Scritto il 30/06/2026
da SUSY TOMASIELLO


⏱ ~10 min · 1938 parole

Thomas

 

Apro gli occhi e sento la testa così pesante che è difficile alzarmi. Mi sollevo dal letto e forse sono stato troppo brusco perché il capogiro che mi assale è così forte che devo reggermi al materasso per non finire a terra.

Con più lentezza ci riprovo e sembra che i piedi rispondano ai comandi perché mi trovo in bagno abbastanza in fretta. Mi sciacquo il viso con acqua fresca un paio di volte prima di controllare la mia faccia allo specchio.

Il riflesso che mi guarda è quello di una persona che si è appena svegliata dopo una sbornia colossale e in un certo senso è proprio quello che mi è successo. Apro il mobiletto dei medicinali e ingoio una pillola per la nausea, sembra essere passata ma meglio essere previdenti.

Non mi era mai capitata una crisi così forte, di solito sono preparato ma stavolta è stato troppo imprevisto. Faccio due lunghi sospiri profondi e quando capisco di essere in grado di stare in piedi senza cadere, mi svesto e mi getto sotto il getto caldo della doccia.

So che devo andare di sotto a tranquillizzare John, ma finché non riacquisto un aspetto normale è meglio non farlo spaventare ancora di più. Sono stato brusco con lui prima, ma il dolore è stato così forte che non volevo mi vedesse in quello stato senza che potessi spiegargli niente. Adesso è tempo di andare a tranquillizzarlo.

L'acqua calda mi ha giovato, mi sento più pulito e abbastanza riposato. Credo di avere ancora qualche decimo di febbre, ma sto molto meglio rispetto a prima perché evidentemente le pillole stanno finalmente facendo il loro dovere.

Scendo le scale piano perché non voglio rischiare di cadere disteso ed è per questo che sento subito una voce che non appartiene a mia madre né a John e in un lampo ricordo.

Laura è stata qui.

Laura mi ha visto mentre vomitavo, ha guardato in che stato ero ed è ancora qui.

Il battito del mio cuore aumenta con un ritmo che non mi piace. Quanto avrà capito? Com'ero messo male quando mi ha visto? Cosa avrà detto a John?

Scendo ancora più lentamente le scale e li vedo intenti a costruire un puzzle sul pavimento. È uno degli ultimi regali che gli ho spedito quando Ashley mi ha parlato della sua passione per i puzzle, a John è piaciuto così tanto che si diverte a farlo e rifarlo senza mai stancarsi. Non so da chi abbia ereditato tanta pazienza perché né io, né sua madre abbiamo questa virtù.

Mi avvicino piano a loro e un lento sorriso mi affiora sul viso quando li vedo così vicini, complici. Si conoscono da poco ma è come se fossero insieme da sempre. John non lega facilmente con le persone ma quando decide che qualcuno gli piace, allora lo dimostra in ogni modo possibile.

«Se facciamo prima i contorni è molto più facile» dice John incastrando un pezzo. «Me l'ha insegnato papà e ha ragione, guarda».

«Siamo ancora in alto mare, sicuro che riusciremo a finirlo?».

«Sicuro, sicuro. L'ho già fatto altre volte» risponde John con aria tranquilla. Sta per controllare un pezzo nuovo, quando si accorge della mia presenza e mi guarda con un gran sorriso. «Papà! Guarda, stiamo facendo il puzzle di New York, lo fai con noi?».

«Forse potremmo fare una pausa mentre mangiamo la merenda?» suggerisce Laura alzandosi. John esulta contento canticchiando in inglese e io guardo stupito Laura che si muove perfettamente nella casa di mia madre come se non avesse mai fatto altro.

Porta sul tavolino accanto al divano un vassoio con panini dal profumo delizioso e una caraffa di the. John sta per afferrare un panino, ma Laura lo ammonisce con un'occhiata.

«Prima corri a lavarti le mani altrimenti niente merenda».

John sembra sul punto di ribattere qualcosa, poi ci ripensa e corre di sopra come inseguito da un fulmine. È a quel punto che mi avvicino piano al divano e crollo sui cuscini sentendomi stanchissimo.

«Hai un aspetto migliore, ma hai ancora la febbre. L'hai misurata?» chiede Laura prendendo dei tovaglioli che posa sul vassoio.

«Sta scendendo» rispondo guardandola versare il the in un bicchiere. «Non c'era bisogno ti dessi tanto da fare».

«È stato John ad aiutarmi a preparare tutto e per me è stato un piacere» minimizza Laura. «Ho preparato anche dei panini vuoti per te, credo che con lo stomaco sottosopra è meglio che tu mangi cibi solidi».

«Grazie» rispondo visibilmente sorpreso da tanta attenzione. Sto per dirle di nuovo quanto sia stata provvidenziale, quando ritorna John. Prende un tovagliolo e afferra subito il primo panino.

«È buonissimo, posso diventare aiutante cuoco della nonna quando torna».

Anch'io prendo un panino, non perché abbia fame ma mi sembra troppo scortese rifiutare. Mi sforzo di masticare e spero che il mio stomaco riesca a trattenere tutto almeno finché non sono da solo.

Anche Laura si serve e poi comincia a parlare con John di caramelle, puzzle e qualcosa che non capisco. Li ascolto appena, il mal di testa non è passato del tutto e concentrarmi non è facile.

«Sei guarito adesso?» mi chiede a un certo punto John. «Perché prima tossivi, ora stai bene?»

«Te l'avevo detto che sarebbe passato in fretta» cerco di usare un tono leggero. «Scusa se sono stato brusco prima, ma quando stai male capita».

«Lo so» annuisce John con aria seria. «La mamma dice che io sono insopportabile quando sono malato forse sono come te».

«Forse» rispondo con un sorriso.

«Allora adesso possiamo fare il giro in bicicletta come mi avevi promesso stamattina» si rallegra John mentre briciole di pane gli coprono il viso.

«Credo sia meglio domani» replico subito e l'espressione gioiosa di John sparisce. «Adesso ho mangiato poco e tu puoi battermi subito, se dobbiamo fare una gara alla pari ho bisogno di prepararmi per bene».

«Hai paura di perdere?» chiede John sorpreso e poi il sorriso torna per magia sul suo bel viso. «Ti ho battuto alla playstation, posso farlo anche in bicicletta».

«Accetto la sfida» rispondo alzando un pugno che John colpisce con forza. Sorridiamo complici e mi accorgo dello sguardo di Laura che ci osserva. Ha un'aria preoccupata anche se cerca di nasconderlo e la cosa non mi piace. È per questo che accetto l'invito di John di sedermi a terra e aiutarlo nella costruzione del puzzle. Peccato che dopo la prima piccola ricerca di un pezzo combaciante, il mio mal di testa ricominci a martellare più forte di prima e giocare diventa alquanto complicato.

«Sei già a buon punto, vado un attimo in bagno e torno» dico alzandomi. Ho fatto appena un passo, che la mano di Laura si posa sulla mia.

«Hai ancora la febbre, dovresti essere a letto. Va a riposarti, penso io a John»

Vorrei poterle dire che è tutto sotto controllo, che staremo bene ma non è così. La sua presenza in casa rende John tranquillo ed è quello che mi serve.

Annuisco anche se quel movimento mi crea un dolore più forte e poi vado di sopra controllando attentamente i passi per evitare che cada. Quando raggiungo la mia camera mi sembra quasi di aver corso una maratona. Dovrei controllare davvero la temperatura e i miei valori, ma sono troppo stanco e crollo sul letto ancora vestito.

«Non c'è bisogno»

«È il minimo invece» mi contraddice Rita avvolgendo un grosso pezzo di dolce nella carta argentata. È arrivata da poco con un bel dolce per la cena e ha deciso di donarlo quasi la metà a me quando le ho raccontato di aver fatto da baby sitter a suo nipote. Appena le ho detto che Thomas aveva una brutta influenza è corsa di sopra con un'espressione preoccupata e ho pensato che i figli per le mamme sono sempre piccoli a tutte le età. È rimasta un po’ di tempo di sopra con Thomas prima di scendere, la sua espressione ha continuato a essere preoccupata così l'ho tranquillizzata.

«Questa brutta influenza arriva all'improvviso, Thomas deve averla presa proprio forte».

Rita ha annuito, ma non ha aggiunto altro e ora sta avvolgendo con cura la torta per darmela.

«Sei stata un angelo oggi. John mi chiedeva spesso di te in questi giorni, gli piaci molto».

«Anche a me» confesso con un sorriso. Non sono molto pratica di bambini, ma con John è nata un'empatia istantanea.

«Alcune volte si ha bisogno di avere una persona accanto per ritrovare il sorriso».

«John è un bambino molto allegro» la schernisco. «Non credo abbia bisogno di me per farlo»

«Mio figlio però sì» risponde a bassa voce Rita. Il suo tono è così basso che mi chiedo se ho sentito bene. È vero che Thomas è stato un po’ strano oggi, ma evidentemente non regge bene l'influenza allo stomaco ed è normale che in certi casi si abbia poca voglia di sorridere.

«Di solito dopo un paio di giorni si torna in forma, vedrà che succederà lo stesso a Thomas» la rassicuro. «Controlli però le medicine che prende, secondo me ha preso quelle sbagliate ma non mi ha permesso di vederle. Avrebbe già dovuto fargli qualche effetto adesso».

«Già» risponde Rita. Sembra sul punto di aggiungere qualcosa, ma poi cambia idea e mi sorride. «Sei una brava ragazza Laura, grazie ancora per oggi».

«È stato un piacere. Vado a salutare John prima di andarmene altrimenti ci resterà male».

Rita annuisce e mette il mio pezzo di torta in una bustina mentre salgo le scale. Scavalco il puzzle che è ancora a terra completo, la foto l'abbiamo fatta col telefono di Rita e sembra che John abbia superato un nuovo record. È davvero veloce mentre io sono più riflessiva con i puzzle, lo sono sempre stata. Busso sulla porta aperta della camera di John e lui solleva la testa dal libro che sta leggendo.
Rita l'ha spedito a proseguire la lettura dopo il completamento del puzzle e John ha obbedito mal volentieri. Adesso però la sua espressione è curiosa e interessata mentre mi guarda ed io sorrido.

«Il mago di Oz ti sta piacendo vero?»

«Che gruppo strampalato si è formato, sono tutti diversi. Oz esaudirà tutti i loro desideri?» mi chiede curioso John.

«Bocca cucita finché non finisci, l'effetto sorpresa sarà più bello» sorrido io. John sbuffa contrariato ma non insiste, è evidente che la curiosità di scoprirlo da solo piace anche a lui e la cosa mi fa sorridere.

«Sto andando via, volevo solo salutarti»

«Ci vediamo domani?»

Ero venuta qui per spiegare a John e Thomas che la mia assenza era dovuta a impegni familiari, poi la giornata ha preso tutt'altra piega e ora mi dispiace deludere questo bambino quando mi guarda con quegli occhi così fiduciosi. La sua compagnia non fa bene solo a lui, anch'io mi sento più leggera con John ed è quello che mi serve per guarire tutte le mie ferite.

«D'accordo» rispondo dopo un attimo e il sorriso di John lo illumina. In questo momento è così uguale a suo padre che il mio cuore batte più forte all'improvviso.

«Almeno spero che Dorothy torni a casa. Torna vero?»

«Se vai avanti a leggere, domani ne parliamo» gli assicuro. «Buona lettura».

Esco dalla sua stanza e sto per andare di sotto, quando vedo la stanza di Thomas che ha la porta aperta e decido di salutare brevemente anche lui. Ho notato quanto si sia sforzato di apparire in forma quando è sceso di sotto eppure i suoi occhi erano sofferenti, ancora febbricitanti ma si è sforzato di star bene per suo figlio. Non mi è dispiaciuto passare del tempo con John, ma avrei voluto fare di più per lui.

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