THE PERFECT GAME
Capitolo 6 di 34

Scritto il 26/06/2026
da FRANCESCA REDEGHIERI


Rafe aveva assimilato ogni singola parola che era uscita dalla bocca della sua Crispy, e quando aveva scorto le sue lacrime avrebbe voluto sotterrarsi sotto una montagna di terra. Si sentiva come il peggiore degli stronzi, un senso di vergogna gli serrò lo stomaco in una morsa.

Dillon era cambiata nel corso di quei cinque anni, e Rafe si meritava la durezza che trapelava dalla sua voce. Aveva detto di non odiarlo anche se faticava a crederle, perché, se solo i ruoli fossero stati invertiti, lui l’avrebbe fatto. L’avrebbe odiata con tutto se stesso.

Le aveva mentito.

L’aveva abbandonata.

Aveva ignorato la carne della sua carne.

Era stanco di quel peso che gli gravava sulle spalle. Stava cercando di rimediare, e quel dolore pulsante che avvertiva dentro era lo strazio per quello che aveva perso.

Non era passato giorno in cui non avesse pensato a quella bambina e il tatuaggio che portava sul polso ne era la prova. Nessuno conosceva il significato della serie numerica che gelosamente nascondeva sotto il cinturino dell’orologio.

Nessuno aveva il diritto di sapere, perché così nessuno avrebbe avuto il diritto di giudicare.

Adesso tutto era diverso.

Parlare con Connor aveva scatenato una serie di eventi. Ne era stato sopraffatto ed era caduto in un vortice a cui non voleva rinunciare.

Dillon gli aveva chiesto il perché di quel gesto dopo tutti quei lunghi anni di silenzio, ma neanche lui sapeva darsi una risposta. Era stata come una fiamma accesa all’improvviso e Kent, il figlio di Connor, era stato la pietra focaia che aveva innescato la scintilla.

«Sei qui per restare?» gli chiese la piccola. Un fuoco gli scaldò lo stomaco mentre se ne stava inginocchiato davanti a lei cercando di radunare le parole per formare una frase di senso compiuto.

Inspirò dal naso e sentì addosso a Didi l’odore pungente di bagnoschiuma alla fragola e sorrise al ricordo del piccolo alpaca ricoperto di schiuma rosa.

«Se la mamma me lo permetterà, sì.»

Lo sguardo di Rafe si sollevò scontrandosi con il viso inflessibile di Dillon. La vide stringere i denti ma quando Didi prese la sua mano e la scrollò, Dillon puntò gli occhi gentili nei suoi.

Accennò un breve sorriso e acconsentì con il capo.

La piccola cominciò a saltellare dalla gioia, le galosce che aveva ai piedi fecero uno strano rumore a contatto con la ghiaia scricchiolante.

Rafe guardò la sua Crispy, tutta zigomi e limpidi occhi verdi che scintillavano solo per figlia. Aveva labbra morbide e piene che regalavano un tocco di voluttuosa dolcezza al suo viso. La guardò con attenzione, perché si ricordò che a volte, quando sorrideva, sulla sua guancia destra si formava una piccola fossetta.

Per l’ennesima volta rimpianse ciò che aveva avuto e che come uno stupido bastardo aveva buttato via.

Il consenso strappato con la forza a Dillon non era un traguardo ma un semplice primo passo, e Rafe si domandò come avrebbe fatto per ritrovare la strada che lo aveva allontanato dal suo cuore.

Avrebbe fatto tutto ciò che era in suo potere per meritarsi quell’occasione. Aveva tutte le intenzioni di andare fino in fondo e, come nel baseball, avrebbe raggiunto la casa base.

Alle sue spalle un clacson iniziò a strombazzare e, voltandosi verso quel frastuono, vide un vecchio pick-up blu oltrepassare i cancelli del ranch per poi imboccare la strada ghiaiata che l’avrebbe portato verso di loro.

Attaccato dietro c’era un rimorchio e, a giudicare dal belare che ne usciva, Rafe comprese che era carico di pecore.

Una nuvola di polvere bianca si sollevò dietro il traino e, quando con una frenata il fuoristrada inchiodò a pochi passi da loro, vide la figura ingombrante e un po’ invecchiata di Butch sbucare dal finestrino abbassato, intanto che un cane da pastore dal muso affusolato e dal manto scuro gli saltava in grembo con la lingua penzoloni.

Butch batté con la mano sulla portiera, allungando il braccio oltre il finestrino. Accennò un sorriso sotto la barba ingrigita che gli copriva metà del volto, e i suoi occhi chiari brillarono come schegge di diamanti.

«Che mi venga un accidente, chi non muore si rivede!» esclamò mentre il suo sguardo incrociava subito quello della nipote. «Tutto bene?» le domandò con un grugnito che gli vibrò dal petto.

«Ciao, Butch» disse Rafe quando il cane saltò fuori dal finestrino abbassato e, andandogli accanto, gli annusò le gambe prima di trotterellare verso Didi, la quale inginocchiandosi a terra lo abbracciò.

«Ciao, Spot!» gridò la piccola nel momento in cui l’animale le leccò una guancia.

Dillon acconsentì con il capo allo zio, ma il sorriso tirato stava gridando tutto il suo dissenso.

Un movimento indistinto sull’altro lato del pick-up attirò l’attenzione di Rafe, alzando gli occhi fu accecato dal sole del tardo pomeriggio.

Una portiera venne sbattuta con forza e, quando lui guardò di nuovo, vide dei granelli di polvere danzare controluce.

«Archer!» strillò Didi sollevandosi da terra e, prima che Rafe riuscisse a mettere a fuoco il viso del nuovo arrivato, la bambina gli volò tra le braccia avvolgendogli le braccia al collo.

«Ciao, scricciolo» disse il nuovo arrivato. La piccola gli afferrò le guance ridendo di gusto. «Tu non immaginerai mai cosa ti abbiamo portato» continuò lo sconosciuto.

«La fidanzata per il Signor Erre?» domandò incuriosita, divincolandosi dalle braccia di quello strano cowboy.

Un senso di disagio serpeggiò addosso a Rafe, che vedendo quelle effusioni così confidenziali s’impietrì al pari di una colata di cemento che gli correva densa lungo la spina dorsale.

Non gli sfuggì lo sguardo di Mister Cowboy alla sua Crispy; dopo aver messo Didi a terra, allungò la mano in avanti per presentarsi.

«Ciao, io sono Archer.»

«Rafe» disse lui mentre un ramo spinato gli si incastrava nel petto.

«Cosa mi avete portato?» domandò Didi saltellando verso il retro del rimorchio con il cane al seguito. Dopo un attimo di imbarazzo, Archer guardò Dillon, le sorrise, e poi raggiunse la bambina che con uno strillo si fece issare sulle sue spalle.

Una pugnalata attraversò il cuore di Rafe e un sentimento a lui sconosciuto glielo affettò, come se un’ascia ben affilata glielo avesse spaccato in due.

Alzò lo sguardo da terra e non si stupì quando vide Butch guardarlo con gli occhi stretti in due gelide fessure.

«Che hai intenzione di fare, ragazzo?» chiese.

«Conoscere mia figlia.»

Butch lo guardò senza proferire parola e, inclinando il capo da un lato, scrutò la nipote.

«A te sta bene?» chiese.

«Ho forse qualche altra scelta?» lo rimbeccò Dillon.

«Sì, rimandarlo con un calcio in culo dov’è stato finora» rispose lui con un grugnito portandosi le mani sui fianchi, e Rafe non ebbe il coraggio di contraddirlo.

Aveva sempre avuto troppa stima per quell’uomo all’apparenza scorbutico ma dal cuore grande per mettere in discussione ciò che stava dicendo, anche perché non c’era proprio nulla da ribattere.

«So che non lo farai perché hai a cuore tua figlia, e lei ha bisogno di conoscerlo, anche se è il più grande stronzo che il Vermont abbia mai sputato.»

Un sorriso distese le labbra di Rafe perché quella frase era uscita anche dalle labbra di Connor.

«Quanto ti fermerai?» gli chiese Butch a bruciapelo.

«Non ne ho idea» sospirò mentre si portava le mani sui fianchi e con la punta della scarpa scavava un solco nella ghiaia. «Il campionato inizia tra un paio di settimane, quindi direi di affrontare un giorno per volta.»

Dillon, che era stata in silenzio fino a quell’istante, grugnì e la vide inarcare un sopracciglio.

«Zio Butch, non avresti dovuto aspettarti una risposta diversa da lui.» Le sue labbra tirate assunsero l’aspetto di due lame taglienti. «Era prevedibile che mettesse in chiaro quando inizierà il campionato piuttosto che preoccuparsi di non stravolgere le giornate di sua figlia.» Gli occhi della sua Crispy lo perforarono, e Rafe si perse tra le sue iridi che avevano il colore delle foglie di primavera. Venne trafitto da quel verde intenso.

«E poi, Rafe, che farai?» lo incalzò ma non ebbe il tempo di risponderle che Didi gli corse incontro strillando.

«Papà, vieni a guardare!» strillò nel momento in cui gli afferrava la mano, cercando di trascinarlo verso il furgone. «Il rimorchio è pieno di agnellini e sono tutti in cerca di una mamma come me.»

Senza aggiungere altro, Rafe si lasciò guidare verso il retro del rimorchio.

Dillon aveva usato un tono tagliente, ma come poteva darle torto? Lui voleva restare, ma sapeva di non avere il diritto di pretendere niente.

«Ti fermi con noi per cena?» chiese Butch, prima che arrivasse alla rampa sul retro. Il corpo di Rafe s’irrigidì e, intanto che la bimba gli saltellava intorno, puntò lo sguardo su colei che un tempo era stata la sua più cara amica.

Scrutò nei suoi occhi cercando il consenso per poter restare, e benché fosse distante, vide all’improvviso la luce svanire dal suo sguardo. Ne restò solo un barlume, simile allo stoppino di una candela appena spenta con un soffio.

«Se a Dillon va bene, molto volentieri.»

«Evviva!» strillò Didi mentre continuava a saltellargli intorno. «Mammina, oggi sarà il giorno più bello di sempre.»

E Rafe a quelle parole si sentì avvolgere da una coperta soffice e calda.

«Allora è deciso» sentenziò Butch dopo aver guardato per un attimo nella direzione della nipote, la quale però non rispose.

Era rimasta ferma e immobile a guardarlo, ma lui sentì il pungiglione acuminato di una vespa pungolarlo con forza.

«Archer, ti fermi anche tu con noi?» domandò Dillon rompendo finalmente il suo silenzio e spostando lo sguardo verso il cowboy.

«No, grazie, un’altra volta.» Gli occhi di Rafe lo scrutarono con attenzione, nella speranza di riuscire a capire cosa lo legasse alla sua Crispy, e il dubbio di essere arrivato troppo tardi lo trapassò al pari di un dardo appuntito. «Devo mettermi d’accordo con i ragazzi per la tosatura, e penso che lo faremo questa sera davanti a una birra giù al pub» aggiunse Archer.

Crispy annuì e quando tornò a posare gli occhi su Rafe, un brivido improvviso gli corse lungo la schiena, perché in quello stesso istante capì che non ci sarebbe stato niente a cui appigliarsi se solo lei gli avesse fatto capire che il suo perdono non sarebbe mai arrivato.

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