⏱ ~27 min · 5343 parole
Conoscenze
La serata era stata lunga e molto intensa. Nonostante le forti emozioni, una volta arrivata nella sua stanza, Caterina crollò esausta e trascorse dormendo la prima mattina dell’anno nuovo. Appena aprì gli occhi provò fastidio per un letto che non era il suo. Le sarebbe piaciuto essere già al Castello Alabardi o a Monteverde per poter dimenticare il bel volto del suo Principe e soprattutto le sensazioni sconvenienti che aveva provato. Alla luce del giorno si rese conto del comportamento senza ritegno che aveva tenuto e pensò a sua madre e alle sue raccomandazioni. Chissà cosa avrebbe detto se l’avesse vista persa tra le braccia del bel napoletano. Doveva esserci qualcosa di sbagliato in lei: era stato così bello e intenso essere baciata dal suo Principe che non se ne sarebbe staccata mai, ma allo stesso tempo si vergognava di quelle voglie scandalose. Era come se non fosse stata dotata di razionalità, ragionevolezza e ubbidienza. Si sfiorò i seni ricordando la tensione che li aveva pervasi la sera prima quando lui aveva accarezzato la pelle della scollatura fino al bordo del vestito con quelle mani grandi che le erano sembrate ruvide e callose. Avrebbe voluto che non si fosse fermato e si fosse spinto invece lì dove aveva sentito il capezzolo tirare per l’eccitazione. Si imbarazzò ancora di se stessa.
Scese a colazione mentre la Contessa stava commentando la serata precedente con un timbro di voce troppo squillante per essere soltanto al risveglio.
“Non potete neanche pensare che soddisfazione è stata vedere ogni testa girata verso di noi. Buongiorno, Caterina! Venite stavamo appunto parlando di ieri sera” la salutò. Dove prenderà tutta questa energia già di prima mattina? si chiese Caterina ancora stordita dalla serata. “Oh, che grande onore ci ha fatto il Granduca! E che magnifico giovane vi ha presentato, Caterina! Non lo trovate anche voi bellissimo?” continuò.
“Sì,” fece Caterina stentando la risposta “suppongo di sì”.
“E come ballavate bene! E tu, mia cara Carlotta, con il Capitano… oh, dovrebbe proprio decidersi a chiederti in sposa”.
“Madre! Con Ludovico siamo solo buoni amici” la riprese Carlotta parlando del figlio di un nobile versiliese, Ludovico Bendellini, che si era fatto strada nell’esercito per via della partecipazione del Granducato alla guerra contro l’Austria. Si era guadagnato diverse onorificenze e un notevole avanzamento di grado, fatti questi che lo rendevano affascinante agli occhi della Contessina e un partito papabile a quelli di suo padre.
“Il Granduca è in pericolo, dovrebbe dedicarsi a fare qualcosa per opporsi a questo governo farlocco. Capponi non è in grado di spalleggiarlo contro i democratici più integralisti. Quei mazziniani maledetti ci porteranno alla rovina!” commentò il Conte.
“Voi dite?” chiese Caterina d’improvviso interessata alla conversazione.
“Dico di sì, Marchesina. Dovete perdonarmi se vi parlo con questa schiettezza. So bene che siete stata educata nella consapevolezza e nella conoscenza delle cose politiche, quindi non temo che mi fraintendiate. Non ho niente di personale contro vostro padre che stimo e ammiro, ma ha calcato troppo la mano insieme al vostro Re. Le mire espansionistiche del Piemonte sono ormai chiare, e l’unica soluzione che ha Leopoldo per mantenere il deretano sul trono del Granducato è quella di affidarsi ai cugini austriaci o ai francesi”.
Caterina aspettò a rispondere metabolizzando l’enormità di quello che il Conte le aveva appena comunicato: suo padre poteva sbagliare. Il Marchese della Spada si era adoperato insieme al Re Savoia Carlo Alberto per la guerra contro l’Austria, brigando perché le altre potenze italiane si unissero al Piemonte contro gli invasori stranieri. In famiglia tutti avevano esultato quando si era saputo che Leopoldo aveva sostituito le bandiere lorenesi dell’esercito con quelle tricolori aggiungendovi lo stemma granducale. Davanti alle critiche del Conte Velasca, ripensò a suo padre, a suo fratello, a Vittorio Emanuele, presenza più che frequente nella sua casa, e ai loro progetti per cacciare gli austriaci dal Lombardo Veneto. Le idee sull’Italia unita erano state una costante nella sua crescita, non le aveva mai messe in discussione né si era trovata mai nella situazione di doverle difenderle, così che sentirle denigrare dalla bocca di un suddito di Leopoldo fu un boccone spinoso da inghiottire.
“So che il Marchese di Villamarina è molto vicino al Granduca. Sono certa” disse Caterina parlando dell’ambasciatore piemontese in Toscana “che il Piemonte non abbandonerà il Granducato. Almeno non fino a quando mia madre e la Regina Maria Teresa avranno qualche voce in capitolo”.
“La vostra Regina non può tutto anche se è la sorella di Leopoldo. Il Granduca deve prendere decisioni importanti, deve scegliere una volta per tutte da che parte stare, se con i piemontesi, come vorrebbe una parte del suo popolo e lo stesso parlamento, o con gli austriaci e i loro alleati, come sarebbe opportuno per la solidità del trono di Toscana. Se ho compreso bene le sue mosse di ieri sera, le decisioni che prenderà lo renderanno odioso alla sua gente”.
“Cosa volete dire, Conte?” chiese ancora Caterina incuriosita. Non poteva credere che esistessero addirittura intere popolazioni che la pensavano diversamente da suo padre, dai piemontesi. Interi stati che non volevano l’Unità d’Italia, che non credevano nelle idee per cui suo padre aveva speso tutta la vita.
“Marchesina, perdonate ancora: se il Granduca riuscisse a unire voi con un influente Principe del Regno delle Due Sicilie, sono convinto che segnerebbe qualche punto a suo vantaggio con Ferdinando di Borbone. Sono questi favori a essere alla base di alleanze politiche, piccola Caterina. La Toscana unita al Regno delle Due Sicilie renderebbe vana ogni ambizione di Carlo Alberto di Savoia o di suo figlio Vittorio Emanuele. Voi siete un’ereditiera toscana, vostra madre è stata la bellezza della nostra epoca e, a detta di molti, voi la superate addirittura. E vostro padre è il nobile più influente alla corte dei Savoia. Siete una merce di scambio preziosa, cara”.
Caterina non aveva mai pensato a se stessa in quei termini e se ne trovò offesa quanto lusingata. La certezza che suo padre non avrebbe mai accondisceso a un matrimonio d’interesse che le fosse inviso la rassicurò e le permise di sorridere a quell’immagine di sé.
“Oh, potete ben sorridere. Il Principe Vattilieri di San Garlizio è un uomo giovane, aitante e di bell’aspetto. Non sorridereste così se foste presentata a un anziano obeso carico di vino e flatulenze”.
Caterina e Carlotta non trattennero un risolino divertito, mentre la Contessa intervenne dicendo: “Adesso basta con queste noiose questioni politiche. Nessuno ha voglia di sentirle. Piuttosto, Caterina, sarebbe un grande peccato se proprio adesso tornaste in campagna. Che ne dite di rimanere ancora un po’ qui con noi? Sì? I vostri genitori ne sarebbero contenti, ne sono sicura. Meglio qui in nostra compagnia che da sola al Castello Alabardi, non vi pare? E poi Carlotta è così entusiasta di avere la sua cara amica a completa disposizione!”.
“Voi siete molto gentile. Accetto volentieri, Contessa”.
In realtà sapeva benissimo che non avrebbe dovuto prolungare il suo soggiorno in città, i suoi genitori la volevano al Castello Alabardi, in quella dorata solitudine. Mai sarebbero stati d’accordo visto che le avevano concesso giusto il tempo per partecipare al ballo: qualche giorno cittadino, non di più, e per questo si appuntò mentalmente di non parlarne mai nelle lettere ai Marchesi. Nonostante le teorie del Conte, si rendeva conto di essere stata molto lontana dalle regole di sua madre la sera precedente e cominciava a dubitare della propria rettitudine morale. Cosa avrebbe fatto se per caso si fosse imbattuta di nuovo nel Principe? E, domanda ancora più difficile, come si sarebbe sentita se non lo avesse rivisto? Eppure persino la compagnia di Carlotta e della Contessa Lucilla era più sopportabile della solitudine del Castello Alabardi. La Contessa era una donna vanesia e opportunista, Carlotta falsa e doppiogiochista. La madre l’aveva invitata solo per trarre profitto dalla sua presenza in casa propria, la figlia in pubblico sfoggiava una maschera di modestia che si abbinava al suo aspetto slavato. Era bionda, ma di un biondo dozzinale che non aveva niente per cui essere ammirato - non era brillante né pallido, né intenso né lucente - era solo biondo che non aveva nessuna caratteristica di troppo per emergere dalla banalità, proprio come i suoi occhi di un pallido azzurro, vuoti come la sua testa! In privato, le rare volte in cui si erano scambiate confidenze, era volgare e senza pudore. Si professava innamorata del Capitano Bendellini, che stava affrontando i gradini della carriera militare nello scarno esercito Granducale con l’obiettivo di sposarla, ma non parlava mai di sentimenti. A Caterina pareva che cianciasse solo di baci bagnati e mani curiose.
“Mi accompagnerai a fare qualche spesa domani, Caterina? Hai solo quei… semplici vestiti campagnoli” disse Carlotta con l’aria schifata per vendicarsi dei complimenti che suo padre le aveva rivolto e della condizione di ereditiera che di sicuro non era la sua.
“Volentieri! Una passeggiata e qualche acquisto mi sembrano un ottimo programma” rispose lei senza raccogliere la provocazione. Non era mai stata attenta alla moda, non ne aveva comunque mai avuto bisogno visto la vita ritirata che faceva, eppure ci teneva a essere apprezzata, ancor di più da quando aveva conosciuto il suo Principe.
Il pomeriggio successivo, in effetti, fu molto piacevole. Il freddo intenso non intimidì le due ragazze che, scortate dalla Contessa, visitarono diverse tra le modiste più quotate di Firenze. Caterina ottenne poi una breve passeggiata nel grande parco delle Cascine che la aiutò a distogliere il pensiero dal chiodo fisso del suo Principe. Mentre camminava a passo svelto, un po’ per scaldarsi un po’ per schiarirsi le idee, la mente tornò alla sera dell’ultimo dell’anno, a lui e a come lei aveva reagito al suo tocco, al suo bacio, alle sue parole. Il ricordo struggente aveva un cuore di mortificazione: i sensi di colpa per il comportamento lascivo che aveva tenuto non la abbandonavano. La assediavano ogni volta che non era impegnata in qualche altra attività. La mortificazione per aver goduto delle attenzioni di Filippo era così insistente che anche le chiacchiere della Contessa e di sua figlia, seppur vane, erano un diversivo più che accettabile.
“Questi scossoni politici hanno portato nel Granducato una ventata di aria fresca! Non si vedevano personalità così importanti a Firenze dai tempi dei Medici!”.
“Avete notato quanti invitati c’erano alla festa a Palazzo Pitti l’altra sera? Un numero esorbitante” rispose Carlotta alla madre.
“E noi eravamo di sicuro la famiglia più invidiata, non è vero, Caterina? Oh, Marchesina dovete assolutamente rimanere qui a Firenze per molto altro tempo. Non vi permetterò di andarvene!” fece la donna imitando un capriccio infantile.
“Sì, Contessa, lo avevamo già deciso, ne sarò felice” rispose Caterina camminando svelta, come suo solito quando usciva per passeggiare. La fatica fisica era uno sfogo per lei, un’attività che la faceva stare bene, in pace con il mondo, e le liberava la mente.
“Perché corri, Caterina?” chiese Carlotta. “Pare che tu abbia il diavolo alle calcagna! Se cammineremo così veloci non incontreremo nessuno”.
“Carlotta ha ragione” fece eco la Contessa “sarebbe davvero una soddisfazione incontrare qualcuno che sia stato spettatore del nostro successo dell’altra sera”.
Caterina sorrise della boria delle due donne. Persone piccole e meschine, le venne da pensare, prive di una personalità che potesse farle apparire colorate in un panorama di grigi sfumati; non sarebbero state notate neanche con una corona ducale in testa. Ecco perché sua madre era una donna così ammirata: non si amalgamava. Qualsiasi cosa facesse, dicesse o indossasse portava la sua inconfondibile firma, una distinzione che non veniva dal titolo ma dallo charme naturale che si augurava di aver ereditato.
Quando le tre donne rientrarono, Caterina era di buon umore. La passeggiata e qualche acquisto le avevano concesso una tregua dai sensi di colpa che adesso riemergevano. Il pensiero tornava fugace a un orecchino di perla, una massa di capelli scuri come la notte e un sorriso caldo come il sole d’agosto.
“Sua signoria il Conte ha ospiti, signora Contessa, e mi ha raccomandato di avvertirvi che si tratterranno per cena”.
“Ah sì?” chiese svogliatamente la nobildonna mentre si scaldava le mani. “E chi sarebbero questi ospiti?”.
“Il Principe di San Garlizio e il Capitano Bendellini, signora Contessa”.
Caterina non si aspettava certo di dover fare i conti con un nuovo fremito.
Lucilla si illuminò tutta e fremente di emozione si rivolse al domestico: “Il Conte ha già dato disposizioni alla cuoca?”.
“No, signora. Aspettavamo voi”.
“Come sempre, devo sistemare io ogni cosa! Dite in cucina che arrivo subito e voglio tutti i domestici in riga. Deve essere una serata perfetta! E voi due” disse minacciosa verso le ragazze che erano rimaste impietrite alla rivelazione dei nomi dei due ospiti, gli stomaci aggrovigliati e i cuori impegnati in una folle galoppata “vestitevi e preparatevi con la massima cura!”.
Carlotta e Caterina si diressero nelle loro stanze correndo emozionate e fantasticando sui due visitatori. Il tempo era tiranno: solo acconciarsi i capelli avrebbe richiesto ore che loro non avevano. Caterina scelse da sola un abito di velluto beige che offriva un contrasto arioso ai suoi capelli scuri e cercò di arrangiarsi per indossarlo sopra la biancheria intanto che aspettava che la cameriera terminasse con Carlotta nella stanza attigua. Gli strati di stoffa non le rendevano facili i movimenti soprattutto perché era animata dalla fretta. Non vedeva l’ora di rivedere il suo Principe e al contempo temeva di ritrovarsi ancora a lottare strenuamente coi sensi di colpa per averlo troppo desiderato.
“Indosserai il vestito color pesca” disse la Contessa alla figlia entrando come una furia nella sua stanza mentre la cameriera la pettinava.
“Ma madre è estivo! Morirò di freddo!”.
“Sciocchezze! È ben scollato e mette in risalto i tuoi capelli. Devi fare di tutto per attirare l’attenzione del Capitano. Certo, potresti anche mirare al Principe, dopotutto non sei meno bella di Caterina, lei è solo più appariscente, con quella bocca da sgualdrina, quei capelli che sembrano di due colori e gli occhi spiritati”.
“Ma madre io non voglio attrarre il Principe. Anzi, mi… mi fa quasi paura! È così… così imponente, così importante. Non potrei mai sentirmi a mio agio con un uomo così ingombrante! Sembra che non guardi nessuno che non sia alla sua altezza, mi farebbe sentire uno scarafaggio” confessò Carlotta sincera.
“Figuriamoci. Per una volta che non abbiamo in casa un uomo molle come una femminuccia, tu ti impaurisci? È un Principe, è normale che sia superbo. Comunque non credo che sia qui per te, quindi stai bene attenta al Capitano”.
Poi uscì dalla stanza della figlia per andare lei stessa a imbellettarsi.
Caterina nel frattempo fece acconciare con semplicità una crocchia morbida con alcune ciocche che decoravano la scollatura non troppo profonda del vestito color beige e indossò gli orecchini di rubini, ricordo della nonna fiorentina di cui portava il nome.
Le due ragazze fecero il loro ingresso nel salotto mentre i signori bevevano del vinsanto invecchiato al tepore del caminetto. Sedettero sullo stesso divanetto coperto di raso rosa e grigio e rivolsero le loro attenzioni ai due ospiti. Qualche convenevole e qualche ciancia permisero a Caterina di osservare il suo Principe analizzando ogni suo dettaglio. Era davvero il giovane più sfrontatamente bello che avesse mai visto. Indossava abiti borghesi di stoffa robusta senza alcun fronzolo, eppure eleganti e perfetti. Lo si sarebbe notato da chilometri di distanza per via della sua altezza e del fisico grande e ingombrante, sano e possente. I capelli erano stati raccolti in un’unica treccia, vezzo quasi femmineo, da cui uscivano alcune ciocche indomite che incorniciavano il volto. Si muoveva ostentando una lentezza molle, quasi a voler nascondere il vigore maschio che sprizzava da ogni linea definita del suo corpo e notò che, ogni qual volta doveva pensare alla risposta da dare al suo interlocutore, tormentava la perla nera all’orecchio. Per fortuna prima che i suoi occhi diventassero troppo impertinenti venne annunciata la cena.
Si accomodarono in una saletta intima senza essere piccola. Alcuni piccoli quadri decoravano le pareti e sei belle piantane grandi e moderne dai numerosi bracci sostenevano il peso delle candele che illuminavano la stanza. Il caminetto fatto accendere apposta scaldava l’ambiente che era comunque troppo ampio e dalle finestre troppo grandi per mantenere il calore del fuoco.
La Contessa si adoperò affinché la figlia sedesse vicino al Principe, in un ultimo patetico tentativo di accaparrarsi le attenzioni del nobile partenopeo, ma Carlotta si trovò a rabbrividire con l’abito sbracciato vicino agli spifferi della finestra e allora Caterina si offrì di scambiare posto e di farla sedere accanto a Ludovico.
“Mi perdonerete, signori” esordì la padrona di casa “ma non abbiamo avuto poi così tanto tempo per preparare una cena all’altezza di ospiti così illustri”. Si rivolse con uno sguardo che parve civettuolo al Principe e Caterina se ne sentì imbarazzata per lei.
“Siamo noi a doverci scusare. Vedete” rispose Filippo con la sua impeccabile parlata italiana e qualche gesto delicato delle mani grandi “io e il Capitano ci siamo incontrati in un caffè nella zona del mercato vecchio e gli ho chiesto di accompagnarmi da voi. Poi vostro marito ha insistito affinché ci fermassimo per cena”.
“Spero che mio marito possa esservi stato utile, qualsiasi cosa abbiate avuto da discutere”.
“Lo è stato più di quanto mi aspettassi” rispose lui educato. “Ero venuto a chiedere come e dove avrei potuto rintracciare la Marchesina e invece eccola qui!” mentì. In realtà aveva dato ordine a Ciro di informarsi su ogni cosa riguardasse Caterina e aveva saputo tutti i particolari della sua famiglia.
“Oh” rispose la Contessa fingendo stupore “allora è per la nostra Caterina che siete venuto?”.
“Da qui in avanti, signora,” disse di nuovo scherzoso “vi farò visita anche per lo squisito vinsanto di vostro marito”. In realtà mentì, visto che il vinsanto invecchiato assomigliava molto al cognac che lui detestava preferendo i vini corposi e pesanti delle uve bagnate dal sole delle sue terre.
“Ci racconterete di voi, Principe? Il Granduca ha tessuto ampiamente le vostre lodi” cinguettò la Contessa.
“Il Granduca è troppo gentile nei miei riguardi” fece Filippo finto modesto. “Ma sono contento che grazie al mio intervento i nostri due Regni si siano avvicinati” continuò il Principe spaccone rivolto al Conte. “Del resto è un avvicinamento quasi naturale. Alla fine le mire espansionistiche del Re Savoia si stanno rivelando e chi non vuole perire sotto il giogo piemontese dovrà trovare rifugio tra le braccia accoglienti del Regno dei Borbone”.
Il Conte guardò imbarazzato il Principe. Conoscendo bene le idee a cui la famiglia della Spada aveva sempre aderito e la sua vicinanza al Re Carlo Alberto, immaginò che la Marchesina si potesse offendere per le parole pronunciate.
“Il mio Re” intervenne Caterina ripetendo pari pari le parole ascoltate in casa “si fa portavoce di una giusta causa. Siete in errore se credete che il mio Sovrano sia mosso da opportunismo politico. Lui è sinceramente devoto alla causa di un’Italia unita e liberale in cui la giustizia della società sia regolata da una Costituzione”.
Ci fu un attimo di silenzio, un istante in cui Filippo la osservò pieno di ammirazione, per poi virare verso una maschera beffarda. “Mi avevano informato bene, allora. Nel Granducato le donne, anche quelle così giovani, parlano di politica” commentò e poi rise come a voler sminuire le parole di Caterina trascinandosi dietro il resto dei commensali e il Conte che non poté fare a meno di annuire concorde.
“La Marchesina proviene da una famiglia molto… ehm… sensibile a questi temi” argomentò il padrone di casa in difesa di Caterina.
“Non può che avere la mia completa stima allora. Indipendentemente dalla diversità delle nostre vedute, una signorina che si interessa di questioni politiche è inusuale quanto stimolante. Vedrete che prima o poi riuscirete a capirne qualcosa” disse Filippo sarcastico.
“È ammirevole questa vostra liberalità” rispose Caterina offesa dietro l’affabilità “mi rassicura sapere che i miei giudizi erano del tutto errati”.
“ Di che tipo di giudizi parlate?”.
“Mi avevano detto che i sudditi dei Borbone sono quanto di più gretto, ottuso e insulso ciondolasse su questa nostra terra italiana” disse lei con un tono quasi divertito, come se parlasse di semplici chiacchiere da salotto. “In realtà mi dimostrate che sono anche peggiori, il che mi fa cambiare idea sui giovani piemontesi. Non avrei mai creduto di aver sottostimato l’arguzia e la lungimiranza politica dei miei connazionali”.
Il gelo che scese sulla tavola fu interrotto soltanto dal tintinnio delle posate che picchiettavano sul piatto di Caterina mentre, più insolente di quanto era stato il Principe, con studiata indifferenza infilzava e portava alle labbra un bocconcino di carne.
Per smorzare l’imbarazzo cocente, Filippo sorrise e rispose con la voce più suadente che poté studiare piantando i suoi strappi d’inferno negli occhi di cristallo di Caterina: “Avete ragione Marchesina, noi siamo gente ottusa… siamo gelosi e possessivi e, come si dice dalle nostre parti, a terra è a nostra e nun s'ha da tuccà[2]”.
Caterina non rispose, consapevole di aver dato fiato come sempre con troppa velocità e veemenza a quello che stava pensando. Possibile che parlasse sempre con la pancia anziché con la testa? si chiese troppo tardi stringendo le labbra rosse in una smorfia imbarazzata.
Il Conte, per cambiare argomento, si rivolse al Capitano e con lui cominciò a discorrere dello stato dell’esercito e dei confini su in Versilia, coinvolgendo di tanto in tanto nella conversazione anche Carlotta entusiasta di avere l’interesse di suo padre tutto su Ludovico.
Filippo allora, approfittando della sua momentanea mancanza di partecipazione alla discussione, mise in atto la sua piccola vendetta per l’offesa che aveva osato arrecargli Caterina. In realtà cercava ogni scusa per poterla stuzzicare e per attrarre la sua attenzione e non riuscì a trattenersi. Scese con la mano sotto la tavola, con noncuranza, cercando di non dare nell’occhio. Afferrò una manciata delle gonne di Caterina, attento che lei non se ne accorgesse, e con piccoli e scattosi movimenti delle dite risalì fino al bordo. Gli strati di stoffa attutirono i suoi movimenti e Caterina percepì la sua mano ruvida e calda solo quando lui le ebbe sollevato la gonna fino al ginocchio, rimanendo comunque seduto composto senza che nessuno dei commensali potesse intuire quali illecite manovre stava operando sotto la tavola. L’impulso immediato fu quello di gridare e ribellarsi, ma Caterina aveva già messo abbastanza in imbarazzo i suoi ospiti per poter approfittare ancora della loro pazienza. Serrò le cosce per impedire alle mani di lui di intrufolarvisi in mezzo e strinse la forchetta come se fosse l’unico rimedio contro l’umidore che sentiva invaderle l’intimità. Aveva smesso di respirare e pareva che tutto il sangue del suo corpo fosse affluito alle guance. Stava immobile con ogni muscolo teso, fissando la fetta di arrosto nel piatto e impugnando le posate come clave. Solo le labbra rosse fremevano incontrollate.
“Tieni ‘a pelle liscia ‘e ‘na criatura Nine’ e te voglio accarezza’ da’ capa a pere[3]” le disse in un bisbiglio impercettibile che parve agli altri, impegnati in un’altra conversazione, solo un modo per fare pace dopo il battibecco. Nessuno avrebbe potuto pensare che in quel preciso istante la mano di Filippo stesse accarezzando la lunga e setosa coscia di Caterina proprio lì dove la calza lasciava il posto alla nudità della carne.
“Non vi capisco…” balbettò Caterina in un unico respiro affannoso.
Con una mossa ignobile, ammise Filippo compiaciuto con se stesso, infilò il dito sotto la calza, lo fece scivolare sul bordo per qualche centimetro fino ad arrivare al fiocco della giarrettiera e lo sciolse tirando il lembo di un nastro.
Caterina emise un singhiozzo strozzato e si lasciò scappare un sussurrato “No” di disappunto, mentre Filippo ritrasse repentino la mano e afferrò il bicchiere di vino per nascondere il riso soddisfatto. Lo guardò cercando di concentrare nelle stilettate che gli lanciava tutto l’odio che stava provando. Le aveva sciolto la giarrettiera e adesso la calza di seta stava scivolando con lentezza sulla pelle liscia e depilata della gamba. Quando fosse venuto il momento di alzarsi si sarebbe trovata con una calza ciondolante da un piede e una maschera di imbarazzo sul viso.
La cena continuò all’apparenza tranquilla con pieno appagamento della Contessa. Caterina tentava di non dare a vedere la sua frustrazione con risatine al limite dell’isteria ballettando sotto la tavola con la gamba ancora coperta dalla calza. Filippo, consapevole di averla gettata in un cocente turbamento, evitò di provocarla ancora. Aveva capito che quella ragazza pensava poco prima di parlare e si faceva trascinare dall’impulsività per cui non la volle trascinare in un litigio ancora prima di cominciare a corteggiarla. Era già stato abbastanza impegnativo non risponderle a tono dopo le parole offensive che gli aveva rivolto in pubblico. Come si era permessa? A lui, il Principe Vattilieri. Che femmina la sua Ninetta!
Terminati i dolci, la Contessa inventò una scusa per salutare i suoi ospiti accusando una tremenda stanchezza e spingendo anche il marito a lasciare soli i quattro giovani. Non le interessava più il fatto che il Principe avesse occhi solo per Caterina, ora il suo obiettivo era spingere il Capitano a chiedere la mano di sua figlia.
Una volta che i padroni di casa si furono allontanati, Carlotta si rilassò e andò a sedere davanti al caminetto portandosi dietro Ludovico per mano.
“Non fosse stato per il Principe, non avrei saputo che altra scusa inventare per vederti, Carlotta”.
“Se ti decidessi a chiedere la mia mano, non avremmo più bisogno di tanti sotterfugi!” rispose lei piccata.
“Con lo stipendio da Capitano e la misera rendita che mi passa lo spilorcio di mio padre? Dobbiamo avere un po’ di pazienza. Queste guerre porteranno anche del bene e, non appena sarò passato di grado, avrò uno stipendio più dignitoso e potrò sposarti”.
“Ehm… Sì, Ludovico, ti faccio vedere volentieri i libri che mi ha prestato Caterina” disse Carlotta a voce alta per trovare una giustificazione alla ricerca di un po’ d’intimità nella biblioteca. “Ti dispiace Caterina se vi lasciamo soli per qualche minuto?”.
“No di certo, Carlotta. Sono sicura che neanche il Principe ve ne vorrà”.
Filippo annuì e aspettò che la coppia lasciasse la stanza per poter gorgogliare una risata villana in faccia a Caterina.
La ragazza, che era rimasta seduta composta fino a quel momento, terrorizzata all’idea che qualcuno si accorgesse della calza afflosciata a terra, finalmente libera di dare sfogo alla sua collera, piantò i suoi magnetici occhi grigi sul bel volto divertito del suo Principe, ed esclamò: “Siete un lestofante, un pervertito! Una laida canaglia! Come avete osato?”. Gridò strozzando la voce affinché nessuno la sentisse. Senza guardare in faccia Filippo che ancora ghignava indifferente alle offese, si drizzò e prima di razionalizzare la sua arrabbiatura, appoggiò la scarpetta delicata sulla sedia e alzò la gonna denudando la coscia liscia e tornita lasciata svestita dalla calza alla caviglia. Filippo smise di ridere all’istante ipnotizzato dal candore della pelle di alabastro della gamba lunga, troppo poco distante dalle sue mani.
“Volevate questo? Vi divertite così tanto a umiliarmi? A precipitarmi in questo imbarazzo?”.
Nell’ingenuità spavalda dei suoi diciassette anni, Caterina provocante non capì a pieno quanto potere il suo gesto potesse esercitare sul giovane uomo che aveva davanti fino a che non sentì la mano ruvida palparla.
Lui si alzò di scatto prima che la sua Ninetta potesse afferrare i bordi della calza e prese con decisione il retro della piega erotica del ginocchio. Risalì la coscia in un viaggio lento e sensuale arrivando fino alla natica, riempiendosi la mano della carne soda e levigata, accarezzandole il collo con il respiro mentre lei fissava immobile un punto indefinito davanti a sé, indignata e trepidante. Si avvicinò tanto da sentire il respiro affannoso di lei, senza lasciare la presa guardando avido il seno costretto che si alzava e abbassava a un ritmo forsennato.
“Sì nu’ canisto ‘e fravule addirose[4]” le sussurrò sul collo, in un ansito caldo annusando il profumo pastoso di cannella che sprigionava.
Caterina si intirizzì, non si era aspettata quella reazione né che le mani callose di lui potessero imprigionarla in un desiderio peccaminoso e osceno.
“Non vi capisco, Principe” gli rispose aggrappata al bordo della gonna come fosse su un precipizio e quella fosse la scogliera che le aveva salvato la vita.
Con la mano libera, Filippo imprigionò la vita di Caterina e, quasi come una morsa meccanica che con esasperante lentezza tortura un condannato, se la strinse addosso per sentirla fremere. Il palmo aperto sulla natica compatta e rotonda si inoltrò dove non avrebbe dovuto, si spostò a saggiare ciò che le due colonne di carne liscia custodivano. Quasi perse il controllo sentendo che lei non portava i mutandoni ma semplici culottes di lino pesante inumidite della sua eccitazione. La tentazione di stenderla sul tavolo ed entrare dentro di lei fu per un attimo irresistibile. In fondo era una donna e lui non ne aveva ancora incontrato una che gli si negasse. Quando le dita spesse e implacabili di Filippo sfiorarono il centro vivo della sua femminilità, Caterina non poté che aggrapparsi alle sue spalle emettendo un singhiozzo stupito per i brividi di piacere che quel leggerissimo contatto aveva irradiato. Per poco non perse l’equilibrio precario che l’appoggio su un’unica gamba le garantiva, ma lui la sostenne e ritirando la mano le depositò un bacio casto e leggerissimo sulle labbra rosse e serrate, fatte apposta per essere succhiate.
“Sì ca m’è capit[5],” le sussurrò lui duro “rivestiti, Nine’”. Poi la lasciò e con una calma innaturale si sedette su una sedia per permettersi di riprendere il controllo sulla mente e sul cuore, accavallò le gambe per nascondere l’eccitazione e iniziò a fissarla concentrato mentre si ricomponeva, del tutto spogliato da quell’insolenza guascona che lo caratterizzava.
Caterina si rivestì con lentezza, involontariamente conturbante, incamerando l’aria nei polmoni per calmare il tumulto che le squassava il respiro e legò la giarrettiera. Quando ebbe finito riprese una posizione dignitosa, drizzò la schiena e unì le mani in grembo assumendo l’atteggiamento di un’assennata matrona.
“Credo che andrò a letto” disse per congedarsi, ancora turbata. Voleva fingere che quello sconcertante episodio non fosse successo.
“Dove sarete domani?” chiese lui tenendola avvinghiata con lo sguardo, girandosi nel lobo l’orecchino di perla nera, impassibile all’apparenza.
“Non abbiamo programmi per domani”.
Continuava a stare in piedi, rigida e impalata e guardava fissa davanti a sé credendo con quella posa quasi militare di recuperare un po’ di dignità.
“Tra qualche giorno, per l’Epifania, ci sarà una rappresentazione al teatro della Pergola. Sarò ospite del Granduca. Voglio che mi accompagnate” decretò Filippo senza chiedere, dando per scontato che lei avrebbe accettato.
Caterina spostò lo sguardo su di lui con aria indagatrice, interrogandosi sul vero significato dell’invito. “Mi giocherete un altro scherzo mettendomi in imbarazzo davanti a tutta Firenze?”.
“No, piccere’, è solo un modo per stare insieme a voi”.
“Dovrei avere il permesso dai miei genitori o almeno dai Conti” rispose Caterina incapace di opporgli un rifiuto. In realtà i suoi genitori non lo avrebbero permesso, sarebbero stati contrari, ma loro non erano lì e non era necessario che lo sapessero.
“Verrò domani mattina dai Conti e se vorrete potremo anche concederci una passeggiata. Vi farete trovare pronta? Quella di domani è l’unica mattina libera, poi non avrò più un momento per tutta la settimana. Mi farete il dono della vostra compagnia?” disse Filippo gentile con l’unico scopo di demolire le riserve di Caterina.
“Non credo sia una buona idea. Cosa penserà la gente vedendoci insieme in diverse occasioni?” domandò lei compiacendosi di aver fatto trionfare la razionalità, per una volta, sulla passione che le suscitava.
“È un’ottima idea invece. Per quanto possa interessarmi molto poco l’opinione altrui, sarò contento di far pensare alla gente che vi sto corteggiando perché è proprio quello che ho intenzione di fare”.
“Come posso credere che siate serio?”.
“Dovrete fidarvi!”.
Caterina prese un attimo di pausa illudendosi di riflettere su una decisione che il suo cuore aveva già preso da quando aveva conosciuto Filippo. “Va bene” si sentì dire di nuovo soggiogata dal carisma spregiudicato e gagliardo del suo Principe.
⏱ ~27 min · 5343 parole
Lascia un like o un commento, ma sii gentile, qui tutto è un dono.
i commenti sono soggetti a moderazione
Tutti i diritti riservati. I contenuti presenti su questa pagina sono di proprietà esclusiva dell'autrice/autore e non possono essere riprodotti, diffusi o copiati.


