INCATENATA A ME - Capitolo 5 di 24

Scritto il 18/06/2026
da OLIVIA BENNET


Lizzie si toccò le labbra, indugiandovi sopra più del dovuto. Aveva perso il conto, ormai, di quante volte avesse ripetuto quel gesto nel corso delle ultime sedici ore.

Non riusciva a smettere di pensare alle sconvolgenti sensazioni che aveva provato quando il fratellastro l’aveva baciata.

O meglio, quando si era appropriato della sua bocca come se ne fosse il padrone assoluto, perché quello non era stato un semplice bacio.

Avrebbe dovuto respingerlo, obbligarlo a lasciarla andare, invece quando quella lingua peccaminosa aveva catturato la sua, calda e vorace, le era sfuggito un gemito di desiderio e un calore mai sperimentato prima le si era annidato tra le cosce, pulsando. Si era arresa, aggrappandosi a lui come una sgualdrina vogliosa.

A un assassino.

A un assassino che non aveva esitato a freddare un uomo davanti ai suoi occhi - poco importava che anche questi fosse armato, di certo non si era trattato di legittima difesa! -. In più minacciava di fare lo stesso con lei e con coloro ai quali teneva di più.

Avvampò di vergogna e affondò i denti nel labbro inferiore, mordendoselo a sangue, mentre migliaia di tamburi le martellavano le tempie senza darle tregua. Si portò due dita all’attaccatura del naso: la testa le doleva talmente tanto che faceva fatica persino a mettere a fuoco.

Non aveva chiuso occhio per tutta la notte, rigirandosi in quel letto che pareva fatto di spine, mentre ripensava a quanto era successo.

In meno di ventiquattrore, la sua intera vita era andata a puttane!

E doveva ringraziare solo se stessa per questo.

Non aveva nemmeno avuto il coraggio di raccontare tutto ai suoi genitori, quella mattina. Aveva addentato un toast ed era scappata via con la scusa di essere in ritardo.

Ma aveva rimandato l’inevitabile solo di poche ore.

«Si può sapere che diavolo ti prende?» Megan le rifilò una gomitata nelle costole, riportandola alla realtà.

«Ahi!» si lamentò lei, indirizzandole un’occhiataccia, ma Megan non si lasciò smontare e anzi partì all’attacco.

«È da stamattina che non spiccichi una parola e non hai praticamente toccato cibo» osservò indicando il vassoio quasi intatto. «Che cazzo succede?»

«Già… deve esserci per forza qualcosa. Una mummia imbalsamata avrebbe più vitalità di te, garantisco!» rincarò la dose Justin. «Non ci hai nemmeno raccontato com’è andata poi, ieri, con il tuo fratellastro. Ci hai parlato, alla fine?»

Lizzie esitò. Avrebbe voluto confidarsi con i suoi amici, come faceva sempre, ma temeva di mettere in pericolo anche loro. Michael Cannizzaro era un uomo pericoloso e sarebbe stato egoista da parte sua coinvolgerli in quella storia.

No, meno sapevano, meno pericoli avrebbero corso.

«Sì, ci ho parlato, ma non mi ha dato retta: si rifiuta di vedere Rose» rispose, affranta.

«Che bastardo!» commentò Megan, disgustata. «È sua madre, come può restare indifferente al dolore di quella povera donna?»

«Non lo so!» replicò lei, mogia, abbassando il capo sul petto.

Justin fraintese il suo atteggiamento abbattuto. Le posò due dita sotto il mento e la obbligò a sollevare la testa. «Ehi, tu hai fatto tutto il possibile e non hai nulla da rimproverarti, chiaro?» la rincuorò. «Perciò d’ora in avanti fanculo Michael Cannizzaro e ritorna alla tua vita.»

Magari fosse così facile!, pensò Lizzie, ma ovviamente assentì, abbozzando persino un sorriso.

«A proposito di ritornarcene alle nostre vite…» intervenne Megan cogliendo l’occasione al volo e cambiando argomento. «Hai già scelto il vestito che indosserai al ballo? Guarda che mancano solo dieci giorni.»

«Non ancora. Io e Rose usciremo per una nuova maratona di shopping oggi pomeriggio, sperando che sia la volta buona…» replicò lei con una scrollata di spalle. Erano più di due settimane, infatti, che lei e la matrigna girovagavano per negozi, in cerca di quel benedetto vestito, ma nessuno di quelli che aveva provato l’aveva colpita più di tanto.

Le venne da ridere, ma non per il divertimento. Fino al giorno prima si era sentita frustrata per quel fastidioso contrattempo, ritenendolo quasi una tragedia, invece adesso le appariva una tale sciocchezza che si sentiva un’idiota colossale.

A chi importava di un cazzo di vestito, quando tutti i piani che aveva fatto per il suo futuro stavano andando a monte?

«Io ne ho trovato uno favoloso!» annunciò Megan, talmente entusiasta che le brillavano gli occhi. «È elegantissimo e ha una scollatura che mi fa due tette da infarto. Chris cadrà tramortito ai miei piedi, quando lo vedrà, ne sono certa.»

«Quello cadrebbe stecchito ai tuoi piedi anche se indossassi il burqa: è talmente cotto di te che è quasi rivoltante da guardare» commentò Justin, ironico. «A ogni modo anch’io farò la mia porca figura con lo smoking che ho affittato. Mi calza addosso come un guanto e mette in evidenza i miei strepitosi muscoli. Regina stavolta sarà mia, me lo sento. Magari me la darà anche, perché no? Sapete come si dice: mai mettere limiti alla provvidenza!» concluse, ammiccando con le folte sopracciglia.

Megan scoppiò a ridere, e anche Lizzie non poté farne a meno. Erano mesi che Justin corteggiava Regina, una delle loro compagne del corso di biologia, ma la ragazza gli aveva sempre rifilato un due di picche. Justin, comunque, non si era mai arreso, provandone di ogni per conquistarla, e alla fine pareva avercela fatta: Regina aveva accettato di accompagnarlo al ballo del diploma.

«Buona fortuna, amico!» disse Megan sollevando una mano per farsi battere il cinque.

«Mi sa tanto che ne avrai bisogno!» aggiunse Lizzie con un sorriso ironico.

Un sorriso che si incrinò ben presto, sostituito dall’apprensione.

E mi sa che ne avrò bisogno anch’io!

 

 

Era quasi ora di cena e Lizzie stava misurando il pavimento della sua camera come un leone in gabbia, i nervi a fior di pelle. Lei e Rose erano tornate da poco a casa, dopo il pomeriggio trascorso a fare shopping, e mentre la matrigna stava preparando la cena, lei era salita in camera per appendere il vestito nuovo nell’armadio, affinché non si sgualcisse.

Finalmente lo avevano trovato, ed era stato amore a prima vista. Anche a Rose era piaciuto moltissimo e quando l’aveva vista uscire dal camerino, con addosso quell’abito stupendo, si era commossa.

«La mia bambina è diventata una donna» aveva mormorato con la voce rotta, una mano a coprire la bocca. «E presto la perderò.»

Anche gli occhi di Elizabeth si erano riempiti di lacrime sentendo pronunciare quelle parole, perché Rose ancora non sapeva quanto si fosse avvicinata alla verità. Le aveva buttato le braccia al collo, tenendola stretta e paventando il momento in cui avrebbe dovuto confessarle tutto.

E ora quel momento era arrivato.

Solo che non riusciva a decidersi a uscire dalla sua stanza e a scendere quelle dannate scale, quasi fossero un baratro pronto a spalancarsi sotto ai suoi piedi per inghiottirla.

Chiuse gli occhi per un momento, chiamando a raccolta tutto il proprio coraggio. Quando li riaprì, era determinata ad affrontare la situazione. Aveva mosso un solo passo, in direzione della porta, quando il suo cellulare squillò. Si diresse verso il letto, dove lo aveva lasciato cadere pochi minuti prima, e guardò il numero sul display. Non lo aveva fra i contatti, e si chiese chi fosse a chiamarla.

Poi capì: era Michael.

Allungò una mano per prendere il telefono, poi la ritrasse.

Magari, se non rispondo, la smetterà!, si disse.

Attese, torcendosi le dita per l’ansia.

Uno squillo.

Un altro.

Poi un altro ancora.

E altri a seguire.

Le sue speranze evaporarono in fretta.

Avanti, rispondi, non fare la codarda!, le sussurrò la sua vocina interiore. Sai benissimo che non si arrenderà.

Sì, Lizzie conosceva Michael Cannizzaro da poco meno di un giorno, ma le era bastata una sola occhiata per capire di che pasta fosse fatto: era un uomo determinato, con una volontà di ferro. Prese il cellulare e strisciò sul tasto verde. «Pronto?» esclamò, imponendo alla propria voce di non tremare.

«Sei stata sul punto di non rispondere, vero?» le giunse all’orecchio la familiare voce maschile. Arrogante e sarcastica esattamente come la ricordava.

«Che vuoi?» replicò, eludendo la domanda.

«Lo sai.»

«Non ho né la palla di cristallo né sono un’indovina, perciò no, non lo so.»

«Hai parlato con tua madre?» disse Michael dopo una breve pausa.

«È anche tua madre, in caso l’avessi scordato. A ogni modo no, non ancora. Oggi sono stata parecchio impegnata.»

«Oh, questo lo so.»

Lizzie aggrottò la fronte, perplessa. «Che vuol dire che lo sai?»

Un istante dopo trattenne il fiato, sconvolta dalle implicazioni dei suoi pensieri. «Mi hai fatto seguire, vero? Perché avevi paura che andassi dalla polizia.»

«Sì…» ammise tranquillamente Michael, «ma non l’ho fatto per paura. E comunque, non era il solo motivo.»

«Ah, no? E per quale altra cazzo di ragione, allora? Illuminami, avanti!»

«Perché io mi prendo cura delle mie proprietà, Elizabeth, e tu, da ieri sera, lo sei diventata» dichiarò l’uomo con una voce gelida che le fece scorrere brividi gelidi lungo la schiena.

Ma poi montò la rabbia, una rabbia cieca che le fece calare un sipario rosso davanti agli occhi. Quello stronzo troglodita credeva che ora le appartenesse, anima e corpo? Beh, si sbagliava di grosso, perché lei apparteneva solo a se stessa. «Siamo nel ventunesimo secolo e io non sono una tua proprietà, né lo sarò mai!» proferì, furiosa.

«Sei un’illusa…» sostenne il capoclan dei Cannizzaro, beffardo, «ma fai pure. Ci vediamo tra un’ora fuori da casa tua, ho bisogno di parlarti. Non farmi aspettare!» ordinò.

«Io non…» Lizzie tentò di protestare, ma il fratellastro non gliene diede il tempo.

«Non costringermi a venirti a prendere di persona, sorellina, non piacerebbe né a te né alla tua famiglia» affermò.

E dopo quelle parole minacciose troncò la comunicazione.

Lizzie rimase per diversi istanti a fissare il telefono ormai muto, attonita, poi un ringhio di frustrazione le bruciò la gola. Pestò i piedi e si lasciò andare a colorite imprecazioni che avrebbero fatto impallidire uno scaricatore di porto, tutte rivolte al bastardo che aveva avuto la sfortuna di incontrare e che le aveva messo sottosopra la vita.

«Lizzie, puoi scendere ad aiutarmi, per favore?»

La voce di Rose, proveniente dal piano di sotto, la costrinse a calmarsi.

«Sì, scendo!» gridò, avviandosi alla porta.

 

 

«Puoi finire di apparecchiare la tavola, tesoro?» la pregò Rose quando la raggiunse in cucina. La matrigna aveva già steso la tovaglia e messo tre coperti, ma mancavano ancora le posate, i tovaglioli e i bicchieri.

«Mamma, dobbiamo parlare!» esordì lei, ignorando la richiesta.

Rose lasciò perdere per un momento il polpettone che si stava rosolando in padella e si voltò per guardarla. «Non possiamo farlo dopo? Tuo padre sta per arrivare e la cena è quasi pronta.»

Lizzie scosse la testa. «Dobbiamo farlo adesso: è importante.»

Qualcosa, nel suo sguardo, dovette allarmare la matrigna, perché girò la manopola del fornello e spense il gas, dopo di che si asciugò le mani nel grembiule che le cingeva i fianchi e le dedicò tutta la propria attenzione.

«Qualcosa ti preoccupa, bambina mia? Problemi con la scuola?»

«A scuola va tutto benissimo, non è quello…»

«Allora che è successo? Parla, avanti, mi stai facendo preoccupare» la incalzò la donna.

«Prometti che non ti arrabbierai?»

«Non posso farti questo genere di promessa, se non so di che si tratta. E se me l’hai chiesto vuol dire che già sai che non mi piacerà quello che stai per dirmi.»

«No, non ti piacerà!» annuì lei con una smorfia eloquente. «Però ti giuro che le mie intenzioni erano buone. Io… io non sapevo che… lui… che fosse…»

«Lizzie…» la richiamò Rose, severa, prendendola per un polso e costringendola ad accomodarsi su una sedia, prima di fare altrettanto. «Comincia dall’inizio, per favore, voglio capirci anch’io qualcosa.»

«Sì, hai ragione!» assentì la ragazza. Riprese fiato e, guardando la matrigna negli occhi: «Si tratta di Michael, tuo figlio.»

Rose Claremont sbiancò e per diversi istanti non riuscì ad articolare parola. «Che…» Si schiarì la gola, improvvisamente rauca. «Che c’entra Michael con te?»

«Lo so che ti manca, non negarlo. Ti sento piangere ogni notte per lui. Hai persino consumato la fotografia che lo ritrae, di quand’era bambino, a furia di baciarla…»

Elizabeth si fermò e fissò la matrigna. Sui suoi occhi cadde un velo di lacrime e una perla solitaria e trasparente le solcò la guancia pallida. Gliela asciugò con tenerezza. «L’ho trovato. Per te. E l’ho incontrato.»

«Qua… quando?»

«Ieri sera. Davano una festa al Divinae Club. Non sapevo nemmeno che fosse suo, quel locale, tra l’altro. Volevo solo parlargli, convincerlo a… a incontrarti, dirgli che gli vuoi bene e che soffri per la sua lontananza, ma…»

«Ma…?» rantolò Rose serrando con forza le mani sui braccioli della sedia.

«Ma nulla è andato come previsto…» ammise lei.

E snocciolò finalmente tutta la verità.

L'eco delle parole di Lizzie non si era ancora spento, che la donna saltò via dalla sedia come se le avessero punto il didietro con uno spillone acuminato.

«No, non ci credo, non è possibile!» ansimò portandosi le mani al volto e scuotendo la testa, come a negare ogni cosa. «Dopo tutto quello che ho fatto per tenerti fuori da questa storia, dopo tutto ciò a cui ho dovuto rinunciare, e adesso è tutto perduto. Tutto.»

«Mamma, mi dispiace…».

«Ti dispiace? Dannazione, Lizzie, ti avevo detto di starne fuori, supplicata… perché non mi hai dato retta?»

«Ho già detto che mi dispiace, cos’altro posso fare?» replicò lei. «Se solo lo avessi saputo, se mi avessi detto che era un dannato mafioso, non mi sarei mai sognata di avvicinarmi a lui.»

«È vero, è colpa mia. È tutta colpa mia!» decretò Rose con un filo di voce.

La ragazza si sarebbe presa volentieri a calci nei denti. «No, perdonami, non volevo dirlo... sono io quella da biasimare. Avrei dovuto parlartene, non agire alle tue spalle come ho fatto. Merda, come ho potuto essere tanto stupida?» sbraitò passandosi nervosamente una mano tra i ricci scuri. «Ma adesso che facciamo?» concluse fissando la matrigna, come se avesse una soluzione per tutto quel casino.

Lei ce l’aveva sempre.

Ma Rose stavolta appariva confusa e spaventata tanto quanto lei. «Dobbiamo dirlo a tuo padre, innanzitutto...» disse la matrigna dopo averci pensato su per un po’, «poi andrò personalmente a parlare con Michael. E farò in modo che mi dia ascolto. Sì, farò così.»

«Non ti darà retta, mamma, perché ce l’ha a morte con te. Ha minacciato di ucciderti insieme a papà e ai miei amici, se non faccio quello che dice, e io gli credo. Ha ucciso quell’uomo senza battere ciglio. È un uomo crudele e pericoloso.»

Come pericolosa è l’attrazione che esercita su di me!, pensò, ma questo omise di dirlo.

Un gemito da animale ferito sfuggì dalla gola di Rose, a quelle parole, poi le lacrime le inondarono il viso. «Avrei dovuto lasciare che Carmine Cannizzaro lo uccidesse, piuttosto che lasciare che diventasse come lui» mormorò, sconfitta. «Ma sono stata debole.»

Lizzie sbatté le palpebre, spiazzata da quella rivelazione. «Che diavolo significa? Chi è Carmine Cannizzaro?»

«Era il nonno di Michael, il padre del mio primo marito» spiegò Rose, l’espressione lontana, mentre la sua mente vagava tra i ricordi. «Sono stata obbligata a sposare Tony quando avevo solo diciotto anni. Non lo amavo, ma lui mi voleva e i miei genitori furono costretti ad acconsentire alle nozze. Mio padre era un pesce piccolo all’interno della Famiglia, e un rifiuto avrebbe segnato la sua sorte. L’unica cosa bella di quell’unione è stato Michael. Lo amavo con tutto il mio cuore e ho cercato di insegnargli a essere buono e gentile con tutti. Poi, quando aveva solo otto anni, Tony morì in un incidente, durante un inseguimento dei federali. Passato il periodo di lutto, manifestai a Carmine l’intenzione di andarmene, portando Michael con me. Volevo lasciarmi alle spalle il dannato clan, le uccisioni, il sangue e i tradimenti. Dare a mio figlio la possibilità di vivere una vita normale, di diventare un brav’uomo...»

Rose esalò un sospiro tremulo, chiudendo per un attimo gli occhi, poi continuò. «C’è un solo modo per abbandonare la mafia, Lizzie. Da morti. Ma quel bastardo, che la sua anima possa bruciare all’inferno, perché quello è il suo posto, mi propose un patto: sarei stata libera di andare, a condizione che lasciassi Michael sotto la sua custodia e non mi facessi più vedere. In caso contrario avrebbe ucciso mio figlio davanti ai miei occhi, lasciandomi in vita per potermene pentire.»

«È... è orribile!» squittì Lizzie, inorridita.

«Aveva solo otto anni, non potevo lasciare che lo uccidesse, capisci? Non potevo, non potevo...»

Rose scoppiò in singhiozzi disperati e la ragazza la abbracciò, piangendo insieme a lei.

«Lo ha... pla-plasmato a sua im-immagine e somiglianza... l-lo ha reso un a-assassino.»

Lizzie si staccò dalla donna e la scosse dolcemente, poi le asciugò la faccia con il palmo delle mani. «Non è colpa tua, mamma... Lo hai solo protetto, come hai fatto con me in tutti questi anni. Come potevi lasciare che lo uccidesse? Era solo un bambino innocente.»

«Sapevo a ciò che lo stavo condannando, e non ho fatto nulla per evitarlo. E adesso è troppo tardi. È diventato come suo nonno e come suo padre. Il boss dei Cannizzaro e di tutto il maledetto clan.»

«Mi dispiace...» ripeté ancora una volta lei. «Vorrei poter fare qualcosa, ma non so cosa.»

La matrigna le batté su una mano per farle capire che apprezzava la sua solidarietà, quindi si sforzò di sorriderle. «Sei stata tu la mia salvezza» le confidò. «Tu e tuo padre. Quando vi ho incontrato, in quel negozio, è stato come trovare un’oasi in mezzo al deserto. Vi ho amati entrambi fin da subito e ho giurato, dentro di me, che ti avrei protetta sempre. E invece anche stavolta... Sono un fallimento come madre.»

«Smettila!» sibilò Lizzie. «Sei stata la mamma migliore che potessi avere e io ti voglio bene da morire, capito?»

«Oh, tesoro!» bofonchio Rose, prima di stringerla nuovamente a sé e inondarle la maglia di lacrime.

Fu così che le trovò Carl, suo padre, quando poco dopo rientrò a casa. E subito si precipitò verso di loro per sapere cosa fosse successo.

Lizzie e Rose avrebbero voluto rimandare la confessione a dopo cena, ma Carl fu irremovibile e pretese di sapere tutto e subito. Rimanendone sconvolto anche lui.

«Tu non sposerai quell’uomo!» dichiarò, furibondo. «Dovrà passare sul mio cadavere, prima che lo permetta.»

 

 

Lizzie era fuori casa, appostata dietro al tronco di un albero e nascosta alla vista. Mancavano ancora una manciata di minuti allo scadere dell’ora concessale dal fratellastro, ma era uscita prima perché non ce la faceva più a respirare quell’aria opprimente.

La cena, com’era da immaginare, si era svolta in un clima teso e guardingo e nessuno aveva spiccicato verbo, immerso nei propri pensieri.

In fondo cosa c’era poi da dire?

Quando non ce l’aveva fatta più, aveva detto ai suoi che andava da Megan per un po’ - l’amica abitava dall’altro lato della strada, a poche case di distanza -, così si era infilata la giacca a vento ed era uscita.

Non aveva confidato né a Rose né a Carl della telefonata di Michael, e aveva fatto bene. Perché se suo padre avesse saputo che lui stava per arrivare, l’avrebbe di sicuro affrontato e non aveva idea di ciò che sarebbe potuto succedere.

Erano appena scoccate le venti e il sole stava per tramontare, tingendo il cielo di sfumature che andavano dal rosso all’arancio, quando una macchina nera, dai vetri oscurati, sbucò dall’angolo e percorse il viale, fermandosi proprio davanti a casa sua.

Lizzie non perse tempo e si avviò a passo svelto verso la limousine: non aveva dubbi sull’identità della persona che si trovava all’interno. La portiera posteriore si spalancò ben prima che lei afferrasse la maniglia e lei si accomodò sui sedili in pelle, voltando la testa.

Trovandosi faccia a faccia con il fratellastro.

«Bene, sei stata puntuale!» esclamò Michael con un sorrisetto soddisfatto che lei ebbe voglia di cancellargli dalla faccia a suon di ceffoni.

«Avevo altra scelta?» replicò, acida.

«No, non ce l’avevi in effetti!» ammise l’uomo. Dopo inclinò il capo per studiarla, facendole scorrere due dita su una guancia. «Hai pianto.»

Non era una domanda.

Lizzie non si curò di rispondere, così fu Michael a continuare. «Suppongo che tu abbia raccontato tutto ai tuoi genitori. Bene, perché al mio ritorno, tra due settimane, ti presenterò ufficialmente alla Famiglia e fisseremo la data delle nozze» affermò.

«Tra due settimane?» ansimò Lizzie. «Ma è troppo presto... io non posso.»

«Sì che puoi!» ripeté Michael, perentorio. «Il tuo diploma è fra dieci giorni, quindi avrai tutto il tempo per prepararti psicologicamente alla cosa. Mi spiace non poter esserci per assistere alla cerimonia, ma ti porterò un regalo da Miami per farmi perdonare.»

Lizzie era inviperita, tutto le stava scivolando tra le mani alla velocità della luce. Le serviva tempo per cercare una soluzione, per trovare una via d’uscita, invece quel bastardo senza scrupoli le stava chiudendo ogni varco.

«Sai cosa puoi farci con il tuo regalo, vero?»

Michael scoppiò a ridere, divertito. «Dovrei proprio punire questa tua fastidiosa impertinenza…» le disse, «ma purtroppo ho un aereo da prendere e sono già in ritardo.»

«Spero che cada!» sibilò lei tra i denti.

«Hai detto qualcosa, piccola?»

Lizzie sapeva benissimo che il figlio di puttana aveva udito perfettamente ogni parola, e la cosa la mandò ancora più in bestia.

«Ho detto che è meglio che vada, allora...» commentò in fretta, facendo per smontare, ma lui era di altro avviso. La afferrò per un braccio e se la attirò contro il petto, affondando quegli ipnotici occhi dorati nei suoi.

«Non vuoi salutare il tuo fidanzato come si deve?» domandò, ironico, quindi la travolse con un bacio mozzafiato, ficcandole la lingua in bocca ed esplorandola a fondo.

Lizzie si divincolò, cercando di non lasciarsi travolgere dai suoi sensi già in fiamme, ma per la seconda volta si smarrì in quelle oscure sensazioni e si ritrovò suo malgrado a rispondere a quel bacio, le mani del fratellastro che le cingevano la vita con possesso.

A un certo punto qualcuno si schiarì la gola, e fu come ricevere un cazzotto direttamente alla bocca dello stomaco. Lizzie si dimenò e stavolta Michael la lasciò andare. Brian, il tipo che l’aveva perquisita la sera prima, occupava il posto del guidatore e li stava fissando dallo specchietto retrovisore.

«Dobbiamo andare, Michael, o perderemo l’aereo. Rimanda i trastulli a un altro momento» disse, ironico.

Elizabeth avvampò di rabbia e di vergogna a quell’insinuazione. Quando il fratellastro le aprì la portiera, si precipitò fuori come se stesse fuggendo dal diavolo in persona. E forse era proprio così, perché solo il diavolo poteva indurre il suo corpo a provare certe pulsioni, pur sapendo che erano sbagliate.

Aveva mosso solo qualche passo in direzione di casa, quando la voce di Michael la raggiunse alle spalle.

La sentenza di una condanna a morte.

«Ricorda. Due settimane.»