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«L’ho trovato su Internet. Costava un pochino, ma ho voluto farmi un regalo!»
La donna sgrana gli occhi, adorante. Percorre con l’unghia la criniera, sfiora il corno e il resto del corpo, per poi seguire l’arco che colora lo sfondo.
«Un regalo che mi farò pure io. Dimmi dove l’hai preso!»
Indico il sito e la vedo letteralmente andare in brodo di trapper. Poi prende l’iPhone e inizia a trafficare tra carrelli e ordini, mentre io mi guardo intorno.
Il salotto di Madame LaSage è un invito a osservare la mia immagine sulle superfici riflettenti che ci circondano. Il cristallo intorno a noi è un inventario che vale cifre a più zeri: il tavolino, il lampadario con tanti pendenti, le due vetrinette con le porcellane pregiate a vista. La luce entra nelle superfici creando costellazioni di riflessi più baluginanti delle stelle di un cielo invernale. Il divano a chaise-longue di pelle argentata mi riporta a un’epoca più recente, anche se l’effetto con il resto dei mobili vira al kitsch, enfatizzato dagli specchi posti a ciascuna delle quattro pareti e da quello al soffitto. Strani giochi erotici e ring di pelle e sudore tracciano la linea del mio immaginario piccante.
«Acquistato!»
Uno squillo di voce mi riporta a dove ci eravamo interrotte.
Mi rivolgo di nuovo a lei con un sorriso incerto.
«Lei quindi mi sta dicendo che si tratta di un Toy Boy?»
Madame LaSage accavalla le gambe come una Catherine Tramell con le mutande. Sono brasiliane in tinta con il reggiseno a fascia che spunta dalla sottoveste di raso verde. I capelli rosseggiano fluo sulla testa: alcune ciocche ricadono sul viso, come morbide molle un po’ ribelli.
Se non fosse per la mia reticenza, mi convincerei del fatto che ci sta provando con me.
«Certo, mia cara.» Risponde con un sorriso da incendio dei sensi. «Ah, mi chiami Catia con la C che la Kappa non ha detto sì.»
«Ma non è un tantino svilente?» chiedo, affrettandomi a correggermi alla vista della fronte aggrottata: «La faccenda del Toy Boy, dico. Cioè, lei si dichiara femminista, dunque contro la mercificazione del corpo femminile. Ma non sta forse mercificando un ragazzo, trattandolo come un giocattolo? Catia con C mi piace molto, più della Kappa».
La mano si ferma in alto, come a voler proteggere la testa. Oscilla, scossa da piccoli tremiti.
«Non è un tantino più svilente la mano del tuo capo che scivola impudente sulle sue dune posteriori senza cercare nemmeno i bottoni?»
Questa Madame LaSage ti sorprende. Mette il flow anche nelle risposte e già mi chiedo se dovrò riportare le rime.
Resto immobile, sospesa tra i miei pensieri. Com’è riuscita a raccogliere qualcosa del mio passato? Una mano che scivola, il tentativo del capo, in vista della scadenza del contratto. Il mio spostarmi all’improvviso, la sua espressione contrariata.
Sospiro la mia ammissione: «Anteriori».
«Sempre rotondità, sono, per la di lui felicità.»
«Sempre mani del capo sono.» Sospiro, spiegando: «Una decina di anni fa. Quando lavoravo alla Textile».
«Mani che non avresti voluto avere addosso, se non per vedere tutto rosso. Touché, bambina!»
La voce mi si spegne: «La differenza sta nell’essere consenziente, giusto».
«Come accade con un Toy Boy. O una Toy Girl. Si tratta di un gioco condiviso, ergo, nessuna mercificazione, signora Aggiustacuori.»
Io mi scuoto, balbetto qualcosa, ma la trapper taglia l’aria con un gesto energico. Si alza, raggiunge il carrello gremito di bottiglie, e allora mi accorgo che sono quasi tutte di forma fallica. Ne prende una, in vetro soffiato trasparente smerigliato, priva di etichetta. Toglie il tappo, la abbassa su un bicchierino in cui versa il contenuto. Infine, mi si avvicina e me lo tende con un certo sussiego. Faccio per rifiutarlo, ma la Signora della Trap mi mostra l’etichetta con il volume alcolico. Venti per cento, una botta di vita che mi fa storcere il naso e scuotere la testa.
«Grazie, signora, ma non posso.»
«Ehi, non sono così vecchia, non darmi della fetecchia.» Spinge il cordiale contro le mie labbra, nel suo improvviso attacco di Signorafobia. «L’ultimo bicchiere è con te, non lasciarlo senza di me. Bah, oggi con i versi non ingrano.»
Il viso si contrae: nessuna piega, filler perfetto. Mi mordo le labbra, cercando di respingere l’offerta con un gesto educato ma deciso.
«Sig…». Mi correggo, prima che esploda la bomba al filler, mormorando: «Volevo dire, Catia con la C, non posso accettare».
«È il nocino della Marghe, la ragazza a ore che viene a farmi le pulizie. Lo prepara con le sue mani, usando le noci esposte alla guazza della notte di San Giovanni Battista.»
«Guazza?»
«La rugiada.»
«Conosco il termine, sono modenese, anche se della provincia. Non pensavo che una trapper del suo livello si interessasse a queste credenze antiche.»
Catia con la C mi sorride.
«La Marghe è modenese di città. Soltanto che in questa casa non si mangiano i tortellini. Solo sushi a colazione e nocino dopo cena.»
La citazione mi fa sorridere.
Madame LaSage mi spinge di nuovo il cordiale contro la bocca, io reagisco come un bimbo schifato dall’omogeneizzato. Cerco di spostarmi, lei mi segue con la mano, io ritorno al punto da cui mi ero mossa poco prima. Un gesto brusco mi coglie alla sprovvista, con le labbra socchiuse per rovesciare il contenuto nella mia bocca, impedendomi di pronunciare la seconda parte della preziosa parola che mi connota.
Sono astemia.
L’unica volta in cui ho bevuto un goccio di vino, un Sangiovese corposo, non chiedermi l’annata, non me ne intendo, sono caduta di schiena, rischiando di battere la testa.
Ora sento il liquore denso invadermi la lingua. Mi scivola dentro, strappandomi un Bleah disgustato. Mi arriva allo stomaco e al cervello: i due minuti successivi sono di trance pura. Esperienza mistica-alcolica condita da suoni sintetici incalzanti. Forse ho un Alien in gestazione e la stanza mi gira, come in quella canzone.
Sì, la sto cantando, mentre sento una seconda voce fuori da me.
«Rossella, sta bene? Oh, cazzo!»
Metto a fuoco il viso di Catia con la C: sembra Freddy Krueger con le unghie decorate da fiamme nere su uno sfondo di smalto perlaceo.
«Rossella?»
La sua voce proviene da un altro mondo.
«Credo di essere ubriaca!», mi sento dire.
Una risata mi esplode in testa.
«Solo questo?»
Si passa la mano tra i capelli.
«Ti stavo dicendo del mio Toy Boy. Ha ventiquattro anni. È brillante, laureato…»
Mi scorre davanti una figura. Uno sguardo, sciorinato come i panni tra i palazzi di Napoli.
Catia con la C parla, mentre lui blatera parole che non capisco. Il viso è deformato come gli orologi del quadro di Dalì. Tendo la mano in avanti, ma è tardi e la sbornia è più forte, e il mio taccuino con la copertina con gli unicorni si chiude, sventagliandomi un profumo di carta e inchiostro.
Sento una risata, vedo la mano sulla copertina. Catia con la C ride insieme al suo ragazzo-Dalì. O Toy Boy?
Io intanto, sto volando. Un volo scosso da una perturbazione infinita, tra oscillazioni e improvvise accelerazioni, seguite da bruschi arresti. A un tratto, l’arresto finale, come quello che precede un atterraggio. Ho iniziato a rotolare lungo un pendio da cui sono finita su qualcosa di duro.
«Va tutto bene?»
La ragazza mi aiuta a rialzarmi dal pavimento di marmo.
La squadro, cercando di mettere da parte i residui della sbornia, impigliati tra le ciglia. Deve essere la Marghe: ho colto l’accento modenese con le esse e la zeta di una canzone di Vasco Rossi. La tenuta è quella di una domestica a ore con il grembiulino bianco su un vestitino nero, e il cappellino a crestina assicurato tra i capelli azzurri, raccolti in due crocchie suddivise dalla scriminatura centrale.
Sposto il peso su un piede: ora capisco come si sentiva Atlante nel sorreggere il mondo.
«Con un analgesico potrei stare meglio.»
La ragazza mi sorride: la pelle nivea e gli sfolgoranti occhi cerulei illuminano il suo ovale perfetto.
«Meglio un infuso.»
Esce dal soggiorno, io mi lascio cadere di nuovo sul divano prendendo la testa tra le mani. Cerco di mettere a fuoco qualcosa che inevitabilmente si sovrappone ad altro, costringendomi a chiudere di nuovo gli occhi.
La Marghe rientra con una tazza fumante tra le mani, io le chiedo di Madame LaSage.
«È nel suo studio.» Mi porge l’infuso. «Prenda. È a base di zenzero, melissa, finocchio e camomilla.»
Accolgo la tazza bollente sui palmi e soffio sull’intruglio. Dall’orologio da tavolo vedo che sono le sette. Scatto e quasi rovescio la tisana.
«Ma è il giorno dopo?»
La Marghe mi rassicura: «Non faccia scatti. La signora ha detto che può restare quanto vuole. Si scusa soltanto perché non può tenerle compagnia, ma sa, lei vede poco il suo ragazzo. Senza contare che sta sostenendo un’impresa.»
«Veramente?»
La cameriera fa un cenno. «Di certo non gliel’ha detto: Madame LaSage è laureata in Ingegneria e ha seguito un Master in Business Economy. Ufficialmente è una trapper, ma il successo può finire, quindi si occupa anche di altro. Investe in società.»
«Non lo sapevo» commento.
La ragazza fa un cenno. «Lei parla di quello che occorre sul momento.»
Faccio per prendere la borsa tendendomi in avanti; di nuovo sto per rovesciare la tisana. Se non fosse per la prontezza di riflessi della ragazza, a quest’ora avrei già fatto il disastro. La Marghe sorregge la tazza, tenendola salda sul palmo della mano.
Indico la borsa lasciata su una sedia.
«Me la potrebbe passare?»
«Certo. Ma solo se mi dai del tu.»
Mi allunga l’imitazione della Dior: dieci euro di losanghe su sfondo beige. Trattiene ancora la tazza, mentre io cerco il mio smartphone, seppellito nella borsa di una Mary Poppins ultratecnologica.
Lo trovo: una raffica di notifiche mi avvisano che devo riprendermi dalla sbornia.
SOS cuore spezzato.
Albi Bel, di nuovo. Sospiro, la Marghe mi porge di nuovo la tisana.
«I cuori spezzati ti stanno chiamando anche adesso?»
Metto la borsa a tracolla, prendo la tazza con la mano libera. Sbatto le ciglia, sorpresa. Non capisco se stia facendo una qualche insinuazione in particolare.
Lei inclina la testa: «Non mi fraintendere, in realtà adoro il tuo programma. Mi piace ascoltare le storie degli altri, ma ancora di più, mi piacciono i tuoi consigli».
«Consigli che ovviamente io non sono brava a seguire» ribatto.
«Of course mia cara. È sempre così, più sei brava a dare consigli, meno li segui per te. Alice insegna da Wonderland.»
Il pensiero dei messaggi cui dovrò rispondere mi spegne il sorriso e mi fa ricadere nel cuore della mia singletudine.
Ringrazio contenendo il mio entusiasmo e sorseggio l’intruglio addolcito dal miele.
La Marghe mi incalza: «Non deve essere facile… Cioè, voglio dire… Avere a che fare con quei personaggi lì».
«No, non è facile.» Mi soffermo sul fondo velato dal composto che si è depositato in fondo alla tazza. «Sono persone. Come me, come te. Anche loro piene di insicurezze. La differenza è l’approccio verso queste insicurezze: loro ci cadono dentro pari pari e faticano a uscirne.»
Lei abbozza un sorriso.
«Noi, invece, non ci cadiamo dentro, anzi, mettiamo piuttosto un freno al cuore. Ma qui scatta la differenza tra noi e loro. Io e te cerchiamo di affrontare le nostre insicurezze, anche quando la nostra vita sembra andare in pezzi. Queste persone invece si aggrappano agli altri, a persone come me o come te, sperando di poter galleggiare sulla scialuppa di salvataggio che li preservi dalla tempesta».
Osservo i grumi di zucchero ancorati alla ceramica, e allora penso ai cuori spezzati, nel meditare la riposta. Poi lascio andare la mia ultima ancora di saggezza.
«Sì, l’hai detto. Il difficile è cercare di insegnargli che quella da cui vogliono proteggersi non è una tempesta, ma un temporale che passa. E da cui possono difendersi da soli.»
Poso la tazza sul tavolo, quindi mi muovo, preceduta da lei. Mi apre la porta del soggiorno da cui raggiungiamo l’ingresso.
Apre l’uscio vetrato e quello blindato con gesti decisi.
«Forse dovresti semplicemente insegnargli a usare un ombrello. Poi, che sia temporale o tempesta, saranno loro a doversi ingegnare. Di certo con un ombrello chiuso non ti ripari dall’acqua» dice, convinta.
«E men che meno da una tempesta» commento.
«Se è d’amore, l’unica cosa che puoi fare, è lasciarti travolgere.» La guardo seria, lei rilancia: «E tu, Ross che aggiusta i cuori, ti faresti travolgere da una tempesta? Niente ombrello, zero difese. Solo lasciarsi andare.»
Resto senza parole, poi agito l’indice.
«Si impara a ballare nella tempesta, solo quando arriva la tempesta. E non si è mai pronti.»
«O forse hai paura di non essere abbastanza forte per affrontarla» ribatte lei, poi scrolla le spalle e taglia l’aria con la mano. «Bah, credo che sia più forte il mio Nocino.»
Schiocco le dita e annuisco, ridacchiando.
«Puoi scommetterci! Ora devo andare. Salutami Madame LaSage. E il suo Toy Boy.»
Esco dalla villa e mi accorgo allora della figura allampanata che entra in una Mercedes nera. Scorgo dei capelli dorati e il completo di sartoria, ma non il volto.
Io raggiungo la mia utilitaria, la figura esce dall’auto e resta a guardarmi da lontano. Indossa un paio di occhiali da sole a goccia e sul viso intravedo un sorriso.
Solleva la mano, io rispondo in modo automatico. Noto le spalle larghe sotto la camicia, con le maniche arrotolate fino ai gomiti.
Lo sconosciuto si passa la mano sui capelli, poi entra di nuovo nella vettura.
Mette in moto, fa un’inversione a U e mi passa accanto a passo d’uomo.
Dal finestrino intravedo il volto, per un attimo si sofferma su di me e un brivido mi attraversa la schiena. Sembra davvero un bel tipo.
E chissà se è davvero il Toy Boy di Madame LaSage.
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