HOODED SHADOWS:
I FANTASMI NON ESISTONO
Capitolo 7 di 34

Scritto il 19/09/2026
da NORMA TARDITI


⏱ ~23 min · 4.608 parole

Lucilla

“Cosa stai guardando da quando siamo partiti?”

Lucilla sollevò di colpo lo sguardo verso suo fratello.

“Ah scusa.” Richiuse lo schermo, rendendosi conto di essere stata scortese.

Ma Fabiano scosse la testa. “Non volevo delle scuse, volevo solo capire cosa ti prendesse così tanto. Non hai spesso il cellulare in mano.”

Come gli altri ragazzi della tua età. Le sembrava quasi di sentire quel pensiero inespresso. Che era la verità: tutte le sue compagne di classe passavano ore al cellulare. Lei no, perché non aveva mai nessuno con cui parlare. Nel poco tempo che trascorreva sulla chat si limitava a leggere i messaggi sui gruppi di cui faceva parte, senza mai partecipare.

Si sentì arrossire un pochino.

“Niente di che. È solo che ho dato un’altra occhiata al sito di ieri sera.” Un po’ più di un’occhiata in realtà: quando si va in ansia per qualunque cosa si vuole essere il più preparati possibile per non avere sorprese sgradite. Quindi aveva girato in lungo e in largo il sito, spulciandone ogni angolo e leggendo e rileggendo ogni singola riga, finché non si era imbattuta in una pagina che presentava una serie di video di vario genere e di varia provenienza (alcuni addirittura in altre lingue e sottotitolati), che in realtà per la maggior parte non aveva granché compreso: meditazioni guidate, rituali per celebrare la Ruota dell’Anno, procedimenti per purificare gli attrezzi magici, istruzioni per caricare i cristalli e fumigare la casa. Tra tutti, la sua attenzione era stata catturata da quelli provenienti da un canale YouTube chiamato “Hooded Shadows”, Ombre Incappucciate. “Nella sezione Pagine amiche ho scovato questi video.”

Rispose all’occhiata di Fabiano riaccendendo lo schermo e mostrandogli il fermo immagine di un filmato che riprendeva due ragazze che si aggiravano in una casa abbandonata e buia con il capo coperto dai cappucci di abbondanti felpe da cui, presumeva, derivava il nome del canale.

“Cacciatori di fantasmi” indovinò, tornando a concentrarsi sulla strada.

“Una specie, sì.”

Sul gruppo di PKI condividevano in continuazione video del genere, video che lei ovviamente non aveva mai voluto guardare: davvero non le servivano altre suggestioni. Quella mattina però si era incuriosita e aveva voluto dare un’occhiata, tanto per farsi un’idea. Era un canale di recente creazione e c’erano appena quattro video caricati, ma aveva già moltissime visualizzazioni alle quali Lucilla aveva sicuramente contribuito: aveva guardato quei filmati almeno dieci volte ognuno nelle ultime tre ore.

“E?” la spronò Fabiano.

“E… C’è qualcosa, qui dentro” disse con voce esile.

Fermata la macchina a un semaforo rosso, Fabiano tornò a guardare con più attenzione lo schermo.

“Davvero?” le chiese.

Lucilla fece ripartire il video e scorse con il dito sulla barra di avanzamento fino ad arrivare al frame che stava cercando, al minuto 22:17. Lo aveva memorizzato. Cliccò sulle due barrette della pausa e osservò attentamente la reazione di suo fratello.

Niente.

“Vedo due ragazze” disse Fabiano.

“E… non vedi niente, qui?”

Indicò un punto sullo schermo, un punto che curiosamente però le ragazze avevano oltrepassato per fermarsi di fronte… beh, al nulla, poco più avanti.

“No” rispose. “Solo buio, calcinacci e polvere. Tu cosa vedi?”

Lucilla scosse la testa, prendendo a mordicchiarsi una delle pellicine sul labbro mentre fissava quella zona più chiara, che rimaneva mezza tagliata fuori dalla ripresa. Sentì un brivido risalirle lungo l’avambraccio mentre in quell’alone credeva di vedere un’altra volta dei capelli lunghi, fluttuanti come se fossero stati immersi nell’acqua.

“Niente, solo… Niente” ripeté. “è un riflesso.”

Sentì lo sguardo di Fabiano indugiare su di lei e si affrettò a rimettere il cellulare in tasca, imbarazzata. Guardò fuori dal finestrino il mare che, calmissimo quel pomeriggio, rifletteva il sole, frantumando la sua luce in migliaia di frammenti dorati. Desiderò riuscire a imitare la calma dell’acqua.

“Lu, mi sembra un buon segno se hai visto qualcosa in quei video se in qualche modo sono collegati alla signora che stiamo per incontrare… Non la stiamo andando a trovare sperando che dica che ti sei inventata tutto, no?”

In risposta si strinse nelle spalle. Non sapeva neppure lei in cosa sperare…

Anche se quei video l’avevano fatta sentire un po’ meno sola, per quello aveva continuato a guardarli con gli occhi sbarrati. Aveva trovato altri due punti nei quali la ripresa aveva mostrato qualcosa, anche se sempre solo di sfuggita. Era come se quelle ragazze davvero potessero percepire quelle presenze (anche se in qualche modo diversamente da lei, perché non sembravano vederle), e quello l’aveva fatta sentire un po’ meno strana, per una volta.

Così si era persa a immaginare di far parte anche lei del gruppo di ragazzi che giravano quei video, indossando una di quelle grandi felpe nere con le lettere HS disegnate in caratteri gotici sulla schiena e andando in giro per case abbandonate e vecchi ruderi.

Quando le cose non andavano come avrebbe voluto, quindi molto spesso, aveva l’abitudine di immaginarsi in altre situazioni (e a volte metterle “in scena”, cosa che però non faceva più da quando sua madre l’aveva scoperta). Costruiva nella sua mente realtà immaginarie nelle quali però non era la balbettante e eternamente insicura Lucilla della vita vera, ma una brillante ragazzina sicura di sé, che tutti stavano a sentire non appena parlava, con voce alta e forte. Era anche molto carina, ovviamente.

Già che lavorava di fantasia, le piaceva farlo per bene.

“Stai tranquilla, andrà tutto bene” la rassicurò Fabiano. Una frase che odiava quando era sua madre a dirgliela, forse perché lo faceva sempre di fretta, un po’ scocciata da quella figlia alla perenne ricerca di una rassicurazione che alla fine non le concedeva mai.

Invece lui lo aveva detto come se lo pensasse davvero, quindi gli credette.

In realtà si sentiva davvero quasi tranquilla: le ultime due notti aveva riposato serenamente, recuperando così un po’ di quell’arretrato di sonno ormai cronico, e aveva perso un po’ di occhiaie e di quel colorito cadaverico che di solito la facevano sembrare uscita da un film di Tim Burton.

Mentre si vestiva davanti allo specchio a figura intera affisso dietro l’anta dell’armadio si era guardata un pochino più a lungo di quanto non facesse normalmente e, forse ancora elettrizzata dal sogno a occhi aperti di essere una delle ragazze in felpa, si era trovata… beh no, bella proprio no, ma un po’ meglio del solito. Aveva cercato di domare quel cespuglio biondo che aveva in testa raccogliendosi i capelli in una coda alta e fermando i ciuffetti ribelli con un numero di forcine che probabilmente l’avrebbe fatta annegare se fosse caduta in mare, e poi aveva deciso di azzardare: aveva messo un pochino di lip-gloss, quello rosa perla leggermente glitterato che si era comprata mesi prima con l’idea di presentarsi un po’ carina a scuola, ma che poi non aveva mai osato provare, temendo le prese in giro delle compagne. Non aveva dubbi che le avrebbero detto se lo aveva preso dai trucchi delle bambole con le quali secondo loro Lucilla giocava ancora.

E comunque già una volta le avevano detto che un cesso con un fiocco è sempre un cesso… Glielo avevano anche disegnato sul diario, dopo averglielo sottratto. Più tardi, a casa, mentre cercava di non soffocare tra singhiozzi e umiliazione, aveva strappato la pagina.

Comunque in generale si sentiva più a suo agio con gli adulti, perché non la prendevano in giro: per la maggior parte si limitavano a ignorarla e basta, quando si rendevano conto che tutto quello che faceva era sorridere a casaccio senza spiccicare parola. E lontano dalla scuola si sentiva un po’ più coraggiosa, tanto che l’idea di incontrare nuove persone, cosa di per sé preoccupante, le dava però anche quella vaga speranza di riuscire a comportarsi per una volta come un essere umano invece che come una gelatina tremolante.

Anche se la signora del sito e la sua assistente, chiunque fosse, le avrebbero fatto sicuramente delle domande.

Sentì quel sapore acidulo in fondo alla gola che si presentava ogni volta che iniziava ad agitarsi.

“Posso?” chiese a suo fratello, indicando il pacchetto di caramelline nel portaoggetti tra i sedili, di fianco alla pinza a molla che Fabiano si portava ovunque dopo l’infortunio, per esercitare i muscoli di mano e braccio le aveva spiegato.

“Certo. Ne dai una anche a me?”

Lucilla fece cadere un confetto nel palmo teso di Fabiano e ne prese uno per sé prima di rimettere il pacchetto a posto.

Ruppe l’involucro solido della caramella con i denti e assaporò la menta che le avvolgeva la lingua e le riempiva la bocca, rilassandosi un po’ al pensiero che almeno non avrebbe avuto l’alito pesante. Cercava sempre di essere molto profumata.

La voce innaturale del navigatore li avvisò che la loro meta si trovava poco più avanti, sulla destra, e Lucilla guardò incuriosita la coppia di case gemelle che si stagliavano sul promontorio, oltre una piccola pineta. Erano le uniche abitazioni da quel lato della statale e una delle due era chiaramente abbandonata, quindi la loro destinazione doveva essere per forza la prima.

Le piacque subito, anche se non avrebbe saputo dire il perché.

Forse era per via della sua semplicità: una lunga casa a due piani, di forma rettangolare e di vecchia costruzione, intonacata di un tenue verde pastello con le persiane abbinate color verde scuro e affacciata, da quello che riusciva a vedere, su un giardino semplice che digradava verso la costa rocciosa leggermente rosata in quel punto, punteggiata di ginestre a strapiombo sul mare.

Era un posto molto… pacifico. Le sembrò subito una di quelle case in cui si trova sempre posto per un ospite in più e in cui c’è immancabilmente qualcosa di pronto da mangiare. Comoda, accogliente e scricchiolante, le ricordò una di quelle vecchie signore col grembiule che profumano perennemente di biscotti.

Fabiano svoltò imboccando il vialetto di terra che portava allo spiazzo dietro la casa, occupato da una vecchia Panda verde acqua, da un piccolo fuoristrada nero e da un paio di scooter malridotti.

“Direi che è lei” disse Fabiano accennando a una signora che stava andando loro incontro con un vestitone lungo e smanicato sullo stesso stile di quello della foto sul sito, accogliendoli con ampi cenni di saluto. “Coraggio” la spronò lanciandole un’occhiata mentre apriva la portiera.

Coraggio… Facile per lui, che non aveva paura del mondo intero.

“Se non ti piacciono ce ne andiamo e avremo perso solo un’ora, no?”

In effetti…

Vagamente rassicurata, Lucilla prese un bel respiro e scese nell’aria calda e profumata.

Era tesa, più di quanto si era ripromessa, come sempre, eppure quando vide il sorriso aperto della signora si ritrovò immediatamente a ricambiarlo.

Come la sua casa, le piacque istantaneamente. Forse non sarebbe andata poi così male…

Ma sarebbe davvero potuto andar bene qualcosa a Lucilla D’Aureli? Naturalmente no, e infatti cinque secondi scarsi dopo essersi convinta che forse non sarebbe stata una catastrofe, le cose precipitarono: la signora, mentre li raggiungeva a grandi passi, chiamò a gran voce qualcuno, ruotando la testa all’indietro, verso il mare.

“Lena!”

Lo sguardo di Lucilla seguì quella direzione e si fissò sull’unica altra figura presente: una donna con i capelli neri, inguainata in un corto e aderente vestito scuro dall’orlo della gonna asimmetrico portato con stivali dai gambali morbidi che le ricadevano verso le caviglie, poggiata a braccia tese contro la staccionata affacciata sul mare, con un piede sull’asse inferiore.

La sua assistente, chiaramente.

Quando si voltò e si incamminò verso di loro, Lucilla realizzò che era in realtà una ragazza. Una bellissima ragazza per la precisione, constatò quando si fu avvicinata abbastanza perché la potesse vedere bene.

Il suo sorriso si cristallizzò progressivamente mentre i suoi occhi registravano via via i capelli corti da un solo lato, un grande tatuaggio che spiccava sull’avambraccio destro, un paio di piercing in faccia e quegli occhi scurissimi, contornati da uno spesso eyeliner dato con la precisione di un tutorial di YouTube.

Se avesse dovuto descriverla utilizzando un unico concetto, avrebbe detto che quella ragazza trasudava sicurezza.

In reazione, quella poca che aveva raggranellato lei venne spazzata via come un mucchietto di polvere colpito da un refolo d’aria.

Mentre la sua salivazione si azzerava, desiderò disperatamente di avere ancora cinque anni per potersi nascondere dietro le gambe di suo fratello che, a suo agio come sempre, stava porgendo la mano alla signora Sara.

Conscia di non poterlo fare, cercò almeno di mangiarsi quello stupido lip-gloss glitterato, che in quel momento le sembrò davvero preso dai trucchi delle bambole.


* * *

LENA

La vedo e sono sicura che l’avrei riconosciuta al volo anche se l’incontro fosse stato organizzato in pieno centro. Non so dire se sia l’aria da coniglio braccato con la quale sta fissando me o la postura un po’ curva di chi fa del suo meglio per passare inosservato, ma so per certo che, dotata o meno che sia, non se la passa bene.

Dodici anni ha detto Sara.

Non ne dimostra neppure dieci, con quel paio di shorts troppo grandi dai quali spuntano due gambe lunghe e magrissime e la maglietta che copre un torace esilissimo. Ho la netta sensazione che vorrebbe nascondersi dietro a quello che dev’essere il fratello, che sì, è davvero adulto, come aveva dedotto Sara dalla telefonata. Sembra quasi più il padre, deve avere qualche anno più di me.

Fratello che, senz’altro, non la aiuta con la sua fisicità quasi sfacciata: è alto e ben piazzato, muscoloso ma non in maniera esagerata. Lo definirei atletico, forte ma agile. O, guardandolo meglio, un Vichingo nell’epoca sbagliata, in jeans e t-shirt, con quella folta barba che gli ombreggia le guance e quei capelli biondo scuro, leggermente mossi, che porta abbastanza lunghi da farmi pensare che se volesse riuscirebbe a legarseli. Quasi stona il cellulare che ha in mano: un’ascia farebbe più al caso suo.

Mi viene da pensare che, a differenza di Nicola, questo ragazzo sia perfettamente a suo agio nella propria pelle.

Si infila il telefono in tasca e stringe la mano a Sara con convinzione.

“Grazie per aver accettato di incontrarci” dice. Ha una voce calda, profonda. “Io sono Fabiano Benedetti e questa è mia sorella, Lucilla.”

La bambina tiene gli occhi fissi a terra mentre quelli blu scuro di lui si spostano su di me. Quanto a sicurezza, sembrano il negativo l’uno dell’altra.

“è un piacere conoscervi entrambi” li accoglie Sara. “Questa è Lena, la meravigliosa assistente di cui ti ho parlato al telefono.”

Mentre gli porgo la mano attivo tutti i miei recettori: percezioni a parte, sarebbe chiaro a chiunque che l’idea di incontrarci non sia venuta dalla ragazzina.

“Ciao” mi saluta Fabiano-il-Norreno, accennando un sorriso solo con l’angolo della bocca.

“Piacere” replico, senza sorridere di rimando.

Quando prende la mia mano nella sua, grande e calda, trovo la sua stretta forte, virile, perfettamente in sintonia con la sua figura: una presa molliccia mi avrebbe stupita.

Poi i suoi occhi scivolano su di me, apertamente ma non sfacciatamente, e soprattutto non nel modo viscido che hanno alcuni uomini di guardarti, come se fossi roba loro solo perché sei entrata nel loro campo visivo: guarda il tatuaggio sul mio avambraccio destro, senza far finta di non farlo. Anzi addirittura, sempre tenendo la mia mano nella sua, me lo fa ruotare un po’ per osservare meglio l’albero tracciato sull’interno del braccio, dal polso al gomito. Poi, senza un commento, mi lascia la mano per portare la sua sulla schiena della ragazzina, probabilmente coprendogliela tutta con il palmo.

È un bel gesto, che mi stupisce: non la spinge avanti, verso di noi, le ricorda semplicemente che è là, accanto a lei.

È protettivo nei suoi confronti, deduco.

“Cosa ne dici Lucilla di chiacchierare un po’ con me?” propone Sara, con il suo immancabile sorriso. “Ho preparato una torta e della limonata. è tutto fuori, in giardino.”

Io osservo attentamente il fratello. In questi casi, di solito, gli adulti iniziano ad agitarsi, protestano perché non vogliono lasciare il bambino da solo, ma non lui: si limita a lanciare un’occhiata a sua sorella. “Lu?” le chiede, lasciando a lei la decisione.

La ragazzina sembra stringersi ancora di più nelle spalle già terribilmente esili. Dopo un tempo appena troppo lungo risponde di sì. Mi chiedo a quale proposta avrebbe risposto di no.

“Bene, allora vogliamo andare?” le chiede Sara incamminandosi lentamente verso il portico che si trova all’estremità destra della casa, diretta al giardino anteriore. La ragazzina la segue piuttosto riluttante, a capo chino, in quello che potrebbe anche essere semplicemente il suo atteggiamento solito.

“Sai, mia figlia Rebecca ha ricci molto simili ai tuoi, anche se i suoi sono più scuri. Siete fortunate: sono splendidi.” Sara le sorride incoraggiante, cercando di spezzare il ghiaccio con qualcosa di leggero e ottenendo in cambio un sorriso molto più pronto di quanto mi sarei aspettata. Un sorriso d’imbarazzo, lo definirei.

“Davvero? I miei non mi piacciono granché.”

Svoltano l’angolo e le loro voci si affievoliscono. Non riesco a cogliere il successivo scambio di battute ma sento una risata cristallina anche se sommessa, come trattenuta.

“Quindi il tuo ruolo di assistente è tenere lontano me?”

Piuttosto sorpresa, mi volto a guardare Fabiano e lo trovo a osservarmi con un’espressione tranquilla che mi fa intuire che la prospettiva non sarebbe un problema, per lui.

Perciò decido per una sorta di sincerità, per capire se la mia intuizione sia corretta: “Sì, esatto.”

Sara sa perfettamente cosa chiedere e spesso gli accompagnatori possono rivelare molto di più dei diretti interessati, soprattutto se, come in questo caso, si tratta di ragazzini, o bambini addirittura.

Accenna un sorriso e si porta a braccia conserte. Noto che si stringe un po’ il braccio destro con la mano sinistra, all’altezza del bicipite. Non lo fa con l’atteggiamento nervoso di chi deve per forza muoversi, ma con un gesto quasi distratto, una qualche abitudine che mi fa pensare che possa essersi fatto male, forse.

“Gli accompagnatori sono una piaga” commenta. “Soprattutto i genitori. Credono di sapere tutto e tendono a rispondere per i figli. Almeno, nel mio campo è così. Immagino valga anche nel vostro.”

Inizio a camminare, facendogli cenno di seguirmi con la testa, e mi dirigo insieme a lui verso la pineta che affaccia sulla scogliera, dalla quale potrà tener d’occhio Sara e Lucilla ma non sentire quello che si diranno.

“Sì, senz’altro vale anche nel nostro. Qual è questo tuo campo?”

“Mi occupo di riabilitazione.”

Lo fisso. “Riabilitazione di che tipo?” chiedo, cercando di non suonare troppo secca mentre pronuncio una delle parole che ho imparato a odiare con tutta me stessa.

“Fisica: sono fisioterapista.” Mi rilasso. Ah guarda, qualcuno che fa un lavoro tradizionale, penso tra me e me. “A riposo, al momento” specifica. “Mi sono infortunato un paio di settimane fa e la mia spalla non è ancora tornata del tutto a posto, quindi per ora non posso lavorare.”

Annuisco a quella conferma di ciò che ho avvertito poco fa.

“Mi dispiace” commento con il massimo dell’empatia che sono disposta a mostrare.

“Capita, facendo sport. Passerà” risponde tranquillo, senza gettarmi ami con aggettivi tipo “estremi” o “pericolosi” per spingermi a chiedergli come esattamente sia successo e vantarsi delle proprie prodezze. Non ha interesse a raccontarmelo, mi rendo conto. “Strano” prosegue infatti, passando oltre “non mi hai detto che il figlio del calzolaio va in giro con le scarpe rotte.”

Devo guardarlo un’altra volta, di nuovo sorpresa. O confusa, piuttosto.

“Sai, fisioterapista, riabilitazione, spalla fuori uso… Sarebbe stata la duecentesima volta, da quando mi sono fatto male.”

Ha un modo rapido e leggero di parlare, sembra accennare alle cose, quasi come se accarezzasse gli argomenti sfiorandone i confini senza mai davvero addentrarcisi.

“Beh tu non mi hai detto: “Maddalena, immagino” quando mi sono presentata. Ti dovevo un favore” replico, allineandomi con facilità al suo tono.

Il suo sorriso si tende e vedo un lampo di perfetti, bianchissimi denti.

Torno a guardare davanti a me mentre camminiamo lentamente sotto il sole e fisso lo sguardo sul mare oltre la staccionata che separa il giardino dalla scogliera sottostante.

“Se ci pensi sei fortunata: è un buon modo per scoprire subito se di fronte hai un idiota. Se ti fa qualche battuta sul nome puoi passare oltre senza preoccuparti di rinunciare a chissà quale meravigliosa conoscenza.”

Accenno un sorriso. È stranamente facile parlare con lui: è una di quelle persone che prende confidenza immediatamente, non in modo invasivo ma piacevole. Non ce ne sono molte.

“Una grande verità” concordo mentre ci inoltriamo nell’ombra offerta dai pini marittimi.

Ci fermiamo e ci appoggiamo alla staccionata, lui di fronte al mare, io invece di spalle, avendo cura di mettermi alla sua sinistra, in modo che possa tener d’occhio sua sorella se lo desidera.

“Lo dico sempre anche a mia sorella.”

Corrugo le sopracciglia. “Lucilla è un nome insolito, ma non mi vengono in mente battute imbecilli tipo “di buona lena”. Giuro, me lo dicono sul serio.”

Sbuffa una breve risata. “Non ne dubito” commenta, prima di spiegarmi. “Lucilla è il suo quarto nome: si chiama Annia Aurelia Galeria Lucilla.” Lo fisso, interdetta. “è il nome di un’imperatrice romana, la figlia di Marco Aurelio.”

“Quindi tu ti chiami Fabiano e…?”

“E basta. Nei quindici anni che passano tra me e mia sorella ci sono stati un divorzio e un nuovo matrimonio.”

Questo spiega in effetti la diversità nella scelta del nome, ma ancora non il perché di quello affibbiato a sua sorella, quindi indago di più. “E perché hanno pensato di farle questo?”

“Nostra madre, classicista e archeologa, ha sposato un altro archeologo, appassionato di storia romana dell’epoca imperiale.”

“Ah.” Non so cos’altro dire. Sto quasi rivalutando il mio, di padre.

“Sì, beh… Non è quello il suo problema più grande al momento” dice a voce bassa, facendosi serio all’improvviso e andando dritto al punto al quale lo avrei comunque condotto io a breve.

Mi faccio attenta, in cerca di eventuali tracce di menzogna o di messinscena, ma nel suo sguardo ora assorto, nel suo profilo serio, leggo solo preoccupazione. Sincera, ne sono praticamente sicura, ma questo non significa che sia fondata.

“Cosa le succede?”

Sospira leggermente, scuote la testa e serra le dita attorno al legno della staccionata, lo sguardo puntato davanti a sé.

“Non so dirlo di preciso, ma qualunque cosa sia è di notte che capita. Si sveglia terrorizzata, ha paura di riaddormentarsi… Io non vivo con lei di solito, in questi giorni sì perché i suoi sono via per lavoro. Sapevo che c’era qualcosa che non andava, ma quello che le succede la notte…” Scuote di nuovo la testa, gli occhi ancora fissi chissà dove.

Rimango in silenzio, lasciando che sia lui a procedere. E lo fa.

“Qualunque cosa sia le sta rovinando la vita” riassume.

Ed è in questo preciso momento che cattura davvero la mia attenzione. Lo guardo di sottecchi e vedo la sua espressione farsi più intensa, tesa, la mandibola serrarsi e quel piccolo muscolo accanto all’orecchio guizzare sotto la barba. Le crede, non ho dubbi.

“A dire la verità, tutte quelle voci su fantasmi, avvistamenti e simili mi sono sempre sembrate un mucchio di scemenze.”

Lo dice così, schietto.

“Presenze, non fantasmi” lo correggo sovrappensiero mentre, più che altro per abitudine, cerco i segni dell’intento di offendere me e Sara, ma non ne trovo nessuno e per qualche motivo la cosa non mi stupisce, anzi sarei rimasta sorpresa del contrario. “E adesso non più?”

Di nuovo scuote la testa, non per negare ma perché non gli piace nulla della situazione, riesco a percepirlo.

“Io credo in quello che vedo, non sono in grado di avere fede in quello che non posso vedere o sentire.”

“Ma?” Lo sento che c’è il “ma” e mi scopro curiosa di sapere quale sia.

“Ma conosco mia sorella, vedo che ha qualcosa che non va e l’alternativa a questo” dice, indicando genericamente col palmo aperto prima me, poi in direzione della casa, dove Sara e Lucilla sono sedute sulle poltroncine di vimini, sotto la pergola di vite “è molto peggio.”

Mi irrigidisco subito.

“Quale sarebbe l’alternativa a noi?” chiedo, controvoglia, consapevole di non volerlo davvero sapere.

Si infila una mano in tasca ed estrae uno strano oggetto giallo e nero. Una pinza a molla, una di quelle per fare esercizio capisco quando, appoggiandosi con gli avambracci contro il legno, inizia a stringerla ritmicamente nella mano destra. Quasi scompare in quel pugno massiccio.

“Mia madre l’ha già portata dal medico e dal suo terapeuta, inutilmente: le hanno detto che deve riposare e le hanno prescritto dei sonniferi, e il magnifico risultato è che mia sorella la notte rischia di morire d’infarto all’inizio dell’adolescenza. Non appena tornerà dal suo viaggio di lavoro la porterà da un neuropsichiatra, ha già preso appuntamento. Lucilla questo non lo sa.”

“Perché un neuropsichiatra?” chiedo lentamente, molto più rigida di quanto vorrei.

“Per farle dei test.”

Non ho neanche bisogno di chiedere quali. Sento un sapore acre sulla lingua, odore di disinfettante e lenzuola ruvide lavate industrialmente. Chiudo gli occhi, li riapro e mi sposto di un passo, nella macchia di sole alla mia destra, cercando di concentrarmi sul calore dei raggi che scaldano il mio vestito nero e sull’aria calda che mi accarezza la pelle nuda.

Mi volto per guardare la ragazzina, laggiù sullo sfondo, seduta composta sulla poltroncina, la schiena un po’ curva e le spalle fragili, e mi sembra di vetro in un mondo fatto di cemento armato.

“Che cosa ti aspetti da noi?”

Normalmente avrei detto da Sara, ma il fatto è che conosco bene quella magrezza, anche se io non l’ho mai provata sulla mia pelle: i demoni interiori hanno tante forme. E per una volta, nella mia vita fatta di scudi e barriere che tengono gli altri a distanza, mi sento mio malgrado partecipe.

“Non ne ho la più pallida idea.” La schiettezza di questo ragazzo mi spiazza. “Che mi diciate che è vero, che ne vedete a decine anche voi, che ne ha uno sulle spalle come in quel film thailandese” elenca, esagerando volutamente e riuscendo così, al contrario, a mantenere una certa leggerezza, che immagino sia quello strato sottile di ghiaccio che gli impedisce di sprofondare nell’abisso di disperazione che si sta aprendo sotto di lui, anche se potrebbe essere semplicemente il suo modo di essere, non so ancora dirlo con certezza.

La leggerezza è qualcosa che mi attira, in ogni caso: ce ne vorrebbe di più nel mondo. Senz’altro ce ne vorrebbe di più nel mio, a volte anche adesso, nonostante Sara, nonostante Bec, nonostante Teo e Nico.

Le domeniche soprattutto.

Mi sembra di sentire di nuovo il ticchettio dei minuti che scorrono inesorabili.

“E vorrei che la aiutaste” conclude.

“Come?”

“Proprio non lo so.”

Si volta in direzione della sorella, che si è alzata: sta seguendo Sara verso l’altra estremità della scogliera, verso la vecchia casa e la fine del colloquio. E io avverto, come una staffilata, il suo desiderio di proteggerla. Mi piace e mi fa male allo stesso tempo: conosco fin troppo bene quel desiderio disperato, venato di impotenza.

“A volte anche sapere di non essere soli aiuta” dico. O di non essere pazzi, aggiungo tra me, anche se di questo è difficile avere la certezza.

I suoi occhi si spostano subito su di me, di un blu ancora più scuro ora che il suo viso è in ombra. Profondi.

“Non lo è?” mi chiede, ancora una volta apertamente.

È difficile mentire di fronte a uno sguardo così diretto, scopro, nonostante il mio innegabile allenamento nel campo.

Apro la bocca per rispondere, neanche troppo sicura di quello che dirò, ma il problema non si pone: mentre prendo fiato, Lucilla lancia un urlo che mi fa accapponare la pelle.

 

FINE CAPITOLO
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