondo.

“Quando?” sussurra.

La osservo, cercando di intuire cosa intenda.

“La notte?” azzarda allora Lucilla. E capisco.

Scuoto la testa, cercando di dimenticare la presenza del ragazzo lì di fronte a me, di nuovo consapevole del fatto che non posso chiedergli di allontanarsi: è stato lui a portarla da noi, è ovvio che voglia cercare di capire il più possibile.

E in ogni caso devo riconoscere che il suo atteggiamento è ancora sorprendentemente aperto, considerando che mi ha detto di non credere in tutto questo.

Quindi procedo e spiego.

“A me non succede di notte, non in maniera particolare almeno, né è così che è iniziato, ma in realtà è piuttosto normale perché la notte è il momento in cui la mente è più libera, non distratta dalle migliaia di stimoli che ci bombardano di giorno, ogni secondo. È un po’ come se fosse un suono molto lontano, o flebile: se ce ne sono altri che lo coprono non riesci a sentirlo.”

“Ah. E… cosa vogliono?” chiede Lucilla, mordicchiandosi il labbro.

“Alcuni niente. La maggior parte di loro, in realtà. Sono semplicemente rimasti qui, a volte perché strappati alla vita troppo rapidamente, altre perché siamo noi a non lasciarli andare, altre ancora perché sono particolarmente legati a un certo posto che hanno amato.”

“E perché vengono proprio da me?”

“Vedila così, è come se ti trovassi in un paese straniero e nessuno, nessuno, parlasse la tua lingua. Un bel giorno però ti accorgi che qualcuno finalmente reagisce alle tue parole, che ti capisce. Proveresti ad avvicinarlo, no?”

“Sì, credo di sì.”

“Ecco, con le presenze è lo stesso: a un certo punto devono aver notato che riuscivi a vederle, quindi cercano di mettersi in contatto con te.”

“Possono farmi del male?” chiede, dilatando un po’ gli occhi.

Lo sguardo di Sara indugia su di me, intenso.

“Gli spiriti sono incorporei” rispondo. “Non possono farti nulla, fisicamente.” Continuo a sentire lo sguardo di Sara su di me e lo ignoro, pur consapevole del fatto che non sia d’accordo. Ma non ho mentito: gli spiriti sono incorporei e innocui. E non voglio spaventare la ragazzina con altre ipotesi: non ce n’è motivo, sono sicura.

Sara però naturalmente è di un altro avviso.

“Tu li vedi a casa tua, giusto?” le chiede.

Annuisce. “Nella mia stanza” confessa a voce ancora più bassa.

“Allora se sei d’accordo possiamo venire a trovarti, dare un’occhiata per cercare di capire di cosa si tratti esattamente” propone, senza neanche chiedere a me se sono d’accordo.

Sara è la persona più dolce dell’universo, davvero, ne sono sicura, ma quando si mette in testa qualcosa procede con la stessa determinazione di un carro armato. E in questo momento vuole essere assolutamente sicura che qualunque entità ci sia a casa di Lucilla sia inoffensiva.

La ragazzina lancia un’occhiata al fratello, incerta, ed è lui a rispondere.

“Per me va benissimo, ma i suoi genitori tornano tra due settimane e non saranno accomodanti per quanto riguarda… tutta questa faccenda.”

“Non importa” replica subito Sara. “Possiamo venire già stasera, no?” propone, guardandomi e sfidandomi a dire di no. “Lena sei libera dopo cena, giusto?”

“Liberissima” rispondo con un sospiro. Provare a mettersi contro di lei è completamente inutile, lo so perfettamente.

“Noi saremo a casa” accetta Fabiano. “Tu che dici, Lu?” le chiede. Ecco, almeno lui è interessato alla sua opinione…

“Sì, va bene anche per me. E… potrete farli andare via?” chiede speranzosa, tornando a guardarmi.

“Sì e no” rispondo sinceramente: non voglio darle false speranze. “Posso insegnarti a tenerli lontani da te, a creare una sorta di bolla, attorno a te, uno spazio entro il quale non possono raggiungerti, ma non sono in grado di scacciarli, come se fossero insetti. Le croci, l’acqua benedetta, la salvia… beh non funzionano.” Non con gli spiriti, comunque.

L’attenzione di Fabiano torna tutta su di me.

“Quindi continuerò a vederli? Per tutta la mia vita?” chiede Lucilla, in tono vagamente lamentoso.

“Ho paura di sì.”

Si mordicchia il labbro, nervosa.

“Beh immagino di poter essere contenta” risponde alla fine, mostrando per la prima volta una scheggia di quella che potrebbe essere la sua vera fibra, nascosta sotto strati e strati di incertezza. “Fino a poco fa pensavo di essere l’unica. O di essere pazza.”

Quella parola mi colpisce come uno schiaffo e, subito, avverto la preoccupazione di Sara avvolgermi.

“Non lo sei” dico troppo seria, troppo velocemente, troppo coinvolta. “Il fatto che tu senta o veda qualcosa che gli altri non riescono a percepire non significa che tu sia pazza. Non lasciare che nessuno dica il contrario, mai.”

Sento lo sguardo di Fabiano virare verso una più aperta curiosità.

La ragazzina annuisce, cauta. “Va bene” mormora, un po’ intimorita dalla mia improvvisa foga.

“So che può essere difficile, ma ti prometto che tornerai a dormire tranquilla. Potrai fare una vita come tutti gli altri. Tutti hanno dei segreti, il nostro è solo un po’ più insolito.”

Lucilla mi lancia un piccolissimo sorriso, stentato e rassegnato, dal quale capisco che probabilmente non tutti i suoi problemi sono legati a questo. Ma per il resto non posso aiutarla, dovrà farlo da sola: tutti dobbiamo crescere, tutti dobbiamo farci le ossa. E ognuno deve farlo a suo modo.

E in ogni caso questi non sono affari miei.

“Facciamo alle 21:00?” propone Sara, allegra. Anche più di quanto mi aspetterei.

“Benissimo” rispondo, sospettosa, cercando di sondare quel suo atteggiamento. Ma avverto solo entusiasmo, prevedibile essendo la persona che è.

“Perfetto anche per noi” accetta Fabiano.

Ci scambiamo i numeri e mi segno il loro indirizzo.

“Grazie” dice Fabiano, rivolgendosi prima a Sara per poi guardare me dritto negli occhi.

“Di niente” rispondo. “Ma devo chiedervi un grosso favore, anche se mi rendo conto che ormai sia un po’ tardi per farlo: non voglio che in giro si sappia… di me e delle mie capacità. Per svariati motivi Sara sa gestire molto meglio tutto l’aspetto della relazione con le persone, per questo è sempre lei a mostrarsi, a comparire, a interagire. Vorrei che teneste questa informazione per voi.”

Non ho nessun motivo logico di fidarmi, ma ormai è davvero troppo tardi: lo sapevo già nel momento in cui ho scelto di parlare con Lucilla per calmarla, svelando il mio segreto. Li osservo entrambi e nei loro occhi ravviso per la prima volta una vera somiglianza: entrambi me lo garantiscono, Lucilla solo annuendo, Fabiano stringendosi un po’ nelle ampie spalle e rispondendomi “Certo”, con una noncuranza data non dal menefreghismo ma da un’indole essenzialmente corretta e leale. “E in ogni caso vale lo stesso anche per noi, no?” mi fa notare, osservandomi attentamente.

Sì, è vero, anche io ho il segreto di qualcun altro in mano, per la prima volta. E all’improvviso so che non è stato un errore, ne sono certa.

Almeno questa prima parte non lo è stata…

“Vero. Non dirò niente” prometto.

Appena si allontanano, tenendo gli occhi fissi sulla polvere della strada sollevata dal passaggio della loro auto, avviso immediatamente Sara: “Stasera andiamo, ma se fosse qualcosa di diverso da una presenza me ne tiro fuori: non voglio saperne niente.”

Annuisce tra sé, comprendendo ma non condividendo.

E non mi importa che lo faccia: sa di non potermi chiedere altro. Lo sa perfettamente.

“Verrai, vero?” le chiedo seguendo un’intuizione improvvisa generata dal suo atteggiamento fin troppo pensoso, calcolatore, quasi.

Mi guarda con la stessa aria innocente ereditata da sua figlia.

“Certo che verrò!” risponde, mostrandosi assolutamente sorpresa e anzi quasi punzecchiata dalla mia insinuazione. “A meno che Laura non abbia bisogno di aiuto con Mattia, naturalmente. Le colichette possono essere un grosso problema” mi fa presente.

“Certo, sì” commento, sempre studiandola.

“In ogni caso, se anche alla fine non dovessi riuscire a venire, te la caveresti a meraviglia da sola.”

Sospiro e rinuncio a replicare: non servirebbe a niente. So già perfettamente come andrà la serata…

 





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