«Moyra» chiamò Craig entrando nella piccola stanza che divideva con la moglie. «Moyra, svegliati.»
Diede un paio di strattoni alla spalla della donna addormentata che si ridestò di soprassalto sedendosi in mezzo al letto.
«Che succede?» chiese spaventata da quel brusco risveglio.
«Mi serve una ragazza. Subito!»
«Craigh Butter,» sbottò oltraggiata «se pensi di svegliarmi nel pieno della notte per chiedermi di trovarti un sollazzo…»
«Ma cosa stai dicendo, moglie?» chiese allibito l’uomo trovando assurda quella supposizione.
Si passò una mano sul volto e si accasciò sul giaciglio accanto alla donna.
«Il figlio del Laird sta morendo» spiegò allora con la voce rotta per l’emozione «e il barone vuole farlo sposare con una ragazza questa notte, per impedire che Glenrock e tutta la sua gente possano finire nelle mani degli inglesi alla sua morte.»
Moyra Butter trasalì a quelle notizie, ma restò in silenzio in attesa che il marito continuasse, iniziando a comprendere il piano del suo Signore.
Era la cuoca della famiglia MacLellan da quando, ad appena sedici anni, aveva preso il posto di sua madre. Aveva poi sposato Craig e accanto a quell’uomo buono aveva visto il barone innamorarsi a più di quaranta primavere compiute e vivere felice per una decina d’anni.
La vita gli aveva strappato quella sposa tanto più giovane di lui e ora gli portava via il figlio che aveva poco più di venticinque anni.
«È una follia!» esclamò Craig.
«Dobbiamo aiutarlo» disse contemporaneamente la moglie.
Moyra si alzò dal letto in tutta fretta, infilò sopra la veste leggera un abito di lana e si allacciò con destrezza i lacci che ne chiudevano il corsetto sul prosperoso seno.
«Chi hai in mente?» chiese Craig riconoscendo nella moglie la consueta determinazione.
La donna finì di aggiustarsi l’abito sui larghi fianchi e poi si diresse alla porta.
«C’è solo una ragazza al castello con l’età giusta e non ancora promessa,» disse voltandosi per accertarsi che lui la seguisse «Glenna Boyle.»
«Glenna?» chiese stupito Craig seguendola fuori dalla stanza e poi per un lungo corridoio che portava alla cucina. «Ma è una sguattera.»
Moyra si bloccò sul posto interrompendo la sua marcia e si girò affrontando il marito con gli occhi scuri che mandavano lampi di collera.
«E cos’hai da dire su chi fatica in cucina?» chiese mettendo le mani sui grossi fianchi. «Glenna è una ragazza a posto, non teme il lavoro ed è pulita.»
«È vedova» bisbigliò l’uomo sentendosi in imbarazzo per aver denigrato un lavoro che in passato aveva svolto la sua stessa moglie.
«Ha sposato una testa calda che dopo soli sei mesi, si è fatto accoltellare per un boccale di birra. Era manesco e cattivo. Il Signore l’ha salvata da una vita d’inferno.»
«Non ne sapevo nulla.»
«Non è una che vada a raccontare in giro i fatti suoi,» rispose la donna puntando l’indice sul grosso petto del marito «e questo è un bene, visto cosa abbiamo intenzione di chiederle.»
Moyra riprese a camminare spedita mentre l’uomo la seguiva, sempre titubante.
«Dicono che sia strana…» borbottò ancora mentre si avvicinavano sempre di più alla cucina.
La moglie si fermò di nuovo e con calma, si girò a fronteggiarlo.
«Lo dicono perché non perde tempo a parlare mentre lavora e non è pettegola come molte altre che le girano intorno. A volte si allontana nei campi per raccogliere le sue erbe e le piace fare il bagno nel ruscello anche d’inverno. Ma le zuppe hanno più sapore da quando uso le sue misture ed è piacevole avere accanto qualcuno che profuma di erica anziché di letame.»
Finì la frase alzando un sopracciglio e guardando Craig in modo esplicito.
Il gigante sembrò ragionare sull’ultimo commento e poi si annusò la camicia mentre la moglie riprendeva il cammino e lui la seguiva.
In effetti lavorare coi cavalli aveva i suoi svantaggi.
La cucina era un ambiente spazioso, immerso nell’oscurità della notte, rischiarato solo dal camino acceso sul quale un grosso paiolo di stagno teneva in caldo una scorta di acqua sempre pronta in caso di necessità.
Un fagotto accanto al camino si mosse e Craig capì che si trattava di una persona, coricata su un piccolo giaciglio di fortuna.
«Glenna, non avere paura sono io» bisbigliò Moyra avvicinandosi al fagotto.
Dal tartan verde che avvolgeva una figura snella, emerse una testa coperta di lunghi capelli neri come la pece, che brillavano al riverbero del fuoco.
«Che succede?» chiese la voce assonnata della giovane donna che, alzando lo sguardo stranito su di loro, scoprì due occhi verdi e chiari, grandi e contornati da folte ciglia nere.
«Il barone. Ha bisogno del tuo aiuto» disse Moyra facendole un sorriso.
«Del mio aiuto?» domandò Glenna rizzandosi in piedi di fronte a loro.
Era alta una buona spanna più di Moyra e aveva le ossa sottili che sporgevano dalla camicia bianca che portava sotto al tartan nel quale era avvolta.
Il viso era dolce e armonioso ma lo sguardo sembrava sospettoso come se si aspettasse brutte notizie.
«Sistemati,» continuò Moyra con voce dolce «ti spiegherà lui stesso di cosa si tratta. Ci sta aspettando nella sala centrale.»
Il cuore di Glenna prese a battere furiosamente.
Cosa poteva aver mai fatto per essere convocata dal padrone nel bel mezzo della notte?
Senza fare altre domande si infilò sul corpo l’unico abito che possedeva e lasciò cadere il tartan sul giaciglio.
Si intrecciò in fretta i lunghi capelli in una grossa treccia al lato del collo e si pizzicò le guance per avere un aspetto sano.
Poi seguì Moyra e il marito verso la sala centrale del castello immerso nel silenzio.
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