LE MEMORIE DI HEMSWORTH MANOR
Capitolo 1 di 2

ANTONIA ROMAGNOLI


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LE MEMORIE DI HEMSWORTH MANOR

 

Northamptonshire, ottobre 2012

La biblioteca occupava l’ala orientale del maniero, dove il sole del mattino penetrava appena, filtrato da alte finestre a ghigliottina. I vetri erano antichi, opachi e dall’aspetto ondulato. Era una stanza lunga e severa, nata nei primi anni del regno della regina Anna, quando gli inglesi, superato l’epoca barocca, avevano imparato la bellezza della sobrietà: rigore e linearità caratterizzavano il salone. Le pareti erano rivestite fino al soffitto da pannelli di quercia scura. Gli scaffali, costruiti direttamente nella boiserie e piegati dal tempo e dal peso dei libri, custodivano volumi rilegati in marocchino color vino, verde bottiglia e cuoio brunito. Alcuni presentavano dorsi screpolati e titoli impressi in oro, ormai quasi illeggibili.

Aspirai a fondo e mi sentii subito a casa, immersa nell’odore che mi era così famigliare di polvere antica, cera d’api, carta e di quella umidità così caratteristica che gli antichi manieri conservavano in tutte le stagioni.

Al centro della sala troneggiava un tavolo da lettura massiccio, sopra il quale erano accatastate lettere sigillate, alcuni testi moderni, accanto a una lente d’ingrandimento dal manico d’avorio. Un candeliere d’argento, annerito dal tempo, aveva fornito l’impalcatura per una ragnatela che dondolava da un braccio all’altro. Le sedie accostate al piano avevano schienali alti e gambe arcuate nello stile Queen Anne; i loro ricami sbiaditi conservavano ancora tracce di un antico blu reale.

Un ballatoio correva lungo la parte superiore della biblioteca, raggiungibile da una scala stretta e ripida nascosta dietro una falsa anta. Da lassù un tempo si potevano osservare le travi annerite del soffitto e i ritratti degli antenati appesi sopra le librerie: uomini in parrucca incipriata e donne dai volti pallidi, che sembravano seguire chiunque attraversasse la stanza. Ora un cartello di pericolo avvertiva di non utilizzare la scaletta.

Alcuni dei ritratti erano stati tolti, probabilmente venduti, ma avevano lasciato traccia della loro presenza sulla parete, fantasmi chiari sullo stucco scurito.

Quello sarebbe stato il mio regno nelle settimane, anzi nei mesi, successivi. Avevo il compito di inventariare i libri presenti, segnalando i volumi che necessitavano di restauro. Un compito immane. Deliziosamente immane.

Hemsworth Manor era entrato da poco in accordo di condivisione con il National Trust per cui lavoravo: facevo parte del team del National Curator for Libraries ed ero stata spedita lì per occuparmi della biblioteca, di cui si favoleggiava da anni nel nostro ambiente, e aver ricevuto quell’incarico mi aveva riempita d’orgoglio.

Il vero problema non era la quantità di lavoro. Era la convivenza con il padrone di casa, un Lord che non poteva più permettersi di mantenere una dimora di quelle dimensioni e che mi avevano raccomandato di evitare. Ero la quarta persona inviata alla biblioteca del maniero: le altre tre erano state messe in fuga dal gentiluomo, che doveva essere il solito aristocratico con la demenza senile e il caratteraccio tipico degli snob.

Tutti noi preferivamo le donazioni e le accettazioni al posto delle tasse, accordi che ponevano i beni interamente nelle mani del Trust. Gli accordi invece ci costringevano a una gestione condivisa, assai più difficoltosa quando i proprietari non si perdonavano per l’affronto al proprio lignaggio e agli antenati. Peccato che il sangue blu non aiuti a pagare le bollette e il mantenimento dei palazzi.

«Spero non getti nel fuoco i miei romanzi.» La voce che mi raggiunse mi fece sussultare. Mi voltai di scatto, ero convinta di essere sola e invece qualcuno era rimasto lì a osservarmi mentre facevo passare i volumi sul piano di lettura.

Accanto al grandioso camino spento erano rimaste due sdrucite poltrone dallo schienale altissimo e con le orecchie, quelle che nell’Ottocento servivano a trattenere il calore del fuoco e a riparare la testa dagli spifferi. Non avevo visto l’uomo seduto su una di esse, che era rimasto immobile per tutto il tempo, sprofondato su una delle due e coi piedi poggiati a una panchetta. Non si era alzato, non aveva mosso un muscolo.

«Mi sta spiando?» replicai, irritata.

«Semmai è lei che sta invadendo i miei spazi privati. I libri sul tavolo non fanno parte della collezione. Sono ancora vivi».

Credo d’aver sgranato gli occhi. Se quello era il Lord col caratteraccio, non era affatto il vegliardo che mi ero immaginata. Si alzò indolente, sistemando sui Jeans il maglione con i tipici nodi di Aran. Il color avorio della lana faceva risaltare i capelli chiari, raccolti in un codino disordinato, e gli occhi d’un azzurro glaciale. Ma glaciale era soprattutto la sua espressione.

Lo avevo già visto da qualche parte.

Non in società, non mi sarei dimenticata un uomo simile. Ma dove? Su una fotografia. Una recensione. Una copertina…

Si avvicinò, ma invece di tendermi la mano, la allungò per prendere la pila dei romanzi che avevo quasi del tutto ignorato. E allora lo riconobbi.

Una identica colonna stava sul mio comodino, e si stava alzando di anno in anno.

«Oliver Gray». Non potevo credere che l’autore della serie di paranormal romance che stava spopolando in Inghilterra fosse anche Lord Hemsworth.

E come avrei potuto immaginarlo?

«Cos’è, vuole un autografo su uno dei volumi che mi ruberà?»

Posai le mani sui fianchi e soffiai via dalla faccia la stupida ciocca di capelli che scivolava sempre fuori dalla treccia. «Non rubo proprio nulla, caro Barone, semmai è lei che, curando così male questa biblioteca, potrebbe aver compromesso dei testi di importanza storica!»

Socchiuse gli occhi con aria di sfida. Sulla foto delle copertine quell’azzurro sorprendente non si notava. «E allora si metta al lavoro per salvarli, invece di importunare me».

Girò sui tacchi e se ne andò imbracciando i suoi libri.

Non bisognerebbe mai incontrare i propri miti, si rischiano brutte sorprese. E Oliver Gray era uno dei miei autori, se escludevo i classici, preferiti. Raccontava storie di fantasmi mescolate a una vena rosa e umoristica uniche nel suo genere: riusciva a creare tensione, mistero, far sorridere e commuovere.

Quanto mi ero identificata nella sua protagonista seriale, Esme Green? Era un’antiquaria che commerciava in libri antichi e finiva sempre nei guai, per amore e per la sventura di vedere gli spettri legati ai libri che acquistava. C’erano piccole differenze sostanziali fra me e lei: Esme era una bellissima e coraggiosissima donna moderna, dai lunghi capelli tizianeschi e dagli occhi smeraldini – quanto odiavo i cliché degli uomini! – io avevo solo… i capelli rossi.

Ah, già: io non vedevo i fantasmi, o almeno così credevo allora, ma avevo abbastanza fantasia da immaginarmi spesso i possessori dei volumi che studiavo: chi li aveva comprati, letti, amati. C’erano spesso annotazioni antiche, o foglietti con vergate frasi o promemoria, a volte addirittura lettere o fiori essiccati. Come non lasciarsi prendere dal romanticismo?

Lavoravo in team con una collega, Jemima Potter, che si sarebbe occupata del restauro dei testi compromessi e, poiché Hemsworth Manor era piuttosto isolato, ci era stata concessa una stanzetta ricavata al piano terra, forse un tempo quella della governante, o più probabilmente delle sguattere. Due brandine, una scrivania zoppa, una stufetta elettrica che apparteneva all’antiquariato.

Più che una nobile magione, quel gelido maniero pareva la location di un horror: in gran parte in disuso e addirittura fatiscente, necessitava di più che un restauro; la corrente era stata portata solo in alcune stanze e di riscaldamento non si parlava proprio.

Jemima aveva guardato la cameretta, poi l’orologio e due minuti dopo era salita sulla sua utilitaria per raggiungere il villaggio più vicino, dove aveva trovato da pernottare.

Scoprii che anche tutti gli altri del team avevano scelto soluzioni analoghe, lasciando solo me in balia del maniero. E del perfido Barone. Poiché ero arrivata lì con Jemima, per andarmene da lì avrei dovuto chiamare un taxi, spendendo una fortuna, perciò, cercando di non inveire ad alta voce, raggiunsi quella che mi era stata indicata come la cucina.

Mi era stato garantito vitto e alloggio, quindi lo pretendevo. Di solito, nelle case dove avevo lavorato, c’era una cuoca e una parvenza di servitù, cosa a cui gli ex ricconi non sapevano rinunciare, invece scoprii con ribrezzo che Oliver Gray viveva tutto solo. Non aveva soldi nemmeno per comprarsi i fazzoletti dove asciugare le lacrime?

Lo trovai, infatti, in quella che un tempo era stata la cucina del maniero, uno stanzone immenso dal pavimento in pietra, con focolari scenografici degni di Downtown Abbey, nei quali erano state inserite cucine in ghisa. Utensili d’epoca, pentole in rame stavano in bella mostra appesi ai muri e sugli scaffali. La nota stonata in tutto quello spettacoloso scenario era un fornello attaccato a una presa precaria, su cui Gray stava cuocendo delle uova al tegamino.

Quasi ridicolo, se non tragico.

«Le piacciono i club sandwiches?» mi chiese senza voltarsi.

Avevo fame. Avrei mangiato anche il tegame. «Sì».

«Allora tagli il pollo, ho solo due mani».

Non potevo credere che un autore di best seller, ultimo erede di un nobile casato, potesse vivere in quel modo. Doveva aver scialacquato un patrimonio notevole per ridursi a campeggiare in casa sua.

Scorsi il pollo in frigorifero – almeno quello sembrava in ottime condizioni – e mi arrangiai con coltelli, pane, pomodori e insalata, mentre lui spadellava uova e fette di bacon dal profumo invitante.

Ci trovammo fianco a fianco, su due sgabelli altissimi, al tavolo della vecchia cucina, dove in passato la servitù al completo si era avvicendata per mangiare, sparlare dei padroni, vivere quella vita nascosta tipica dei piani inferiori.

Non sapevo come iniziare una conversazione, e per me era una novità, perché oltre a essere una chiacchierona, avevo mille domande da porre a quell’uomo dal almeno cinque anni, da quando avevo divorato il primo volume della sua serie. In pratica, avevo un’intervista pronta da un lustro.

All’epoca del primo romanzo, mi ero pure presa una cotta tremenda per il suo protagonista maschile, Sir Archibald, un vero seduttore da carta stampata. Me l’ero pure immaginato molto simile – almeno d’aspetto – al fascinoso ragazzo che ammiccava alle lettrici dalla quarta di copertina.

«Quindi lei per lavoro depreda le biblioteche private?» mi chiese Lord Simpatia, col tono di chi non è poi troppo interessato alla risposta. Aveva anche una voce sexy, peccato la usasse per farsi detestare.

«Se intende dire che salvo la vita a opere che in mano a squattrinati ignoranti verrebbero perdute o distrutte, sì». Anche la mia risposta uscì col tono di chi non aspetta una replica.

Si mise a ridere. Una risata leggera, del tutto adatta a un tipo affascinante che anche con indosso un maglione e i jeans pareva un fotomodello. Ma non al temibile Lord Hemsworth, terrore dei bibliotecari del Trust.

«Quindi sono squattrinato e ignorante. Grazie». Addentò il panino e lo invidiai per l’eleganza che aveva pure in quel gesto, mentre io stavo perdendo pezzetti di pollo e pomodori a ogni movimento.

«Forse ignorante no», mi corressi, rendendomi conto di essere sempre più insultante, e me ne vergognai. «Insomma, voglio dire che non tutti comprendono il valore di certe biblioteche e pensano che i libri siano una delle tante decorazioni della casa».

«Sullo squattrinato però ha ragione», replicò lui, con una vena di tristezza. «Non ho ereditato solo questo posto, purtroppo».

Lo sapevo già. Non era il primo a ricevere da augusti avi un pacchetto completo di palazzi fatiscenti, terreni non sfruttati e debiti atavici. Quasi tutti passavano la patata bollente a noi e si liberavano almeno dalle onerose tasse che facevano da corollario.

«Dunque il demoniaco Barone Fantasma rappresenta uno dei suoi antenati?» Non ce la facevo più, dovevo sapere. Avvertii il suo sguardo in tralice, e – cavolo! – ero di nuovo seduta di fianco a uno dei miei scrittori preferiti!

«No. Mi invento tutto perché i miei lettori sono faciloni e di scarsa cultura».

Mi stava prendendo in giro. Quando mi voltai lo vidi sogghignare fra sé e capii perché i miei predecessori avevano gettato la spugna, Oliver Gray rischiava di essere irritante quanto una foglia d’ortica.

Non avevo più voglia di conversare. Che si arrangiasse. Ringraziai per il sandwich e accennai a ritirarmi nell’angusta stanzetta per leggere un po’.

Invece, mi ritrovai a pensare ai libri di Gray. Se aveva passato la vita fra quelle mura ostili, non potevo meravigliarmi né che avesse un pessimo carattere, né che avesse trovato il successo scrivendo storie di spettri. Ma quella vena romantica che permeava le sue storie? Da dove arrivava?

Esme aveva un altro aspetto che invidiavo, ed era il rapporto con Archibald. Lui, tombeur de femmes, quasi libertino, finiva sempre col cercarla. Fra loro c’era quel magico rapporto che poteva esistere solo nei libri e nei film, in cui il vero amore che i protagonisti provavano rimaneva nascosto a loro ma palese a tutti gli altri e, libro dopo libro, li avevo visti diventare da nemici a migliori amici, poi segretamente innamorati l’uno dell’altra. E ancora aspettavo di vederli insieme. Avevo perfino odiato Gray perché aveva concesso ben poco alle mie fantasie. Inseriva strette di mano, sguardi fugaci, abbracci amichevoli, e poi arrivavano sempre altri fidanzati e avventure che rompevano la magia.

Il giorno dopo potei dedicarmi al lavoro senza le interferenze del padrone di casa. Mi sentivo quasi delusa dalla sua assenza. Mi ero aspettata che monitorasse ogni nostra mossa fra i suoi preziosi volumi.

Non riuscivo a togliermi dalla mente quel panino mangiato spalla contro spalla.

Mi trovai ad aspettare il pasto che avrei consumato con lui, senza i miei colleghi nei paraggi.

«La pensavo già sistemata al Black Lion», mi disse quando lo raggiunsi in cucina.

«Mai sottovalutare la capacità di adattamento degli antiquari», replicai, citando una frase che usava spesso Esme. Non si degnò nemmeno di rivolgermi un’occhiata, ma si limitò a girarmi in un piatto del riso asiatico da una confezione di cartone. Nascosi un sorrisetto, vedendo che aveva acquistato due porzioni.

«Una mia grande fan, a quanto pare», borbottò. «Chissà cosa dirà della morte di Esme nel prossimo libro».

Stavo per esprimergli tutta la mia contrarietà, ma capii che voleva solo provocarmi e finsi indifferenza. «Ho avuto traumi peggiori. Beth di Piccole Donne. Il cavallo Artax». Avevo attirato la sua attenzione.

Se fossimo stati l’uno di fronte all’altra, avrebbe scoperto subito il mio bluff. Invece riuscii a finire la cena con la soddisfazione di averlo zittito.

«E mi dica, a lei è uscito qualche fantasma dai libri, di recente?» mi domandò dopo un po’.

«Solo quello dello scrittore scorbutico che infesta il castello».

«Touché», replicò, lasciando la tavola per armeggiare con una bottiglia dal vetro scuro e impolverato. Il suono del tappo mi fece sobbalzare. Il tintinnio del cristallo. Poi l’aroma del vino da un calice che mi stava porgendo.

Quel giorno indossava un maglione azzurro di cashmere, che aderiva leggermente al suo fisico scolpito. Emanava anche un lieve sentore di dopobarba, dalle note fresche e agrumate.

Dov’era finito l’indisponente e detestabile Lord?

«In segno di pace, dottoressa…?» Mi guardò con aria interrogativa.

Quando sorrise capii come faceva Lord Archibald a far cadere ai suoi piedi tutte le ragazze. Forse avrei fatto meglio ad andare anch’io al Black Lion.

Nella mia mente avevo ormai costruito due personaggi diversi. Da una parte c’era l’affascinante scrittore, quello che mi aveva fatto battere il cuore con le sue pagine, e, accidenti, anche in quel momento con la sua presenza.

Dall’altra, c’era Lord Hemsworth. Quello delle note terrificanti nel fascicolo di lavoro.

Accettai il calice, chiedendomi con quale dei due stavo flirtando.

«Elly Mckay». Da dove mi era uscita quella vocetta flautata? Ma ero seria?

Il vino era, per i miei gusti, una vera schifezza. Rosso, anzi nero, denso, tannico, aspro e un sacco di altre cose che mi fecero arricciare il naso. Avrei giurato sapesse pure di tabacco. Mi lasciò in bocca un vago sapore di mosto asprigno. Ero una da birra chiara e bollicine.

Gli restituii il bicchiere, ringraziandolo in modo poco convincente.

Sembrava divertito. «Gravissimo: un Barolo di 30 anni dovrebbe intrigare chi fa il suo lavoro».

«Mi confonde con un enologo, forse». La domanda bruciava sulla punta della mia lingua. «Dove sta la trappola?»

Socchiuse gli occhi, senza comprendere cosa volessi dire.

«Ha messo in fuga da qui diversi miei colleghi. Dov’è il tranello? Cosa sta escogitando per me?»

Lui centellinò il suo vino, tenendo gli occhi fissi su di me come se mi stesse studiando. Non era facile reggere quello sguardo senza battere ciglio.

«Purtroppo niente. Non ci riesco. Somigli in modo sorprendente alla mia Esme». Aveva parlato in fretta, come fosse una confessione, un’ammissione difficile. Giocherellava con l’anello, forse lo faceva quando era in imbarazzo.

Emisi una risatina così sciocca che mi fece vergognare di me stessa. «Ma per favore! Allora anche ad Anne Shirley! I libri sono stracolmi di ragazze coi capelli rossi».

Oliver posò il bicchiere. «Non è quello che ho detto». Il suo tono e il modo in cui mi guardava mi lasciarono interdetta. Non sapevo se scappare e chiudermi a chiave nella mia stanzetta o scivolare per terra, tramortita dal suo sguardo che sembrava volermi leggere dentro. E io desideravo essere un libro.

C’era stato un impercettibile cambiamento, non solo fra lui e me, ma nella stanza. Faceva più freddo. O forse ero io che rabbrividivo per quella strana tensione.

 

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