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Louis va via prima che Jodie si svegli.
Io ho giusto il tempo di fare una doccia. Dovrei riflettere su ciò che è successo, ma quando Jodie si alza devo convincerla a lavarsi, vestirsi e portarla a scuola.
Sento dolori in tutto il corpo, e ovviamente non ho dormito affatto, ma mi sento appagata come non avvertivo da anni.
Non penso sia solo per la scopata, che è stata divina, c’è anche altro… ma forse preferisco non pensarci.
Quando la sera torno dietro al bancone, arriva Louis.
Mi sembra ancora più bello della sera precedente, non capisco come sia possibile, e il sorrisetto che mi rivolge mi rammenta tutto ciò che è successo la notte prima fra noi.
Sexy.
Questo è il primo aggettivo che mi viene in mente se dovessi descriverlo.
Non solo per l’aspetto fisico, ma anche per quello mentale. Anche un bel cervello rende uomini e donne sexy e lui, di sexy, ha davvero tutto.
Porca puttana, ci sono caduta con tutte le scarpe.
Questa sensazione che provo alla bocca dello stomaco ogni volta che mi compare davanti è nuova, inaspettata, e non so ancora se sia piacevole o meno.
Nonostante mi stia lasciando andare, una parte di me resta ancora sull’attenti, cerca la fregatura e teme che arriverà presto.
È solo fantastico sesso, cerco di dirmi, ma so bene che non è così.
Lo sa il mio corpo e lo sa il mio cuore.
Lo sanno i miei occhi, che cercano quelli di Louis anche mentre servo altri clienti, mentre lavo i bicchieri, mentre pulisco il bancone, mentre parlo con Bob.
Ogni tanto temo che svanisca nel nulla, come un bel sogno evanescente, invece lui è sempre lì, seduto, che mi osserva in silenzio.
«Cosa c’è fra voi due?» chiede a un tratto Bob, cogliendomi di sorpresa. Deve aver notato le nostre occhiate, anche se non abbiamo aperto bocca in sua presenza.
«Non…»
«Non dirmi stronzate, Rose. So che c’è qualcosa, se ne accorgerebbe anche un cieco. Avete scopato?»
Di solito mi piace il carattere diretto di Bob, molto simile al mio, ma in questo momento vorrei che si facesse i cazzi suoi.
Lo guardo in faccia e capisco che non posso mentirgli.
«Sì» rispondo solo.
La notizia non lo sconvolge, in fondo conosce i miei traffici, ma dopo una lunga occhiata a me e a Louis, sentenzia: «Non per soldi». Non è una domanda.
Resto in silenzio per qualche secondo, poi un sorriso mi affiora sulle labbra. «Non ti facevo così perspicace».
«Ho tante qualità che non conosci» scherza il mio capo, sorridendo a sua volta, poi torna serio. «Sei libera di andare con chi vuoi, Rose, solo… sta’ attenta, va bene?»
Di solito il mio capo non è mai invadente, ma è preoccupato, lo comprendo bene. Anche io, di solito, considero male i figli di papà. Quelli come me e Bob non possono fare altrimenti.
Non avrei dato neppure un soldo bucato a Louis, non appena ha messo piede nel locale, eppure… le cose sono cambiate prima che potessi accorgermene davvero.
«Sempre» rispondo, e Bob fa un cenno del capo, soddisfatto.
Sa che “attenzione” è la mia parola d’ordine.
O forse lo era prima di incontrare Louis.
Non gradisco pensare al futuro. O meglio, mi piace solo pensare al futuro di mia figlia, al suo avvenire che, spero, sarà diverso dal mio, alla sua felicità, alla sua gioia di vivere, al fatto che, finché potrò le starò accanto e l’aiuterò in tutto.
Ero solo una ragazzina quando mia madre mi disse che non aveva i soldi per farmi studiare perciò, a meno che non mi prostituissi come faceva lei, non avrei potuto farlo. Non mi sono prostituita ma ho lasciato la scuola e lavoricchiato come commessa o come barista. Mia madre era contenta e io pure, visto che studiare non mi è mai interessato granché. Jodie, invece, è diversa. Ama le favole, i libri, è una sognatrice che apprende tutto alla velocità della luce e ha sete di conoscenza. A differenza di mia madre, sono pronta a vendere me stessa il doppio, pur di non farle fare la mia stessa fine.
Da quando vivo sola, cioè dalla maggiore età, non ho più notizie di mia madre. Sicuramente è viva, perché sono la sua unica figlia e nessuno mi ha avvisato della sua dipartita, ma non la vedo e non la sento da tanti anni. Non credo che sappia di avere una nipote e probabilmente non le importa neppure. Non mi ha mai cercata, dopo che ho lasciato casa sua, eppure non abbiamo litigato. Semplicemente… non le interessa sapere come sto.
Non la odio, anche se mi chiedo ogni santo giorno come faccia. Se non sentissi Jodie, anche solo per un giorno intero, morirei, ma mia madre non è mai stata una mamma convenzionale. Dubito mi abbia mai voluta davvero. Penso che sia rimasta incinta per caso, non mi ha mai detto di chi, e abbia mandato avanti la gravidanza per i sussidi statali, seppur fosse indesiderata. Non credo mi abbia mai amata davvero, ma non gliene faccio una colpa. Mia madre è un altro scarto della società, trattata come una appestata dalle istituzioni e per la maggior parte delle volte ignorata, che deve tirare la cinghia con le proprie forze e si arrangia come può. Non penso sia cattiva, è solo egoista.
È per tutti questi motivi che, quando la vedo entrare nel locale in cui lavoro, per poco non mi soffoco con la mia stessa saliva.
Resto per un attimo impietrita, mentre la vedo sedersi a uno dei tavolini più appartati insieme a un uomo.
È invecchiata molto, ha tante rughe sul volto che è sempre stato bello ma privo di qualsiasi espressione affettuosa nei miei confronti, i capelli scuri più corti di quanto li ricordassi e sicuramente tinti, indossa un golfino bianco e una gonna lunga scura e stazzonata. Credo sia dimagrita dall’ultima volta che l’ho vista, ma la riconoscerei tra mille persone.
Pensavo che non mi avrebbe fatto nessun effetto rivederla dopo tanti anni, invece il mio stupido cuore è impazzito. Non provo gioia, quella no, ma è una sensazione strana incontrare colei che mi ha partorito qui, come fosse una completa estranea.
I suoi occhi vagano distrattamente, finché non si posano su di me.
Stringo il bicchiere che ho tra le mani fino a farmi male ma, per mia fortuna, non si rompe. Distolgo immediatamente lo sguardo, sperando che dopo tutto questo non si ricordi di me.
Louis mi osserva interrogativo, forse confuso dalla mia espressione sconvolta, ma stringo le labbra e non proferisco parola.
Dopo qualche minuto in cui faccio una fatica enorme a non voltarmi verso la direzione dove i due sono seduti, cedo e guardo. Mia madre sembra parlare fitto con l’uomo sconosciuto, che non vedo in faccia perché mi dà le spalle, ma noto che, ogni tanto, mi lancia qualche occhiata.
Forse mi ha riconosciuta o pensa io abbia un volto familiare, anche se spero di sbagliarmi. Non ci voglio parlare, non voglio che mi faccia domande e che si ricordi chi sono. A differenza di tante persone, non ho nostalgia di mia madre, forse perché una vera madre non l’ho mai avuta.
Faccio un rapido calcolo e mi rendo conto che sono passati quindici anni da quando me ne sono andata via da casa senza più voltarmi indietro.
«Qualcosa non va?» chiede a un tratto Louis, dopo che ho servito due clienti con un sorriso tirato.
«No» rispondo secca. Siamo diventati intimi, è vero, ma non così tanto da indurmi a raccontargli tutta la mia vita. In fondo, anche se sento qualcosa verso quest’uomo, sono abituata a cavarmela da sola.
«Rose, sembri turbata» insiste a bassa voce.
«Affatto». Evito di guardare mia madre, in fondo alla sala, perché non voglio dargli alcun indizio. Spero solo che se ne vada in fretta.
«Perché non mi dici cosa non va?»
«Perché non credo ti interessi» rispondo diretta e Louis si irrigidisce. Forse crede che avergli donato il mio corpo significhi donargli anche i miei pensieri, ma non è così. Non posso fidarmi così facilmente di qualcuno e con lui mi sono spinta fin troppo avanti.
È molto più facile donare il corpo che il cuore e questo lui dovrebbe saperlo bene.
«Qualcuno ti ha infastidita?» Il suo sguardo si rabbuia e credo stia pensando a qualcuno come Larry.
«No, è tutto okay» lo rassicuro con un sospiro. «È solo che… Non mi va di parlarne, va bene?» Mi chiudo a riccio perché mi fa ancora uno strano effetto sapere che qualcuno si interessi a come sto e non vorrei essere scontrosa, ma non posso fare altrimenti.
Louis, per fortuna, sembra capire e annuisce pensieroso.
«Rose?» Proprio mentre sono concentrata su di lui, una voce incerta e familiare mi fa sussultare e impallidire.
Impongo a me stessa di calmare i nervi e mi giro lentamente verso chi mi ha chiamata.
Come immaginavo, è mia madre.
Se ne sta di fronte al bancone, con occhi guardinghi simili a quelli di un pesce nella rete, e non sono sicura sia felice di vedermi, anche se mi ha riconosciuta, purtroppo.
«Se dovete pagare il conto, la cassa è di là» dico freddamente, fingendo di non conoscerla.
Lei mi osserva in silenzio per qualche secondo, forse indecisa sul da farsi, e noto che è sola. Il suo accompagnatore è ancora seduto al tavolo, forse in sua attesa, ancora di spalle.
«No, io sono…»
«So benissimo chi sei» la blocco prima che lo dica ad alta voce davanti a Louis, che sta assistendo alla scena. «E non mi interessa».
«Sei… bella» mormora, come se non mi avesse sentito. Mi chiedo chi sia davvero questa donna. Abbiamo lo stesso DNA, certo, ma mi sento anni luce lontana da lei. Così tanto diverse che faccio fatica perfino a pensare che mi abbia partorito come io ho partorito Jodie.
No, non le somiglio per niente.
Fisicamente, forse, abbiamo molti tratti in comune, ma per il resto siamo due estranee che per un po’ di tempo hanno condiviso gli stessi spazi. Niente di più.
«Sto lavorando». Il mio tono di voce è gentile ma fermo. «Perciò, se non hai altro da dirmi…»
«Aspetta, Rose!» La sua mano si appoggia sul bancone e noto che non ha anelli. Non credo si sia sposata, nel frattempo. «Vorrei che mi aiutassi». Ha uno sguardo che appare spaventato ma a me viene solo da ridere.
«Io aiutare te?» chiedo scettica, trattenendo la risata che rischia di affiorare. Se non fosse che qui ci lavoro soltanto e che il locale non è mio ma di Bob, la caccerei da qui a calci in culo.
Come osa chiedermi aiuto dopo tutto questo tempo? Non voglio neppure sentire la sua richiesta, non mi interessa.
«Sì, tu…»
«Non posso aiutarti in nessun modo, mi dispiace». In realtà non mi dispiace affatto e credo che possa intuirlo benissimo dalla mia espressione.
«Ascoltami, per favore!». Mia madre si china verso il bancone, in modo che possa sentirla solo io. «Lo vedi quell’uomo in fondo?» chiede e io non faccio neppure la fatica di guardarlo, perché tanto so a chi si riferisce. «Gli devo dei soldi. Tu hai un lavoro, potresti prestarmeli. Te li ridarò presto, te lo prometto».
Quelle parole mi lasciano scioccata. Non ci vediamo da anni e il suo primo pensiero non è chiedere a sua figlia come sta, ma denaro per il suo strozzino.
Mi avvicino al suo viso, in modo che mi senta bene. «Mi disgusti» sussurro e lei sgrana gli occhi, sorpresa. Non le ho mai parlato in questo modo, sono sempre stata, una bambina prima e una ragazza poi, taciturna e discreta. Anche durante il periodo dell’adolescenza, quello in genere più burrascoso, non ci sono mai state grosse litigate fra noi, forse perché io ho sempre lasciato correre su tante cose e mi sono accontentata delle briciole che mi concedeva.
Ma la Rose che conosce lei è stata sostituita dalla Rose di oggi, una Rose mamma combattiva che non toglierebbe neppure un centesimo a sua figlia, per darlo a questa specie di donna anaffettiva e fredda come un pezzo di marmo in inverno.
«Non ho soldi da darti. Sei una sconosciuta, per me. Continua per la tua strada e fingi di non avermi incontrata». Credo di avere uno sguardo tagliente in questo momento, perché mia madre si ritrae come se l’avessi schiaffeggiata.
Louis ci osserva attento, di certo ha capito che c’è un legame tra di noi ma non so se abbia compreso di preciso quale.
Bob non è nei paraggi, è intento a chiacchierare con alcuni clienti, e non si accorge del piccolo siparietto che si è creato. Se alzassi la voce attirerei la sua attenzione ma, d’altra parte, non voglio fare piazzate davanti a tutti e non voglio che il mio passato emerga a causa di mia madre. Neppure Bob conosce tutti i risvolti della mia vita e preferisco che tutto resti com’è.
«Tu non capisci, devi…»
«Non ti devo proprio nulla. Ora preferirei che te ne andassi». Uso un tono calmo, anche se glaciale, perché spero che non sia lei ad alzare la voce.
Per fortuna non lo fa. Mi fissa per qualche secondo, inviperita, e della donna che mi ha fatto un complimento qualche secondo fa non c’è più traccia.
Ecco il suo vero volto, quello che ho sempre conosciuto io, quello freddo e calcolatore che ha capito che la “sua” bambina una bambina non lo è più, da molto tempo ormai, e non muoverà un dito per aiutarla.
Lancia un’occhiata fugace a Louis, che continua a stare in mezzo a noi, e un mezzo sorriso crudele le si dipinge sul volto.
«Dopotutto, vedo che è giusto il detto “la mela non cade mai lontano dall’albero”» sibila soddisfatta.
Purtroppo non ha torto, ma non voglio che si senta in diritto di giudicarmi. Non lei.
Sto per replicare, ma è Louis che mi precede.
«Signora, credo che lei debba accogliere l’invito di Rose: se ne vada, per piacere».
«È un luogo pubblico e io resto finché mi pare».
«No, lei resta finché pare a me, visto che sono il proprietario. E io ho deciso che deve andarsene». Bob compare come un’ombra minacciosa fra di noi e un moto di sollievo mi travolge petto e stomaco, sciogliendo un nodo invisibile ma insidioso. Non mi sono neppure accorta che ha notato la discussione, ma ne sono felice.
Messa alle strette, mia madre si allontana per chiamare l’uomo che, nel frattempo, si è alzato dal tavolo. Il tavolo dove prima erano seduti è vuoto, credo non abbiano fatto neppure in tempo a ordinare, ma sono contenta che vadano via in fretta.
Quando entrambi ci passano vicino, oltre all’occhiata velenosa della donna che mi ha partorito, noto quella viscida del suo accompagnatore. È secco come un chiodo, con capelli tirati indietro dalla gelatina e uno sguardo crudele che mi attraversa da capo a piedi.
«Chi è quella donna, Rose?» chiede Bob, dopo che finalmente sono usciti.
«Una stronza».
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