Villa Torrani, Milano
26 giugno 1998 ore 14,38
L’uomo gli si affianca al bar. “Quagliò, sei pronto per la prova. Vedrai che te piace, ah!”
Una sottile inquietudine gli serpeggia nelle vene. Che cazzo gli avrebbero chiesto di fare? Non bastava che da due anni portasse in giro prostituite, smerciasse droghe di ogni tipo, partecipasse a rapine e picchiasse altri delinquenti a comando?
Escono e gli chiedono di farsi legare e incappucciare spontaneamente, lo fa.
Ok. Ok. Ok. Sta per entrare nella cerchia stretta di un capoclan che ha costituito una ‘Ndrina nella zona nord di Milano: quella è un’occasione unica per scoprire come si muove la ‘Ndrangheta nei suoi tentativi di espandersi oltre i confini della Calabria e nessun infiltrato è mai riuscito a raggiungere un obiettivo del genere. Quando si era deciso di intraprendere quella missione i suoi superiori hanno indicato una serie di reati che, in base alle regole di ingaggio, può commettere per conseguire il fine più alto, ma più era salito di considerazione più mantenersi nel limite era stato difficile.
Quello che sta affrontando ora, il rito di passaggio tra lo stato di Contrasto e quello di Affiliato, è un qualcosa del tutto sconosciuto; gli è stato fatto capire che ha dei margini di autonomia di cui non parlare nei rapporti, insomma potrebbe anche uccidere un delinquente schedato e nessuno probabilmente lo indagherà per omicidio, ma si tratta di allusioni ufficiose che non prendono in considerazione che non è entrato in Polizia, e non ha scelto di fare l’infiltrato, per diventare un assassino su cui lo Stato può chiudere un occhio.
Quando si fermano e lo scappucciano, è sicuro di essere stato portato fuori Milano in quello che sembra un magazzino abbandonato, il parcheggio è buio e deserto a parte un Iveco Daily scuro e alcune auto di grossa cilindrata nere luccicanti. Riesce solo a distinguere alcuni numeri della targa prima di essere slegato e invitato a entrare.
Dentro, dei neon ormai scarichi illuminano male l’ambiente pregno di fumo dolciastro. Ci sono un mucchio di vecchi materassi sporchi e ammuffiti nel centro e tutto intorno dei divani su cui sono seduti degli uomini, altri sono in piedi. Santa Gennaro Sulace è tra loro?
A un gesto dell’uomo seduto al centro, uno di quelli in piedi va verso un angolo buio scatenando una serie di “no” e preghiere. Quando entra nel cono di luce regge per un braccio una ragazza scarmigliata, il viso è una maschera disperata solcata da lacrime nuove che corrono su vecchie scie di sporco, cantilena qualcosa in una lingua che non è italiano, ma somiglia molto a “Ti prego. No.”
L’uomo la spinge sui materassi. Lei si agita, inizia a gridare più forte. La gonna si attorciglia attorno alle cosce che lei stringe disperata. L’uomo le strattona le braccia sopra la testa, questa volta le sfugge un grido di dolore, probabilmente le ha slogato una spalla. Piange più forte. I singhiozzi scuotono il corpo teso in una posizione che somiglia a quella di certi fumetti sconci che da ragazzino acquistava di nascosto per farsi le seghe, solo che ora è tutto reale.
Un movimento alla sua destra lo spinge a voltarsi. Nel cono di luce entra un altro uomo, lo riconosce: Peppe Sulace, fratello e braccio destro di Santa Gennaro Sulace, ha un sigarillo che gli pende dal labbro, lo fissa con occhi neri come l’antro dell’Oltretomba. “Fattela. Voglio vedere come scopi.”
Giordano aprì gli occhi all’improvviso emergendo dall’incubo con il cuore che pompava furioso. Allungò la mano, prese la pistola e la puntò a casaccio guardandosi attorno, la luce che filtrava dalle persiane gli rese noto che era nel suo letto di casa ed era giorno. Abbassò la pistola, piombò giù di nuovo.
Casa.
Quattro lettere, due sillabe, nessun significato.
Non dopo quello che aveva fatto.
Fissò la pistola.
Infilò la canna in bocca.
La mano gli tremò.
Un lieve pressione poteva mettere fine a tutto.
Chiuse gli occhi.
Eccola lì, di nuovo, per la terza volta, di fronte all’immenso cancello di ferro battuto scuro con l’elaborato disegno dorato di una T corsiva ripetuta per tutta l’arcata sormontata da frecce che puntavano al cielo.
Un cielo terso, di un azzurro intenso quanto la luce del sole che si specchiava nel ricamo e nella targa di ottone che recitava: Villa Torrani.
La prima volta si era trovata lì di fronte quando aveva ricevuto l’incarico di Ispettore della Polizia Postale di Milano, la seconda quando, dopo due anni all’Europol, era tornata per prendere il treno che l’avrebbe portata a Roma. Negli ultimi diciotto mesi aveva frequentato il corso per Vice Commissari al termine del quale aveva chiesto ancora una volta l’assegnazione a Milano: era stata accontentata anche se all’inizio le avevano proposto un incarico alla sede centrale di Roma. Sarebbe stato ragionevole accettare, ma l’istinto le aveva fatto insistere per Milano. Gioia aveva imparato a dare retta all’istinto da molto tempo ormai, era grazie a quello e anche alla sua testardaggine se era lì ora: voleva riscuotere la ricompensa per le promesse mantenute.
Dopo la fine dei messaggi, aveva continuato periodicamente a chiamare il cellulare di Giordano, ma la voce metallica recitava imperterrita che il numero era inesistente o irraggiungibile, ogni volta aveva controllato e ogni volta il numero era risultato attivo e intestato a Giordano Torrani.
Diverse volte aveva sfruttato le sue autorizzazioni per cercare sue notizie nei database che ormai si stavano creando per modernizzare tutta l’infrastruttura della Polizia, ma non aveva mai trovato fascicoli a nome Torrani il che poteva significare o che non era ancora stato digitalizzato oppure che Giordano era ancora in forza alla D.I.A. e in tal caso, anche fosse stato in rete, lei non vi aveva accesso.
Aveva fermato una stanza in un affittacamere a buon prezzo in attesa di scegliere uno degli appartamenti in affitto che aveva già selezionato, ma appena scesa dal treno e con il trolley a rimorchio, qualcosa l’aveva spinta a prendere la metro per andare lì.
A fare cosa non ne aveva idea. Se avesse avuto la certezza di trovare Giordano, non avrebbe avuto problemi a citofonare: “Ciao, sono venuta a riscuotere la maratona di sesso che mi hai promesso”, ma da anni conviveva con il dubbio e una sola certezza; il dubbio di aver sognato tutto e la certezza che non riusciva a toglierselo dalla testa.
Almeno era lì, a Milano, se mai le avesse risposto al telefono poteva raggiungerlo in mezz’ora. Era un desiderio davvero patetico, aveva anche cercato di contrastarlo, ma per quanti uomini avesse conosciuto, e per quanti le avevano fatto delle proposte, nessuno si era mai avvicinato neppure lontanamente a farle provare le sensazioni che Giordano le aveva scatenato in quei trenta secondi quattro anni, undici mesi e sei giorni prima. Alla fine si era arresa alla consapevolezza che lui, o almeno l’idea di lui, era una parte di sé che non era pronta a lasciare andare e comunque la spronava a fare meglio e a essere sempre vigile e concentrata.
Il cancello cominciò ad aprirsi, come a rispondere a un suo desiderio latente, senza riflettere Gioia varcò l’ingresso.
Il grande parco che si apriva ai suoi occhi era tagliato in due da un viale di autobloccanti costellato sui lati da enormi vasi grondanti di gerani colorati, in fondo si stagliava la facciata neoclassica della villa.
«Buongiorno. Good morning!»
Una donna stava su un sentiero laterale e le si rivolse in inglese. Gioia sussultò, sentendosi colta in fallo. Dimostrava una cinquantina di anni più per l’eleganza di altri tempi con cui era vestita che non per la figura o i tratti del viso; portava i capelli biondi acconciati in modo impeccabile, un filo di perle le cingeva il lungo collo ed era dello stesso colore dell’abito di seta che indossava, naso aristocratico e … Dio quegli occhi! Non aveva nessun dubbio di chi fosse.
Le stava parlando di nuovo e Gioia si concentrò per comprendere la domanda e risponderle.
«No, mi scusi. Non ho nessun appuntamento. Il cancello si è aperto e… sono solo di passaggio» disse mostrando il trolley.
Lo sguardo della donna si posò sul polso destro dove, essendo mancina, portava l’orologio.
«Posso?» chiese prendendole il braccio senza attendere il permesso. «Che bello. Orologio curioso, per una donna. Un Sector» ora la guardava aspettando una risposta anche se non le aveva fatto una vera domanda. A disagio, Gioia pensò che se non altro le era chiaro da chi Giordano aveva assimilato l’atteggiamento che lo rendeva così bravo negli interrogatori.
«È un regalo» rispose vaga.
«Sì» confermò la madre di Giordano, accennando a un sorriso. Aveva tramandato al figlio anche quel sorriso devastante che le toglieva qualsiasi pensiero logico dalla testa.
«Vorrebbe visitare il parco, signorina…?»
«De Rossi. La ringrazio ma…»
«De Rossi» esclamò. «Che cognome interessante, sa che tutte le radici De, Di, Dalla, presuppongono un’origine aristocratica?»
La domanda la spiazzò e cercò una replica che escludesse il raccontare del suicidio di suo padre e della rabbia repressa di sua madre quando aveva scoperto che si era giocato tutto. «Ah… ecco, io…»
«E qual è il suo nome di battesimo?»
Il repentino cambio di argomento la spiazzò ancora: era impossibile guardare quella donna negli occhi e non rispondere. «Gioia.»
«Oh. Splendido nome che già racchiude in sé il suo significato.»
«La ringrazio.»
«Io sono Lucrezia Torrani» incalzò la donna allungando la mano piena di anelli. Gioia la strinse e la stretta vigorosa con cui la ricambiò fece tintinnare i ciondoli del suo bracciale, addosso a qualsiasi altra donna sarebbe sembrato pacchiano, ma non sul suo braccio magro.
«Che ne dici Gioia, ti andrebbe di visitare il parco in attesa che si faccia l’ora del mio appuntamento? Posso darti del tu, vero? Potresti essere mia figlia.» Gioia riuscì solo ad annuire mentre lei la prendeva a braccetto e la guidava nel parco.
Con trolley al seguito si lasciò trascinare ammirando gli anfratti suggestivi che le indicava, conditi da aneddoti tratti dalla storia della dimora e dei suoi antenati di cui evidentemente andava molto orgogliosa, notò in modo distratto che la portava verso il retro della villa facendole oltrepassare una recinzione chiusa da un pesante cancello mimetizzato nella vegetazione. Si rese conto di trovarsi in un’area privata solo quando si trovò di fronte a una costruzione bassa avente però lo stesso stile neoclassico del corpo padronale della villa.
Realizzò che probabilmente quella era la dépendance dove abitava Giordano.
«Laggiù c’è l’ingresso alla cucina della villa.» Gioia seguì la direzione del braccio ingioiellato. «La chiave è incastrata sotto la soglia di marmo.» Confusa, guardò la donna che la osservava grave. «So chi sei. Lui mi ha parlato di te.»
«D-davvero?»
«L’orologio» indicò, «gliel’ho regalato quando è entrato in Polizia, come portafortuna: ha dovuto dirmi perché non l’aveva più.» Gioia era senza parole.
«Ti ha chiamato lui?»
«Come? No. Io non sapevo neppure che fosse qui.»
«C’è. Da due giorni. Tiralo fuori.» Il tono angosciato di Lucrezia Torrani catturò tutta la sua attenzione e acuì la sensazione di urgenza che l’aveva portata lì. «Non importa come o perché, ma tiralo fuori: è chiuso lì da quando è tornato. Mi ha scacciato. Tiene spento il cellulare. Io, non l’ho mai visto così. Negli ultimi anni so che ha ricoperto un incarico molto particolare, è venuto a casa pochissime volte e solo per qualche ora, altre ha solo telefonato: sono preoccupata. Dalla villa ha preso delle bottiglie di liquore e temo che faccia uso di droghe.»
Alcool? Droga? Chi, Giordano? Era impossibile. Forse la madre non sapeva quanto fosse bravo a trasformarsi, stava per dirglielo, ma si mangiò le parole: tutto quello che sapeva di Giordano si riferiva a parecchi anni prima.
«Farò quello che posso. Ha le chiavi?»
La bella fronte era solcata da rughe profonde e le tremava la voce. «Sì, ma non te le darò. L’unica volta che sono entrata mi ha puntato contro la sua pistola e ha sparato» Gli occhi le si riempirono di lacrime. Le ricacciò indietro, si ricompose. «L’arma era scarica. Mi ha detto di non entrare mai più e io non ci ho più provato.»
Rimasero a fissarsi per qualche istante, Gioia non sapeva cosa dire. All’improvviso, la sottile inquietudine che sentiva ogni volta che pensava a lui non le sembrò più la proiezione di una insensata malinconia per qualcosa che non aveva avuto, ma l’invocazione di un‘anima bisognosa di essere salvata che, in qualche modo, era riuscita ad arrivare fino a lei: doveva fare per lui quello che lui una volta, tanto tempo prima, aveva fatto per lei.
Lui però aveva impiegato mezz’ora a farla rinsavire a fronte di un’identità fasulla impersonata per soli due giorni, ma Giordano non era più stato completamente se stesso da almeno tre anni: sarebbero bastati i quattro giorni di libertà che Gioia aveva prima di iniziare il nuovo incarico il lunedì successivo?
«Giò!»
Quel nomignolo, accompagnato da un bussare furioso sulla porta… aveva anche le allucinazioni uditive, ora?
«Giò! Aprimi!»
Non era sua madre. Lei usava sempre il nome esteso. Tolse la canna dalla bocca, e realizzò con orrore quello che stava per fare.
«Sono io! Apri!»
Non poteva essere. Si alzò. Tutto girava, barcollando arrivò alla porta.
La mano che reggeva ancora la pistola tremava quando appoggiò l’altra alla maniglia,
«Giò!» altri pugni.
Aprì.
Tutto si fermò all’improvviso: il vortice che aveva in testa, la mano sullo stipite, il cuore nel petto, il respiro.
Era proprio lei, più splendida che mai, molto di più di come la ricordava. Un sogno, ecco che cos’era, un sogno dentro l’incubo.
Chiuse la porta e ci si appoggiò contro. Fissò di nuovo la canna della pistola.
«Non ci provare! Apri questa cazzo di porta!»
Il legno dietro la sua schiena vibrava furioso.
«Giò! Fammi entrare!»
Vattene.
«Non me ne vado! O mi fai entrare con le buone o uso le maniere forti!»
Sì, e quali?
«Spostati. Sto per sparare alla serratura.»
Diceva sul serio?
«Conto fino a tre. Uno. Due…»
Giordano aprì. La guardò, non era armata.
«Un bluff» constatò ammirato, confuso.
Con una mossa istantanea Gioia gli prese la pistola dalla mano, sganciò il caricatore, scaricò il colpo dalla canna e gettò i pezzi in due direzioni diverse.
Giordano riusciva solo a fissarla imbambolato. Il sangue aveva ripreso a scorrergli nelle vene e ogni cellula che aveva in corpo si stava riattivando.
«Perché non hai risposto ai miei messaggi?»
«Ho il cellulare spento.»
«Da tre anni?»
«Ho avuto da fare.»
«Anch’io, ma adesso sono qui. Ti ho trovato sulla guida turistica» disse guardandolo da capo a piedi con le labbra socchiuse e un accenno di sorriso.
Davanti a lei, dopo così tanto tempo, si sentì nudo, cosa che in effetti era a parte i boxer dove qualcosa si mosse in modo indipendente dalla sua volontà.
Giordano fece un passo indietro quando lei ne fece uno avanti. Seguì lo sguardo di lei che si posava sull’arredamento antico che caratterizzava l’angolo salotto dominato dalla grande libreria di mogano e solo in apparente contrasto con i mobili moderni della parte adibita a cucina con sala da pranzo annessa.
«Ricordi cosa mi hai detto l’ultima volta che ci siamo visti?»
«È stato una vita fa.»
«Già» confermò recuperando la valigia e chiudendo la porta. «Ricordi o no?»
Giordano lasciò cadere la domanda. Non doveva racco-glierla. Non avrebbe nemmeno dovuto farla entrare e soprattutto non doveva continuare a guardarla come se fosse un miracolo.
«Vattene.»
«Scordatelo. Io ho mantenuto la promessa. Ora tocca a te.»
Giordano scosse la testa. Non doveva. Non poteva. Cercò qualcosa da dirle, per convincerla, poi lei iniziò a parlare.
«Quando verrai da me, ti mostrerò cosa significa davvero godere.»
Fu come ricevere un pugno in pieno stomaco, come essere strappato dal presente e ributtato indietro nel tempo a quando ancora era un uomo integro con dei desideri e dei principi incrollabili.
«Ti scioglierò come la fiamma scioglie la cera, come il calore della bocca scioglie il ghiaccio.»
Un fuoco gli divampò nei lombi irradiandosi nelle vene.
«Ti vestirò di brividi, ti coprirò baci.»
Avanzò verso di lei e con una mano l’afferrò per la nuca. Lei alzò il viso per non interrompere il contatto visivo tra i loro occhi, quelli di lei color castagna, sgranati, e i suoi che non riuscivano a capacitarsi di quanto fosse bella. «Succhierò ogni centimetro della tua pelle poi la lenirò di carezze…»
«…ed entrerò in te talmente tanto e talmente tante volte che i numeri non avranno più senso» terminò poggiandole sul collo anche l’altra mano.
«Fallo» ansimò lei, affondando le dita nei bicipiti tesi.
La teneva così forte che avrebbe potuto spezzarle il collo pensò Gioia, aggrappata a quella montagna di muscoli frementi.
«Fallo.» Baciami, ti prego. Lo implorò senza riuscire a dar voce alla seconda parte del pensiero.
E lui lo fece. S’impadronì delle sue labbra e di tutto il fiato che aveva nei polmoni.
Fu più di un bacio, fu un’invasione della bocca, la rivendicazione del desiderio montato e tenuto a bada in tutti quegli anni e la presa di possesso di tutto quello che Gioia aveva da dare e che aveva conservato fino a quel momento.
Nella stretta di lui si aprì come una gemma a primavera: da troppo tempo desiderava quel bacio, troppe volte l’aveva immaginato, così tante che si era chiesta se non lo stesse idealizzando, se il sapore della realtà non sarebbe stato deludente… be’ non lo era.
Era eccitante, il calore della pelle di Giordano esalava un profumo maschile potente e inebriante, la ruvidezza delle sue dita, strette sul collo, elettrizzavano ogni cellula che Gioia aveva in corpo e la consistenza dei suoi muscoli sotto i palmi prometteva ogni genere di peccato.
Quando si staccò, si sentì defraudata di qualcosa ed ebbe paura che volesse finirla così, mandarla via, rifiutarla.
Giordano non aveva spostato le mani e stava immobile a occhi chiusi con la fronte appoggiata alla sua, Gioia avrebbe voluto abbracciarlo per tenerlo vicino, ma aveva paura persino di deglutire. Era tutto appeso a un filo sottilissimo che non voleva spezzare per nessun motivo. Non lasciarmi. Non lasciarmi implorava con lo stesso ritmo pulsante delle arterie che vibravano nella presa ferrea di lui.
«Ho sognato questo per quattro anni, undici mesi e sette giorni.»
Il sollievo la invase, anche se aveva sbagliato il conto. «Cinque giorni veramente» lo corresse, «e circa sei ore.»
Lui alzò la testa e la guardò facendo apparire uno dei suoi rarissimi sorrisi. «Io conto dal primo momento in cui ti ho vista. Prima ancora che stendessi a terra quello stronzo.»
Stavolta fu lei a baciarlo, per non piangere di commozione. Gli cinse il collo e aderì al suo corpo fino a sentire la forza del suo desiderio contro la pancia. «Ti voglio» gli disse, quando lui la schiacciò contro di sé per avvicinarla ancora di più. Si prese un altro bacio mentre lei gli consegnava l’anima.
«Dillo ancora» sussurrò Giordano con un tono angosciato che le strappò un pezzo di cuore.
«Ti voglio» mormorò tuffando le dita tra i folti capelli. Guardò i suoi occhi trasparenti velati da qualcosa che somigliava alla disperazione. «Ti voglio. Ti voglio. Voglio solo te» ripeté sempre più forte.
Lui la baciò, famelico, le mise le mani sotto le natiche e Gioia assecondò il movimento. Si sentì sollevare, si raddrizzò per facilitarlo, allacciò le gambe attorno alla sua vita e con le braccia gli circondò il collo. I seni erano a pochi centimetri dalla sua bocca e poteva sentire il fiato caldo, un brivido di aspettativa la fece tremare.
«Dovrei mandarti via» ribadì, ma intanto si era mosso e la stava portando lungo un corridoio.
Gioia scosse la testa, incapace di parlare.
«Ma sono un fottuto bastardo egoista» dichiarò mentre varcava la soglia di quella che doveva essere la sua camera. La lasciò scivolare giù di fianco al letto. «Spogliati. Per me. Vuoi?»
«Voglio tutto. Voglio la promessa e il per sempre.»
Lui corrugò la fronte. Gioia sfilò la camicetta dalla testa e gliela lanciò addosso.
«Ehi» esclamò Giordano prendendola al volo.
Tolse le Nike senza chinarsi o distogliere l’attenzione da lui e dalla gloriosa erezione che gli gonfiava i boxer.
Neri, pensò ricordando una delle loro prime conversazioni.
«Sei fortunato che abbia chiuso con i tacchi» disse slacciando i bottoni della gonna di jeans e lasciandola scivolare giù accompagnata dallo sguardo di Giordano.
Portò le braccia dietro la schiena per sganciare il reggiseno di pizzo. L’aveva comprato apposta per lui e per quello sguardo che le faceva inturgidire i capezzoli anche senza toccarla. Attese di avere la sua piena attenzione poi lasciò cadere a terra anche quell’indumento dopo disfò la coda gettando indietro la testa offrendosi ai suoi occhi.
Giordano la guardò a lungo, immobile e in silenzio, come se fosse senza parole. Aveva immaginato milioni di volte come sarebbe stato essere nuda davanti a lui, si era immaginata eccitata, imbarazzata, sensuale, e lo era, ma si sentiva anche desiderata, apprezzata, bella. Sapeva di essere bella, ma lui la guardava come se fosse speciale, speciale per lui. Mosse un passo verso di lei e lei uguale. Il suo sguardo la eccitava quasi quanto i baci.
Un altro passo, l’una verso l’altro, e poi ancora fino a sfiorarsi, Gioia si morse un labbro mentre insinuava le dita nell’elastico dei boxer: la pelle di lui era caldissima.
«Prima io» le impose Giordano sottraendosi al suo tocco. Le abbassò gli slip scoprendole le natiche e nel contempo la strinse in modo che i loro corpi aderissero. Gli artigliò le spalle. Le labbra presero di nuovo possesso delle sue, i seni gonfi di aspettativa premettero contro i potenti pettorali, Gioia gemette quando la bocca trovò e baciò la giugulare pulsante, le mani forti le accarezzarono la pelle dei fianchi facendo scivolare il tanga lungo le cosce tese.
Era meraviglioso avvertire sulla pelle nuda le dita callose che accompagnavano il pizzo delicato. Il fiato di Giordano la sfiorava scivolando giù, sempre più giù, tracciando un percorso di piccoli baci lungo il suo corpo.
Singhiozzò quando sentì la lingua ruvida leccare e prendere in bocca un capezzolo. Una delle mani si era insinuata nella congiunzione delle cosce e le lunghe dita la accarezzavano nel punto in cui sentiva il desiderio grondare e inumidirlo.
Era bellissimo. Voleva toccarlo anche lei, ma lui era scivolato ancora accarezzandole le cosce e baciandole il ventre, intrecciò le dita ai suoi capelli, lo premette contro di sé. Avvertì che la sollecitava ad alzare i piedi per liberarla della biancheria, la sua bocca ora era appena più giù del monte di venere e la lingua le stava strappando singhiozzi di piacere.
«Oh. Ti prego» ansimò.
Giordano si immobilizzò. La lasciò andare, brusco, e fece un passo indietro. Gioia si sentì persa. Lo guardò confusa.
Profonde rughe comparvero sulla faccia prima di scomparire nelle sue mani. Liberò gli occhi, freddi come pezzi di vetro, assenti.
Gioia intuì che qualcosa lo turbava e anticipò qualunque cosa stesse per dire. Lo spinse verso letto facendolo indietreggiare. «Sono io» gridò per richiamare la sua attenzione. Poi lo spinse ancora, più forte, per fargli perdere l’equilibrio e farlo cadere supino sul letto.
La caduta lo fece tornare consapevole. «Giò.»
Gioia si chinò su di lui. Gli accarezzò il petto senza sganciare gli occhi dai suoi. «Giò. Tocca a me adesso.»
Gli morse un pettorale, facendolo trasalire di sorpresa, poi lo baciò gustando il sapore salato della pelle mentre lui tuffava le dita nella massa scomposta dei capelli. Avvertì il respiro gonfiargli la cassa toracica quando gli accarezzò i muscoli sopra le costole; con la lingua seguì il contorno degli addominali, gli morse il ventre attorno all’ombelico e insinuò le mani nell’elastico sollecitandolo ad alzare il bacino.
Giordano eseguì e lei lo liberò.
Si alzò per tirare via i boxer.
Giordano si era posizionato sui gomiti e la guardava attento, il respiro pesante.
Gli accarezzò le cosce fino a sentire il contatto dei testicoli contro il pollice.
«Non…»
Non lo lasciò finire. Lo afferrò e lo prese in bocca strappandogli un gemito. Subito sentì le sue dita intrecciarsi ai capelli. Era grosso e duro. Sapeva di sapone e di qualcosa che era solo suo.
Lo leccò, lo succhiò. Gli insinuò la lingua tra il prepuzio e il glande liscio, sentì i testicoli contrarsi nella mano e le vene dei corpi cavernosi gonfiarsi di piacere e desiderio.
Gioia sognava da tanto quel momento, voleva sentirlo dentro di sé e lo voleva subito. Staccò la bocca da lui e lo costrinse a scivolare verso il centro del letto per lasciarle lo spazio di inginocchiarsi su di lui,
Lui tirò su il capo che aveva rovesciato indietro.
«Giò» ansimò afferrandola per la vita come per fermarla.
Sapeva cosa stava per dire, ma a lei non interessava
«Ti voglio, tutto e subito.»
Calò su di lui riempiendosi. Era enorme, per un momento temette di non essere abbastanza eccitata, non sarebbe stata la prima volta che il dolore annientava le intenzioni, ma poi lui le prese i seni nelle mani, premendo i pollici contro i capezzoli duri, lo sentì sfondare e scivolare fino in fondo con lo stesso impeto con cui lei gridò.
Rovesciò la testa indietro lasciandosi pervadere da un piacere tanto intenso quanto desiderato.
Iniziò a muoversi piano, a ogni discesa lui le prendeva un seno in bocca per succhiarla, prima uno e poi l’altro, Gioia sentiva il piacere attraversarla come una scossa elettrica raggiungendo ogni terminazione nervosa. Lo baciò, si offrì alla sua bocca, lo morse su una spalla. Lo prese più profondamente di quanto avrebbe mai immaginato. Gli circondò la faccia per incatenare i loro sguardi, voleva che vedesse quanto le piaceva mentre gli diceva con gli occhi che lo amava, che lo voleva, che l’aveva desiderato sin dall’inizio e che aveva pensato sempre e solo a lui fin dal primo minuto.
E poi lo sentì, sentì l’orgasmo arrivare, il suo e anche quello di Giordano, si sentì esplodere ed implodere, travolta dal piacere nello stesso istante in cui gli spasmi scossero anche lui.
«Sentimi» singhiozzò. «Sono tua. Sei mio.»
Lui la tenne inchiodata contro di sé e lei non distolse lo sguardo dal suo fino a quando le ondate del piacere non si quietarono per entrambi.
«Uhm… lo sapevo che con te sarebbe stato perfetto.»
Giordano si riscosse dal torpore a cui si era abbandonato.
Gioia. Tra le sue braccia. Nuda. Sublime. Perfetta.
La consapevolezza arrivò all’improvviso. Che cazzo ho fatto? «Non abbiamo usato niente!»
Gioia si tirò su, e un brivido di piacere lo percorse: era ancora dentro di lei, e non sentiva segni di cedimento.
«Va bene così.»
«No, che non va bene» l’afferrò per i fianchi con l’intenzione di spostarla, di toglierla da sé, ma non ci riuscì: lei gli artigliò le mani rifiutando di muoversi.
«L’ho messo in conto.»
Cosa? Cosa aveva messo in conto? Come poteva sapere? «Non...»
Gli tappò la bocca e nel farlo si mosse, provocandogli un altro spasmo di eccitazione.
«Non mi importa se sei stato con altre donne o se hai avuto rapporti non protetti.»
Rapporti? Dio, come poteva spiegarle? Non poteva, però poteva dirle che era stato lucido. «Ho sempre usato il preservativo.»
Uno spasmo, come di un dolore intenso, ma di breve durata le attraversò il volto, ma venne subito rimpiazzato da un sorriso triste. Sembrava un angelo, non poteva portarla nel suo inferno personale, anche se lo voleva in modo disperato. Chiuse gli occhi quando sentì che gli carezzava il viso, desiderava il suo tocco anche se era consapevole di non meritarlo e non averne diritto.
«Ho sempre saputo che non potevo pretendere fedeltà.»
Giordano si sentì spaccare in due. Aprì gli occhi di scatto.
«Dipende dal concetto di fedeltà, no?» ribatté risentito, pentendosi subito. Che cazzo stava dicendo? Se le avesse lasciato credere che lei non era niente di speciale e che lui era un fottuto puttaniere, forse se ne sarebbe andata per non cercarlo mai più e sarebbe stato meglio per tutti, soprattutto per lei, perché il suo alter ego lo era davvero un fottuto puttaniere del cazzo.
Gioia si riaccoccolò di fianco a lui. «Vero. Il corpo è un involucro, quello che conta è l’anima. A chi appartiene la tua anima?»
Avrebbe dovuto risponderle che non ce l’aveva più un’anima, di lasciarlo perdere, di andarsene, ma lei lo stava toccando con il dito indice esattamente in corrispondenza del cuore, come se ci stesse scrivendo sopra, come se con quell’unico gesto stesse rivendicando tutto: corpo e spirito. Commise l’errore di guardarla.
«La mia appartiene a te» continuò lei suadente.
Qualunque pensiero razionale o irrazionale abbandonò del tutto il suo cervello, le prese il volto tra le mani e la baciò. Era bellissimo baciarla, far danzare la lingua nella bocca umida e aperta per lui.
La voleva ancora, l’aveva sempre voluta, ogni dannatissimo istante trascorso senza di lei e ora era lì, solo per lui, tutta per lui. Perfetta. Bellissima. Forte. Integra, dentro e fuori. Era il suo sogno, il suo desiderio più ardente, l’ancora di salvezza ogni volta che non riusciva a sopportare l’animale che era diventato.
Si fermò. Non l’avrebbe presa di nuovo senza una protezione. «Giò. Non ho niente…»
«Non importa. Me ne frego. Qualunque cosa tu abbia, la voglio anche io. Prendimi e fammi perdere il conto.»
E Giordano fece esattamente come gli aveva chiesto, proprio come il fottuto bastardo egoista e stronzo che era diventato.
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