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Quando Annabelle si svegliò, l'alba era ancora di là da venire. Stavolta non perse tempo a gironzolare per la stanza, perché aveva già un'idea chiara su quel che avrebbe fatto. Lanciò un'occhiata fuori della finestra e si accorse con soddisfazione che aveva cessato di piovere.
Si vestì in fretta, senza neppure curarsi di legare i capelli. Con il vento che tirava da quelle parti, era del tutto inutile. Andò dritta in cucina, dove si soffermò giusto il tempo per ricevere dalla cuoca l'omaggio di due focaccine calde. Le avvolse in una salvietta e se le infilò in tasca. All'esterno, il terreno era così molle che quasi rinunciò dopo i primi passi. Tuttavia si fece forza e continuò ad avanzare nella melma. Sperava solo che la sua uscita non fosse inutile. In fondo, il visconte poteva aver deciso di comportarsi da persona sensata e restarsene a casa, sotto le coperte.
Come la volta precedente, il cielo iniziò a schiarire quando lei arrivò in prossimità della scogliera, rivelando dall'uniforme tono di grigio che sarebbe stata un’altra giornata nuvolosa.
Il mare era piuttosto agitato e scagliava ondate di schiuma bianca contro la riva. Non si vedeva alcun nuotatore fendere le creste spumeggianti. Così aveva fatto un viaggio a vuoto. Aggrottò le sopracciglia e sollevò lo sguardo sull'orizzonte. Ci volle solo qualche istante perché il sorriso tornasse sul suo volto.
Era magnifico, il mare. E magnifica, anche se terribile, la percezione di tanto spazio aperto attorno a sé: niente pareti, mura, sbarramenti d'ogni sorta. Era un mondo pulito e selvaggio, spietato forse, ma senza alcuna premeditazione. Non c'era niente d'oscuro là fuori. Mabel sarebbe stata così felice, in un posto come quello, lei che odiava le porte chiuse, il buio, l'odore di stantio e sporco delle sale dell'orfanotrofio.
Eppure, quel luogo straordinario era stato lo scenario di un suicidio. Osservò il fondo della scogliera, chiedendosi quale fosse il punto esatto.
Una donna si era gettata da quel dirupo, in cerca di sollievo da una vita che tutti presumevano felice. O le cose stavano in modo diverso? Poteva essere vero il sospetto che circolava nella zona, sussurrato e mai apertamente espresso? Che a uccidere Lady Fairleigh fosse stato suo marito, folle di gelosia… o forse folle e basta?
Infilò una mano in tasca e n'estrasse il fagottino con le focacce. Svolse la salvietta, pronta a fare un boccone del dolce rigonfio con le uvette affioranti, quando un rumore che non era il frangersi del mare contro la riva la immobilizzò, rigida, in ascolto.
Si girò e quasi arretrò dalla sorpresa, quando vide Lord Fairleigh che legava il suo cavallo a un albero a pochi piedi di distanza. Doveva essere stata proprio assorta nella vista del mare, per non accorgersi del suo arrivo.
Lui terminò quel che stava facendo, prima di avanzare verso di lei. Annabelle pensò che si trovava vicina al crinale della scogliera, con davanti a sé un uomo che forse era un assassino.
Strinse i pugni e il gesto le rimandò la sensazione di morbidezza della focaccina nella mano. Senza pensare a cosa facesse, la sollevò e se la portò alla bocca, staccandone un pezzo. L'uomo si fermò, un'espressione incerta sul volto. Doveva crederla pazza, pensò la ragazza. E questo la fece sorridere, rendendola di nuovo sicura di sé.
«Buongiorno» disse a voce alta. «Voi siete Lord Fairleigh, non è vero? Io sono Annabelle Tressilian.»
Gli tese la mano destra, quella libera. Il visconte la fissò come se non avesse mai veduto niente di simile in vita sua.
Thomas sollevò lo sguardo. Il volto della ragazza non rivelava altro che curiosità.
Straordinario. Non aveva paura di lui.
Aveva gli occhi azzurri, vellutati come il cuore delle viole. Il sorriso le increspava le labbra, che erano indubbiamente sensuali.
Parve che infine lei si fosse persa di coraggio, perché ritirò la mano.
«Stavate andando a nuotare?» chiese, senza neppure una traccia di pudore nell'ammettere implicitamente d'averlo visto nudo, il giorno precedente.
Lui scosse la testa, seguitando a fissarla.
‘Perché non parla?’, pensò Annabelle, esasperata. Non che gli mancasse la voce. L'aveva sentito sbraitare, due giorni prima, con il povero allenatore di scherma. Aveva un'aria stravolta dalla stanchezza.
«Avete fame?» Tolse dalla tasca il piccolo involto ed estrasse la focaccia rimasta. Di nuovo lui seguì il movimento, con l'attenzione di uno scienziato che studia uno strano genere di animale.
«Dove l'avete presa?» le chiese, a sorpresa.
Fu ricompensato da un sorriso così ampio che parve che il sole avesse di colpo forato lo strato di nuvole.
«Alla fine vi siete deciso a parlare.» Allungò il braccio verso di lui. «Me l'ha data la cuoca. Tenete, mangiate. Credo che ne abbiate più bisogno di me.»
Lord Fairleigh esaminò il dolce come se non ne avesse mai visto uno.
Era strano poterlo guardare così da vicino, dopo averne in pratica spiato le tracce per due giorni. Quando la mano dell'uomo si tese verso la sua, notò che aveva le nocche escoriate, come se si fosse battuto con qualcuno. Le dita raggiunsero la focaccina, la sfiorarono e poi si posarono su quelle di Annabelle. Colta da un impulso improvviso, lei le sollevò in modo che finissero per intrecciarsi.
Rimasero immobili alcuni secondi, durante i quali il rombo del mare parve aumentare di volume. Poi il visconte si ritrasse, con la focaccina sicuramente in suo possesso. Le rughe di tensione sul suo viso si erano leggermente spianate.
«È buona» ammise, senza mai distogliere lo sguardo da lei.
Il che le andava perfettamente bene, perché neppure Annabelle voleva distoglierlo da lui. Il suo viso era più magro e vissuto di quello dell'uomo che sorrideva nella galleria dei ritratti, accanto alla sua bella moglie. Gli occhi infossati erano neri come il cielo tempestoso della notte precedente. I capelli erano tanto scuri che sembravano brillare come giaietto di Whitby. Non la stupiva che l’avessero soprannominato Black Tom, a parte ogni altra implicazione negativa. La sua bocca le ispirò un formicolante desiderio di toccarla.
Le venne in mente che c'era qualcosa di molto intimo, nell'osservarlo mangiare, mentre i loro occhi non riuscivano a staccarsi. E che avrebbe potuto continuare a guardarlo molto a lungo…
«Ieri vi ho portato la colazione» disse, per interrompere il silenzio che cominciava a risuonare di emozioni indecifrabili.
«Vi ho vista.»
Thomas non aveva idea di cosa stesse facendo lì. Era stanco e aveva bisogno di dormire. O forse aveva già dormito da qualche parte, non se ne ricordava. Rabbrividì dal freddo e solo allora si rese conto che i suoi vestiti erano bagnati. Aveva piovuto a lungo, quella notte, ma neppure di questo si ricordava. Quando le dita della ragazza si erano strette alle sue, aveva provato una sensazione di calore. Era strano, ma mai quanto la sotterranea corrente d'energia che gli correva nel corpo mentre la guardava.
Alcune cornacchie stridettero sopra la loro testa.
«Chiamano altra pioggia» commentò lei, sollevando lo sguardo al cielo.
La ragazza aveva il collo lungo e la pelle chiara, ma non lattea come quella di Julia. L'abito troppo attillato metteva in evidenza la sporgenza dei seni. Non portava mai il busto? E in tal caso, perché non comprava vestiti più larghi? Una sorprendente vampa di calore lo aggredì al basso ventre. Arretrò, infastidito dalle proprie reazioni. Annabelle Tressilian era una trappola e lui stava per caderci dentro.
Con un movimento brusco, gettò il resto della focaccia verso il mare, poi si girò di scatto e corse in direzione del cavallo. Si sentiva ridicolo, ma anche spaventato dall'attrazione che provava per lei. Il bordo della scogliera era troppo vicino.
«Lord Fairleigh!» esclamò lei, muovendosi come per seguirlo.
Ma lui stava già sciogliendo la briglia e, infilato il piede nella staffa, si rizzò sulla sella. «Fareste meglio a starmi lontana!» gridò, trattenendo il cavallo che si agitava, comunicato della sua irrequietezza. «Io sono pazzo, non lo sapete?»
Annabelle s'indispettì per la rapidità con cui si era allontanato da lei. «Certo che lo so» rispose, nello stesso tono. «Voi siete Black Tom, il visconte nero.»
Si accorse di essere riuscita a sorprenderlo. La fissò per un istante con gli occhi sgranati, poi fece voltare il cavallo e si allontanò. Non proprio al galoppo, perché il fondo era troppo fangoso per permettere una simile uscita di scena, ma in modo abbastanza sostenuto da manifestare che ne aveva abbastanza della sua presenza.
Almeno, questa fu l'impressione che ne ricavò Annabelle.
Imbronciata, rimase a guardarlo finché la sua figura non fu così piccola da perdere ogni interesse. «È inutile che scappi, Black Tom» sibilò, nel vento che le scuoteva i capelli. «Tanto, prima o poi dovrai fermarti.»
S'incamminò verso Farleigh Hall, slittando sul fondo fangoso. Allora, era o non era pazzo? Difficile a dirsi. Non aveva percepito nulla d'aggressivo in lui. Solo… paura. Di chi? O per chi? E poi c’era una sorta di torpore, che a volte rilevava nelle persone tarde di mente. Il che, era sicura, lui non era. Quindi doveva esserci un’altra spiegazione per quella sensazione. D'altra parte, se fosse stato pazzo non avrebbe potuto aiutarlo in nessun modo. Aveva calmato molti animi turbati, in passato, ma c'erano dei limiti alle sue capacità. Un maniaco omicida le superava di molto.
Raggiunse la porta della cucina mentre tra le nuvole faceva la sua comparsa un pallido sole. Scese le scale, chiedendosi se qualcuno si divertisse mai a infilarsi nello scivolo delle derrate. Se lo stava ancora domandando, quando un bambino le piombò davanti ai piedi, provenendo proprio dal suddetto scivolo.
«Misericordia!» esclamò, traballando e rischiando di cadere.
Il bambino sgranò gli occhi dallo spavento. Instabile quanto lei, si protese ad afferrarla per mantenersi in piedi. L'ovvio risultato fu che caddero entrambi sul pavimento della cucina, tra le grida allarmate del personale di servizio.
Annabelle si ritrovò imprigionata dalle gonne, che le si erano avvolte attorno alle gambe. Accorgendosi che il suo assalitore si alzava e stava per filarsela, lo afferrò per la giacchetta. «Eh no, ragazzo mio! Adesso tu mi aiuti a rimettermi in piedi.»
Lui la guardò con occhi neri così simili a quelli del padre che Annabelle provò un tuffo al cuore. Evidentemente moriva dalla voglia di scappare, ma l'educazione dovette avere il sopravvento, perché le tese la mano e l’aiutò come gli era stato richiesto.
«Sono mortificato di avervi causato tanto disagio, Miss Tressilian» disse alla fine, portandosi le braccia dietro la schiena in un gesto molto adulto. «Posso fare qualcosa per farmi perdonare?»
«Tu sei William, non è vero?» Annabelle lo esaminò dalla testa ai piedi. Aveva perfino la stessa curva delle labbra del padre. «È divertente buttarsi dallo scivolo?»
Il ragazzino la guardò in faccia per la prima volta. L'espressione contegnosa sfumò nell'incertezza. «Io… ebbene… Sì, signorina, è molto divertente.»
«Me lo stavo chiedendo.» Si girò a guardare la bocca dello scivolo.
«È… è molto sporco» aggiunse lui, quasi cogliendo il pensiero che le passava per la mente.
Annabelle dovette convenirne. «Certo. Non vogliamo che il mio bel vestito si sciupi, non è vero?»
Willie arrossì, nel notare le condizioni della giovane donna che aveva di fronte. C'era del fango sugli stivaletti e sull'orlo dell'abito. Misteriosamente, aveva fango perfino su una guancia. «Voi siete stata fuori?» chiese, incredulo. «A quest'ora?»
«A Miss Annabelle piace camminare» intervenne la cuoca, esaminando il vassoio della colazione che stava per iniziare il suo viaggio alla volta della torre.
Willie la guardò con nuovo interesse. Nessuna donna della sua famiglia amava camminare, se questo significava superare la distanza dal portone di Farleigh Hall alla carrozza.
«Signorina, assaggi queste focaccine calde» la invitò Mrs. Foster. «Ci ho messo la cannella.»
«Molto volentieri» rispose Annabelle. «Mi fai compagnia?» chiese, rivolta al ragazzo.
Dopo una visibile esitazione, lui accettò.
Quel bambino si comportava come se temesse costantemente di essere colto a commettere qualcosa d'inappropriato. Di sicuro non era facile, essere il figlio del visconte nero…
«Padron William, è ora che voi torniate nella vostra stanza. Tra poco tutta la casa sarà sveglia.»
«Credo che Mrs. Foster abbia ragione.» Annabelle gli circondò le spalle con un braccio e lo sospinse per la cucina affollata e frenetica. Mangiando le focaccine che spandevano profumo e calore, si avviarono in direzione del primo piano.
Lui fissava le scale, imbronciato, salendo i gradini di malavoglia. «Vorrei saltare su una nave e andare fino in Africa» proruppe, a sorpresa.
«Sarebbe certamente più caldo che qui» convenne Annabelle. «Là su quella scogliera batte un vento da far diventare blu dal freddo.»
«Voi siete stata sulla scogliera?»
«Sì. È uno spettacolo meraviglioso. A Londra non esiste niente di simile.»
La guardò come se fosse impazzita. «A me non permettono mai di avvicinarmi.»
Annabelle premette la mano contro la sua spalla, per attirarlo leggermente a sé. Il corpo magro, infantile, le provocò una stretta al cuore. «Mi dispiace» disse. «Ho parlato senza pensare.»
«Io ci vorrei andare» replicò lui, di colpo animato. «Fino a un anno fa papà mi portava giù alla spiaggia per insegnarmi a nuotare. Ma adesso non posso andare da nessuna parte, non posso fare più niente, solo studiare quei maledetti libri.»
«A me non sarebbe dispiaciuto studiare qualche libro, alla tua età. Ma non c'era nessuno a insegnarmi.»
Non era da lei uscirsene con confidenze e per un istante temette che il ragazzino ne approfittasse per farle domande cui non si sentiva di rispondere. Invece lui parve non aver udito.
«Non me ne importa un accidente di niente dei libri» proseguì, con voce colma di rancore. «Io voglio fare il marinaio, da grande.»
«Allora dovrai essere in grado di leggere almeno una carta nautica.»
La voce mascolina li fece girare entrambi. L'uomo si trovava sulla soglia della biblioteca, che si apriva nella hall. Aveva i capelli neri scomposti dal vento e indossava una giacca un po’ stropicciata. Gli occhi stretti, profondamente infossati, guardavano ridenti verso di loro. Ad Annabelle parve di strozzarsi con il proprio respiro. Era Lord Fairleigh… ma così diverso rispetto a mezz'ora prima!
Si sentì girare la testa e strinse inavvertitamente il braccio attorno alle spalle del ragazzo, come per proteggerlo.
L'uomo si abbassò leggermente, allargando le braccia. «Allora, figliolo, non vieni a salutare tuo zio?»
Willie si divincolò dall'abbraccio. I suoi passi risuonarono con forza sul pavimento di marmo. «Zio! Zio Charles! Siete tornato!»
E Annabelle comprese perché le fosse parso così differente: semplicemente, non era Lord Fairleigh.