VENDETTA D'AMORE
Capitolo 5 di 26

Scritto il 16/06/2026
da ANNA GRIECO & IRENE GRAZZINI


 

Ah, la libertà di indossare i pantaloni!

Lady Justine Arabella Tremaine non aveva mai capito perché le altre donne che conosceva non lo facessero, preferendo il rischio costante di inciampare in un lembo della propria gonna e di finire a gambe all’aria sul selciato. Non che non le piacessero le gonne, anzi le piacevano un sacco, come le era gradito agghindarsi per le feste in società, al pari di tutte le sue coetanee. La differenza era che per lei quello era un divertente passatempo, mentre per le altre si tramutava in una caccia spietata per accalappiare qualche buon partito.

Però le gonne non erano comode quando si trattava di andare a cavallo, e questa era la cosa che amava di più al mondo. Si sentiva incredibilmente potente e scandalosa quando poteva salire in sella a cavalcioni, senza l’aiuto di nessuno, e galoppare per la campagna con la sua cavalla. Preferiva trascorrere il suo tempo così, oppure a leggere libri, piuttosto che fare noiose visite a gente ancora più noiosa o prendere il tè in modo affettato.

Come risultato, non aveva molte amiche tra le sue coetanee.

A parte una.

Solo che erano passati dieci giorni dalla festa del marchese di Spencer ed Elizabeth non si era più fatta vedere in giro, né si era fatta sentire. Questo non era da lei. Così aveva escogitato una scusa per evitare il solito noioso pomeriggio di appuntamenti e di bridge con zia Gertrude per andare a far visita alla sua migliore amica.

Dopo pochi minuti, tuttavia, già stava rimpiangendo i suoi amati pantaloni. Ma suo padre, il conte di Halifax, era stato categorico in proposito: le aveva chiesto, per non dire intimato, di non vagare per le vie di Londra vestita come un uomo, sarebbe stato sconveniente. Su questo punto aveva dovuto dargli ragione, sebbene di malavoglia, perciò aveva accettato quel compromesso, limitandosi alle brache solo quando si trovava nella sua proprietà in campagna, lontana da occhi indiscreti.

«Hai già abbastanza idee bislacche per la testa» soleva dire.

Perciò Justine quel giorno aveva indossato il suo completo da amazzone ufficiale: una candida camicia di cotone a collo alto, adornata con un fazzolettino chiaro e raffinato, blusa attillata di velluto blu scuro - che faceva risaltare il suo incarnato chiaro, gli occhi da gatta e i capelli dalle sfumature ramate -, e gonna da cavallerizza intonata. Un po’ consumata dall’uso, in verità, ma ancora resistente. Completavano il tutto morbidi stivali di capretto, neri, e il tocco di classe costituito da quel cilindro scuro fissato ai capelli con degli spilloni che era tanto di moda tra le nobildonne che amavano cavalcare.

Dopo una bella galoppata a Regent Park per far sfogare la cavalla, si diresse senza indugio verso il palazzo londinese dell’amica. A quell’ora del pomeriggio, nonostante la fine pioggerella che colava dal cielo, le strade di Londra erano invase dal fumo delle fabbriche, dal cigolio delle carrozze, dal vociare dei commercianti di Bond Street e dalla gente che acquistava, vendeva o scambiava mercanzia di ogni genere. Fuori dai negozi, i bambini giocavano e si rincorrevano, suscitando le occhiate di bonaria disapprovazione degli adulti.

Peccato che non siano così indulgenti anche nei miei confronti, pensò procedendo a testa alta, notando gli sguardi di biasimo di cui era oggetto, ma ormai ci era talmente abituata che quasi non vi badava più.

Il motivo?

Era una delle poche nobildonne a vagare per il centro di Londra a cavallo, invece che comodamente adagiata in carrozza.

E meno male che non mi hanno mai visto a cavalcioni con i pantaloni, ragionò con una punta di malizia. Ma se pensavano di farla vergognare per quello che le piaceva, si sbagliavano di grosso. Avere tre fratelli più grandi, con i quali aveva trascorso l’infanzia, l’aveva costretta a costruirsi una solida autostima.

«Inammissibile!» udì borbottare all’improvviso. La voce scandalizzata proveniva da un capannello di nobiluomini, tutti rigorosamente in rigido panciotto e cappello scuro, che la scrutavano in cagnesco.

«Ma dove andremo a finire?» gli fece eco un altro, assentendo convinto.

«Fossi il padre o il marito...».

Perché, credi che sarei così stupida da sposarti, vecchio bacucco?, considerò tra sé, sforzandosi di non voltarsi ed esternare quei pensieri ad alta voce. Del resto sarebbe stato del tutto inutile imbarcarsi in una discussione con quei cicisbei, perciò spronò la sua cavalcatura e proseguì lungo la strada, passando loro di fianco.

«Non andrebbe permesso, ecco. Niente da stupirsi, se poi vogliono anche il diritto di voto» stridette in quel mentre un altro degli attempati nobiluomini, accompagnando le parole con un brusco cenno verso di lei con il bastone.

La bestia, spaventata dal movimento improvviso e quasi minaccioso, fece uno scarto di lato. Emise un gridolino strozzato e cercò di tenersi in sella. Si aggrappò alla criniera con tutte le sue forze, maledicendo il momento in cui aveva deciso di non indossare i suoi amati pantaloni, mentre si sentiva scivolare e vedeva il selciato che si faceva sempre più vicino...

«Presa.»

Delle forti braccia la sorressero prima che crollasse rovinosamente a terra.

Justine alzò la testa, sorpresa. «Lord Fitzgerald!» esclamò.

Il Visconte le regalò un sorriso gentile. «Milady!» la salutò con un cenno del capo, poi la aiutò a posare i piedi per terra e afferrò le redini della cavalla per tenerla ferma.

La giovane si rassettò un attimo la veste, poi si voltò in direzione dei nobiluomini con un’aria che prometteva tempesta. «Ehi, voi!» cominciò, furiosa.

Ma non c’era più nessuno a risponderle: se n’erano andati senza nemmeno curarsi delle conseguenze del loro operato. Oppure soddisfatti da queste. Li vide farsi largo tra i passanti che si erano fermati per osservare la scena e allontanarsi lungo il marciapiede, sempre pontificando tra loro. Considerò la possibilità di gridare per richiamarli indietro, o inseguirli per far loro una bella ramanzina sulle buone maniere da tenere di fronte a una gentildonna, poi scrollò le spalle.

Sarebbe stato uno spreco di fiato e di tempo.

Con un diavolo per capello, si morse la lingua e si limitò ad accarezzare il collo della cavalla per tranquillizzare lei quanto se stessa. Quando reputò di aver ripreso abbastanza il controllo, si voltò verso il Visconte, che attendeva paziente. «Vi sono debitrice» gli disse, sentendosi di colpo in imbarazzo per la brutta figura. Cavalcava da quando aveva sei anni ed era caduta come una principiante per colpa di quei misogini. «Se non avessi questa maledetta gonna!» imprecò, stizzita. «Comunque grazie per l’aiuto.»

«Sempre disponibile ad aiutare donzelle in difficoltà» rispose il Visconte con tono scherzosamente ossequioso. Le porse le redini. «Soprattutto quando la donzella in questione ha fatto lo stesso con me» aggiunse.

Justine non poté trattenere un sorriso, al ricordo. «Vi riferite a quella volta in cui avete provato a domare il puledro di vostro padre?»

«Il cavallo più focoso e testardo di tutta la scuderia» precisò Fitzgerald, annuendo con l’accenno di un sorriso orgoglioso. «Mi aveva avvertito che non avrei dovuto cavalcarlo, ma io ovviamente gli disobbedii. Ho sempre avuto la brutta abitudine di vedere tutte le difficoltà come sfide da affrontare. Non sempre con ottimi risultati, direi, visto che quel demonio di animale mi ha fatto attraversare tutte le nostre proprietà e mezza campagna al galoppo sfrenato, fino a saltare oltre quella staccionata nella tenuta vicina e scaricarmi in una pozza di fango.»

«Sarebbe potuta andare peggio, potevate finire in un mucchio di sterco» fece notare candidamente la giovane.

Il Visconte ridacchiò. «Esattamente quello che mi avete detto anche quella volta. Dopo aver assistito alla mia brutta figura siete subito accorsa, scendendo dal vostro cavallo e controllando che non mi fossi fatto male, per poi cominciare a rimproverarmi aspramente per la mia imprudenza, una volta accertato che avevo solo qualche ammaccatura di poco conto. Eravate così furiosa che temevo mi avreste mangiato vivo.»

Justine ricordava benissimo quel giorno di tre estati prima, così come serbava nel petto il ricordo di quel giovanotto robusto dai capelli chiari che galoppava rapido e libero tra i campi in un caldo pomeriggio d’estate.

Un gran bel ricordo...

Si sentì arrossire. «Davvero? Devo esser stata ben insolente a rivolgermi in quel modo a un perfetto sconosciuto.»

«Sacrosanta verità, ma mi piace la vostra insolenza» replicò il Visconte con aria sincera, per poi tossicchiare discretamente. «Sono lieto che non abbiate mai raccontato a nessuno del mio increscioso incidente. Sarebbe stato per me motivo d’imbarazzo» aggiunse a voce più bassa.

Justine scrollò le spalle. «L’avevo promesso» replicò come se fosse una cosa ovvia. Se suo padre le aveva insegnato qualcosa, era che un uomo valeva quanto le sue promesse. Lei aveva deciso che questa regola si applicasse anche per una donna. «Come voi non avete mai raccontato a nessuno di avermi visto con le brache. Se si fosse saputo in giro, i miei genitori si sarebbero trovati in grande imbarazzo.»

Fitzgerald allargò le braccia. «In cuor mio, vorrei poter dire che vi donano» commentò, «ma non sarebbe un giudizio oggettivo, perché siete bellissima qualunque indumento indossiate.»

Peccato che non tutti la pensino come lui, considerò Justine lanciando un’occhiataccia verso i pomposi uomini in panciotto che erano appena spariti dietro un angolo della strada.

Il Visconte seguì la direzione del suo sguardo e la sua espressione si accigliò. «Scusate se mi intrometto, ma forse non è il caso di muoversi a cavallo da soli nel centro di Londra. Ci sono tanti rumori che possono innervosire gli animali, tanti... inconvenienti. La mia carrozza aspetta poco lontano. Mi permettete di darvi un passaggio fino alla vostra destinazione?»

Il primo impulso di Justine fu di rifiutare orgogliosamente la proposta. Le sembrava che fosse cedere alle intimidazioni di quegli uomini bigotti e rinunciare in qualche modo alla sua libertà, ma Lord Fitzgerald non era come loro, si disse. Scrutando il suo bel volto, scorse soltanto aperta gentilezza. E non poteva ignorare il piacevole rimescolio allo stomaco che le suscitava la sua compagnia. Senza contare che aveva delle domande da porgli.

«Ve lo permetto, Visconte» rispose, formale.

Accettò il braccio che l’uomo le porgeva, lasciando che lui la conducesse verso la sua carrozza e legasse la cavalla sul retro. Il conducente accorse e aprì loro lo sportello, accennando un cortese inchino mentre la aiutava a salire.

Si accomodarono all’interno, l’uno di fronte all’altra. C’era una calda penombra lì dentro, la luce grigiastra filtrava attraverso le spesse tendine di pizzo e si faceva dolce e liquida sulla pelle.

Justine scoprì di avere le guance arrossate, ma dubitava che fosse solo per la cavalcata e la rabbia di poco prima.

«Dove vi porto?» domandò Lord Fitzgerald, premuroso.

«Al palazzo dei Clarendon» rispose prontamente la giovane. «Sapete che Lady Elizabeth Dormer è mia amica, vero?»

«Certo» annuì il Visconte, ma la sua espressione si fece di colpo impenetrabile. Si sporse dal finestrino per dare indicazioni al conducente e un attimo dopo si udì il rumore secco della frusta che schioccava, poi la carrozza si mise in moto.

Fitzgerald si riaccomodò nel sedile di fronte a lei, affondando tra i cuscini di broccato, ma d’improvviso sembrava aver perso ogni voglia di far conversazione. Fu quindi Justine ad affrontare il discorso.

«E voi siete amico del duca di Wellesley» riprese decisa, senza tanti giri di parole.

Non era una domanda e David non si curò di rispondere.

«Era con voi l’altra sera, alla festa degli Spencer. Siete stato voi a presentarlo a Elizabeth» incalzò la ragazza.

Il Visconte annuì piano. «Forse non avrei dovuto» mormorò, quasi come se parlasse tra sé.

«Non so cosa si siano detti durante quel ballo, ma l’espressione di Elizabeth dopo aver danzato con lui non mi è piaciuta affatto. Volevo parlarle, ma si è volatilizzata nel nulla. A ogni modo, a giudicare dalle sue reazioni, sembrava che lo conoscesse, e in effetti anche per me ha qualcosa di familiare» continuò, acuta, appuntando gli occhi sull’uomo. «Forse voi potete illuminarmi sulla situazione.»

Lord Fitzgerald tirò un sospiro e si dimenò sul cuscino, quasi si trovasse su un cespuglio di rose selvatiche. «Vorrei poterlo fare, Milady» cominciò con tono dolente, «ma non sarebbe appropriato. Come voi non mi raccontereste gli affari della vostra amica, così non spetta a me raccontarvi quelli del Duca. Spero non me ne vogliate per questo.»

Justine aggrottò la fronte, colpita da quelle parole. Contenevano sincero rammarico e questo la impensierì ancora di più. Perché egli avrebbe dovuto essere preoccupato per aver presentato a Elizabeth un ricco e affascinante nobiluomo, se non ci fosse stato dietro qualcosa di grave? E la reazione di Elizabeth alla sua vista... certo, tutte le donne nella sala erano rimaste colpite dal fascino di Sua Grazia, - Cielo, bisognava essere cieche per non notarlo! - ma lei era sembrata più sconvolta, che colpita. La sua curiosità aumentò, ma capì anche che non sarebbe riuscita a ricavare informazioni più precise da Fitzgerald. Lo conosceva abbastanza da sapere che non avrebbe tradito la fiducia di un amico.

Le piaceva anche per questo.

Si lasciò andare con la schiena contro i cuscini della carrozza, con uno sbuffo ben poco signorile. «E va bene, mi arrendo. So che siete incorruttibile e non vi chiederò più di quello che potete dirmi, ma vi avverto…» disse puntando un dito contro il Visconte, «dite al vostro amico che se farà qualcosa di male alla mia amica, dovrà vedersela con me. Ve la vedrete con la sottoscritta tutti e due, anzi, e vi assicuro che la ramanzina che vi siete beccato anni fa in quel prato sarà nulla al confronto.»

«Riferirò» annuì il gentiluomo. Piegò le labbra in un sorriso, osservando quella mano avvolta dal guanto e tesa verso di lui come la canna di un fucile. «Essere stroncati dalla vostra lingua impertinente è una sorte che non auguro a nessuno.»

«La mia lingua impertinente vi disturba così tanto?» indagò Justine. I suoi occhi verdi fissarono impavidi l’uomo che gli stava di fronte, ostentando un’aperta sfida.

Il Visconte si tese per afferrarle la mano. «David» proruppe, prima di riuscire a fermarsi. «Lady Tremaine, vi sarei grato se mi chiamaste David, come facevamo i primi giorni in cui ci siamo conosciuti, liberi dai vincoli dell’etichetta.» La sua voce si incrinò, come se si fosse accorto d’improvviso di aver osato troppo.

Lei sussultò, ma non ritirò la mano. Anzi, quando il Visconte fece per tirarsi indietro, intrecciò le dita alle sue, nonostante sapesse che fosse sconveniente, e si concentrò sulla sensazione di quel tocco maschile attraverso i guanti di seta. «David» sussurrò assaporando il suono di quel nome. «Se così volete. A patto però che voi mi chiamiate Justine. Lady Tremaine mi fa sentire una vecchia matrona con i capelli bianchi, le rughe in faccia e l’ossessione morbosa per il bridge di mia zia Gertrude.»

Fitzgerald sbatté le palpebre, sorpreso da quella franchezza, poi scoppiò in una profonda risata. «Accetto, Lady... Justine. Accetto con piacere il nostro accordo. E visto che siamo in vena di confidenze, mi permetto di farvi anche una piccola confessione.»

Lei gli scoccò un’occhiata interrogativa. «Parlate, vi ascolto» lo invitò.

«Ricordate il giorno dopo il nostro primo incontro?»

«Certamente» annuì lei.

«Ebbene, tornai a quella staccionata, ovviamente con un cavallo più mansueto, ma non per mettermi di nuovo alla prova con quel salto e sanare così il mio orgoglio, come vi dissi a quel tempo. La verità è che tornai sperando di incontrarvi di nuovo. E fui fortunato, riuscii persino a donarvi un mazzo di fiori.»

Il primo mazzo di fiori che abbia mai ricevuto da un uomo.

Justine stava cercando qualcosa da replicare, quando la carrozza si fermò bruscamente e il conducente annunciò che erano arrivati a destinazione.

Si riscosse e così fece il Visconte, che si affrettò a lasciarle la mano e a tirarsi indietro con aria desolata, come se avesse capito di essersi spinto troppo oltre il consentito dall’etichetta.

Lei si sollevò, riaggiustandosi il cilindro che le era scivolato di lato senza che se ne accorgesse. Sarebbe potuto scomparire il mondo fuori da quella carrozza, pensò, senza che se ne rendesse conto.

«Adesso che la Stagione è cominciata, i miei genitori avranno premura di non farmi perdere neppure un evento, anche se preferirei evitarne la maggior parte. Quindi non sarà un problema incontrarmi alle prossime feste e ai concerti» disse cercando di mantenere il tono gioviale e l’espressione indifferente, mentre lo sportello si apriva e il conducente sistemava ossequioso la scaletta ai suoi piedi.

«Lo spero» proferì il Visconte, serio.

Fece per alzarsi a sua volta, ma lei lo bloccò con un cenno imperioso della mano. «Ora è il mio turno di farvi una piccola confessione» aggiunse senza guardarlo, concentrata sui gradini che la pioggerellina stava rendendo scivolosi.

Attese qualche istante che il cocchiere si allontanasse per recuperare la sua cavalla, poi prese un gran respiro e parlò prima che le mancasse il fiato.

«Quando, il giorno dopo la vostra caduta, ci incontrammo di nuovo, davanti a quella staccionata, non fu fortuna la vostra. Anch’io mi ero recata là nella speranza di rivedervi» disse tutto d’un fiato.

Ecco, lo aveva detto!

Prima che Lord Fitzgerald potesse ribattere qualsiasi cosa o alzarsi per aiutarla a scendere, Justine balzò giù dalla carrozza con un agile salto e prese le redini della sua cavalcatura dalle mani dell’attonito cocchiere, varcando in fretta la soglia del palazzo londinese dei Clarendon.

Se il Visconte non intendeva rispondere alle sue domande, era sicura che Elizabeth lo avrebbe fatto.

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