Scritto il 05/09/2026
da PITTI DUCHAMP


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Colpo di fulmine

 

Palazzo Pitti, 31 dicembre 1848

 

Lo stomaco contratto dall’emozione e il battito sincopato impedivano all’aria incamerata di arrivarle alla pancia, i respiri erano talmente accelerati che si spezzavano non appena l’ossigeno sfiorava i polmoni. La vitalità dei suoi diciassette anni sprizzava luminosa da ogni gesto, da ogni sorriso, da ogni elegante ondeggiare della chioma acconciata da cui scendevano maliziose alcune ciocche arricciate.

L’enorme salone bianco di Palazzo Pitti, niveo dal pavimento di alabastro scintillante al soffitto a cassettone, con rosoni candidi al centro di ogni rettangolo formato dalle travi chiare, era sporcato solo dalle cornici dorate poste alle pareti tra ogni paio di colonne candide e dalle porte di legno di un naturale marrone scuro. Quel luogo elegante nella sua abbagliante lucentezza era il contorno perfetto per la variegata moltitudine di colori che componevano il quadro della grande festa: gli abiti sfarzosi delle signore, le raffinate divise di gala dei militari, le marsine ricamate dei gentiluomini, le livree dalle giacche coi bottoni dorati dei valletti di sala. Tutto era magico e brillante e lei stessa si sentiva bella come mai nel suo abito di broccato rosa intenso confezionato apposta per la serata. Avrebbe fatto sentire in una fiaba qualunque ragazza con la gonna ampia sostenuta da strati e strati di morbide sottogonne, le maniche a sbuffo e ricami floreali che sottolineavano il punto di vita e salivano sul corpetto come rampicanti di gelsomino sullo sfondo rosa.

Quando venne annunciata insieme ai Conti Velasca, molte teste dell’affollato salone si girarono verso i nuovi arrivati riempiendo di compiacimento la Contessa Lucilla. La curiosità della sala si concentrò prevalentemente sulla sua figura: la Marchesina Caterina Maria Carolina, figlia di Elena della Spada che era stata una vera bellezza al punto da far girare la testa anche al Granduca in giovane età. Eppure chi aveva avuto modo di vederla diceva che la ragazza fosse addirittura più bella della madre: più alta e longilinea, con un volto più esotico e particolare, reso unico da una bocca rosso naturale, né troppo vermiglio né troppo chiaro, come disegnata dalla mano di Michelangelo. In più due splendidi pezzi di cristallo con cui la Marchesa aveva marchiato i suoi due figli. Ma se Sebastiano, il maschio, possedeva occhi glaciali come quelli di un lupo, le iridi grigie di Caterina parevano rubate al volto di un angelo: navigavano in un mare azzurrino contornato da alte scogliere di ciglia lunghe e foltissime che le rendevano languide e profonde.

Non ci fu uomo nella sala che non le rivolse uno sguardo ammiccante: i più anziani nel rammarico dei propri anni dorati ormai trascorsi, i più giovani per accaparrarsi una danza o solo un cenno dalla novità femminile della serata.

Caterina, lusingata del tributo di ammirazione che la nobiltà fiorentina le porgeva, non si risparmiò in sorrisi e ringraziamenti. Danzò innumerevoli balli con altrettanti aitanti e gentili cavalieri che la sommersero di complimenti: si sentiva sopra una nuvola, leggera e felice, poco avvezza com’era a essere adulata, se non per le facezie che le rivolgeva di tanto in tanto Vittorio Emanuele di Savoia. L’eterno amico di suo fratello, unico uomo non consanguineo a frequentare la sua casa con assiduità, era sempre pronto a imbarazzarla con esternazioni che potevano avere dell’incestuoso vista la loro familiarità.

La Contessa Velasca, tronfia della luce riflessa dalla Marchesina che illuminava anche lei e la sua famiglia, dopo il quinto ballo consecutivo le consigliò di ritirarsi per rimettersi in ordine.

La ragazza, grata per la possibilità di riprendere fiato dal tourbillon di balli e sorrisi, salutò la piccola folla di damerini adoranti e uscì dal grande ambiente candido in cerca di una stanza libera per ridarsi un contegno. Il corridoio laterale del salone bianco era gelato in confronto alla calca afosa all’interno. L’aria libera dall’afrore di umanità sudaticcia e di cosmetici mischiato ai profumi pesanti delle signore la ristorò subito dandole una piacevole sensazione di refrigerio

Si affacciò su un paio di porte semi aperte trovando le stanze occupate da allegre compagnie intente in chiacchiere. La terza porta che scostò dava su un salottino piuttosto angusto reso più piccolo dalla carta da parati tendente al rosso. Sei statue di amorini disposte su due pareti sorreggevano altrettanti candelabri con tre grandi candele ciascuno. La luce soffusa e il calore delle braci nel caminetto rendevano quel luogo accogliente e intimo, così decise di entrare. Si assicurò di essere sola con un’occhiata frettolosa e chiuse a chiave l’unica porta alle sue spalle. Posò i guanti lunghi e rosati sulla consolle con il ripiano di marmo rosa e guardò la sua immagine riflessa nella grande specchiera dalla cornice di legno dorato scolpita con motivi di edere e rose canine. Lo specchio argentato rifletteva l’immagine sofisticata di una giovane donna dal volto di una Madonna, il collo lungo sulle spalle squadrate mal coperte dalle maniche a sbuffo che pendevano sulle braccia. Le labbra piene di un rosso naturale, gli zigomi alti, le sopracciglia arcuate disegnate come le ali di un gabbiano, la fronte alta bordata dalla cascata di capelli scuri sulla testa che andavano schiarendo in un mogano intenso sulle punte. L’incarnato marmoreo faceva da sfondo a un miscuglio di colori che, anziché contrastare tra loro, trovavano un’armonia tutta particolare sui tratti regolari del viso.

Caterina sciolse una ciocca al lato del capo, la riavviò, la arrotolò sul dito indice, attenta a non impigliarla nell’orecchino di rubino, e la appuntò di nuovo sulla testa. Compì il medesimo gesto con una ciocca dall’altro lato e poi si dedicò al corsetto: il tanto ballare lo aveva fatto scendere e per sistemarlo quasi estrasse un seno dal vestito. Armeggiò imprecando tra sé per riposizionare i due globi in boccio in modo che tornassero a essere compressi e non troppo esposti. Poi fu il turno delle calze che si aggrappavano con strenua pervicacia alla carne soda dei polpacci. Si sfilò una scarpina di seta rosa e appoggiò il piede delicato su uno sgabello rivestito di broccato rosso. Tirò la gonna quasi fino all’inguine e prese con delicatezza i bordi della calza facendoli scivolare sulla gamba lunghissima e affusolata. Posizionò la giarrettiera e la strinse fermandola con il nastro rosa. Infilò di nuovo la scarpa e passò all’altra calza. Sfilò la scarpina, appoggiò il piede sullo sgabello e alzò la gonna pregustando già le lusinghe del prossimo giovane con cui avrebbe ballato una volta rientrata nella sala.

All’improvviso il tonfo sordo di un bicchiere caduto su un tappeto la distolse dai suoi sogni e subito riprese la posizione eretta, scalza da una parte, lasciando che la gonna la coprisse di nuovo e la calza le scivolasse fino al piede.

“Avete le gambe più belle che abbia mai visto!”.

La specchiera alle sue spalle, gemella di quella che aveva davanti, le riportò l’immagine di un uomo semi disteso su un divanetto di cui lei, entrando nel salotto, aveva notato con poca attenzione solo la spalliera.

L’uomo si alzò con un movimento fluido ed elegante dando spettacolo della sua fisicità che la colpì come un pugno diretto nello stomaco. Alto almeno venti centimetri più di lei, con spalle enormi, spandeva una mascolinità possente e selvaggia. Aveva lunghi capelli neri, mossi e folti, la carnagione scura in armonia con l’uniforme blu e dorata che Caterina non sapeva a quale esercito appartenesse. Un filo di barba sul volto non riusciva a renderlo trasandato tanto erano eleganti e disinvolti i suoi gesti. Sorrise sornione squadrandola impudente mentre si muoveva per andare a presidiare l’unica porta di uscita.

“Mi avete spiato?” chiese Caterina indignata.

“Al contrario, voi avete invaso la stanza dove stavo riposando”.

“Dovevate manifestare la vostra presenza!”.

“E perdermi lo spettacolo? Certo, vedervi direttamente anziché dallo specchio sarebbe meglio, ma mi accontento”.

“Siete spregevole, davvero! Chi siete per rivolgervi a me con questo tono!”.

“Filippo Gioacchino Vattilieri, Marchese di Fontesalata, Principe di San Garlizio, per servirvi” rispose lui mimando un inchino esagerato, quasi burlesco.

“Principe? Oh, non avete di certo l’educazione di un Principe! Di un pescivendolo forse”.

“Vi confermo, signorina, che alcuni pescivendoli di Napoli, la mia città, sono assai più educati di me”.

“Non lo metto in dubbio. Siete uno scostumato, uno screanzato villano!” sibilò Caterina con il cuore che le rimbombava nel petto.

“Posso avere anche io l’onore del vostro nome?”.

“Neanche morta!”.

“Ho già avuto il piacere di vedere le vostre magnifiche gambe e vi ho quasi visto il seno - che orribili strumenti di tortura i corsetti - il vostro nome a confronto è un piccolo dettaglio, no?” replicò lui sfacciato sfoderando un sorriso assassino che scoprì due file di denti bianchissimi e perfetti.

“Mio padre vi ucciderebbe se fosse qui! Lasciatemi passare” provò ad azzardare lei avvicinandosi di un passo.

“Con una calza alla caviglia? Inciampereste di sicuro e vi rendereste ridicola davanti a quella folla di galletti spennacchiati che pendono dalle vostre incantevoli… polpose labbra” disse lui con una forte cadenza napoletana, sensualmente volgare, e una voce che le rimbombò fino in fondo allo stomaco contraendolo, come se fosse emozionata, come se l’effetto di quella voce attraente la privasse di una propria volontà.

“Non posso rimetterla certo qui davanti a voi!”.

“Preferite nel salone principale? Riscuotereste ancora più successo, vi assicuro!”.

“Siete un viscido, laido libertino!”.

“Proprio per questo vi assicuro che seppur superbe le vostre grazie non sono le uniche che ho contemplato nella mia esistenza…”.

“Giratevi!” comandò Caterina incollerita ma arresa.

“Scordatevelo!” rispose il Principe incrociando le braccia davanti al petto enorme.

“Allora chiudete gli occhi! Non posso rivestirmi se mi guardate”.

“Se continuate a parlare ad alta voce qualcuno lì fuori potrebbe insospettirsi e non oso pensare alle conseguenze di farvi trovare qui con me da sola e scalza per giunta. Inoltre, seppur questo siparietto sia divertente e… ehm… stuzzicante, la state tirando troppo per le lunghe, i vostri carcerieri vi potrebbero venire a cercare”.

“Come osate! Insinuate che io mi stia divertendo in questa odiosa circostanza a cui mi avete obbligato?” sbottò Caterina adirata.

“Jammǝ piccerè, alzate quella gonna” la provocò il Principe per mettere fine alle sue lamentele, con lo sguardo scuro fisso su di lei, irremovibile nella richiesta scandalosa.

La voce bassa e profonda rese le ginocchia di Caterina molli e ingovernabili e le parve che il cuore avesse cominciato a batterle in gola così veloce che non era sicura sarebbe riuscita a pronunciare una sola parola. Furiosa e con il respiro affannoso zoppicò un passo che avrebbe voluto essere fiero e si posizionò dietro la spalliera del divano sperando che offrisse un degno riparo alla sua nudità.

“Lo specchio… siete una visione, piccerè” continuò lui sorridendo compiaciuto.

Caterina alzò la gonna con gesti stizzosi, prese i bordi della calza tra i pollici e gli indici delle mani e, cercando di non sfogare sull’indumento delicato la confusione rabbiosa che provava, inguainò la gamba nella seta opalescente e la fermò con un nodo stretto della giarrettiera.

“Potete farlo anche più lentamente…”.

Caterina non rispose arrossata per l’imbarazzo, infilò la scarpina e gli si mise davanti cercando di assumere un’aria battagliera. Odorava di zenzero, di muschio, di spezie e per un attimo, dimentica dell’arrabbiatura, ebbe voglia di immergere la mano nel manto scuro dei suoi capelli, ma poi disse secca: “Lasciatemi passare!”.

“Prego” rispose lui sbuffando una risata.

Caterina imbucò la porta e camminando lesta respirò a pieni polmoni l’aria fredda del grande corridoio arredato da statue e dipinti. Che stupida era stata a non controllare bene che la stanza fosse vuota, si disse rallentando l’andatura. Quel giovane avrebbe potuto approfittarsi di lei e… era certa che gli avrebbe ceduto dopo la prima carezza. Non solo era il giovane più sfrontato e irritante che avesse mai conosciuto, ma era anche il più bello, e solo il pensiero dell’eccitazione che aveva provato al suo cospetto la fece sentire colpevole e senza vergogna.

“Dove eri finita? Sei stata via un’eternità” le disse Carlotta non appena Caterina ebbe raggiunto il gruppetto di signore e signorine di cui facevano parte anche lei e la madre Lucilla.

“Non trovavo un salotto libero” rispose distratta.

“Poco male” intervenne la Contessa Velasca “il Granduca vi ha visto , sta venendo dalla nostra parte. Quale onore!”.

Caterina sorrise al suo entusiasmo: per lei il Granduca era una presenza assai più familiare che per altri nobili toscani.

“Caterina, mia cara! Che piacere vedervi. C’è anche vostra madre?” chiese Leopoldo seguito da un gruppetto di nobili leccapiedi, fermandosi davanti alle donne inchinate al suo cospetto.

“No, Vostra Altezza, sono ospite dei Conti Velasca”.

I suoi genitori, infatti, erano stati costretti a lasciare in fretta e furia il Castello Alabardi, la loro residenza nel Granducato, per raggiungere Monteverde, la loro casa ancestrale in Piemonte, per essere più vicini al loro figlio maggiore Sebastiano, arruolato come ufficiale nell’esercito regio, e per seguire in prima persona le vicende politiche che scuotevano il Regno di Sardegna e il suo Re. Decisero così di lasciare nel Granducato la loro figlia minore, per tenerla al sicuro dove la furia della guerra e la repressione austriaca non erano giunte. Questa almeno la versione ufficiale. Caterina invece sospettava che quell’isolamento forzato in Toscana, che notoriamente non era la sua residenza preferita, fosse una sorta di punizione per aver insistito fino all’esasperazione affinché sua madre la lasciasse partire per la loro splendida villa di Rodi. Desiderava da morire potersi imbarcare da sola e dall’isola partire per qualche esplorazione artistica in terra greca. Ma Elena era stata irremovibile. Incapricciata forse più del dovuto, Caterina arrivò a disertare le cene per dispetto a sua madre e il bel risultato di quella bizza fu il soggiorno al Castello Alabardi interrotto, in occasione della festa dell’ultimo dell’anno, dalla visita ai Conti Velasca che le erano indigesti da sempre.

“Bene, benissimo. Grazie ai Conti per avervi condotto qui da noi allora. Venite, mia cara, accompagnatemi” le disse offrendole galante il braccio.

Caterina accettò l’appoggio e compì qualche passo al fianco del Granduca che era ancora un uomo molto piacente. Alto e slanciato, manteneva un fisico giovanile, un volto bello, reso buono dai modi profondamente garbati e gentili che lo contraddistinguevano.

“Voglio presentarvi una persona, mia piccola Caterina”.

Seguendo l’andatura del monarca Caterina si avvicinò alla sagoma smisurata di una schiena maschile fasciata in una giacca blu dalle finiture dorate. I capelli lunghi e neri raccolti da un nastro di seta bianco e un profumo di zenzero e spezie inconfondibile.

“Principe, ecco il fiore di cui vi avevo parlato. Caterina della Spada, figlia del Marchese di Monteverde, in Piemonte. La sua famiglia è molto vicina ai Savoia, sua madre è molto intima di mia sorella ed è di origini toscane, per metà. Quindi la Marchesina ha un quarto di sangue fiorentino, dico bene, Caterina?”.

“Dite benissimo, Vostra Altezza” confermò lei cercando di mascherare la sua curiosità nei confronti del bel napoletano dal sorriso insolente, così solare e affascinante.

“È di sicuro la rosa più preziosa di Firenze, Vostra Altezza. Voi pensate che la Marchesina accetterebbe di danzare con me?” disse fissando Caterina e racchiudendosi insieme a lei in una bolla di complicità tutta loro.

Caterina alzò la testa e lo guardò: occhi scuri e profondi, abissi insinuanti e tentatori. Rimase sorpresa che davanti al Granduca parlasse un perfetto italiano, senza nessuna inflessione, del tutto differente dalla volgarità sensuale con cui le si era rivolto nell’intimità della saletta.

“Il prossimo ballo è un valzer, Principe. Non ho il permesso di danzarlo” rispose, ed era vero: i suoi genitori le avevano raccomandato di ballare solo danze in cui i ballerini rimanessero a debita distanza.

“Via, via, Caterina. Vi giustificherò io con il Conte Velasca e se si renderà necessario anche con vostro padre. Danzerete con il Principe, sarebbe una scortesia rifiutare il portavoce del Regno delle Due Sicilie, no? Sapete, il Principe è anche un soldato di sicuro avvenire, ma per nostra fortuna l’esercito borbonico dovrà fare a meno di lui fino a che rimarrà ospite nella nostra Toscana”.

“Vi prego, Vostra Altezza, non tessete così tanto le mie lodi o la Marchesina penserà che stiate esagerando. Allora, signorina, posso?” le chiese galante porgendole il braccio e sorridendo sicuro di sé, così sfrontato e seducente.

Caterina notò che dai capelli legati faceva capolino un orecchino di perla nera, un accessorio inusuale sulla figura di un uomo così virile, pensò posando la mano guantata sul suo braccio. Il Granduca era stato solo un appoggio, invece il Principe, anche attraverso gli strati di stoffa riempita fino all’ultimo millimetro, irradiava un calore eccitante. Aprì il palmo, impudica, per percepirlo meglio.

“Se mi toccate così dovrò riportarvi in quel salottino accogliente” le disse mentre guadagnavano il centro della sala.

“Mi sto solo appoggiando” si giustificò lei arrossendo.

Appena l’orchestra cominciò a suonare, Filippo, in barba alle convenienze, passò un braccio attorno alla vita di Caterina e se la strinse addosso, facendola combaciare perfettamente con il suo addome e premendosi contro la morbidezza dei seni e la curva femminile della vita. Indifferente alle occhiate di biasimo si avvicinò al suo orecchio e chinò la testa per annusare dalla piega del collo il profumo pastoso di cannella che sprigionava la sua pelle candida.

“Mi stringete troppo, Principe, non respiro”.

”Non respiro nemmeno io, sei troppo bella, Ninetta”.

“Ninetta? Mi scambiate con qualcun’altra forse” gli rispose lei stizzita, cercando di seguirlo nei piccoli passi della danza, avvinghiata a lui e conquistata dal calore del suo respiro sul collo.

“Caterina, Nina, Ninetta. E vi sta proprio bene. Vi chiamerò così d’ora in poi” le sussurrò lui in un ansito caldo facendole scendere brividi lungo la nuca mentre le sue gambe muscolose sfregavano con quelle lunghe e sinuose di lei.

Caterina inarcò la schiena per guardarlo in viso, alzò la testa e rapita dagli strappi di oscurità che erano i suoi occhi si sentì dire: “Va bene”.

“Quindi siete figlia di un Marchese?”.

“Sì, di un Marchese piemontese”.

“Un gentiluomo vi chiederebbe scusa per un comportamento come quello che ho tenuto nel salottino considerato il vostro titolo, ma credo che sia chiaro oramai che io non sono un gentiluomo”.

“Mi avete mancato di rispetto, Principe”.

“Se solo vi avessi mancato di rispetto davvero, saremmo entrambi felici come Pasque”.

“Non so di cosa parliate”.

“Certo che lo sai” le disse stringendola ancora in una morsa dalla quale Caterina non si sarebbe mai più voluta liberare.

“No, ma non riesco a rimanere arrabbiata con voi”.

“La musica sta per finire, Nine’. Dove sarete domani? Voglio rivedervi”.

Ma la musica terminò immediatamente dopo e Filippo fu costretto a lasciare la sua preda che gli scivolò via come sapone, senza rispondere, privandolo del profumo di cannella che lo aveva inebriato per raggiungere la Contessa Velasca e Carlotta.

Caterina si divincolò dalle braccia di Filippo più per ubbidire alla sua educazione rigida che per volontà di sfuggirgli. Era arrossata e il cuore batteva a una velocità impazzita, non si sarebbe mai voluta staccare da lui. Perché la maledetta musica era finita?

Ancora turbata dal ballo, non riuscì a godersi i complimenti e le frivolezze che le giunsero dalle bocche di altri giovani nella sala. Vedeva bene l’effetto che faceva sulle persone: gli uomini la osservavano lubrichi e le donne le rivolgevano sguardi ora invidiosi, ora ammirati. Chissà perché dopo la conversazione con il Principe era come se guardasse tutti i suoi spasimanti di quella sera attraverso i suoi occhi. Non li vedeva più forti ed educati, ma miseri e noiosi. Non più paladini dell’amor cortese, ma scimmiotti un po’ patetici in confronto alla splendida tigre scura che aveva conosciuto. Solo uno di loro emerse dall’anonimato, distinguendosi dalla massa di giovinastri adoranti: il Duca Mitroslovcki, Colonnello austriaco incaricato dal comando supremo dell’esercito imperiale di controllare la situazione nel Granducato.

Sarebbe stato impossibile non notarlo nella misura in cui sarebbe stato impossibile per lui non essere attratto da Caterina.

Parlando in confidenza con il Conte, il Colonnello non si era dato pena di celare il proprio interesse per la Marchesina. Guardava il mondo da una lente con la bordatura d’oro che teneva attaccata a una catenella appesa a un bottone della giacca dell’uniforme di gala e l’aveva scrutata da dietro il vetrino luccicante come un sensale fa con una nuova giumenta. Poi l’aveva fatta danzare e Caterina si era trovata in imbarazzo per il silenzio che era sceso tra loro mentre compivano i passi complicati di un ballo. Muoversi accanto al militare austriaco non era come ballare con Filippo: non la stringeva, non le provocava lunghi brividi né si era preso indecenti libertà senza averne il permesso. Eppure al suo cospetto percepì un brivido di apprensione, un disagio insistente.

“Parlate la mia lingua?” chiese il Duca in italiano.

“Sì, purtroppo non bene. Mi piacerebbe esprimermi meglio. Comunque posso comprendervi e sostenere una semplice conversazione” rispose sincera Caterina.

“Quali altre lingue parlate?” indagò ancora continuando in italiano per non mettere a disagio la sua giovane compagna di ballo.

“Francese, inglese e spagnolo, Vostra Grazia”.

“Non è affatto banale che una signorina così giovane sia anche così ben istruita”.

“I miei genitori sono di larghe vedute riguardo all’istruzione. Seguo lezioni di materie che a molte mie coetanee sono sconsigliate”.

“Quali per esempio?”.

“Filosofia, scienze politiche, diritto, solo per citarvi qualche esempio”.

“E vi piacciono?” chiese cortese il Duca. Era un uomo che aveva da poco passato la quarantina, appena più alto di lei, capelli biondi e grandi baffi della stessa tonalità.

Caterina valutò che risposta dare, poi decise di essere sincera, come sempre incapace di diplomazia: “Preferirei la musica e la pittura, ma i miei genitori giudicano che sia meglio per me occuparmi di materie più pragmatiche”.

“Hanno molta ragione. Vedrete che questi insegnamenti vi torneranno utili” disse il militare, con la schiena diritta e un portamento marziale che gli conferivano un’eleganza severa e a suo modo attraente.

“Lo spero davvero”.

“Alla corte imperiale le donne della vostra cultura sono tenute in considerazione dall’Arciduchessa”.

“Dubito di poter mai frequentare la corte imperiale, Vostra Grazia. Mia madre sostiene che sia troppo impulsiva anche per la corte sarda e mio padre è… molto protettivo”.

“Immagino che la vostra avvenenza debba impensierirlo molto. Le corti europee sono fosse di serpenti per fanciulle belle e candide come voi”.

Caterina non rispose accennando invece un sorriso accondiscendente che mise fine alla breve conversazione. Non riuscì a mascherare oltre l’inquietudine che il Colonnello le suscitava. Con tutta probabilità, si disse, per il ruolo che ricopriva. Nel marzo precedente il Granduca aveva ceduto alle lusinghe del patriottismo italiano, da spirito liberale quale era. Non solo infatti era sceso in guerra a fianco del Regno di Sardegna contro i cugini austriaci con uno sparuto contingente di volontari toscani, sventolando il tricolore con lo stemma dei Lorena su campo bianco, ma aveva personalmente partecipato al prestito di guerra contratto da Carlo Alberto di Savoia. Era chiaro che il Duca fosse nel Granducato proprio per controllare che Leopoldo di Toscana fosse rientrato nei ranghi dei fedelissimi all’Impero e per supervisionare la sua gestione della politica interna.

Quante cose potevano succedere in un’unica serata si chiese Caterina quando, al termine del ballo, cercò un po’ di quiete nel freddo di un corridoio deserto. La metà della notte si stava avvicinando e tutti gli ospiti erano intenti a scambiarsi auguri e buoni propositi. Lei, in quel momento di gioia collettiva, percepì viva la mancanza della sua famiglia. Di suo padre sempre severo e poco avvezzo a donare sorrisi, di sua madre dolce e apprensiva, soffocante nel suo gigantesco e totalizzante amore. Era facile voler scappare da loro quando si trovava sotto il loro tetto e i litigi a causa delle sue piccole ribellioni erano all’ordine del giorno. Meno facile era gioire della sua solitudine.

Dall’altro capo della sala Filippo la vide allontanarsi e imbucare una porta laterale. L’aveva osservata tutta la sera. Per la verità l’aveva notata già nel momento del suo ingresso, ma il suo lignaggio e il suo ruolo gli impedivano di accodarsi al branco di cagnoloni scodinzolanti che si contendevano l’osso più succulento. Tra l’altro per i suoi sorrisi e i gesti vezzosi l’aveva relegata nella casella delle ragazze troppo giovani e troppo sciocche. Trovandosela davanti nel salottino però era rimasto senza fiato alla vista del seno compatto che traboccava dal corsetto e delle manine delicate che compivano il gesto meccanico e sensuale di sistemare la calza di seta sulla gamba chilometrica, tornita, slanciata. Aveva la pelle di una dea, bianca e liscia, ed era depilata, cosa insolita che lo aveva incuriosito. E quella bocca, come cesellata da uno scultore cinquecentesco, perfetta, succulenta, piena eppure non volgare, con labbra morbide da mordere. Non ne giravano di ragazze belle in quel modo, fosse stato meno pieno di sé si sarebbe sentito intimidito dal suo aspetto superbo.

“Gelerete in questo corridoio” le disse raggiungendola nella nicchia della finestra in cui si era rintanata. Si sfilò la giacca e la depositò sulle sue spalle nude.

“Grazie” rispose lei con il cuore già in gola, sorpresa e felice che lui l’avesse seguita.

“Siete malinconica? Eppure siete la reginetta della serata”.

Mentre Filippo camminava, Caterina notò l’incedere sicuro e nel contempo molle e languido in contrasto netto con la gagliarda vitalità del fisico robusto. I movimenti lenti e svogliati non riuscivano a mascherare l’impeto di vita potente che scorreva attraverso la massa del suo corpo.

“Voi dite? Immagino sia vero”.

“I vostri magnifici occhi non dovrebbero mai essere tristi” le disse sfiorandosi l’orecchino di perla nera.

“Chi siete voi? Il prepotente sbruffone del salottino o il giovane aristocratico galante e gentile di ora?”.

“Non posso essere entrambi?”. Filippo parlava con una voce che veniva direttamente dall’inferno, così cavernosa, roca eppure maliarda e vibrante.

“Nel vostro Paese è questo che si insegna ai Principi? Ad avere due facce?”.

Filippo sorrise e disse: “Il mio è un Paese magnifico, pieno di contraddizioni e di splendore. Io rifletto le sue ambiguità”.

“Voi siete insolente e arrogante. Avrei paura di un Paese che rispecchi il vostro aspetto”.

“Vi ci porterò un giorno”.

Caterina sospirò. “Ne dubito” disse malinconica pensando alle proibizioni dei suoi genitori. Il privilegio di partecipare alla festa per l’ultimo giorno dell’anno alla quale il Granduca non aveva voluto rinunciare, nonostante la guerra incombesse su tutta la Penisola, le era stato concesso dai suoi genitori a seguito di innumerevoli insistenze dei Conti Velasca, in particolare della Contessa, e forse anche un po’ per evitare uno dei suoi innumerevoli, capricciosi digiuni.

A lei, infatti, non era permesso partecipare con regolarità agli eventi della corte sabauda, non le era permesso frequentare il teatro di cui era appassionata, e perfino le sue passeggiate in città erano centellinate. Quella serata fu da considerarsi del tutto eccezionale, dunque, per la monotona vita di Caterina. Fino da quando aveva cominciato a preparare i bauli per il trasferimento dal Castello Alabardi alla casa di città dei Conti Velasca fantasticava sulla festa e quell’evento si stava rivelando ancora più bello ed emozionante di tutti i suoi sogni.

Girandosi di scatto verso di lui, urtò contro qualcosa di spinoso a cui non aveva fatto caso quando si era avvicinata alla nicchia. “Vischio” sussurrò ringraziando mentalmente il solerte servitore che aveva addobbato il corridoio.

“Non mi sarei aspettato di meno dal mio destino” rispose lui ipnotizzato dagli occhi di Ninetta così belli e liquidi, così dolci da sembrare innaturali. Senza avvertirla e senza chiederle il permesso, le coprì una guancia con la mano, così grande e scura in confronto al suo volto candido. Lei non si ritrasse dalla carezza, vi si crogiolò un attimo godendosi il calore di quel contatto e, legittimato dal suo gesto tenero, se la tirò vicino e le poggiò sulle labbra carnose un delicato bacio. Aveva tutte le intenzioni di staccarsi, giurò che voleva interrompere quel contatto casto, ma le labbra rosse di Ninetta erano morbide e piene di promesse e lei non gli stava opponendo nessuna resistenza. Come fare a desistere? Le fece scivolare le mani sulla vita, la trasse più vicina e, premendo di più le labbra sulle sue, la sentì sciogliersi contro il suo petto. La sua bocca impose a quella morbida della ragazza tra le sue braccia di schiudersi, lasciarsi forzare e lei lo fece con abbandono.

Ebbra del profumo di zenzero e spezie, Caterina socchiuse le labbra e lasciò che la lingua ruvida ed esigente di lui accarezzasse la sua con delicato trasporto. Come era possibile che quel particolare muscolo fosse fonte di sensazioni così incredibili? Non le lasciò nessuno spazio per respirare o protestare, mentre la delicatezza del primo contatto deflagrava in un’esplosione di percezioni. Attratta da quel nuovo calore lasciò che lui la esplorasse, la divorasse: la lingua del suo Principe braccava la sua nello spazio angusto delle due bocche unite e non c’era modo di sottrarsi a quel delizioso assalto, lungo e peccaminoso. Risalì con le mani guantate sulla stoffa della giacca palpando la solidità rotonda dei muscoli, fino a immergerle nella folta massa di capelli chiusi dal nastro di seta. Fu allora che qualcosa sotto il corsetto cominciò a infastidirla: i capezzoli erano diventati così duri da sfregare dolorosamente contro la stoffa dell’indumento all’improvviso ruvida e un imbarazzo voluttuoso l’assalì quando le dita grandi e dolcissime del suo Principe la solleticarono proprio lì, sulla pelle del petto lasciata scoperta dalla scollatura audace del vestito. In quel momento, tra le sue braccia rudi che scioglievano ogni ferrea difesa che era stata educata a erigere, si sentiva peccaminosa e lasciva, ansiosa e trepidante per la scoperta di un piacere proibito e lussurioso.

Quando il bacio terminò e Filippo suggellò quel loro segreto con un’ultima tenera carezza sulle labbra rosse e ammaccate, Caterina si sentì derubata del piacere della sua bocca riuscendo comunque a dire: “Lasciatemi prima che ci scoprano”.

“Siete un’incantatrice, piccere’. Dove sarete nei prossimi giorni?” le chiese lui sussurrandole all’orecchio senza accennare ad abbandonare il suo corpo flessuoso.

“Sarò a casa dei Conti Velasca, sono loro ospite ancora per poco” gli rispose facendo finta di allontanarlo da sé.

Allertato dai rumori che provenivano dal salone principale, Filippo allentò la morsa delle braccia e Caterina si allontanò di un passo sfilandosi la giacca e ridandola al legittimo proprietario. Lui non aggiunse altre parole, le baciò la mano, le regalò uno sguardo carico di passione e la abbandonò per rientrare nella sala bianca.

Caterina rimase sola, in preda all’insano desiderio di trovarsi ancora tra le braccia del suo Principe e il senso di colpa per un comportamento scandaloso che avrebbe trovato biasimo in chiunque fosse dotato di un briciolo di morale. Era quello l’atteggiamento che i suoi genitori le avevano insegnato a tenere? Cercò di scrollarsi di dosso tutta la confusione che non avrebbe comunque potuto risolvere nell’immediato, vinta come sempre dall’impulsività, e tornò nella calca fingendo di non cercare il suo Principe in ogni sguardo.

Filippo rimase ancora un po’ al ballo, immaginando i movimenti delle lunghe gambe della Marchesina sotto la gonna, e ogni volta che qualcuno si avvicinava alla sua Ninetta percepiva una stilettata di gelosia. Con che diritto poi? Girarle intorno con troppa sfacciataggine avrebbe messo entrambi in cattiva luce per cui decise di abbandonare la sala.

Un’ora dopo essersi staccato dalla bocca succulenta della ragazza era alla porta della casa torre che aveva preso in affitto a Firenze, accolto con la solita solerte cordialità da Ciro, il suo valletto personale nonché suo braccio destro. Non c’era persona sulla faccia della Terra di cui Filippo si fidasse di più. Erano cresciuti insieme perché la madre di Ciro era stata accolta incinta dalla Principessa, in attesa a sua volta del suo unico ’erede, ed era diventata una domestica al Castello di San Garlizio. Quando Filippo a quindici anni aveva assunto il titolo di Principe, si era rinnovato tra i due ragazzi un sodalizio di vita e di amicizia nascosto dalla formalità del rapporto tra nobile e servitore.

“È andata bene la serata, Eccellenza?” chiese Ciro allegro in un italiano che ogni tanto gli scivolava sulla lingua.

“Benissimo, Ciro. Agg’truvat’ a’ femmena da’ vita mia. Agg’ truvat’a’ mugliera[1]!”.

“Ma che bella notizia! Congratulazioni a Vossia!”.

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