Non appena la porta si aprì, gli occhi di Edward si riempirono dell’immagine di lei e un formicolio sconosciuto lo percorse dalla testa ai piedi, insieme a una strana sensazione alla bocca dello stomaco. Non avendola mai provata prima, ci mise qualche istante a capire che si trattava di quella che i comuni mortali chiamavano ansia. Aveva affrontato centinaia di consigli di amministrazione, seduto a capotavola di un oceano infestato da squali feroci pronti a divorare chiunque intralciasse il loro cammino, con la calma perfetta di chi sa di avere la vittoria in tasca. E, ora, era terrorizzato dalla decisione che quella piccola ragazza in camicia da notte e a piedi scalzi avrebbe preso riguardo al suo destino.
Irritato con se stesso per quell’insolita debolezza, entrò nel soggiorno aggirando la macchia di caffè che lei gli indicava, un chiaro segno del fatto che la sua visita l’aveva turbata: restava solo da scoprire quale fosse la ragione di quel turbamento. Si sedette su una poltrona, dietro suo invito, e lei si rannicchiò sul divano piegando le gambe sotto di sé e tirando l’orlo della camicia come se sperasse che il tessuto potesse magicamente allungarsi. Spiò la sua espressione, ma a parte la diffidenza che Katherine riservava a lui, e a lui solo, non riuscì a scorgervi nient’altro.
«Avevi ragione» esordì, andando com’era solito fare dritto al punto. «La vita a metà che ho vissuto finora non mi basta più, voglio qualcos’altro.»
«Che cosa, esattamente?»
«Te.»
Gli occhi di Katherine si spalancarono e il fiato uscì dalle labbra socchiuse.
«Purtroppo» disse, riprendendosi in fretta dalla sorpresa, «non sono in vendita. È…»
«Smettila» la interruppe lui, in un tono che voleva essere implorante e che invece suonò duro e autoritario. Maledetta forza dell’abitudine. Respirò a fondo, cercando di addolcire la sua voce.
«Ho bisogno di te.»
L’ombra di un’emozione attraversò gli occhi di lei.
«Ho cercato di negarlo a me stesso» continuò lui, «ho provato in ogni modo a costringermi a non cedere, ma non ci sono riuscito. Non so che cosa mi hai fatto, Katherine, so solo che tutto quello che ho sempre considerato importante non è niente, se per conservarlo devo rinunciare a te.»
Tacque, osservandola in silenzio: ora, dipendeva tutto da lei.
«Sono davvero onorata, signor Douglas» disse, calma. «Il sogno di qualunque ragazza è ascoltare le ispirate parole di un uomo che le racconta quanto ha lottato contro quello che prova per lei.»
Edward si sentì gelare, come se tutto il sangue avesse abbandonato il suo corpo. Nella vita reale, a quel punto, avrebbe scelto freddamente quale carta giocare tra le tante a sua disposizione: vincere usando le lusinghe o le minacce gli era del tutto indifferente, la sola cosa che contava era il risultato. Ma nel nuovo mondo in cui lei l’aveva catapultato, la sconfitta era una realtà con cui avrebbe dovuto imparare a convivere.
«Mi dispiace» mormorò, «è tutto quello che sono in grado di fare.»
«Be’, non è abbastanza» ribatté lei, quasi con rabbia. «Ma, in fondo, ti sto facendo un favore: non avrebbe alcun senso che tu stesso cadessi in un simile errore, dopo esserti impegnato tanto per impedire a tuo cugino di commettere lo stesso sbaglio.»
«Di che cosa stai parlando?» chiese Edward, sorpreso.
«Sto parlando del piano che hai architettato per separare Thomas da Anne. Toglimi una curiosità: hai pagato quell’uomo per sedurre mia sorella, oppure ti doveva un grosso favore?»
Edward la fissò in silenzio. Avrebbe avuto molto da dire, ma era certo che non sarebbe servito a niente. L’amarezza lo invase come un veleno, consumandolo: a quanto pareva, quel giorno era destinato a scoprire una lunga serie di emozioni del tutto nuove.
«Oltretutto» continuò lei, implacabile, «ti sto evitando di trovarti nella spiacevole situazione di doverti vergognare di me. Credo che dovresti ringraziarmi.»
«Io non mi vergogno di te, Katherine» disse lui piano. «Per quanto tu possa farmi soffrire, sei la cosa migliore che mi sia mai capitata, in tutta la mia vita.»
Fece una breve pausa, per raccogliere le forze: si sentiva sfinito e completamente vuoto.
«Riguardo a quello che è successo alla festa» aggiunse, «è ironico che debba perderti per questo: ma, forse, si tratta di una specie di giustizia divina.»
«Tu non mi perderai, Edward» mormorò lei, con rabbia mista a dolore. «È impossibile, visto che non mi hai mai avuta.»
Lui si alzò in piedi, guardandola senza nemmeno vederla.
«Ti prego di perdonarmi per i problemi che ti ho causato» disse con voce incolore. «Uscirò dalla tua vita e farò in modo che tutto torni come prima.»
Poi, fu il suo turno di voltarle le spalle e andarsene. Ma quella volta era per sempre.
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