SENZA COMPROMESSI
Capitolo 11 di 20

Scritto il 21/07/2026
da ELEN T. D.


Giordano dormiva, lo scrutò con attenzione per carpire ogni ruga, ogni segno che il tempo aveva lasciato su quel volto impresso a fuoco nella sua memoria. Aveva lasciato crescere i capelli e nonostante la barba lunga il viso era scavato e smagrito.

Le bottiglie di liquore di cui parlava Lucrezia, erano allineate sul comò ancora intatte, di fianco c’erano due pacchetti di sigarette, ancora con il cellophane, e un barattolino di lenti: in pratica, tutto quello che esteriormente lo trasformava in un’altra persona, era lì a portata di mano. Quanto la falsa identità era diventata parte di lui?

Erano le otto di sera, ormai sicuramente aveva perso il posto nell’affittacamere che aveva prenotato inoltre aveva fame.

Si alzò, mise una delle magliette di Giordano, inspirò il suo odore: era fantastico.

Percorse il corridoio e raggiunse l’ambiente principale della dépendance che fungeva sia da ingresso che da salotto e anche angolo cucina; tutto era armonizzato da un arredamento che virava dal classico, per ingresso e salotto, al moderno della parete attrezzata di elettrodomestici, dispensa e il frigorifero a doppia anta in acciaio. Peccato che dentro non vi fosse qualcosa di commestibile, così come nella dispensa, mancava anche l’acqua!

Tornò in camera e valutò se svegliarlo: sembrava tranquillo. Non poté fare a meno di ammirare il corpo statuario e bellissimo, il cuore accelerò i battiti, poi notò qualcosa che le gelò il sangue nelle vene.

Si avvicinò per osservare meglio il disegno sulla caviglia destra. Angelo, catene, un pugnale, erano tutti simboli di cui aveva letto e studiato il significato, segni distintivi di appartenenza a una ‘Ndrina, ed erano stati impressi a colori in un tatuaggio che era tanto bello quanto inquietante per quello che significava.

C’era dell’altro. Nei cerchi delle catene erano riconoscibili delle lettere, la vista le si offuscò, ma riconobbe le prime due, S e U, non le serviva altro per dedurre un nome che aveva già sentito: Sulace.

Soffocò un gemito. Si allontanò dal letto. Doveva uscire da lì, aveva bisogno d’aria e di pensare.

Un affiliato!

Giordano Torrani, o quanto meno il suo alter ego Giovanni Prezioso apparteneva a una cosca mafiosa.

Aveva letto dossier interi circa la gerarchia criminale, su quanti e quali crimini rendevano meritevoli di essere reclutati, specie se non si apparteneva alle famiglie sin dalla nascita. Che aveva fatto Giordano?

Era stato in carcere, lo sapeva. Quanto era rimasto in quel posto per far sì che venisse notato? Tutto quello che le aveva detto cinque anni prima prese tutt’altre connotazioni.

Tutti hanno un lato oscuro.

Uscì, si tirò dietro la porta il più silenziosamente possibile lasciandola comunque socchiusa.

Ci serve quel lato oscuro, per poter varcare impunemente la soglia dell’inferno. e anche per poter tornare e fare il nostro dovere.

Alcuni particolari che subito non aveva considerato, emersero prepotenti: Giordano che apriva con una pistola in mano; Lucrezia disperata perché le aveva sparato contro; quell’ultima telefonata nel cuore della notte.

Si appoggiò al muro della dépendance perché aveva bisogno di sostegno, sentiva le gambe molli come se fossero totalmente prive di ossa.

Non lasciare mai pezzi di te dall’altra parte altrimenti, prima o poi, non riuscirai più a tornare indietro.

Il dossier. Quel dossier inquietante e particolareggiato, che avevano studiato durante il corso e in cui erano descritti i riti di passaggio da Contrasto ad Affiliato, c’erano cose che le avevano rivoltato lo stomaco, aveva sempre pensato che il pentito che aveva fornito quelle informazioni avesse esagerato: e se non si fosse trattato di un pentito, ma di un infiltrato? E se quell’infiltrato fosse stato Giordano? Si mise le mani davanti alla bocca per non urlare.

Giordano aveva i simboli della ‘Ndrina dei Sulace tatuati addosso… Non aveva solo varcato la soglia dell’inferno, ci stava bruciando in mezzo!

«Gioia.»

Sussultò mettendo a fuoco, nel crepuscolo della sera, la figura di Lucrezia Torrani.

Si raddrizzò tirando giù il bordo della maglietta che le copriva a malapena l’inguine.

«Signora» la salutò imbarazzata, era così sconvolta quando aveva visto il tatuaggio che non aveva messo la biancheria: era più nuda che vestita.

«Ti prego, chiamami Lucrezia. Come sta?» chiese con voce rotta, e Gioia si accorse che se anche fosse stata nuda del tutto, probabilmente la madre di Giordano era così preoccupata che non se ne sarebbe accorta.

«Dorme.» Cos’altro poteva dirle? Dopo quello che aveva visto, Gioia non si illudeva che sarebbero bastati quattro giorni di sesso per tirare fuori Giordano dal baratro in cui era caduto.

«E… la pistola?» chiese con un singulto.

«L’ho smontata e messa fuori portata.»

«Grazie» disse Lucrezia tamponandosi gli angoli degli occhi con le dita. «Ho preparato del vitello tonnato, se… ce l’ho… ve lo posso portare. Se vuoi.»

«Ma certo! È da questa mattina che non mangio» rispose, accennando a un sorriso per stemperare un po’ la tensione.

La donna si sforzò di ricambiare. «Bene. Non gli far accendere il telefono. Ho appena detto a Ignazio, il suo capo, che non è qui. Non mi interessa se ho violato qualche legge» concluse sostenuta.

Gioia non disse nulla, Lucrezia non stava violando nessuna legge, ma in teoria Giordano non avrebbe potuto rendersi irreperibile.

«Rivoglio mio figlio.»

Anche nella penombra Gioia poté vedere le lacrime sfaldare l’espressione composta ed elegante. Senza sapere bene come, Gioia se la ritrovò singhiozzante tra le braccia. Un groppo serrò anche la sua di gola. A parte che erano quasi cinque anni che una persona di sesso femminile non l’abbracciava, era difficile non lasciarsi coinvolgere a livello emotivo, inoltre anche lei era preoccupata per le condizioni psicologiche di Giordano: tre anni in mezzo a malviventi sanguinari, davvero non riusciva a immaginare cosa dovesse aver passato.

«Ne verrà fuori. Vero?»

«Sì» rispose. Fosse anche l’ultima cosa che faccio, pensò, ma lo tirerò fuori.

«Scusami» disse Lucrezia sciogliendosi dall’abbraccio e recuperando un po’ di compostezza. Era una donna bellissima oltre che con un cuore grande, aveva le mani in pasta in un sacco di Associazioni e Fondazioni e se qualche derelitto aveva bisogno di un lavoro, tramite le sue infinte conoscenze, riusciva ad aiutarlo. In quegli anni, Gioia si era impegnata per scoprire tutto quello che riguardava Giordano Torrani esattamente come lui aveva fatto con lei: voleva scoprire ogni suo segreto, ma lui non ne aveva.

Chierichetto da bambino, Boy-Scout fino al diploma, atleta di interesse nazionale per l’arrampicata sportiva fino ai ventidue anni, era entrato in Polizia mentre ancora frequentava Giurisprudenza. Mattia era riuscito a scoprire che aveva fatto domanda per il Nucleo Operativo Centrale di Sicurezza, superando le durissime selezioni, e servito nel reparto per qualche anno prima di approdare alla D.IA. Ciliegina sulla torta si era laureato con il massimo dei voti.

Nei primi anni all’Antimafia aveva ottenuto encomi e aveva contribuito con il suo lavoro alla cattura di pericolosi criminali e al sequestro di armi e droga, ma gli ultimi tre anni erano un mistero: in cosa era implicata la ‘Ndrina dei Sulace? E per avere quel tatuaggio, che ruolo aveva Giordano dentro l’organizzazione? Gli affiliati potevano essere sicari di morte, anche detti Crimine, pretendere il pizzo e regolare i conti con chi rifuggiva l’autorità della Santa, ovvero il boss, intraprendere rapine, rapimenti, omicidi e chissà che altro. Oddio!

«Ti porto da mangiare.»

La voce di Lucrezia la riportò con i piedi per terra. «Vado a mettermi qualcosa e poi l’aiuto… ci servirebbe anche dell’acqua minerale.»

«Certo nella mia cucina c’è tutto. Io prendo la pirofila. Magari riesco a vederlo, anche di sfuggita» l’implorò con la voce rotta carica di speranza.

Gioia annuì, di certo lei non era nella posizione di vietare alla madre di Giordano di entrare in casa e attendere che si svegliasse. Entrò nella dépendance per vestirsi e coprirlo con un lenzuolo perché, d’accordo che Lucrezia sapeva benissimo cosa avevano fatto per tutto il pomeriggio, ma un conto era immaginarlo e tutt’altro vedere il figlio in tutta la sua gloriosa nudità circondato da biancheria e vestiti.

 

 

Giordano aprì gli occhi all’improvviso, e realizzò due cose: non aveva sognato e la pistola non era dove doveva essere, poi ricordò che Gioia l’aveva smontata e gettata chissà dove. Gioia!

Era nudo, nella stanza c’era odore di sesso, ma di lei non c’era traccia. Era buio, accese la luce. Adocchiò le bottiglie di liquore sul comò, si umettò le labbra. Chiuse gli occhi e controllò la respirazione, quando li riaprì lo sguardo corse alle sigarette, si passò le dita tra i capelli per calmarne il tremito e allontanare la voglia bruciante di fumare.

Aguzzò l’udito e gli parve di sentire delle voci provenienti dal salotto. C’era Gioia di là? Con chi? Probabilmente sua madre.

Era stata lei a rintracciare Gioia? Cinque anni prima le aveva raccontato di come si erano conosciuti e dell’orologio che le aveva regalato. Non le aveva detto il cognome però, anche se Lucrezia Torrani era abbastanza testarda per ottenere tutto quello che si metteva in testa: partorire il figlio di chissà chi a inizio anni sessanta, allevarlo con orgoglio in mezzo alla riprovazione generale e mantenere comunque il suo status sociale, tra le altre cose.

Andò in bagno, lavò il viso e rimase un tempo indefinito a fissare la barba gocciolante: avrebbe rinunciato a una gamba, la destra per la precisione, pur di potersi radere, ma aveva delle remore a farlo, aveva un bisogno assoluto di raccogliere le idee per poter prendere delle decisioni. La comparsa di Gioia… be’, non sapeva con esattezza come, ma cambiava le cose: ora che aveva fatto sesso con lei era tutto diverso. Era lucido ora, infilare la pistola in bocca e premere il grilletto non era più un’opzione. Rabbrividì, vergognandosi di se stesso. Come aveva potuto farlo? Se non fosse arrivata lei, sarebbe andato fino in fondo portando la vergogna su sua madre, infangando il nome di suo nonno?

«Sei uno stronzo bastardo» disse al riflesso.

Un doppio bastardo: per aver pensato di farla finita e perché avrebbe dovuto mandare via Gioia appena aperta la porta: non poteva, non doveva, condividere con lei l’inferno che aveva dentro.

Ma lo farai, gli disse una voce maligna nella sua testa mentre tornava in camera.

«No» biasciò tra sé frugando in un cassetto per cercare dei pantaloni lunghi che non fossero invernali: non voleva mostrare il tatuaggio.

Gli capitarono a tiro le maglie tecniche che usava per le arrampicate ed ebbe un’illuminazione. La montagna era sempre stata il suo rifugio, il catalizzatore di tutti gli snodi importanti della sua vita, non gli serviva starsene rintanato in casa a ricordare che essere disgustoso era nei panni di Giovanni Prezioso, doveva ritrovare l’autentico Giordano Torrani e sapeva dove cercarlo e non era in un letto sfatto mentre si macerava nei sensi di colpa e nell’orrore delle sue azioni,

Tirò fuori la borsa con l’attrezzatura, di solito la teneva in montagna ma l’ultima volta che l’aveva usata era stato cinque anni prima e i poliziotti che l’avevano raccolta l’avevano riconsegnata al suo indirizzo noto. Controllò che ci fosse tutto e poi prese la vecchia valigia di cuoio che era appartenuta al nonno; quando la estrasse dal sacco protettivo, l’odore gli colpì le narici e subito gli ricordò l’uomo a cui era appartenuta e che per lui era stato più un padre severo che un nonno nel senso tradizionale del termine. Perderlo era stato uno dei momenti più brutti e laceranti della sua vita.

È quando sei più disperato che non devi mollare, perché dal fondo puoi spingerti per risalire in alto.

Dopo aver messo in valigia il necessario, si diresse in sala, avvicinandosi riuscì a distinguere le due voci di Gioia e sua madre senza farsi notare.

«Non dico che non sia interessante, ma non ne vedo i vantaggi.»

«Fidati Lucrezia. Tra pochi anni avere una connessione a internet sarà indispensabile. Verranno scardinati tutti i meccanismi commerciali.»

«Ci penserò. Tu di cosa ti occupi nella Polizia?»

«Sono nella Postale e lunedì inizio il mio primo incarico da Vice Commissario.»

La voce vellutata conteneva orgoglio, ma anche emozione: Giordano era davvero fiero di quello che lei era riuscita a ottenere e, per quanto fosse stupido gli piaceva pensare di aver contribuito un po’ con la strana relazione che avevano avuto.

«Di cosa si occupa la Polizia Postale?» chiese sua madre. Giordano si affacciò.

«Due anni fa ha assorbito tutte le risorse del Nucleo Operativo di Polizia delle Telecomunicazioni di cui io facevo parte.» Gioia era seduta al tavolo e quando non mangiava parlava agitando la forchetta come un direttore d’orchestra. «In pratica ci occupavamo di contrastare i crimini nel settore delle telecomunicazioni.»

La tavola non era apparecchiata, sua madre era seduta a capotavola e non si era ancora accorta che Giordano le guardava dalla soglia. Al centro del tavolo troneggiava una pirofila di vitello tonnato di cui riusciva ad avvertire l’aroma anche da quella distanza. Si accorse di avere fame, molta fame e Gioia si stava mangiando tutto, pescando i bocconi direttamente dal piatto di portata.

«Non riesco a immaginare come si possa delinquere con le telecomunicazioni.»

«Qui da noi le cose vanno un po’ a rilento, ma nel resto d’Europa è una faccenda seria proprio per i vuoti normativi. La legge è lenta ad adeguarsi, e non ha immaginazione, al contrario dei delinquenti che ne hanno fin troppa.»

«Confermo» disse Giordano per annunciare la sua presenza. Entrambe si girarono, ma sua madre balzò in piedi con un suono che somigliava molto a un grido, ma non poteva esserlo davvero: Lucrezia Torrani non gridava, era sempre controllata in ogni circostanza e Giordano poteva contare su una mano le volte in cui l’aveva vista davvero turbata, ma questa doveva essere una di quelle perché se la ritrovò addosso con le mani che gli circondavano la faccia e gli occhi così simili ai suoi che lo scrutavano.

«Mamma.»

«Da quanto non mangi? Siedi, ho portato il tonnato» esordì lasciandolo andare e indicando il tavolo con il suo piatto preferito.

Gioia lo spiava con la forchetta ancora a mezz’aria, poi l’affondò in un boccone che portò alle labbra. Come attirato dal canto di una sirena, sedette senza mai staccare gli occhi dalle sue labbra rosse.

«Ciao» gli disse leccandosi un piccolo sbuffo di salsa dal labbro inferiore.

«Ciao.»

Ridacchiò allegra, quando lo stomaco di Giordano rese evidente che era trascorso parecchio tempo all’ultimo pasto decente. Fissò come in trance le mani di lei che gli offrivano la forchetta. Avvolse la mano attorno a quel capolavoro di ossa aggraziate e unghie pericolose con l’intenzione di sfilarle la posata dalle dita ma invece rimase incantato ad osservare il contrasto della pelle di velluto abbronzata contro quella più grezza e chiara di lui: Gioia viveva nel sole, lui invece macerava nell’oscurità.

Un leggero tossicchiare, catturò l’attenzione di Giordano che incrociò gli occhi di sua madre, un tenue sorriso le aleggiava sul volto segnato da occhiaie di stanchezza.

«Be’ io… ecco… Gioia è stato un piacere conoscerti. Tieni» aggiunse allungandole un mazzo di chiavi.

Gioia sfilò la mano dalla sua fissando imbarazzata il mazzo tintinnante. Anche Giordano si ritrovò a fissare le chiavi senza capire né il motivo dell’imbarazzo di Gioia né il significato del gesto di sua madre.

«Le stai dando le chiavi di casa mia?»

«Ci sono tutte le chiavi anche quelle di casa mia, nel caso non trovassi un altro posto dove dormire» rispose sua madre secca. Giordano la guardò, che aveva?

Gioia prese con cautela le chiavi spostando lo sguardo da lui a Lucrezia e viceversa.

«Grazie, in effetti l’affittacamere che avevo prenotato ormai avrà annullato la richiesta.»

Ah, ecco. «Può dormire qui, se vuole. Io vado via.» Gioia sussultò, Lucrezia emise un gemito. «Che c’è? Vado in montagna.»

«A quest’ora?» domandò Lucrezia. Stava per ribattere che non erano affari suoi, ma Gioia lo precedette.

«Vengo con te» disse.

«No» ribatté Giordano tastandosi la maglietta in cerca delle sigarette. Ricordò che Torrani non fumava, non lo faceva e non doveva farlo. Piantò la forchetta nel cibo e mangiò un boccone, il sapore scacciò la voglia di fumare.

«Scommettiamo?» lo sfidò Gioia. Deglutì mentre un brivido di anticipazione animalesca gli mosse qualcosa a livello dell’inguine.

«Vado per arrampicare» disse secco inforcando un altro boccone di cibo.

«Bene. Mi va proprio una bella scalata.»

Cosa?

«Partire a quest’ora non ha senso» disse sua madre.

«Mamma» l’ammonì glaciale perché capisse che era il caso di proseguire con quello che stava facendo prima di dare le chiavi a Gioia, ovvero andarsene.

«Da quando arrampichi?»

«Da settembre 1993. Ti ho anche lasciato un messaggio in proposito.»

«Davvero?»

«Diceva così. Ciao, ho pensato che voglio fare qualcosa che fai anche tu, mi sono iscritta a un corso di arrampicata indoor. Ti terrò aggiornato. Mi è piaciuto un sacco sin dall’inizio e così ho continuato. Pensa, sono riuscita a trovare palestre per arrampicata anche a Den Haag. Ti ho lasciato diversi messaggi in proposito.»

Infilò in bocca altri bocconi evitando di guardarla. Secondo calcoli che aveva fatto migliaia di volte lei gli aveva lasciato messaggi per quasi tre anni tutti i giorni, mille e quarantasette per la precisione e lui ne aveva ascoltati solo novantacinque.

«Io vado. Gioia, se ti serve un posto dove dormire, hai le chiavi. Ciao tesoro» disse sua madre scoccandogli un velocissimo bacio sulla tempia. Sparì prima che Giordano potesse ricambiare o dire qualcosa. Si rendeva conto che era preoccupata, non avrebbe dovuto coinvolgerla, sarebbe dovuto andare altrove a leccarsi le ferite.

«Io vengo con te.»

Riportò l’attenzione al volto serio di Gioia.

Era lì, l’incarnazione di ogni suo desiderio. Tanto bella da far male.

Poteva guardare l’alcool e resistere alla voglia avvilente di scolarsi qualunque cosa fino a quando non avesse avuto in circolo più veleno che sangue; poteva resistere al prurito di accendersi una sigaretta dietro l’altra fino a quando non gli fossero scoppiati i polmoni, ma non riusciva a dirle di andarsene.

Prese la bottiglia per versarsi un bicchiere di acqua, orripilato si accorse di tremare in modo inconsulto senza riuscire a controllarsi.

La mano di Gioia si poggiò sulla sua guidandolo nei movimenti. Non osò guardarla. Con la sinistra afferrò il bicchiere e bevve.

Lei si alzò e gli si mise in grembo. Giordano scostò la sedia perché potesse incastrarsi meglio tra il suo corpo e il tavolo. I lunghi capelli piovevano lungo la schiena accarezzandogli il braccio e sciogliendo il grumo di lucida determinazione che voleva allontanarla.

Gioia gli passò le mani nei capelli facendogli inclinare la testa indietro fino a quando gli sguardi non si incrociarono.

«Uccidimi se vuoi liberarti di me, perché io non ti lascio più. Mai più.»

Giordano sussultò. La strinse affondando la faccia tra i suoi seni. «Giò» ansimò scuotendo la testa.

Il corpo di lei a cui aggrapparsi, le sue mani addosso, erano tutto quello che aveva desiderato negli ultimi cinque anni. Ogni dannato giorno da quando aveva ripreso la copertura di Giovanni Prezioso si era detto che doveva dimenticarla, che era una distrazione, che aveva una missione e doveva portarla a termine e che non c’era posto per lei nella sua vita. Ed eccolo lì invece, non l’aveva dimenticata anzi aveva ricordato ossessivamente ogni cosa che la riguardava e soprattutto i novantacinque messaggi che aveva ascoltato, l’aveva usata per restare concentrato sulla missione e c’era riuscito.

C’era riuscito, per questo non era più degno di lei.

 

 

Gioia accolse l’abbraccio accarezzandogli il collo e le spalle tese. Non aveva il coraggio di parlare, sentiva il cuore strizzato da una pena così infinita che, anche volendolo, non sarebbe riuscita ad articolare nessun suono di senso compiuto. Cosa gli avevano fatto per ridurlo così?

Lo sapeva cosa… l’avevano marchiato.

«Lasciami» disse lui sciogliendo l’abbraccio all’improvviso.

Cosa? «No!»

Gioia cercò lo sguardo, ma Giordano la scostò brusco, rimettendola in piedi. «Vattene!» le gridò contro.

«No» mormorò incerta. Giordano era come trasfigurato, non sembrava neppure lui.

«Fuori di qui!» La prese per un braccio e, senza che Gioia potesse opporre resistenza, la buttò letteralmente fuori di casa. Le chiuse la porta in faccia.

«Giò! Aprimi» urlò battendo sulla porta. Silenzio. «Giò!»

Appoggiò l’orecchio al legno e udì un rumore di metallo che si incastrava in altro metallo.

La pistola!

Non le avrebbe aperto. Girò l’angolo con un senso di urgenza e scorse la finestra a doppia anta aperta, ci si avventò contro. «Non me ne vado, capito?» Ti amo. Ti amo. Ti amo. Ripeteva dentro di sé quelle parole mentre si aggrappava al cornicione, ringraziò gli allenamenti da arrampicata che le permisero di issarsi veloce e scavalcare il davanzale. Si bloccò appena atterrata dentro.

Giordano era fermo in mezzo alla stanza con la pistola in mano. Alzò lo sguardo tagliente su di lei e Gioia tremò.

«Io sono Casanova, Crimine di Santa Gennaro Sulace» dichiarò con voce cavernosa e accento calabrese.

«No, tu sei Giordano Torrani» ribatté facendo un passo verso di lui con estrema cautela. «Sostituto Commissario della Direzione Investigativa Antimafia di Milano, infiltrato.» L’uomo che amo, ma non osò dirlo, visto come aveva reagito prima.

«Sono un affiliato di rango, e sai come ho avuto il mio nome da camorrista?»

Gioia rischiò un altro passo, ma un gelido terrore la inchiodò sul posto quando Giordano fece scorrere il carrello mettendo il colpo in canna. Cosa aveva intenzione di fare?

«Ero così arrogante, così certo di fregarli ed essere più furbo» disse amaro. «All’iniziazione avevano preso una ragazza, una della tratta. Volevano che me la scopassi davanti a tutti mentre la tenevano ferma.»

Gioia soffocò un singulto, sentì le lacrime e l’orrore salire a offuscarle la vista, cercò di ricacciarle e dominarsi.

«Gli ho detto che non scopavo senza preservativo, che preferivo morire sparato piuttosto che di AIDS. Perché vedi, posso tagliare e spacciare droga, posso rubare, posso sequestrare e anche uccidere per difesa personale, ma lo stupro in quale quadro rientra?»

Gioia approfittò del fatto che fosse preso dal ragionamento per fare un altro passo.

«Ferma lì» disse duro allungando la pistola in avanti. Non gliela stava puntando contro, ma il tono era minaccioso. Riprese da dove si era interrotto. «Te lo dico io in che quadro rientra. Rientra del quadro delle azioni commesse da me. Enzino Sulace voleva farmi fuori, mi ha messo sotto tiro e chiesto alla Santa, suo zio Gennaro Sulace, il permesso di accontentarmi. Ma Sulace invece ha detto che avevo le palle e che era giusto, che quella che mi avevano steso davanti ormai era un cesso ambulante e non era più buona nemmeno per la strada. Ha schioccato le dita e ha fatto saltare fuori una fila di preservativi e poi hanno preso un’altra ragazza e questa non era come quell’altra questa ha iniziato a strusciarmi, a implorare perché la fottessi. Ti prego diceva. Ti prego!»

Era talmente perso in quel ricordo terribile che Gioia osò fare un altro passo, era vicina ora, forse con una mossa veloce poteva disarmarlo. Giordano le piantò di nuovo gli occhi addosso e Gioia si immobilizzò.

«E sai perché mi implorava? Perché quella che io ho rifiutato, quella che Santa ha definito cesso, era appena stata ammazzata con un colpo in testa da Enzino Sulace.»

Oddio! «Giò….» allungò una mano ma Giordano fece un passo indietro.

«Io ho pensato a te. A quello che ti avevo detto che ti avrei fatto, quando fossi stata qui. A come ti avevo baciata. A tutte le volte che ti ho guardato le gambe e il culo. A quella volta che mi sono fatto una sega mentre mi parlavi al telefono.»

«Metti giù la pistola» implorò, ma rimase ferma.

«Ho fottuto come un animale, pensando a te gioia, quella volta e tutte quelle che sono venute dopo. Sono uno schifoso stupratore bastardo!»

«No.» Gioia piangeva senza ritegno ormai. «Non sei così. Tu sei l’uomo che amo.»

Giordano la guardò sorpreso e Gioia ne approfittò per lanciarsi verso di lui, gli allontanò la mano e l’abbracciò stretto. «Ti amo, lo capisci?»

«Quello che ho fatto…»

Gioia si scostò per guardarlo. «Quello che hai fatto tu, l’ho fatto anch’io! Mi sono fatta scopare da Guido Reni e ogni volta pensavo a te. Mi scopava lui, ma era il pensiero di te che mi faceva godere!»

«Non è la stessa cosa. Loro erano schiave, non avevano scelta. Io ho goduto» ribadì cercando di allontanarla, ma Gioia resistette. «Le ho violentate!»

Capiva il suo tormento, ogni parola pronunciata era come una frustata all’anima. Era straziato, da quanto si teneva dentro quel rimorso? Doveva liberarlo.

«Che faceva Enzino Sulace con la pistola mentre tu… te la teneva puntata addosso?»

«Era puntata alla testa della ragazza.»

Per questo implorava, era sotto minaccia e lo era anche lui, era una situazione impossibile di cui non aveva colpa, ma Giordano non la vedeva così. Decise di giocare il tutto per tutto. «È sopravvissuta?»

«Sì.»

«Le hai salvato la vita! Non capisci?» Lui la guardò intensamente. «Se non aveste fatto quello che volevano sareste morti entrambi. Tu lo sai. Dentro di te, tu lo sai.»

Un lampo, un ricordo, un’intuizione ruppero la cortina di orrore che l’avvolgeva. Gioia si asciugò le lacrime. «L’hai fatta uscire dal giro? Era una di loro?»

Giordano corrugò la fronte. «Lo sai? Avevo chiesto a Don Luigi di non dirti niente.»

Sì! Aveva collegato bene… «Non l’ha fatto» lo rassicurò, «mi ha solo detto di aver trovato una via del Signore per raccogliere anime bisognose di Dio. Ho collegato ora che questo è un altro tassello del puzzle degli ultimi tre anni della tua vita. Giò: l’hai fatta fuggire! E non solo lei, ma anche altre. Hai dato loro una nuova speranza di vita e la possibilità di ricominciare.»

«Ma prima ho approfittato di loro!»

«Hai fatto quello che potevi. Chiunque altro al tuo posto non avrebbe potuto fare di più.»

«Ho violato le regole di ingaggio.»

«Fanculo, le regole di ingaggio» sbottò Gioia ripensando alle lezioni allucinanti che riguardavano proprio certi articoli del codice di procedura penale del tutto incompatibili con una gestione seria e realistica delle operazioni sotto copertura. «Sono inadeguate per queste cose. E dammi questa cazzo di pistola» ringhiò prendendogliela di mano e smontandola di nuovo. Questa volta svuotò anche il caricatore da tutti i proiettili facendoli piovere sul pavimento.

Gli occhi trasparenti di Giordano ora la fissavano consapevoli. Forse c’era riuscita a riportarlo indietro tra i vivi.

Forse.

«Baciami» gli disse allacciando le mani attorno al suo collo.

Lui le afferrò le braccia guardandola intensamente. Gioia trattenne il fiato: non avrebbe sopportato un rifiuto.

«Mi hanno marchiato. Non so più chi cazzo sono» mormorò, un ruga profonda gli solcava la fronte.

«Forse tu non sai chi sei, ma io sì. So che ti voglio. So che sei tutti i miei orgasmi e io voglio essere i tuoi. Baciami e scopami. Baciami e fammi tutte quelle cose che mi hai promesso: non mi importa di cosa hai fatto per restare vivo perché io so che avrei fatto peggio di te.»

 

 

Avrei fatto peggio di te.

Chiuse gli occhi. Non diceva sul serio. Non poteva essere vero.

Lei, non era vera. Era un’idea, un’ideale di bellezza pura e intatta, l’ancora a cui aggrapparsi per non impazzire, la fantasia irrealizzabile che svaniva dopo ogni eiaculazione.

Era la proiezione di tutti i suoi sogni.

Le labbra morbide che lo baciavano con ardore. La sollecitazione erotica della danza sensuale all’interno della sua bocca. La consistenza serica della pelle di velluto sotto i polpastrelli. La pienezza del seno premuto contro il suo petto. La voglia bruciante di immergersi nel suo corpo fino a perdere la cognizione del tempo e di sé.

Quando la sentì armeggiare con i bottoni dei jeans, Giordano interruppe il bacio e la guardò.

Labbra rosse e gonfie come il peccato, occhi sensuali velati di desiderio, capelli neri che le arrivavano alla vita, i bottoncini dei capezzoli rivelati dalla maglietta, lunghe gambe ammiccanti… era l’incarnazione dei suoi desideri più oscuri e quel lato selvaggio di sé che aveva cercato di tenere a bada emerse prepotente.

«Non sai cosa cazzo stai dicendo!»

«Lo so benissimo, invece. E so anche cosa sto facendo.»

Mantenendo agganciato lo sguardo al suo, gli abbassò i pantaloni. Non aveva messo la biancheria per cui il sesso eccitato saltò fuori provocandogli un sussulto. Represse un suono strozzato quando sentì che lo baciava sul collo, sul petto e poi più giù: gemette quando gli leccò la punta del glande. Chiuse gli occhi e rovesciò il capo indietro esalando un gemito di piacere quando si sentì avvolgere dalla sua bocca. I jeans erano ai suoi piedi, la mano di Gioia lo sollecitò e lo aiutò a liberare le caviglie dalla prigione dei vestiti. Si strappò dal piacere sensuale della carezza quando sentì la bocca in corrispondenza del tatuaggio.

Lo stava davvero baciando lì? Guardò orripilato giù, la coltre nera dei capelli occultava il viso, ma la sensazione di umido, il brivido che lo percorreva da quel punto e si irradiava fino al cazzo, dichiaravano in modo inequivocabile che non solo lo stava facendo, ma a lui piaceva un casino.

No!

La parola gli esplose in testa. L’afferrò per i capelli tirandola su di peso. La spinse contro il tavolo, furioso.

«Tu non sei la puttana di un camorrista!»

Per tutta risposta lei alzò il mento, fiera, mentre le mani slacciavano gli short aprendoli ed esponendo un lembo del sesso, nudo. Deglutì a secco, sentiva la furia percorrerlo come lava incandescente, era un vulcano pronto a esplodere.

«Sono tutto quello che vuoi che io sia.»

Negò, tenendosi aggrappato all’ultimo brandello di dignità che gli restava: doveva mandarla via.

«Solo tu sai quanto io sia puttana.»

Gli shorts caddero a terra con un rumore sordo e potente che gli sbriciolò l’anima.

Annullò la distanza tra loro e l’afferrò per il collo.

«Vuoi che ti scopi? Vuoi che lo faccia come un mafioso con la sua puttana?»

Non le lasciò modo di replicare, quello che lei voleva ormai era irrilevante: lui voleva fotterla.

La girò mettendola a novanta gradi sulla tavola, le allargò le gambe e il sesso, entrò in lei senza complimenti.

«È questo che vuoi?» ruggì affondando fino a far sbattere i testicoli contro le cosce.

Un suono strozzato uscì dalla sua gola, la mente registrò una vaga somiglianza con un “sì”, ma lui era in preda ad un impulso così primitivo, così animalesco, che non aveva nessuna importanza. Continuò a sbatterglielo dentro fino a quando non esplose in un lampo accecante di godimento.

Rovinò sulla schiena di lei, nascondendo il volto nell’incavo tra la spalla e il collo. Ansimava così forte che i capelli di seta gli entravano in bocca, il loro profumo gli penetrò nei polmoni e nel cervello. Si rese conto di quello che aveva appena fatto, registrò l’immagine di lei prona su quel tavolo, usata come aveva usato tutte le donne che si era scopato sotto gli occhi divertiti di Gennaro ed Enzino Sulace.

Ebbe orrore di sé. Fece per scostarle i capelli dal viso, ma non avrebbe potuto guardarla e dirle che gli dispiaceva: aveva goduto, come avrebbe potuto credergli?

FINE CAPITOLO
LA LETTURA CONTINUA SEGUENDO LA FRECCIA
SE IL LINK NON È ATTIVO IL CAPITOLO È IN ARRIVO

 





Lascia un like o un commento, ma sii gentile, qui tutto è un dono.

i commenti sono soggetti a moderazione