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Tenendo il vassoio saldamente in equilibrio su una sola mano, Annabelle bussò due rapidi colpi contro la porta della torretta. Visto che il Visconte Farleigh non si degnava di scendere a prendere i pasti, occorreva che lei si desse da fare per incontrarlo.
Dall'interno, nessuno rispose. La cuoca l'aveva avvertita: il visconte non ammetteva nessuno nel suo rifugio. Avrebbe dovuto lasciare il vassoio in terra e andarsene, solo allora lui avrebbe acconsentito ad aprire la porta. Ma questo comportamento riservato non favoriva i piani di Annabelle. Bussò di nuovo, per dargli un'altra possibilità; poi afferrò con decisione la maniglia e aprì.
La stanza era vuota. Cercò un posto dove sistemare il vassoio. Dopo aver verificato che ogni ripiano era ingombro di carte e libri, rinunciò al tentativo e lo depose in terra, accanto al camino. Liberatasi della sua incombenza, si guardò attorno.
Così quello era il rifugio del visconte maledetto. Black Tom. Il visconte nero. Certo che se ne era guadagnati di appellativi sgradevoli, in così breve tempo.
Bitty glieli aveva riferiti bisbigliando, facendole giurare di non riferirlo a nessuno. Quelle parole erano bandite da Farleigh Hall. Chiunque le avesse pronunciate ad alta voce si sarebbe visto presentare il benservito.
Black Tom, ripeté Annabelle mentalmente, provando quasi piacere al suono un po’ lugubre del soprannome.
Nella stanza regnava il disordine e la luce del sole faceva risaltare lo spesso strato di polvere sulla libreria di quercia. Le disposizioni del visconte dovevano essere molto rigide, per impedire a quell'esercito di domestici di salire a riordinare.
Si accostò alla finestra e guardò fuori. La vista dei giardini spogli non le parve attraente e se ne distolse. Andò alla scrivania ingombra di carte, alcune distese, altre arrotolate. Le esaminò a lungo. Immaginava che dovessero essere mappe del cielo, ma non riuscì a interpretare il guazzabuglio incomprensibile di linee sullo sfondo azzurro. All’orfanotrofio non si seguivano studi classici e di certo non scientifici: si apprendevano appena i rudimenti del leggere e dello scrivere, e a recitare le preghiere. Tutto quello che lei sapeva lo aveva imparato da sola, al principio, e poi con tutori che le avevano insegnato il giusto modo di parlare e muoversi, le regole delle buone maniere. E l’aritmetica, che le serviva per tenere i conti. Riteneva che fosse un’educazione sufficiente per una donna che volesse mantenersi in modo indipendente.
Quella era una stanza interessante, degna dell'uomo che nuotava nudo in mare nelle gelide acque invernali. Pensò che le sarebbe davvero piaciuto conoscerlo. Chiuse gli occhi e respirò profondamente, cercando di fare il vuoto dentro di sé, ma si accorse che non era facile. Continuava a vedere la testa bruna che solcava le onde e il corpo muscoloso che si sollevava tra la spuma simile a quello di un dio marino.
Irritata, abbandonò il tentativo di entrare in contatto con le emozioni dell'uomo che abitava quella stanza. Aprì gli occhi e sollevò la testa. Così si accorse che nel soffitto si apriva una botola. Che il famigerato Black Tom si nascondesse lassù?
In effetti, in quel momento Lord Fairleigh si teneva nascosto, ma non sul tetto. I colpi alla porta l'avevano bloccato sul punto di uscire dal Ripostiglio del Prete, uno stanzino praticato nelle mura che durante le persecuzioni di Cromwell era servito da nascondiglio per i preti cattolici. Locali segreti del genere non erano rari nelle magioni antiche, ma la torre aveva in più il vantaggio di possedere una via di fuga – un'angusta scala che correva attraverso le mura e conduceva all’esterno – di cui poche persone erano a conoscenza.
Era uno dei motivi per cui negli ultimi mesi Thomas l'aveva scelta come sua residenza.
Dal foro praticato all'altezza degli occhi di qualcuno più basso di lui, osservò la ragazza curva sulle carte.
Nessuna donna della sua famiglia aveva mai osato entrare nella stanza sulla torre. Non si sarebbero spinte a tanto neppure per perorare la causa del suo bambino abbandonato o quella della sua salute mentale. Chi era quella ragazza e da dove veniva?
La vide allungare una mano per trattenere i lunghi capelli castano dorato, che le ricadevano lisci sulle spalle. A quanto sembrava, non aveva ritenuto che valesse la pena di fare toletta, prima di affrontarlo. La cosa in parte lo offese, ma soprattutto lo incuriosì. Aveva l'impressione di trovarsi di fronte a una creatura misteriosa, dal comportamento singolare. Simile a lui.
Aveva mani dalle dita lunghe. Anche il volto era un po’ lungo, dominato da una bocca importante, molto sensuale. La sua espressione, al posto del prevedibile timore o magari curiosità, rivelava solo una grande determinazione.
La ragazza si girò, sollevando la testa ‒ Thomas avrebbe voluto che ci fosse più luce, per capire di che colore avesse gli occhi ‒ poi uscì dalla sua visuale. La sentì borbottare qualcosa tra sé. Rumori, come se stesse frugando in giro. Quindi, altri colpi battuti alla porta.
Annabelle aveva appena scovato l'attrezzo che le occorreva per afferrare la maniglia della botola – un bastone con un gancio all'estremità ‒ quando i colpi la fecero trasalire.
Restò immobile, trattenendo il respiro. Non c'era nessun posto dove nascondersi, così rimase dov'era. La porta si aprì e Lord Wadelton apparve sulla soglia.
Si fissarono per un istante, entrambi sbalorditi, poi lui entrò, chiudendosi l'uscio alle spalle. «Che diavolo state facendo qua dentro, Annabelle?» sibilò, guardandosi attorno.
Un campanello d'allarme suonò nella mente del conte, al pensiero che si trovavano da soli, un uomo esperto e una ragazza nubile, in una stanza appartata. La considerazione successiva, che lei appartenesse a una classe sociale in cui queste formalità non avevano peso, lo rassicurò.
«Sono venuta a cercare il visconte» rispose Annabelle. «Non è per questo che mi avete portato qui?» Tra le mani reggeva quella che poteva sembrare un'arma.
Il conte ridacchiò. «Pensate forse di difendervi con quello?»
«Questo serve ad aprire la botola.» Indicò col mento in direzione del soffitto.
«Ah, sì, vedo.» Lord Wadelton esaminò il portello che conduceva al tetto. «A ogni modo voi non dovreste essere qui. È pericoloso e molto sconveniente.»
«Gli ho portato la colazione» replicò Annabelle, senza mostrare l'irritazione che provava. Detestava essere interrotta o impedita in qualcosa che si era prefissa. «Sembra che il vostro amico non mangi molto.»
«Così dicono.»
L'attenzione del conte tornò ad appuntarsi sulla ragazza, notando per la prima volta il suo stato. Aveva i capelli sciolti e la gonna penzolava, evidentemente priva di crinolina. Per quanto ne poteva giudicare, sembrava che non indossasse neppure il busto, il che era impossibile, per quanto ne sapeva, perché l’abito non le sarebbe entrato. Perciò doveva essere stato cucito in quel modo di proposito. Di nuovo fu colto da un senso d'allarme.
Gli occhi azzurri lo fissarono con ironia, come se gli stessero leggendo nella mente. Che forse era proprio quanto stavano facendo.
«Non vi preoccupate, mio signore» disse lei, in tono un po’ beffardo. «Sono la nipote di un artista. Voi sapete che tipi eccentrici possano essere, gli artisti.»
Posò l'attrezzo dove l'aveva trovato, poi si passò le mani impolverate sulla gonna. Le dispiaceva che il suo progetto non avesse condotto a nulla. Le dispiaceva non aver incontrato il visconte maledetto. Ma con Lord Wadelton nella stanza, la sua presenza era inutile.
«Torno di sotto» disse. «Devo mettermi in ordine.»
Il conte la seguì con lo sguardo finché lei non si richiuse la porta alle spalle e poi emise il respiro. Diavolo, non si era neppure accorto di trattenerlo. Quella ragazza gli faceva un effetto molto pericoloso.
Si costrinse a guardarsi attorno, per distogliersi da quei pensieri imbarazzanti. E così questo era il posto in cui Thomas viveva da circa un anno. Non era l'antro buio che gli aveva descritto Lady Fairleigh, ma di sicuro neppure una reggia.
Sulla scrivania era srotolata una mappa stellare. Rammentando la passione di Thomas per l'astronomia, sollevò di nuovo lo sguardo alla botola. Ecco in che modo trascorreva gran parte delle sue nottate. Poi l'occhio gli cadde sul tavolo dei liquori. E questo era l'altro, considerò sospirando.
A quanto sembrava, per quella mattina del suo vecchio amico non c'era traccia. Avrebbe dovuto rinviare l'abboccamento che Lydia esigeva da lui. Chiedendosi dove mai si fosse cacciato, Lord Wadelton uscì.
Dopo un paio di minuti, un cigolio ruppe il silenzio della stanza. Una porzione della libreria, appena sufficiente a far passare un uomo, si scostò dalla parete. I vecchi ingranaggi stridettero in modo insopportabile. Il Visconte Farleigh pensò che, con tutti quegli impiccioni per casa, sarebbe stato costretto a oliarli. Richiuse con attenzione lo sportello segreto.
Il vassoio della colazione sembrava in attesa, accanto al camino. Si fermò a osservarlo dall'alto, quasi fosse un nemico o un invasore. Dunque la ragazza era stata portata a Farleigh Hall per incontrarlo. Che cosa poteva significare, questo? Che Wadelton e Lydia si fossero messi in testa di farlo riammogliare? Potevano essere così pazzi?
Non conoscendo la risposta a quel quesito, lo abbandonò, limitandosi a richiamarsi alla mente la ragazza – Annabelle, l'aveva chiamata Wadelton. La nipote di un artista. Una personcina coraggiosa, a quanto sembrava. Se veramente era in cerca di un marito, doveva essere proprio disperata per rivolgersi a lui, a Black Tom, come candidato eleggibile. Ma in fondo, non era un’ipotesi illogica. Nessuna donna di buona famiglia del circondario si sarebbe sognata di posare gli occhi su di lui, dopo quanto era successo. Occorreva cercare più lontano…
Sollevò il vassoio da terra e lo depose sulla scrivania, sopra le carte aperte che lei era rimasta a esaminare tanto a lungo. Dubitava che ci avesse capito qualcosa, ma la sua espressione aveva rivelato un grande interesse.
Afferrata una fetta di pane abbrustolito, si spostò presso la finestra e guardò fuori. Gli ci volle qualche secondo per comprendere che aveva sperato di vederla camminare nello spoglio giardino invernale. Soprappensiero, diede un morso al pane.
Dall'espressione di riprovazione di Lady Lydia, Annabelle comprese che il conte le aveva riferito di averla sorpresa nella stanza di Lord Fairleigh. La buona dama doveva giudicarla un'azione molto sconveniente, da parte di una giovane donna affidata alla sua protezione… almeno nominalmente. Ma come pensava che potesse aiutare suo cognato, se non riusciva neppure a incontrarlo? Sempre che del suo aiuto avesse bisogno: la sfiorava il sospetto che il visconte soffrisse solo di pessimo carattere, aggravato da una propensione per gli alcolici. E, forse, di un cuore spezzato. Per la quale infermità i suoi rimedi si erano spesso rivelati vani.
Il pomeriggio vide l'arrivo quasi costante di vicini, venuti a portare i loro saluti a Lord Wadelton e sua sorella.
I primi furono Mr. Quentin Parnell e la sua famiglia. Sua moglie Mary, figlia maggiore della Viscontessa Vedova, era un’attraente signora dall'espressione sofferente. Quando questa lasciava il suo volto, era possibile intravedere un velo di irritazione, quasi di rancore nei confronti del mondo, come se questo avesse mancato di rispettare qualche aspettativa che lei riteneva dovuta.
L'aver sposato un uomo di condizione sociale inferiore doveva avere il suo peso in quell'atteggiamento, ma Annabelle ritenne che anche l'aver messo al mondo sei figli in rapida successione non fosse senza rilevanza. Quentin Parnell si rivolgeva a lei in tono sottomesso e pacificatore, come se a ogni momento si aspettasse un’esplosione di collera. Erano una coppia bizzarra. Annabelle sentiva correre qualcosa tra loro, ma non si curò di indagare: i dissidi coniugali non le interessavano, non in quel caso.
Altri visitatori arrivarono alla spicciolata. Il dottor Walker, un medico basso e grasso, dalle guance rotonde perennemente arrossate, ammirò senza perifrasi l'altezza di Annabelle, dichiarandola il risultato di una selezione genetica positiva, cosa che provocò il biasimo di Lady Fairleigh.
Brian Rice, figlio di un possidente locale di una certa importanza, la degnò di un lungo sguardo incuriosito, prima di rivolgere la sua attenzione a Miss Seldon.
Per fortuna, tutte quelle persone si conoscevano bene tra loro e sapevano come intrattenersi. Dopo i primi convenevoli e qualche domanda interessata sull'opera artistica del famoso zio, la lasciarono libera di seguire i suoi pensieri e di osservare quanto accadeva attorno a lei. Molte emozioni erano in gioco in quel salotto, su questo non vi era dubbio. L'aria risuonava come un diapason mentre le barriere cadevano sotto la spinta di un groviglio di rimpianti, rabbia e risentimenti. Se il visconte le somigliava anche un poco, non si stupiva che preferisse restare nella sua stanza.
«Susan, voi sapete quanto vi adori» mormorò Brian, fissando uno sguardo febbrile sulla ragazza.
«Non so niente di questo genere» rispose lei, irritata. Non poteva abbandonarlo di colpo, avrebbe dato adito a troppe illazioni, soprattutto da parte di sua madre. Tuttavia, quella cieca devozione esibita a ogni incontro invece di lusingarla iniziava a provocarle un senso d'oppressione.
Si guardò attorno, trovandosi a invidiare Miss Tressilian, assorta nei suoi pensieri, apparentemente distaccata dalle conversazioni che si stavano svolgendo nel salotto. Questo le diede la misura di quanto fosse esasperata.
«Credevo che anche voi nutriste i miei stessi sentimenti» insistette Brian, avvicinandosi quel tanto consentito dalle convenienze e dalle crinoline. «O almeno, è quanto mi avevate indotto a pensare.»
Era un bel giovane, alto e magro, con occhi dorati che più di una ragazza del circondario aveva definito languidi.
«Mi dispiace che abbiate avuto quest'impressione. In realtà, non mi sento ancora pronta a prendere decisioni sul mio futuro. La situazione…»
Si morse la lingua, infuriata con se stessa. Era stata sul punto di usare i problemi della sua famiglia per giustificarsi con un estraneo. E di cosa, poi? Qualche sorriso, un paio di danze, forse una pausa un po’ troppo lunga sotto il vischio? Ma questo era accaduto due natali prima, quando lei aveva diciassette anni ed era una ragazza serena, il cui futuro non sembrava presentare alcuna zona d'ombra.
«Mi dispiace» ripeté. E, con appena l'accenno di un sorriso di scuse, si accomiatò.
Sentiva un gran bisogno di respirare, anche se non sapeva cosa intendesse, con questo. Così si accostò ad Annabelle che, seduta in apparente solitudine, giocherellava con la sua tazza di tè. La ragazza sollevò lo sguardo e le sorrise, mettendola subito a suo agio, riempiendola di uno strano senso di conforto.
«Miss Tressilian, posso avere la vostra compagnia per qualche minuto? Sento il bisogno di camminare.»
Annabelle ebbe l'impressione che il suo assenso non fosse in realtà ritenuto necessario: come sua madre, Miss Seldon aveva dei modi piuttosto decisi. Tuttavia si alzò e la seguì fuori del salotto.
Il corridoio era fresco e silenzioso. Non si sentivano neanche i passi dei domestici, che pure dovevano fare la spola tra la sala affollata e le cucine.
«Oh, grazie al cielo» esclamò Susan. «Non sopportavo più tutte quelle chiacchiere.»
Annabelle tornò con lo sguardo su di lei. «Non vi piace avere un ammiratore?»
«Quello non è un ammiratore, è un adoratore!»
Risero entrambe, sentendosi per un istante solo due ragazze che condividevano uno scherzo. Susan propose all'ospite di visitare la galleria dei ritratti di famiglia e lei acconsentì, avvertendola che la parentela con il famoso pittore di corte non la rendeva però un'esperta in materia.
Susan le tese spontaneamente la mano e Annabelle non poté evitare di stringerla nella sua, per quanto un contatto fisico con un altro essere umano la riempisse sempre di nervosismo. Ma non c'era nulla di minaccioso nella stretta di Susan. Era un po’ come tornare bambina e camminare mano nella mano con la sua Mabel.
Si fermarono di fronte a un quadro a dimensioni naturali. «Questo è Farleigh, mio fratello. Fu dipinto prima della sua partenza per il Tour.»
Annabelle esaminò il volto del ragazzo. Sotto la spolverata d'artificiosa indifferenza, trapelava l'esultanza e la voglia quasi irresistibile di ridere. Così giovane e pieno di vita. Così intatto. E anche molto attraente, pensò, sentendosi formicolare la pelle al ricordo di averlo visto nudo.
«Qui è con sua moglie, Julia. Lei è morta un anno fa, a novembre.» Susan non aggiunse altro, fermandosi a osservare la donna ritratta.
Era proprio una magnifica ragazza. Somigliava molto a una Lady Lydia dai lineamenti più definiti e incisivi. Se il pittore non aveva esagerato col colore, gli occhi erano del celeste più sbalorditivo mai visto e i capelli di un biondo quasi platino. In questo ritratto, il Visconte Farleigh mostrava qualche anno in più, ma l'aria di vigoria e gioia di vivere aleggiava ancora attorno a lui. Era una coppia splendida, del tipo che fa girare la testa nelle strade e complimentarsi con la natura, per aver saputo operare così bene.
«Lady Fairleigh era bellissima» commentò.
«Lo era davvero. S'incontrarono l'anno del suo debutto. Lei era molto corteggiata. Mio fratello dovette sconfiggere un'infinità di ammiratori, prima di aggiudicarsi la sua mano.»
Il volto dell'uomo sul ritratto non era di quelli che avessero un gran bisogno di lottare, per aggiudicarsi la mano di una donna. O qualunque altra cosa, se era per questo.
«Dovevano amarsi molto.» L'affermazione celava un'intonazione interrogativa che richiedeva una risposta.
Susan lanciò ancora un'occhiata al quadro, poi girò la testa con un atteggiamento deciso. «Così si pensa.»
Era una strana considerazione. Annabelle guardò un'ultima volta il volto fissato nel tempo della giovane donna morta. Chissà cosa si provava a essere tanto belle, ricche e amate. Ad avere il mondo ai propri piedi e nessun passato da dimenticare. Possedere una splendida casa, un bel marito, un figlio sano. E buttare via tutto questo in un momento di follia. Per cosa? Quale ragione al mondo poteva giustificare un atto simile?
Socchiuse le palpebre. Dalla base della sua nuca stavano irradiandosi scariche che le riempivano il corpo di un intenso formicolio. Un colpo di vento fece battere violentemente una finestra, da qualche parte.
«Miss Tressilian? Andiamo?»
Si riscosse, con la sensazione di cadere. Oscillò sulle gambe. Davanti agli occhi stupiti dell'altra, emise una risatina. «Mio Dio, ho avuto un giramento di testa…»
Miss Seldon sorrise, sollevata. «Capita anche a me. Specialmente qui dentro. È così silenzioso, così vuoto…»
Proseguirono per la galleria, senza parlare. I quadri esposti erano molti e non tutti interessanti. Stavano esaminando un ritratto giovanile della Viscontessa Vedova, quando udirono un rumore di passi.
«Oh, siete qua?» Quentin Parnell emise un raschiante suono di gola. Il pomo d'Adamo si mosse sul suo collo in maniera molto evidente. «Lady Fairleigh si stava chiedendo dove foste andate. È arrivato il pastore Sleeman.»
L'uomo si portò una mano alla gola, come per arrestare il movimento del pomo. Un tipo rozzo ma attraente, giudicò Annabelle. Con una moglie del genere, non si stupiva che si comportasse un po’ come un coniglio in presenza di cani da tana.
«Ho accompagnato Miss Tressilian a vedere i ritratti di famiglia» spiegò Susan.
«Hai fatto bene. Ci sono opere di valore.» Lo sguardo dell'uomo vagò oltre le due ragazze, in una direzione che non era facile stabilire. «Una visita interessante.»
Sul suo volto passò rapida un'emozione, simile a una nuvola nera trascinata dal vento. Parnell girò la testa verso la parete in maniera ostentata. Non abbastanza in fretta, però: gli occhi attenti di Annabelle avevano già colto la sua espressione, riconoscendola.
Era quella di un uomo tormentato da un lacerante rimpianto.