SPOSA PER UNA NOTTE
Capitolo 6 di 22

Scritto il 19/06/2026
da BARBARA RIBONI


Il sole illuminava da un po’ la sala centrale quando Glenna finalmente scese la mattina successiva.

Aveva il viso stanco e si era tolta il fazzoletto dai capelli che ora ricadevano liberi e scarmigliati sulle spalle.

Quando raggiunse gli ultimi gradini, alzò lo sguardo e si accorse che molti erano riuniti per il primo pasto e occupavano i tavoli in silenzio, scrutandola curiosi.

Il barone era al suo posto in cima al lungo tavolo centrale e quasi non riusciva a mantenere lo sguardo su di lei.

Con una riverenza, Glenna si avvicinò al vecchio Lord e si chinò verso di lui.

«Vostro figlio è ancora vivo» sussurrò al suo orecchio prima di fuggire verso la cucina.

Non vide gli occhi del suo Signore serrarsi e le labbra mormorare un ringraziamento a Dio mentre una lacrima scivolava lungo la sua guancia rugosa.

In cucina trovò Moyra, intenta a mescolare la crema di avena e a cuocere i bannoks sulle piastre di arenaria poste sui fuochi.

Glenna girò alcuni pani già semi-cotti e sistemò quelli pronti e croccanti su un grosso vassoio.

Quando fece per afferrarlo con l’intenzione di andare a servire nella sala centrale Moyra la bloccò tirandola per una manica.

«Cosa credi di fare, ragazza?» chiese accigliata togliendole il vassoio dalle mani.

«Quello che faccio sempre» rispose Glenna, cercando di riprendersi il vassoio.

«Ora sei la Lady di questo castello. Non puoi più servire ai tavoli.»

La squadrò da cima a fondo e poi si mise le mani sui fianchi.

«Perché ti sei rimessa addosso quel cencio? Non ti piace il vestito che ti ha regalato il barone?»

«Certo che mi piace» rispose la ragazza mortificata dal fatto che potesse pensare diversamente. «Ma è troppo bello perché io lo indossi quando devo lavorare. E stanotte ho avuto molto da fare.»

Raccontò alla donna di come aveva accudito Aidan, di come aveva medicato le ferite e della febbre che era finalmente calata.

Nel frattempo raccolse le lenzuola sporche che aveva abbandonato accanto al suo giaciglio durante la notte e le mise in una tinozza colma d’acqua. Aggiunse soda e cenere affinché tornassero bianche e pulite e iniziò a rimestarle con un lungo bastone.

Fatto questo, prese un po’ di carne dalla grossa pentola dello stufato e la mise in un mortaio iniziando a frantumarla fino a renderla una crema densa.

«Vuoi sederti un attimo, per carità?» le chiese Moyra insofferente.

Da una parte quella ragazza era diventata la Lady del castello quindi ora le era dovuto un certo rispetto, dall’altra insisteva nel rimanere la sua aiutante.

La donna, confusa da quella strana condizione, non sapeva se lasciare che la nuova Signora MacLellan facesse quello che le pareva o imporsi sulla sguattera per impedirle di continuare a lavorare nella sua cucina.

Glenna alla fine cedette togliendola dall’impaccio e si appollaiò su uno sgabello sbuffando.

Moyra le mise davanti un piatto di crema di avena e aspettò finché non si mise a mangiare di malavoglia.

«Come mai è ancora vivo?» chiese la cuoca iniziando a impastare gli shortbread per la sera. «Il medico ha detto che sarebbe morto questa notte.»

«Il medico magari si sbaglia» commentò la ragazza mescolando distrattamente il porridge nel piatto. E comunque finché resterà vivo io sono sua moglie e mi devo occupare di lui» disse saltando giù dallo sgabello e prendendo una ciotola dal tavolo.

Vi versò la crema di carne che aveva preparato nel mortaio e l’allungò con del brodo caldo, afferrò un boccale di birra tiepida e poi con un piccolo inchino verso la cuoca si allontanò di fretta, come se fosse in ritardo.

Attraversò di corsa la sala centrale e si fiondò su per le scale come se dovesse sfuggire al diavolo.

Si sentì al sicuro solo quando si fu richiusa la porta alle spalle nella camera in cui riposava il suo sposo.

L’uomo era disteso nel grande letto a baldacchino, nella stessa posizione in cui l’aveva lasciato.

Era riuscita con enorme sforzo a sistemargli dei cuscini dietro le spalle e in quel modo sembrava respirare meglio.

Quando nella penombra vide il suo torace alzarsi e abbassarsi a un ritmo normale tirò un sospiro di sollievo.

Avanzò fino a raggiungerlo e appoggiò la ciotola di brodo e carne su un cassone che stava lì accanto posandovi sopra anche il boccale di birra.

Controllò la temperatura della fronte e lo trovò ancora caldo, ma non bollente.

I capelli, lunghi e chiarissimi, non erano più madidi di sudore e i lineamenti del viso sembravano più rilassati ora che non erano contratti dal dolore.

Le folte ciglia bionde erano calate a celare gli occhi azzurri che lei aveva notato molte volte quando lo aveva scorso in mezzo ai suoi compagni. Avevano un colore intenso e brillante che ricordava quello dei fiordalisi che coloravano i campi a maggio.

Con un dito sfiorò la barba dorata che gli copriva le mascelle senza nascondere le labbra, grandi e piene, che lui teneva socchiuse nel sonno.

Scostando il lenzuolo per verificare lo stato del resto del corpo si accorse che il livido sul fianco si era fatto ancora più scuro ma in alcuni punti stava prendendo la sfumatura verdognola della guarigione.

Annuì soddisfatta e decise di rinfrescarlo con altre spugnature prima di provare a nutrirlo.

Doveva riuscire a farlo mangiare se voleva avere qualche possibilità di salvarlo.

Iniziò a tamponargli il viso e il collo con una pezza umida e lui mugugnò di piacere allungandosi verso quel fresco sollievo.

Passò alle spalle afferrandogli poi una mano per tendere l’avambraccio e lavò delicatamente tutto l’arto.

Le dita sembrarono serrarsi in modo gentile al suo polso mentre lei continuava a sfregargli la pelle, e in quella salda presa lei percepì l’enorme forza che doveva possedere in salute.

Terminato con le braccia, si dedicò all’ampio petto, passando sopra ai capezzoli scuri e alla distesa di morbido pelo biondo che lo ricopriva.

Arrivò agli addominali, piatti e definiti, disegnati dal lavoro a cavallo e dagli allenamenti marziali con i suoi compagni.

Sciacquò la pezza nell’acqua fresca e fece per riprendere il percorso.

Lo sguardo cadde sul pube e Glenna si bloccò di colpo, lanciando un’occhiata ansiosa verso il viso dell’uomo che continuava a dormire un sonno rilassato.

Il suo sesso riposava come lui, abbandonato sopra un nido di scuro oro brillante.

Avrebbe gradito essere rinfrescato anche lì?

Quando Glenna avanzò in quella direzione senza sapere nemmeno lei stessa se procedere in tal senso oppure andare oltre, una mano possente e decisa afferrò la sua di scatto, bloccandola appena sotto l’ombelico.

«Non permettere a nessuno di impugnare la tua spada senza il tuo consenso» disse la voce calda e profonda di suo marito.

La ragazza lanciò un gridolino e, ritirando la mano come se si fosse scottata, lasciò cadere la pezza bagnata che finì a terra con un tonfo umido.

Voltando il viso incontrò il suo sguardo azzurro e curioso che la studiava con interesse.

«Chi sei?» chiese con fatica, lasciando ricadere la testa sul cuscino come se avesse esaurito tutte le forze.

«Mi chiamo Glenna» rispose restando catturata da quei laghi chiari e brillanti. «Come vi sentite, mio Signore?» gli chiese raccogliendo la pezza e risistemando il lenzuolo sul suo corpo.

Vederlo nudo mentre era privo di conoscenza era una cosa … ora la situazione era completamente diversa e lei si sentiva avvampare le guance ogni secondo di più.

«Mi sento come se mi avessero mescolato le ossa per giocarci a dadi» rispose risentito, chiudendo gli occhi.

Cercò di sollevarsi verso la testata del letto e puntò i piedi per farlo ma subito rinunciò cacciando un urlo di dolore.

«Non cercate di muovere le gambe» lo rimproverò la ragazza. «Ve le siete rotte entrambe e dovete dare il tempo alle ossa di rinsaldarsi.»

Il giovane cercò allora di sistemarsi sul fianco ma cacciò un altro urlo e rinunciò nuovamente.

«No,» lo fermò Glenna accorrendo nuovamente al suo fianco «vi siete rotto anche le costole, dovete muovervi con cautela.»

«C’è una maledetta posizione in cui io possa stare senza sentirmi dilaniare?»

La frustrazione stava prendendo il sopravvento, e rendeva la sua voce rabbiosa.

«È quella in cui vi ho messo» lo sgridò la donna iniziando a perdere la pazienza.

Aidan cercò con fatica di sistemarsi meglio contro i cuscini e la fatica che gli costò lo fece ansimare per lo sforzo. Le tornò subito il desiderio di aiutarlo e si chinò verso di lui.

«Aggrappatevi alle mie spalle e cercate di trascinarvi un poco più su, senza puntare i piedi.»

Lui obbedì allacciandole le braccia al collo e facendo forza col busto finché non si ritrovò in una posizione un po’ più confortevole.

Prima di lasciare la presa però, aspirò a fondo il profumo dei suoi capelli ed ebbe la sensazione di riconoscerlo.

Dove aveva sentito quel profumo di fiori?

Si lasciò nuovamente ricadere sui cuscini, stravolto da quel piccolo sforzo che aveva dovuto sostenere.

Era come se non avesse più energie e si stesse spegnendo alla stregua di un cero consumato.

«Sto morendo» disse fra sé prendendo coscienza di quanto fosse debole.

«Forse,» rispose Glenna «o forse no.»

«Sono debole come un neonato» borbottò l’uomo battendo un pugno sul giaciglio per la frustrazione.

«Come potrebbe essere diverso da così? Sono dieci giorni che siete rinchiuso qua dentro, la maggior parte del tempo incosciente. Dovete nutrirvi per riprendere le forze.»

Recuperò la ciotola con la crema di carne dal baule sul quale l’aveva posata e fece per imboccarlo.

«Vorrai scherzare, donna?» chiese oltraggiato.

Lanciò uno sguardo disgustato alla poltiglia che lei gli offriva e scosse il capo in modo deciso.

«Non ho fame. E anche se l’avessi, di certo non mangerei quella roba rivoltante. Ho detto che mi sento debole come un neonato, non che lo sono.»

Lei osservò quegli occhi straordinari scurirsi per il disappunto ma non si mosse di un centimetro e continuò a porgergli il cucchiaio colmo di poltiglia.

«Portami della birra» aggiunse con tono di comando.

«Non avrete la birra finché non avrete finito quello che vi ho preparato. Non avete fame perché sono troppi giorni che non mangiate e il vostro stomaco rifiuta di ricominciare a lavorare. Inizieremo con qualcosa di leggero e poi passeremo al cibo solido.»

«Vi ripeto che non sono un bambino» insistette mettendo il broncio.

«Allora non comportatevi come tale» rispose Glenna alzando un sopracciglio e restando in paziente attesa, con il cucchiaio di fronte alle sue labbra chiuse.

Lui la fulminò con il dardo azzurro del suo sguardo furente ma poi obbediente aprì la bocca e ingoiò il primo cucchiaio.

Ne seguirono altri in un cocciuto e vilipeso silenzio ma dopo la quarta cucchiaiata, il cipiglio scomparve dalla fronte e Aidan allungò la mano per prendere lui stesso la ciotola, e continuare a mangiare da solo.

Glenna lo lasciò il tempo necessario per togliere il tartan dalla finestra e lasciare che l’aria fresca entrasse insieme alla luce del primo pomeriggio.

Aprì il grosso baule che stava in fondo al letto e rovistando trovò una camicia pulita.

Quando tornò a controllare, lui aveva finito il suo pasto e con un po’ di insistenza lo convinse a bere il decotto di corteccia di salice per la febbre, infine gli passò il boccale di birra che il ragazzo bevve avidamente.

«Siete soddisfatta?» chiese mentre lei gli infilava la camicia dalla testa.

«Lo sarò quando vi vedrò fuori dal letto» gli rispose sistemando il lenzuolo intorno alle sue gambe e preparandosi a riportare le stoviglie vuote in cucina.

Lui l’agguantò per un braccio e la trasse vicino, scrutandola con straordinaria intensità.

Gli occhi sondavano i suoi lineamenti passando velocemente da una parte all’altra, sprofondando nei suoi come se potessero scavarle dentro.

«Io ti conosco» disse frugando nella memoria per collocarla nel giusto ricordo.

«Sono certo di conoscerti… dove ti ho vista?» si chiese vagando con lo sguardo sul suo volto, sui suoi occhi, sui suoi capelli.

Lei pensò che stesse ricordando la notte prima, che forse rivivesse la cerimonia e le promesse che si erano scambiati, e rammentasse le parole di Padre Logan che li univano in matrimonio per il resto della loro vita.

D’improvviso i suoi occhi ebbero un guizzo e sembrò tutto chiarissimo.

«Sei la sguattera!» concluse Aidan soddisfatto di aver ricordato dove l’avesse vista in precedenza.

Glenna trasalì.

Lui non ricordava nulla della notte precedente, non sapeva che ora erano marito e moglie. La vedeva come l’aveva sempre vista prima: una serva.

Liberandosi con uno strattone fuggì dalla stanza mentre lui la richiamava indietro senza riuscire a fermarla.

Scendendo le scale si scontrò con il barone e Craig che stavano invece salendo al primo piano.

«Dove scappi sempre di corsa?» chiese il vecchio Lord mettendosi in mezzo e impedendole di proseguire.

«Perdonate Signore, devo tornare in cucina …»

«Tu non lavorerai mai più in cucina e questo è un ordine» decretò l’uomo senza spostarsi.

«Vostro figlio ha sete,» mentì pur di allontanarsi «e devo preparare un altro cataplasma per le ferite alle sue gambe.»

L’uomo guardò con timore la porta che si intravedeva in cima alla scala, come se temesse di chiedere conferma delle sue speranze.

«Ha sete?» chiese con gli occhi che luccicavano di emozione «Ma allora è davvero ancora vivo.»

«Certo che è vivo. Ed è un uomo insopportabile» le sfuggì di bocca prima di riuscire a impedirselo.

«Vai a preparare quello che ti serve ma torna presto. Voglio capire come sei riuscita a salvargli la vita.»

Glenna annuì mentre gli scivolava di lato e lui proseguiva con fatica per raggiungere quel figlio miracolato che credeva perso per sempre.

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