Scritto il 27/09/2026
da VIVIANA LEO


⏱ ~8 min · 1571 parole

Jason

 

Rebecca è ancora arrabbiata con me.

Sa bene che sto soffrendo come un cane, ma non si è fatta viva e io vorrei che lo facesse, anche se sono troppo orgoglioso per chiamarla.

Maledizione! Alla fine è sempre colpa di mio padre. Inventa qualche cazzata strappalacrime e lei ci casca come una pera matura. Quello stronzo è subdolo, ha capito che Rebecca è la parte debole e colpisce lei.

Vorrei sapere cosa gli salta in testa.

Così, senza neppure pensarci due volte, vado a trovarlo.

«Guarda chi si rivede, il figliol prodigo» esordisce con un sorriso di scherno.

«Vaffanculo» rispondo senza mezzi termini. Non gli do neppure il tempo di replicare ed entro a forza in casa. O almeno, quella che era una casa. Ora è una topaia, colma di bottiglie vuote e spazzatura. Su quello che un tempo era il tavolino di mia madre ci sono montagne di cartoni delle pizze, ovviamente vuoti e sporchi. Mi aspetto di vedere qualche topo camminarci sopra tra qualche secondo.

«Dio, questo posto è una fogna» commento schifato. La nostra bella casa ridotta in questo modo. Se mia madre vedesse come l’ha trasformata ne resterebbe di certo sconcertata.

«Sai com’è, non ho i soldi per una collaboratrice domestica». Il suo tono ironico mi infastidisce. Lo osservo con attenzione. Calzoni sporchi, t-shirt sbiadita e macchiata, una barba lunga di tre giorni almeno e un fisico smilzo, talmente tanto da sembrare che si possa spezzare da un momento all’altro. Non so neppure come faccia a mantenersi ancora in piedi, in questo stato. Gli occhi sono un po’ rossi e mi chiedo se abbia bevuto oppure se abbia fumato addirittura una canna. Ne sarebbe capace.

Mio padre è più immaturo di tutti gli studenti che ho avuto. E ha quasi cinquant’anni.

Non so davvero come sia riuscito ad arrivare a questo punto.

Se c’è una cosa che ho imparato da lui è che non voglio diventare come lui.

È l’unico insegnamento importante che mi ha trasmesso.

«Potresti pulire tu, visto che ultimamente te ne stai in panciolle».

«Ha parlato il professorino». Pronuncia l’ultima parola a mo’ di sfottò e io stringo i denti e i pugni, per trattenermi dal picchiarlo.

«Il mio è un lavoro onesto, benché tu non voglia ammetterlo».

«Avrei voluto ben altro da te». Mi indica con il dito indice e poi si accomoda sul divano, l’unico spazio libero in questo tugurio. Ringrazio ancora una volta Dio che Rebecca non viva più qui.

«So cosa avresti voluto, ma le tue aspirazioni non coincidevano con le mie».

«Eri fottutamente bravo a giocare a football, piccolo bastardo». Lo dice pensieroso, come se stesse parlando a se stesso, e a me sfugge un sorriso amaro.

«Ero bravo ma non mi piaceva giocare. Piaceva a te». Sperava che seguissi quella strada, ma il football mi sottraeva troppo tempo prezioso e alla fine mi sono dedicato ai miei studi. Mio padre, che mi vedeva già come una stella dello sport, non l’ha presa bene, come era prevedibile.

«Che cazzo sei venuto a fare qui, Jason? Se è per rompere i coglioni, puoi tornare da dove sei venuto».

«La finezza non è mai stata il tuo forte». Mi avvicino al tavolino e lo svuoto tutto d’un colpo, con un gesto solo del braccio. I cartoni rovinano sul pavimento e mio padre sgrana gli occhi per qualche secondo. «Sono venuto per Rebecca».

«Cosa c’entra tua sorella?»

«C’entra perché le stai riempiendo la testa di stronzate e io non voglio che si illuda».

Il suo broncio non mi sfiora la coscienza, neanche un po’. «Io non la sto illudendo».

«Oh sì, invece. Le hai detto che vuoi cambiare, ripulirti. Dalle bottiglie vuote che vedo qui dentro non mi sembra che tu lo stia facendo davvero».

«Sono vecchie» si giustifica, ma la sua spiegazione fa acqua da tutte le parti. «È vero, Jason».

«Cosa?»

«È vero che voglio cambiare». Il suo sguardo, da strafottente, diventa simile a quello di un cucciolo bastonato. No, ancora non mi convince.

«Vuoi soldi, papà? Cosa cazzo vuoi da noi?» Mi avvicino con fare minaccioso, giusto per farlo cagare un po’ addosso, e lui alza i palmi delle mani verso di me, in segno di resa.

«Non voglio soldi, giuro. Voglio solo…» Mi guarda e ha ancora quello sguardo. È strano ma, per qualche secondo, il dubbio che stia dicendo la verità mi sfiora. «… Cambiare vita».

Non lo so se è vero o no. Non lo so se vuole soltanto fotterci, come fa di solito, o se ha toccato talmente tanto il fondo da voler risalire.

Sospiro, impotente. Non mi ero accorto di quanto fosse teso finché non si rilassa leggermente, incurvando un po’ la schiena. Ha paura di me? Dovrebbe essere il contrario. In fondo, non sono io quello che picchiava un ragazzino solo perché non era interessato al suo maledetto football.

«Dovresti seriamente andare in una comunità» gli dico infine, serio. Io e Rebecca non potremmo mai fare miracoli e a lui ne serve uno bello grande.

«Lo so. Ho paura» mi confessa e io resto per qualche secondo in silenzio, un po’ sconvolto da quella dimostrazione di debolezza. Non lo aveva mai fatto. Quando eravamo piccoli, lui era il grande uomo minaccioso e forte che non si piegava dinanzi a nulla. O almeno, così sembrava ai nostri occhi da bambini. Peccato che quando cresciamo perdiamo quel velo di ingenuità che ci impedisce di vedere come siano realmente le cose.

«Di cosa hai paura, papà?» chiedo e, quando lo faccio, perdo il tono strafottente che ho mantenuto finora. Sono realmente interessato alla risposta.

Lui si passa una mano sul viso e attende qualche secondo prima di rispondere. «Di perdervi. Di perdermi».

Non riesco a trattenermi. Vorrei mentirgli, vorrei illuderlo con belle parole, ma non ce la faccio. «Lo hai già fatto».

Dieci minuti dopo sono di fronte al piccolo appartamento in cui alloggia Rebecca.

Quando busso alla porta, sento un vociare femminile concitato.

«Jason, entra!» urla mia sorella dall’altra parte.

Aggrotto la fronte. «Come facevi a sapere che ero io?» chiedo non appena metto piede. Rebecca è seduta su uno dei letti a castello.

«Le mie coinquiline ti hanno notato attraverso la finestra e quando ho detto loro che sei mio fratello si è scatenato il putiferio» dice senza neppure alzare gli occhi dal pc. Mi guardo attorno ma c’è solo lei. «Se ti stai chiedendo dove siano, si sono chiuse nell’altra stanza. Stanno aspettando che le chiami per presentartele». Lo dice in un modo talmente meccanico e annoiato che mi sfugge un sorriso.

«Ah bene, allora sono…» commento con una punta di vanità.

«Se stai per dire che sei bello proprio come pensavi, ti caccio da casa, te lo giuro».

Scoppio a ridere. Ci ha azzeccato.

Sfilo gli occhiali da sole e mi guardo attorno. Non sono mai venuto qui prima d’ora, anche se ho sempre saputo dove abitasse mia sorella. Ora che ci penso, non so perché non sia mai venuto a trovarla. Probabilmente ho sempre pensato fosse più logico che venisse lei da me, visto che abito solo e non ho coinquilini curiosi.

A proposito di coinquilini, vedo due belle ragazze fare capolino da una delle porte, con un sorriso a trentadue denti.

Rebecca non trattiene un gran sospiro. «Jas, loro sono Amelia e Cloe».

«Piacere». Sorrido a entrambe e sembrano deliziosamente imbarazzate. Soffoco un sorriso per non peggiorare la situazione e mia sorella sospira di nuovo.

«Ciao, Jason» dice una delle due. È bionda, alta quanto me, e con due deliziose fossette sulle guance. Di certo farà strage di cuori tra gli universitari. Mi porge la mano ed è seguita a ruota dalla brunetta al suo fianco, più minuta ma con un bel viso. «Rebecca non ci aveva detto di avere un fratello figo».

«Perché non lo è» sbotta mia sorella con un tono infastidito. «Allora, perché sei qui, a parte flirtare con queste due?» chiede quindi scocciata.

«Per parlare con te» spiego.

«Esistono i telefoni». Sembra davvero incazzata con me e capisco che non le è passata.

«Ti ho mandato dieci messaggi ma non hai risposto».

«Sono impegnata».

«Lo vedo».

«Jason…»

«Possiamo parlare? Senza pubblico, possibilmente». Rivolgo un sorriso di scuse alle ragazze e si defilano nell’altra stanza, ridacchiando, anche se immagino che origlieranno tutto.

«Cosa c’è, playboy?» Mia sorella molla finalmente il computer, rivolgendomi la totale attenzione. Ha un delizioso broncio sul viso e sono tentato di abbracciarla, come facevo sempre quando da ragazzini se la prendeva con me per qualche piccolo torto, ma resto al mio posto, consapevole che non gradirebbe.

«Va bene» dico solo e lei mi guarda stranita.

«Cosa intendi dire?»

«Intendo dire che va bene, accetto quello che mi hai chiesto per quanto riguarda papà».

La sua espressione si illumina speranzosa. Sembra quasi una bambina. «Davvero?»

«Sì, davvero».

«Cosa ti ha fatto cambiare idea?»

«Sono andato a trovarlo. Per quanto mi riguarda resta il solito cazzone e sono sicuro che ci deluderà di nuovo e che me ne pentirò, ma… forse stavolta c’è in lui un po’ di volontà. E se tu lo desideri…» Non finisco la frase che mi piomba addosso, in un abbraccio che mi stritola.

«Grazie, Jas, sei il fratello migliore del mondo!»

«Ah, è così ora, eh? Chi è che ha detto alle sue amiche che non sono figo, poco fa?» la stuzzico con un sorriso.

«Ovviamente mentivo. Sei il più figo di tutti».

Come faccio a non amarla?

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