All’inizio tutto era ovattato e confuso.
Sentivo il mio corpo leggero, come se non fosse più soggetto alla forza di gravità.
E capii subito che c’era qualcosa che non andava.
Faticavo a respirare.
Sbarrai gli occhi e fu allora che il terrore si impossessò definitivamente di me.
Mi trovavo all’interno dell’auto di Anthony e l’acqua mi aveva sommersa del tutto. Dovevamo trovarci appena sotto il livello del mare, perché la superficie era illuminata dalle luci artificiali di Green Coast.
Riuscii a scorgere Anthony che galleggiava accanto a me, tenuto fermo dalle cinture di sicurezza, le braccia che si muovevano lentamente sostenute dal peso dell’acqua, il capo riverso leggermente in avanti, i capelli che danzavano mossi dalle correnti leggere dell’Oceano.
Con orrore, compresi che la mia riserva d’aria era arrivata al limite. Così, mi voltai verso di lui e iniziai a scuoterlo con la mano destra, mentre con la sinistra cercavo di slacciare la mia cintura di sicurezza.
Anthony, però, non si mosse.
E, a quel punto, il terrore prese del tutto il sopravvento sulla ragione.
Iniziai a agitarmi e a scalciare nell’acqua, mentre i polmoni sembravano andare a fuoco. Strattonai la cintura di sicurezza con tutte e due le mani, ma capii immediatamente che ogni mio tentativo sarebbe risultato vano.
La vista iniziò a offuscarsi e io, prima di perdere i sensi, osservai quasi con ironia la borsetta che galleggiava davanti a me in una danza docile e pacata.
Socchiusi gli occhi e pensai che, alla fine, morire in quel modo, avvolta dalla pace dell’Oceano, forse era il mezzo più facile e indolore.
Così mi lasciai andare e presto ogni sensazione corporea si fece distante e confusa, mentre anche la sofferenza che avevo provato fino a qualche istante prima, si sgretolò inevitabilmente, sostituita da un’immensa sensazione di pace e di serenità.
Sbarrai gli occhi all’improvviso e la vidi. Mamma mi stava guardando al di là del finestrino dell’auto, sorridendomi.
Era avvolta da un’aura dorata e i capelli castani le galleggiavano attorno al viso, creando una soffice nuvola scura.
I suoi occhi mi scrutavano con amore. Era incredibilmente bella, come non lo era mai stata in vita.
Non avere paura, tesoro mio.
La sua voce risuonò con dolcezza nella mia mente. Non aveva mosso le labbra per parlare, ma l’avevo sentita ugualmente. Gli occhi mi si riempirono di lacrime e mi ritrovai a annuire come una pazza, mentre poggiavo entrambe le mani sul finestrino.
Lei fece altrettanto e così i nostri palmi si trovarono a sfiorarsi, separati solo dalla superficie fredda del finestrino.
Tu non puoi morire tesoro.
Continuò lei, con voce sempre più melodiosa, che alle mie orecchie risuonò quasi come un coro di angeli.
Sbarrai gli occhi, incredula.
Ma io ero già morta. Avevo capito senza ombra di dubbio, qualche istante prima, che la vita mi stava abbandonando, come aveva già abbandonato il corpo di Anthony. Mi voltai un istante verso di lui e sussultai.
Era scomparso.
Dov’è? chiesi a mia madre, cercando ancora una volta di far scattare la cintura di sicurezza.
Lei non mi rispose, ma si limitò a sorridere.
La vidi allontanarsi e provai a urlare, ma la bocca mi si riempì subito d’acqua e un terrore folle si impossessò nuovamente di me.
Tirai la cintura finché, finalmente, non si aprì. E proprio in quel momento si spalancò anche la portiera dell’auto. Scivolai fuori nell’acqua lentamente, facendo leva con i piedi sul fondo della Mercedes, senza ben sapere che fare, dato che non avevo mai imparato a nuotare.
E fu in quel momento che rividi mamma. Galleggiava avvolta in una lunga tunica bianca, con le mani tese verso di me.
Lentamente, allungai un braccio verso di lei e arrivai a sfiorare le sue dita.
Tu non puoi morire tesoro. Mi ripeté ancora, sorridendomi.
Quando, finalmente, riuscii a afferrare la sua mano destra, socchiusi gli occhi e mi lasciai trasportare fuori dall’acqua, col cuore gonfio di gioia per essere sopravvissuta, ma anche di angoscia, per aver perso Anthony.
Qualcosa mi colpì sul viso, una, due volte.
“Svegliati Emy, ti prego. Svegliati!”
Avevo già sentito quella voce. Sapevo che mi era cara.
Così decisi di obbedire.
Spalancai gli occhi e incrociai quelli, spaventati e sbarrati, di Anthony. Lui mi sorrise e mi infilò le braccia sotto le spalle, sollevandomi leggermente e stringendomi a sé.
“Oddio Emy, mi hai fatto morire di paura! Mi dispiace! Sono stati i freni, non capisco, era tutto a posto, poi all’improvviso non hanno funzionato più! Sono mortificato, mi dispiace!”
Ero frastornata.
Pochi istanti prima mi trovavo là sotto, convinta che la morte avesse posto definitivamente fine alle mie sofferenze terrene.
Come ero anche sicura di aver visto mia madre e che Anthony non fosse sopravvissuto.
Invece, tutto si era ribaltato. Ero ancora viva e era stato proprio a lui a salvarmi da una morte certa.
Forse la mancanza d’aria mi aveva confusa ma qualcosa, dentro di me, mi diceva che avevo visto per davvero mamma. Le mie capacità di Medium mi avevano sicuramente aiutata a mettermi in contatto con lei in un momento tanto delicato, che mi aveva condotta ancora una volta sulla soglia della morte.
“Sto bene, non preoccuparti” riuscii a rispondere in un sibilo, mentre Anthony mi aiutava a mettermi seduta. “Tu piuttosto?”
Lui mi posò un bacio rapido sulla fronte e mi scostò dal viso i capelli bagnati.
“Io sono ok, Emy. Ma voglio portarti al Pronto Soccorso. Abbiamo fatto un volo pazzesco da lassù. Non riesco ancora a capire come abbiamo fatto e non restarci secchi entrambi.”
Mi voltai verso di lui, alzai la mano destra e gli accarezzai il viso.
“Hai dei tagli sulle guance.” sussurrai, sinceramente preoccupata.
“Tu ne hai uno bello grosso sulla fronte, sanguina parecchio. Ora andiamo al Green Coast Hospital, intesi?”
Annuii lentamente, mentre la testa mi girava vorticosamente. E fu in quel momento, mentre la vita riesplodeva con forza dentro di me, che mi accorsi di gelare da testa a piedi.
“Stai tremando, cazzo.” brontolò Anthony, afferrandomi con forza e sollevandomi da terra. Io gli allacciai le braccia attorno al collo e poggiai il viso sul suo petto, concentrandomi sul battito accelerato del suo cuore.
“Serve aiuto?”
La voce di una donna mi giunse dalla mia sinistra, ma io non mi voltai a guardarla.
Volevo restare lì, abbracciata a Anthony, per assaporare del tutto quel momento di intimità con lui, che mi stava regalando una buona dose di serenità.
“Siamo precipitati in acqua con l’auto da lassù.” rispose lui, con la voce che gli tremava.
“Chiamo subito l’ambulanza.” si affrettò a rispondere la donna.
Presto, altre persone ci raggiunsero, accerchiandoci. Le udivo discutere concitatamente attorno a me, ma in quel momento l’unica voce che mi andava di sentire era quella del battito furioso del cuore di Anthony.
Aprii un attimo gli occhi per capire dove ci trovassimo. Subito, in basso, intravidi la sabbia e davanti a me la vastità dell’Oceano.
Là sotto giaceva l’auto di Anthony, che avrebbe potuto trasformarsi nella nostra tomba.
Il suono concitato dell’ambulanza mi distrasse da quei lugubri pensieri.
“A proposito, grazie per avermi salvata.” sussurrai con un filo di voce, prima di perdere i sensi.
“Non riesco a capire come abbiano fatto a salvarsi. E’ stato un bel salto da lassù.”
Una voce maschile, bassa e sgradevole, mi riempì la testa e mi obbligò a svegliarmi dal dolce oblio nel quale il mio corpo, fino a qualche istante prima, si era rifugiato.
“Anthony sta bene?” chiesi, voltandomi verso l’infermiere che, accanto al mio letto, stava controllando la flebo che mi era stata infilata nel braccio destro.
Lui, un ragazzo sui trent’anni, basso, robusto e con i capelli scuri rasati, si voltò di scatto verso di me, elargendomi un sorriso sghembo.
“Il tuo amico sta bene” mi rispose una voce femminile, che proveniva dal lato opposto del letto. “Siete stati fortunati a uscirne solo con qualche graffio. Tu hai una piccola commozione cerebrale, ma nulla di cui preoccuparsi.”
Mi voltai lentamente verso la donna che aveva appena parlato. Sui cinquant’anni, era alta e incredibilmente magra, con i capelli biondi raccolti in un elegante chignon e occhi grandi e azzurri. Il suo viso era cosparso di rughe, ma possedeva ancora una certa dose di fascino.
In passato doveva essere stata davvero una bella donna.
Mi soffermai a osservare il suo camice bianco, quindi spostai lo sguardo sulla targhetta appuntata sul suo petto.
“Dottoressa Elizabeth White.” sussurrai, accorgendomi che le parole mi uscivano a fatica.
“Si tesoro. Non preoccuparti. Ti abbiamo sedata un po’ per consentirti di riposare, ma ti riprenderai in fretta.”
Annuii lentamente e, nel farlo, provai una forte fitta alla testa. Allora alzai la mano sinistra, che era libera da aghi e fili, e la passai sulla fronte.
“Sono bendata?” chiesi, biascicando le parole.
“Si. Avevi un bel taglio sulla fronte” rispose l’infermiere, mentre regolava la velocità di caduta delle gocce della flebo. “Ma l’abbiamo ricucito a dovere e non ti resterà nessun segno.”
Sospirai, pensando che un’eventuale cicatrice in quel momento era proprio l’ultimo dei miei pensieri. Poi mi rivolsi ancora alla Dottoressa, che aveva afferrato la mia cartella clinica e vi stava annotando sopra qualcosa.
“Avete avvisato mio padre?”
Lei sollevò lo sguardo dalla cartella, sorridendomi e annuendo. “Certo Emmanuelle, sta arrivando.”
Feci un altro ampio sospiro. “Bene. E quando posso ritornare a casa?”
“Ti teniamo in osservazione per questa notte, per sicurezza” rispose lei, poggiando la cartella clinica sul petto. “Ora cerca di riposare.”
Annuii lentamente e socchiusi gli occhi. Pensai a Anthony e mi accorsi che non avevo chiesto dove si trovasse in quel momento.
“Il mio amico” sussurrai, rivolgendomi all’infermiere, che ora si stava accingendo a misurarmi la pressione. “Posso vederlo?”
“E’ nella stanza qui accanto, lo stanno ancora visitando” rispose lui, elargendomi un altro sorriso che mi parve sincero. “Però sappi che sta meglio di te, ha solo qualche escoriazione sulle braccia, un graffio sul viso e null’altro. Continua a ripetere a tutti che siete stati fortunati e che gli dispiace un sacco per averti messa in pericolo. E’ un bravo ragazzo Anthony Chapman. Sei stata fortunata a averlo incontrato.”
Fissai l’infermiere per qualche istante, senza ben capire che pensare. Ero stata fortunata a incontrarlo, o sfortunata, dato che ancora una volta avevo rischiato di morire in un incidente automobilistico?
“Torno subito.” mi avvisò il ragazzo, riponendo lo strumento per misurare la pressione nell’apposito contenitore.
Non gli risposi e mi limitai a osservarlo mentre usciva dalla minuscola stanza dalle solite e noiose pareti bianche, in cui ero stata ricoverata.
La parete davanti a me, in verità, ospitava un quadro che ritraeva un vaso cinese ricolmo di girasoli, quella alla mia sinistra era occupata da un armadio a due ante in acciaio, mentre la parete di destra era frammentata da due finestre, dalle quali la luce delicata della luna filtrava in parte attraverso le tapparelle.
Poi voltai il viso verso la flebo, osservando la goccia minuscola che cadeva lentamente dal contenitore trasparente, fino al tubicino infilato in una delle mie vene.
Sbuffai, insofferente. Non avevo alcuna intenzione di restare in quel posto che mi metteva ansia e che mi ricordava con violenza i giorni che avevo trascorso in ospedale, a seguito dell’incidente con mamma.
Avrei voluto strappare la flebo e scappare di corsa da quella stanza piccola e stretta, che mi faceva mancare il respiro. Ma ero stordita. Mi avevano sedata per consentirmi di riposare. Socchiudendo gli occhi, ripensai alla mia camera, al mio comodo letto a baldacchino e non trovai nulla di più bello e accogliente di quella stanza, che avevo occupato solo da pochi giorni.
Poi il mio pensiero corse rapido a Antoinette, al fatto che l’indomani avrei dovuto chiamarla per raccontarle gli eventi delle ultime ore.
Lei si sarebbe sicuramente incazzata alla grande con me e, con ogni probabilità, sarebbe salita immediatamente in auto per raggiungermi e per farmi una bella predica di persona.
Poi, senza volerlo, l’immagine del ritratto di Michael Chapman cancellò con forza ogni altra immagine. Ora esisteva solo lui, col suo viso dai tratti perfetti e gli occhi scuri che sembravano contenere mille parole e emozioni.
L’eccitazione arrivò repentina, senza che fossi in grado di controllarla. Non c’era nulla da fare. Ogni qualvolta pensavo a lui, o sfioravo la superficie dello specchio nello studio, venivo travolta da queste sensazioni devastanti che, alla fine, mi lasciavano stordita e senza forze.
Mi morsi un labbro per cercare di controllarmi e cercai di cambiare posizione, dato che l’eccitazione stava salendo proprio dal fulcro della mia femminilità, urlando con potenza tutto il suo desiderio di esplodere.
Passi rapidi risuonarono all’improvviso nel corridoio e io sbarrai gli occhi, continuando a mordermi un labbro, nel preciso momento in cui il viso di Anthony fece capolino dalla porta aperta.
Era pallido, con i capelli ricci scarmigliati e gli occhi cerchiati da profonde occhiaie.
Dopo un attimo di smarrimento, mi sorrise e si precipitò da me, chinandosi per depositare un bacio lieve sui miei capelli.
“Dio Emy, mi hai spaventato a morte.” sussurrò, passandomi poi un dito sulle labbra.
Trasalii a quel contatto, mentre tentavo disperatamente di contrastare l’eccitazione che sembrava non avere alcuna intenzione di andarsene.
“Sto bene” risposi, sorridendogli. “Tu, piuttosto…”
“Non ho nulla, solo qualche graffio.” mormorò lui, sedendo sul letto e afferrando la mia mano sinistra.
Lo guardai per qualche istante, mentre l’eccitazione, fortunatamente, iniziava a smorzarsi. Aveva un graffio sulla guancia sinistra e uno minuscolo sul collo, ma per il resto sembrava davvero in perfetta forma.
Aggrottai le sopracciglia, perché un pensiero strano e fastidioso aveva preso forma nella mia mente, eliminando del tutto le sensazioni travolgenti che avevo provato fino a poco prima.
“Avremmo dovuto morire in quell’incidente, Anthony.” sussurrai, con un filo di voce.
Lui impallidì e aumentò la stretta della mia mano. Una gocciolina di sudore iniziò a scendergli dalla tempia verso la guancia.
“Lo so. E’ un miracolo infatti.” si limitò a rispondermi, spostando lo sguardo verso la flebo.
Lo fissai per qualche istante, quindi decisi che non era il caso di continuare.
Anthony era visibilmente sconvolto. Anche lui, probabilmente, non riusciva a comprendere come fossimo riusciti a salvarci e quel pensiero, ne ero certa, mi avrebbe tormentata per molto, molto tempo.
Tu non puoi morire. Mi aveva detto mamma, prima di tendermi le mani per aiutarmi a uscire dall’auto.
Non sapevo se lei mi fosse apparsa per davvero, ma quelle parole, all’improvviso, assunsero un significato importante.
Mamma aveva voluto dirmi che non era ancora arrivato il mio momento, o che, in ogni caso, io non sarei mai potuta morire?
Strizzai gli occhi, cercando di riordinare i pensieri che si stavano accavallando disordinatamente gli uni sugli altri, e fu in quel preciso momento che udii la voce di mio padre.
“Dov’è? Dov’è mia figlia?”
Pochi istanti dopo lo vidi entrare nella camera come una furia, guardare prima me e poi Anthony con fare sconcertato e, infine, precipitarsi verso il letto, mentre impallidiva. Anthony si alzò di scatto e gli permise di abbracciarmi.
Io lo strinsi forte a me e, insieme, iniziammo a piangere.
“Non farlo mai più, Emy” sussurrò, staccandosi con dolcezza da me. “Sono già morto una volta e devo ancora riprendermi. Non potrei reggere un altro dolore così devastante.”
Tirai su col naso e mi passai le dita sugli occhi, mentre annuivo lentamente.
“E’ colpa mia, Signor Hill” intervenne Anthony, accostandosi al letto per fissare mio padre con aria colpevole. “Le assicuro che i freni funzionavano bene, è successo tutto all’improvviso e non sono riuscito a evitare di…”
“Non è colpa tua figliolo” lo bloccò papà, poggiandogli una mano sulle spalle. “Tu hai salvato mia figlia. Non finirò mai di ringraziarti.”
Anthony lo scrutò con attenzione per qualche istante, quindi sbarrò gli occhi. Sembrava incredulo.
“Non è arrabbiato con me?”
Papà scosse la testa ripetutamente e fu in quel momento che mi accorsi della quantità di rughe che gli contornavano gli occhi.
Probabilmente erano sempre state lì, ma io, col mio egoismo, non mi ero mai soffermata a osservarle o, per meglio dire, a guardare mio padre con l’attenzione che si sarebbe meritato dopo la morte della moglie.
Anthony, a quel punto, si passò le mani tra i capelli, sospirando.
Era visibilmente stanco e, nonostante la rassicurazione di mio padre, si sentiva indubbiamente in colpa per quanto era accaduto.
“Vai a casa, ci vediamo domattina se vuoi” gli proposi, accennando un debole sorriso. “Hai bisogno di riposare.”
Lui corrugò la fronte ma non rispose, lanciando invece uno sguardo fugace a mio padre.
“Sì, non serve che resti qui, figliolo. Lei ora sta bene, la rivedrai domani.”
Anthony spostò lo sguardo su di me e capii che era indeciso sul da farsi. Io, allora, gli feci un gesto plateale con la mano libera.
Lui, alla fine, abbozzò un timido sorriso e si arrese.
“E va bene. Cerca di riposare anche tu Emy.”
Annuii. “Ho tanto di quel sedativo in corpo, che potrei dormire per ore.”
Anthony sorrise ancora, salutò rapidamente mio padre con una vigorosa stretta di mano e
e uscì in fretta dalla camera, chiudendo la porta dietro di sé.
“Hai bisogno di qualcosa?” mi chiese a quel punto papà, sedendo sulla sedia sistemata accanto al letto.
Scossi la testa, mentre uno strano torpore si impossessava del mio corpo, ma soprattutto della mia mente.
“No, sono a posto. Però vorrei provare a dormire. Sono distrutta.”
“Certo tesoro” disse lui, accarezzandomi il viso. “Ti fa male?” chiese poi, sfiorandomi la benda che avevo sulla fronte.
Scossi la testa.
“Bene tesoro. Io starò comunque qui, accanto a te. E presto ci raggiungerà anche Prudence. Era fuori città ma sono riuscito ad avvisarla.”
“Ok.” risposi, chiudendo gli occhi.
Cercai di rilassarmi e di non pensare all’incidente, anche se il viso di mamma continuava a
entrare con forza nei miei pensieri. Il mio istinto di Medium mi ripeteva con insistenza che lei mi era apparsa per davvero là sotto, nella vastità fredda e imperturbabile dell’oceano, mentre la mia parte razionale mi urlava che ero completamente pazza e stupida e che soffrivo sicuramente di allucinazioni.
Finalmente, dopo vari tentativi, la stanchezza ebbe il sopravvento sulle mie emozioni.
E Morfeo arrivò a cullarmi e a regalarmi il sospirato riposo.
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