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Stessa storia, stesso posto, stesso bar.
No, non è una canzone, è la mia vita. Sono impiegata come barista presso un locale di Houston, una città del Texas, e ogni notte vedo quasi sempre le stesse facce, le stesse storie, le stesse vite. Abbiamo alcuni soliti avventori, sì, ma la maggior parte della gente che entra da quella porta è di passaggio, come è di passaggio il nostro bar. Non è uno di quelli carini, alla moda, che attirano i clienti come mosche sul miele. Noi abbiamo le mosche, ma non possiamo paragonarci proprio al miele, se capite quello a cui mi riferisco.
È piccolo, soffocante, con una coltre di fumo continua, i nostri clienti di solito non badano al divieto di fumare e noi non glielo facciamo notare, con due dita di polvere sulle credenze e un bancone ormai consumato, ma un buon bourbon e due chiacchiere non li neghiamo a nessuno. La gente entra, con i suoi problemi, con le sue lacrime e i suoi sorrisi falsi, si sfoga, si confessa, inveisce contro un datore di lavoro, un figlio disgraziato o una moglie poco amorevole, e va via. Scorci di conversazioni, profumo di liquore e una pacca sulla spalla, ecco cosa possiamo offrire. Ma a qualcuno va bene così.
A volte, però, offro qualcosa in più. A volte, se un cliente mi ispira e ho bisogno di denaro, mi concedo per qualche fittizia ora d’amore. Concedere il corpo e non la mente, questo è il mio motto, ed è così che riesco a estraniarmi. Ogni rapporto è un rapporto a sé, ogni orgasmo che dono un piacere solo e soltanto edonistico.
Sono una puttana, sì, ma solo quando e soprattutto con chi mi pare, con chi sa pagare bene le mie prestazioni e non pretende altro. Non vado con tutti coloro che entrano nel bar, non riuscirei mai a soddisfare così tanta gente e neppure lo vorrei. Sono solo una piccola donna che concede qualche ora di piacere per tirare a campare, per vivere una vita dignitosa. Il mio nome è Rose, come un fiore bello ma peccaminoso. Rose come passione e sensualità, come le mani che mi sanno sfiorare, ma non prendermi davvero.
Sono uno spirito libero e, contrariamente a quanto si possa pensare, non mi dispiace ciò che faccio. Amo vedere quelle facce stanche e rifocillarle, in un modo o nell’altro. I loro momenti bui cancellano l’oscurità del mio cuore e la mia vita solitaria.
Stasera si respira un’aria strana nel bar. Non so per quale motivo, ma sembra che tutto accada a rallentatore, anche se tutti ripetiamo le stesse azioni di sempre.
Sono intenta a lucidare il bancone, per quanto io non possa fare miracoli, quando vedo entrare un uomo. È alto, credo sulla trentina, portamento elegante e sguardo fiero. Spicca immediatamente tra la polvere e le mura ingiallite dal fumo e tutti gli sguardi sono immediatamente su di lui, compreso il mio.
«Bel figlio di papà» commenta Bob, il proprietario del bar. Conosce le mie attitudini, ma gli importa poco di ciò che faccio. Per lui l’importante è che io sia puntuale, che lavori bene e tratti i clienti con riguardo, ed è quello che faccio. Se poi un cliente resta soddisfatto da un mio drink o da un mio pompino, quello è affar mio, perché il fine giustifica i mezzi. Ma io non lo faccio per il bar, sa anche questo, e gli va bene così. Perciò lavoro da anni per lui e ci troviamo bene. Siamo entrambi di poche domande e poche risposte. E poi lui non ha mai fatto avance, ho il sospetto che sia gay, nonostante l’aria da uomo vissuto, ma cazzo, mi va benissimo! Bob non è il mio tipo e non credo lo sarà mai, e sapere di poter stare tranquilla sul posto di lavoro mi rende più serena.
Scruto il nuovo arrivato e penso che no, probabilmente non è un figlio di papà. Sì, di certo ha i soldi.
Si siede sullo sgabello di fronte a me e il suo profumo costoso cozza immediatamente con il resto degli odori, qui dentro. Ha un paio di occhi scuri come una notte senza luna, più scuri dei miei, definiti dai più due perle nere.
«Cosa ti porto?» È la mia solita domanda. Mi scruta per un attimo e sembra che voglia dire qualcosa, poi cambia idea e indica il bicchiere di un altro cliente poco distante da lui. Eseguo e preparo uno scotch liscio. Quando gli porgo il bicchiere, per un istante, le nostre dita si sfiorano e i nostri occhi si incrociano. Ha belle dita, eleganti e affusolate, molto diverse dalle solite rozze mani che sono abituata a vedere e toccare. Annusa il suo bicchiere, gira un po’ il liquido e porta finalmente le labbra sul bordo del vetro. Io resto incantata a guardarlo, ma presto mi rendo conto di dover tornare al mio lavoro.
Una rossa richiama la mia attenzione, desidera anche lei un drink. La conosco, è una che bazzica spesso da queste parti insieme al suo protettore, e di solito anche lei non torna mai a casa da sola. A volte scambiamo quattro chiacchiere, ma stasera il suo sguardo è tutto per il nuovo arrivato. Lo osserva per un po’, mentre io mi fingo ancora impegnata a lucidare il bancone, gli si avvicina e lo fissa ancora, forse sperando di essere abbordata. Lo sconosciuto, però, non sembra farci caso. Continua a bere il suo scotch e di tanto in tanto mi lancia qualche occhiata penetrante.
Jenny, questo è il suo nome, continua a puntare la sua preda e so già che sta per fare la prima mossa. Si agita sulla sedia e finalmente cattura l’attenzione dello sconosciuto. Lui si volta, la squadra, e non so perché mi assale la delusione. Jenny è una bellissima ragazza, gli piacerà di certo.
Apro il rubinetto dell’acqua e inizio a insaponare qualche bicchiere, convinta che quando alzerò lo sguardo loro non saranno più qui. Impiego qualche minuto, lo faccio di proposito, proprio per non vederli uscire insieme dalla porta d’entrata.
Ma quando, ben cinque minuti dopo, alzo gli occhi, lui è ancora lì, dall’altra parte del bancone, e mi sta fissando. Jenny non è più al suo fianco. La cerco con lo sguardo e noto che sta chiacchierando con un altro cliente, in fondo al locale. L’ha rifiutata? Nessuno rifiuta Jenny.
«Non è il mio tipo.» Una voce sensuale mi coglie di sorpresa. Mi volto verso il suo proprietario e scopro che è proprio lo sconosciuto ad aver parlato e si sta rivolgendo a me.
«Come, scusa?»
«La rossa. Non è il mio tipo.»
Ci fissiamo per qualche interminabile secondo. «E qual è il tuo tipo?» Mi ha servito questa domanda su un piatto d’argento e io l’ho accontentato. Abbozza un sorriso e scrolla le spalle.
«Le brune sconvolgenti dagli occhi scuri» risponde, perforandomi con quello sguardo. La risposta è abbastanza eloquente, visto che è intuibile a chi si riferisca, e non mi lascia indifferente. È bello, di classe come non se ne vedono qui, e con dei modi seducenti che fanno impazzire una donna. Però non voglio cadere nella sua trappola. Sembra uno di quegli uomini a cui basta schioccare le dita per avere una scopata ogni tre secondi. Potrei accontentarlo, in fondo è quello che faccio spesso e con chi mi piace, ma sono indecisa se farlo o meno.
Un altro cliente mi chiama, togliendomi dall’impaccio di dover rispondere, e continuo a fare il mio lavoro. So di essere osservata, sento i suoi occhi pesare sul corpo come enormi macigni d’acciaio, ma nonostante tutto preferisco evitare di voltarmi.
Vengo assorbita dal mio lavoro. Il venerdì sera è pesante quasi quanto il sabato, la gente esce e si ubriaca, per stare in compagnia oppure per non pensare. Mi sento una trottola che gira da un cliente all’altro e i loro sorrisi riconoscenti mi dicono che sto facendo bene il mio compito. Anche Bob è impegnato fra i tavoli, lo vedo da come suda copiosamente.
Lancio un’occhiata all’angolo del bancone in cui è seduto lo sconosciuto. È trascorsa un’ora ed è ancora lì, con in mano il suo secondo bicchiere di scotch ormai vuoto e lo sguardo pensieroso. Fissa il fondo del vetro e, di tanto in tanto, mi lancia qualche occhiata. Avessi un’altra tempra, un altro carattere, mi avrebbe già intimorita con quei modi di fare misteriosi e a tratti sinistri, ma non sono una che si lascia impressionare facilmente. Ne ho visti parecchi di tipi qui, in questi anni di lavoro, e so quale atteggiamento devo assumere per farli sloggiare. Potrei avvicinarmi, fargli capire che deve smetterla e che può anche andare via perché non avrà quel che desidera, ma qualcosa mi blocca. In fondo mi piace, non posso negarlo, e quella bellezza smisurata è un biglietto da visita difficile da ignorare.
Dopo due ore è ancora qui. Non gli ho rivolto la parola, mi sono dedicata al viavai continuo del resto del locale, e fino all’ultimo sono convinta che verrà lui a dirmi qualcosa, ma con mia grande sorpresa, dopo tutto quel tempo, paga i suoi due drink e va via.
Non ha parlato con nessuno, non ha consumato altro, è rimasto nel suo angolo per tutto quel tempo, mimetizzandosi con il resto della tappezzeria consumata dal fumo. Se fosse stato un altro, mi sarei anche dimenticata della sua esistenza, ma con lui è stato impossibile. Quegli occhi neri mi hanno seguita, a volte in modo discreto, altre in modo sfacciato, come se volessero studiarmi, e io ho lasciato che lo facesse, un po’ per vanità e un po’ per furbizia. Perché un tipo così, di solito, non lo si fa scappare.
Invece alla fine ha mollato.
Quando concludo la serata, prendo le mie poche cose dall’armadietto scassato del locale e saluto Bob. Ho un’auto sul retro del locale che mi aspetta, non è una limousine di lusso, ma fa il suo lavoro egregiamente. È una vecchia Renault blu con il cofano ammaccato e la targa scolorita dalle intemperie, ma per ciò che serve a me, casa lavoro e lavoro casa, va più che bene. I miei clienti salgono qui quando scelgo di stare con loro, perché sanno che l’alternativa è la strada e preferiscono farsi fare un pompino su un sedile che su un marciapiede. Casa mia è out. Possono chiedermelo, pregarmi in ginocchio ma non accetto di portarceli neppure se pregano in aramaico. E anche casa loro è out. Preferisco avere un rapporto sul retro del locale, dove se succede qualcosa posso scendere dalla macchina e chiedere aiuto a Bob, che seguirli a casa per poi finire a pezzi per mano di qualche maniaco. Jenny dice che sono troppo paranoica, lei per la grana accetta di tutto, ma questa è la mia scelta, prendere o lasciare. E di solito prendono tutti.
Il motore starnutisce un po’, finché l’auto non si ferma di fronte al vialetto di casa mia. La luce del piccolo salotto è accesa, segno che probabilmente Laurell, la baby-sitter, sta guardando la tv. È l’una passata ma sa che la pago profumatamente, perciò non si schioderebbe da quel divano neppure se dovessi arrivare alle cinque del mattino, come qualche volta è capitato, ed è per questo che fa al caso mio.
La porta d’ingresso si apre e il viso smunto di Laurell fa capolino. La baby-sitter è una ragazza sulla ventina, con capelli biondi e occhi azzurri. Sarebbe anche carina, se si curasse un po’ e non avesse sempre lo sguardo spento, il tipico sguardo di chi non ha avuto molte gioie nella vita. Non so cosa le sia successo, non gliel’ho mai chiesto, ho intravisto di tanto in tanto qualche livido sulle sue braccia, ma lei ha fatto in modo di coprirsi subito quando ha notato cosa stavo guardando. Perciò non ho domandato. Non chiedo mai. So che fa una vita di merda, ma la faccio anche io, quindi la cosa non mi scandalizza. Quelle come noi sono reiette della società, ombre invisibili che sanguinano senza che nessuno le veda davvero. Però con Jodie è brava, ci sa fare, e accorre ogni volta che la chiamo, perciò mi basta. Prendo dal portafoglio la sua paga e gliela porgo. Un sorriso abbozzato, mi ringrazia, sembra stanca, e va via. Ha un motorino che non so ancora come faccia a reggersi in piedi. Lo mette in moto, si stringe in un cappotto troppo corto per lei e sparisce nel buio della notte.
«Mamma!» Una vocina mi distrae dai pensieri tristi. Un sorriso spontaneo mi nasce sul viso e vedo la mia principessa sulle scale, in pigiama. Mi affretto a chiudere la porta e le vado incontro.
«Ranocchietta, che cosa ci fai ancora in piedi? Lo sai che se non dormi viene la fata dei capelli».
«E li riempie di nodi, lo so.» I piedini nudi sono sul pavimento gelido e la prendo immediatamente in braccio. «Laurell è andata via?» Le sue piccole braccia mi stringono il collo, mentre posa la testolina vellutata sulla mia spalla. Jodie ha sette anni e la adoro. Mia figlia incarna tutto ciò che c’è di puro al mondo e voglio che non cresca come me e Laurell. Voglio che abbia tutto quello che non ho mai avuto, tra cui l’amore di una madre.
Entriamo nella sua camera rosa, piena di farfalle colorate che tanto ama, e la rimetto a letto. «Sì, è andata via» rispondo. «E tu dovresti dormire, è molto tardi.»
«Mi ha raccontato la favola della Principessa sul pisello» mi dice mentre afferra il suo amato orsacchiotto Teddy. Non dormirebbe mai senza di lui. Per un attimo resto interdetta, ciò che faccio nella vita mi porta a pensare male, poi con sollievo mi ricordo che si riferisce alla favola per bambini.
Difetto del mestiere.
«Ah sì? E ti è piaciuta?»
«No. Io non avrei sentito nessun pisello sotto tanti materassi.»
Rido. Beata innocenza.
«Io invece penso di sì, e sai perché? Perché sei una principessa ranocchietta viziata!» Le faccio il solletico e lei immediatamente ride e mi prega di smetterla.
«Ora va’ a dormire, birbante.» Le stampo un bacio sulla fronte, annusando il suo profumo infantile.
«’Notte, mamma.»
«’Notte, tesoro.»
Socchiudo la porta e dopo una breve doccia, finalmente, anche io posso crollare nel letto. Faccio una vita di merda, ma quando parlo con Jodie mi sembra sempre tutto un po’ più bello. Ho lei e va bene così.
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