Il giorno del diploma arrivò con una rapidità sconvolgente.
Lizzie lo aveva sognato a lungo, aspettandolo con entusiasmo crescente, perché nella sua immaginazione quel momento simboleggiava il raggiungimento di un importante traguardo e anche l’inizio di una nuova avventura.
Eppure quel mattino ogni entusiasmo era scemato e una coltre di pesante silenzio, simile a quello che precede un funerale, avvolgeva la piccola cucina dove la ragazza, Carl e Rose sedevano al tavolo davanti a un’abbondante colazione a base di pancake, marmellata, biscotti e cereali. Nonostante i piatti cominciassero a freddarsi, ancora nessuno di loro aveva toccato cibo.
Il fischio del microonde li fece sussultare.
Rose si alzò con un movimento nervoso, passandosi le mani sul grembiule per rassettare pieghe invisibili, e andò a estrarre la tazza dal piccolo forno, poi la posò sul tavolo davanti a Lizzie.
«Tesoro, mangia qualcosa...» le disse, il tono gentile e la voce tremula per l’agitazione. «Tra poco dobbiamo andare. Non vorrai far tardi per la cerimonia, vero?»
Lei annuì senza alzare lo sguardo. Aveva lo stomaco chiuso in una morsa, ma si sforzò di prendere almeno qualche sorso di caffè e di sbocconcellare un biscotto. Lo sentì piombare giù, amaro e pesante come un macigno.
Carl tirò un gran sospiro e intrecciò le mani sul tavolo davanti a sé. «Sai, tesoro, io e tua madre avremmo voluto che niente rovinasse questo giorno...» cominciò, scambiando un’occhiata con Rose, che annuì.
«Lo so, è stata tutta colpa mia» ammise Lizzie, affranta, desiderando che il pavimento si spalancasse e la ingoiasse in un sol boccone.
«Ormai quel che è fatto è fatto» replicò la matrigna, sfilandosi il grembiule sotto cui indossava un elegante tailleur verde scuro, comprato apposta per la cerimonia. Anche la ragazza indossava un abito nuovo ed elegante, lo aveva infilato davanti allo specchio con gesti meccanici, senza nemmeno curarsi di ammirare il proprio riflesso.
«Non si può piangere sul latte versato» aggiunse Rose, con più decisione. «Ma dobbiamo trovare un modo per cui Michael non ti rovini la vita.»
«E a questo proposito ho già preso accordi con zio Aaron e zia Ursula» proseguì Carl.
Lizzie comprese che era una cosa già concordata da giorni.
«Ti ricordi di loro? Sono venuti a trovarci due Natali fa. Vivono a Montreal e sono disposti a ospitarti da loro fin quando sarà necessario.»
Lei deglutì. «In Canada?»
«Va bene ovunque, basta che sia lontano da Chicago» intervenne Rose, torcendosi le mani. «E soprattutto da Michael.»
«Partirai domani stesso» riprese Carl, la fronte corrugata per la preoccupazione. «Ovviamente non potrai dire nulla a nessuno, e non telefonare né a casa né ai tuoi amici per nessun motivo. Meglio non correre rischi. Rimarremo in contatto noi con zio Aaron. Sarà già abbastanza difficile farti partire di nascosto, dato che ci dici che gli uomini di Michael ti stanno sorvegliando, e quei bastardi hanno i loro mezzi per scoprire ciò che gli interessa.» Fece una pausa grave. «Sarà difficile, ma troveremo un modo.»
Lizzie sentiva la testa ronzare, come se l’avesse infilata dentro un nido di vespe. I suoi genitori parlavano di spedirla via dalla città, addirittura in un altro stato! Un brivido gelido le corse lungo la schiena. Certo, aveva progettato anche lei di lasciare la sua casa, per andare al college, ma questo era diverso. Così improvviso, così spaventoso...
Eppure, inevitabile.
E lei ne era terrorizzata. Non tanto per se stessa, ma perché temeva che il fratellastro potesse far del male ai genitori e ai suoi amici, per vendicarsi. Doveva solo sperare che non fosse così. In fondo Justin e Megan ignoravano chi Michael fosse in realtà, ed erano all’oscuro di tutta quella storia.
E il fratellastro lo sapeva.
Gli conveniva attirare l’attenzione, uccidendo delle persone innocenti? Ci sarebbero state delle indagini, delle domande a cui rispondere. Il gioco non sarebbe valso la candela, quindi loro erano al sicuro.
O almeno era quello che sperava.
Per lei era tutto un altro paio di maniche e l’alternativa sarebbe stata arrendersi senza lottare e accettare quel matrimonio, ma non poteva farlo.
Perché sarebbe stato da codardi, e lei non lo era.
I suoi avevano ragione, comunque: finché restava a Chicago, Michael avrebbe potuto rintracciarla e trascinarla in quel covo di vipere e delinquenti che era la sua dannatissima Famiglia. Ormai le aveva messo gli occhi addosso ed era un tipo che non si fermava davanti a niente. L’avrebbe costretta a sposarlo, l’avrebbe fatta sua... non aveva altra scelta se non scappare. Anche se significava rinunciare a tutti i suoi progetti di vita.
Solo per il momento!, provò a convincersi. Gettò giù l’ultimo sorso di caffè, insieme a un grumo condensato di ansia. «Sì, papà!» mormorò.
«Su, non fare così, non sarà per sempre.» Rose le si accostò e le diede un buffetto affettuoso sulla guancia. «Ci serve per prender tempo mentre cerchiamo una soluzione. Adesso tirati su di morale e pensa che tra poco stringerai tra le mani il bel diploma che ti sei meritata in tutti questi anni di studi.»
La matrigna stava sorridendo, anche se era chiaro che ciò le costava uno sforzo enorme. Anche Lizzie si costrinse a stamparsi in faccia una parvenza di sorriso. I suoi genitori erano al suo fianco, ad affrontare quella dura prova, e si meritavano che almeno quel giorno lei li rendesse fieri.
Al diavolo Michael!, si disse, mentre si preparava per uscire. Adesso è lontano e non riuscirà a rovinarmi questo giorno speciale.
Una volta indossate scarpe e giacche, lei e i genitori salirono sull’auto, lucidata a nuovo per l’occasione e parcheggiata nel vialetto d’ingresso. La ragazza si accomodò sui sedili posteriori, le mani intrecciate in grembo, poggiando la fronte contro il finestrino, mentre Carl metteva in moto la vecchia Ford di famiglia.
Nessuno di loro notò l’auto nera, dai vetri oscurati, che si immise in strada dietro di loro e che cominciò lentamente a seguirli.
La cerimonia cominciò in perfetto orario. Un grande palco era stato allestito per l’occasione nel cortile dell’istituto, accanto alla palestra, e dappertutto genitori armati di fotocamera e fotografi ufficiali lottavano per accaparrarsi la posizione migliore per i loro scatti. Nonostante le prove dei giorni scorsi, Lizzie non poté evitare un singulto emozionato quando sentì il proprio nome, chiamato dal preside al microfono, e andò a sedersi al suo posto sul palco, accanto a Megan e a Justin.
«Che figata, eh?» sillabò il ragazzo di colore, strizzandole l’occhio.
Lei annuì, perché non si fidava a parlare.
In quel momento iniziò l’inno nazionale, magistralmente eseguito dalla banda della scuola. Lizzie si dimenò a disagio sulla sedia, di colpo tremendamente consapevole di tutti gli occhi dei presenti fissi su di loro - su di lei! -, e sentendosi avvampare. Stava per diventare una graduate, diplomata, e quasi non riusciva a crederci.
Con il cuore che le batteva nelle orecchie per l’emozione, ascoltò distrattamente il pomposo discorso del preside e poi quelli degli studenti scelti come rappresentanti della scuola, tra cui Larry per la squadra di football.
Il ragazzo indossava una divisa elegante e i raggi del sole mattutino facevano brillare il gel tra i suoi capelli, perfettamente in ordine. Il suo discorso fu breve e conciso, e Lizzie era abbastanza convinta che non fosse tanto farina del suo sacco quanto opera di qualche insegnante, ma gli procurò una pioggia di applausi scroscianti, soprattutto da parte della popolazione femminile del liceo.
Infine, il preside cominciò a chiamare uno a uno gli studenti per la consegna del diploma. Lizzie sentì che le gambe le tremavano un pochino, sul palco, quando strinse la mano alla commissione onoraria e finalmente si trovò tra le dita il tanto agognato pezzo di carta che la rendeva graduate.
«E adesso…» esclamò il preside, quando tutti i diplomi furono consegnati, «pronti per il giro del fiocco di nappa?»
All’unisono, con Megan e Justin, Lizzie spostò da una parte all’altra il fiocco del cappello di laurea, il tocco, gesto tradizionale che simboleggiava il loro passaggio alla vita adulta, poi si unì agli altri per il festoso lancio dei capelli.
E in un lampo tutto era finito!
La cerimonia, i suoi anni al liceo, la sua adolescenza...
La mia libertà!
Il pensiero la riempì di amarezza. Amarezza che le si doveva leggere negli occhi, a giudicare dall’espressione sulle facce di Rose e Carl mentre la subissavano di foto.
Poco dopo, con la scusa di dover andare in bagno per darsi una rinfrescata, Lizzie riuscì a eclissarsi e qualche minuto più tardi stava osservando i suoi occhi violetti nello specchio.
Gli occhi lucidi di chi è sul punto di scoppiare a piangere.
Non puoi scioglierti in lacrime proprio adesso!, si impose, facendo dei grossi respiri per calmarsi. Non di fronte a tutti, d’accordo? O vuoi rovinare questo giorno anche ai tuoi?
La gente avrebbe pensato a un attacco di nervosismo, a lacrime di commozione, ma Rose e Carl avrebbero capito. No, doveva essere forte anche per loro. Una volta riacquistato un briciolo di calma, controllò che il trucco fosse a posto e uscì dal bagno per tornare verso il palco, dagli altri.
«Ehi, tutto bene?»
La voce la riscosse dai suoi pensieri e la fece sussultare. Si voltò di scatto, schiacciandosi contro la parete, e si trovò davanti Larry.
Il giovane alzò le braccia, i palmi rivolti verso di lei. «Scusa, non volevo spaventarti.»
«No, scusa tu, sono... un po’ nervosa...» balbettò Lizzie, avvampando.
«Chi non lo è oggi?» Larry sorrise, mettendo in mostra la dentatura candida e perfetta. «Cazzo, durante il discorso pensavo di farmela addosso, per la fifa di dimenticare qualcosa e fare la figura del coglione.»
«Non hai fatto la figura del coglione, anzi, è stato un discorso magnifico» replicò lei. Ed era sincera.
Il sorriso di Larry si fece più luminoso per il compiacimento. «A dire il vero, comunque, c’è una cosa che mi rende ancora più nervoso che parlare sopra quel palco.»
«Cosa?»
«Stasera…» rispose lui, facendosi più vicino. «Il ballo. Il nostro ballo.»
Lizzie evitò di dirgli che, con tutto quello che le era successo, il pensiero di un semplice ballo studentesco era l’ultimo dei suoi problemi.
«Sarà la nostra occasione prima delle vacanze estive» continuò Larry, senza notare il suo stato d’animo. «Sono sicuro che andrà alla grande. Non vedo l’ora di stare con te, stasera.»
Poi si chinò su di lei e le poggiò un caldo bacio sulle labbra. Durò appena un attimo, perché lei fu rapida a tirarsi indietro, imbarazzata.
«Non qui davanti a tutti!» protestò, gettando un’occhiata oltre le spalle del ragazzo.
E rimase agghiacciata.
Oltre la rete del campo di football, c’era un uomo.
Non era uno studente, questo era sicuro. Lizzie non poteva dire di conoscere tutti i genitori dei suoi compagni dell’ultimo anno, ma di certo quel tizio non aveva l’aspetto di un genitore emozionato dopo il diploma del figlio. Indossava un completo scuro, anonimo, e un paio di occhiali neri ne nascondevano lo sguardo, ma la ragazza sentiva che stava guardando verso di lei. Anzi, proprio lei.
Larry scoppiò in una risata sbarazzina. «Avanti, Lizzie, chi vuoi che ci veda? I tuoi genitori?»
La ragazza scosse la testa. L’uomo oltre la rete si ficcò le mani in tasca.
«No, Larry, però...»
Il ragazzo si spostò di un passo per scrutarla. «Sei sicura di star bene? Sei davvero pallida!»
«Sì, ma... adesso torniamo dagli altri.»
«Come vuoi.» Larry si fece da parte per farla passare.
Lizzie tornò a sbirciare verso la rete. L’uomo era sparito e, per un breve attimo, la ragazza si augurò di esserselo solo immaginato.
«Comunque dovresti presentarmeli, i tuoi genitori!» continuò intanto a ciarlare il quarterback, ignaro, mentre raggiungevano il cortile del palco. «Magari non ora, certo, in mezzo a questa ressa... ma stasera, quando vengo a prenderti. A proposito, va bene se passo da te alle sette e mezzo?»
Lizzie annuì. Avrebbe annuito anche se lui avesse detto che la terra era piatta, per quanto lo stava ascoltando. «Okay...» rispose distrattamente.
«Perfetto. Allora ci vediamo stasera!» le strizzò l’occhio Larry. «Sarà una serata da favola.»
Si avviò tra gli altri studenti, salutando a destra e a manca dato che era uno dei ragazzi più popolari della scuola. Lizzie fu tentata di richiamarlo indietro, di dirgli di non venire affatto a prenderla, di inventarsi una scusa qualsiasi per rifiutare in extremis il suo invito al ballo. Se davvero quello che aveva visto era un uomo di Michael, se la sorvegliavano così strettamente, allora magari rischiava di mettere anche lui in pericolo. Non ne aveva alcun diritto. Ma quando aprì la bocca, il quarterback era già lontano, e comunque provava una discreta riluttanza a rinunciare così al suo ballo di fine anno. Sarebbe stata la sua ultima occasione di divertirsi per un bel pezzo, per colpa di Michael!
Era ancora in preda all’incertezza, quando la raggiunsero Justin e Megan. Parlavano a raffica tra loro e sprizzavano entusiasmo da tutti i pori.
«... e alla fine ho deciso di accettare la proposta di Harvard» stava dicendo Justin.
«Io invece credo proprio che andrò alla Columbia» rispose Megan. «Ho sempre sognato di vivere a New York. Ci pensi? Adoro il Magnificent Mile, ma fare shopping nella Grande Mela dev’essere più che fantastico... e tu, Lizzie?» Le si accostò, prendendola affettuosamente per le spalle. «Allora cosa hai scelto?»
«Ancora non lo so» rispose lei, rimanendo sul vago.
«Beh, sbrigati a decidere, altrimenti perderai la tua occasione» la rimproverò Justin, agitandole l’indice contro. «Non manca così tanto alla nostra partenza per il college.»
Ho già perso la mia occasione!, pensò Lizzie, rimanendo muta e triste mentre gli amici continuavano a progettare il loro futuro. Un futuro di cui lei non era più parte.
Mentre li salutava, promettendo di incontrarsi al ballo, si chiese quanto tempo sarebbe passato, prima di poter rivedere di nuovo i suoi migliori amici.
Lizzie indossò il vestito in camera sua e rimase a rimirarsi davanti allo specchio. Era un completino nero attillato, stretto in vita, con un’ampia scollatura che metteva in bella mostra la parte superiore dei seni. La stoffa era morbida, simile alla seta, e le dava una piacevole sensazione sulla pelle. Le scarpe, decolté con un ragguardevole tacco dodici, la facevano sembrare ancora più alta e slanciata e i capelli, raccolti in un elaborato chignon sopra la nuca, profumavano ancora di shampoo dopo la lunga doccia.
Controllò l’orologio. Mancavano dieci minuti all’ora dell’appuntamento, e un mix di eccitazione mista ad ansia le sfarfallava nello stomaco. Stava per andare al ballo con il ragazzo più carino e ambito della scuola, e niente doveva andare storto.
La porta della camera si aprì con un leggero scatto della maniglia e Rose fece il suo ingresso, un passo oltre la soglia.
Rimasero a fissarsi. La matrigna si era cambiata e, al posto dell’elegante tailleur con cui aveva posato insieme alla figlia dopo la cerimonia, e che ormai sarebbe stato immortalato per sempre tra le fotografie di famiglia, indossava un comodo maglione da casa.
«Stai benissimo!» le disse, con un sorriso commosso. Le si accostò e le sistemò un ciuffo ribelle, bloccandolo dietro all’orecchio con una forcina. «Stasera farai girare la testa a un sacco di ragazzi.»
«Mi basta farla girare a uno solo.»
«Al tuo accompagnatore?» Rose ridacchiò. «Se è davvero quello che è passato prima a portarti il bouquet, immagino che sarai molto invidiata dalle tue compagne.»
«Già!» mormorò Lizzie, distogliendo lo sguardo. Era certa che se avessero saputo la verità su cosa la aspettava, nessuna delle sue amiche l’avrebbe invidiata, affatto.
Rose intuì il suo stato d’animo. Con un sospiro, prese il bouquet poggiato sul bracciolo della poltroncina, accanto allo specchio interno, e glielo appuntò alla spallina del vestito, per poi rimirarlo con aria critica.
«Ecco, direi che è messo bene.»
«Grazie.»
«Per così poco?» Rose le prese le mani tra le sue. «Prima del mio ballo di fine anno, anche mia madre si assicurò che il bouquet fosse a posto, anche se era già malata e se ne andò pochi mesi dopo. Io... allora non l’avevo capito, pensavo che lo facesse solo per me, e quasi la rimproverai per essersi alzata dal letto per una cosa così sciocca... invece non hai idea della gioia che può colmare una donna, quando aggiusta uno stupido mazzolino di fiori sul vestito di sua figlia.» Gli occhi le si inumidirono per la commozione. «Stasera cerca solo di divertirti, va bene? Non pensare a niente.»
Lei annuì, poi le gettò le braccia al collo. «Ti voglio bene, mamma.»
In quel momento suonò il campanello. Lizzie corse alla finestra, emozionata: nel vialetto sotto casa sostava la macchina di Larry.
«Addirittura cinque minuti di anticipo…» commentò Rose, divertita. «Quel ragazzo deve essere davvero cotto di te.»
La aiutò a indossare il leggero scialle di seta sulle spalle nude e la accompagnò fino all’ingresso, dove Carl aveva già aperto la porta e scambiava qualche frase di circostanza con Larry.
«Ah, ecco qua la mia bambina!» esclamò il padre, non appena la vide sopraggiungere.
Larry indossava un’abbagliante giacca da smoking bianca e pantaloni neri. Si zittì di colpo, quando il suo sguardo scivolò su di lei, e rimase a fissarla a bocca aperta per qualche istante.
«Sei bellissima!» esclamò infine.
«Grazie.» Lizzie avvampò di piacere. «Anche tu.»
«Ci facciamo tutti una foto ricordo?» si intromise Carl, lanciando un’occhiata cospiratoria a Rose. Prima di ricevere risposta, aveva già afferrato a tradimento la macchina fotografica. Dopo qualche flash, li accompagnò entrambi alla porta.
«Mi raccomando, ragazzo, riporta mia figlia a casa in orario!»
«Certamente, signor Parker!» assicurò Larry, poi la prese a braccetto, la scortò lungo il vialetto e le aprì galantemente lo sportello dell’auto, come un perfetto cavaliere.
In quel momento Lizzie notò l’auto scura parcheggiata dall’altro lato della strada.
Il cuore le perse un battito.
«Ho perso metà del pomeriggio per tirare a lucido tutta la macchina...» stava dicendo Larry. Si accorse della sua esitazione. «Tutto bene?»
«Sì, certo.» Si riscosse e si affrettò a prendere posto sul sedile del passeggero. «Andiamo, altrimenti rischiamo di fare tardi.»
«Veramente siamo in anticipo.»
«Così troveremo un parcheggio più vicino, giusto?» insistette Lizzie, di colpo in preda all’ansia.
«Giusto.» Larry scrollò le spalle e mise in moto l’auto. Con la coda dell’occhio, lei controllò nello specchietto retrovisore, pregando con tutte le sue forze di essersi sbagliata, di essere soltanto una paranoica...
Le sue preghiere caddero nel vuoto, quando l’auto scura accese i fari e cominciò lentamente a seguirli.


