La riunione stava risucchiando tutte le energie di Rafe e, nonostante il coach stesse sbraitando da ore, lui non faceva altro che perdersi tra i suoi pensieri, i cui unici protagonisti erano i baci fugaci che lui e la sua Crispy si erano scambiati.
A quel ricordo, la sua pelle venne attraversata dalle fiamme: solo le labbra di Dillon avrebbero potuto lenire quel bruciore come fossero state un balsamo fresco.
Era stato un bacio fatto di fuoco e ghiaccio. Due opposti che si erano uniti, scatenando conseguenze che sarebbero state pericolose.
Il corpo di Rafe formicolò dinanzi all’illusione di essere di nuovo a contatto con quello di lei, fino a che la voce baritonale del coach DeLuca rallentò il battito del suo cuore, riportandolo alla realtà.
Erano stati tutta la mattina dentro la sala meeting del Fenwey Park e, sebbene fosse stato raggiunto dal suo agente e dalla figlia Hellen, non aveva lasciato un attimo la sala, non degnandoli un attimo della sua attenzione.
Non aveva voglia di parlare con lei e non sentiva la necessità di dare spiegazioni a lui su dove fosse stato in quei giorni.
Rafe aveva fatto colazione con i suoi compagni di squadra e, tra pacche sulle spalle e aggiornamenti sui vari infortuni, la mattinata era volata in un baleno.
Una nuova vibrazione lo colpì alla coscia, senza volerlo si ritrovò a sorridere quando intuì che fosse la sua piccola Dizzy; da quando era tornata da scuola, ogni dieci minuti gli inviava un’emoticon differente insieme alla scritta papà.
Era da tanto tempo che uno sciame impazzito non si appropriava così del suo stomaco, anche se a pensarci bene forse non era mai accaduto veramente, e Rafe sfilò il cellulare dalla tasca con disinvoltura.
Sorrise quando vide l’emoji di uno strano animale bianco che assomigliava tanto a un alpaca, affiancato da uno smile dagli occhi a cuore, illuminargli il telefono.
Crispy: Ciao papà, ache il signor erre ti fa ciao.
Guardò distrattamente il coach che continuava a sbraitare strategie di gioco per l’inizio imminente del campionato, e un tuffo al cuore lo emozionò dinanzi a quella n mancante che portava dentro di sé la scrittura infantile della sua bambina.
Digitò una risposta frettolosa, prima che il suo nome venisse urlato e rimbalzasse tra le pareti bianche della sala.
«Marshall, che c’è di così importante su quel dannato telefono?»
«Niente, coach» si giustificò Rafe, incrociando lo sguardo inferocito dell’allenatore.
Si fece scivolare di nuovo il cellulare in tasca e, guardando davanti a sé, lasciò DeLuca continuare il suo monologo.
«Andiamo, femminucce» li derise il mister scrutandoli uno a uno. «Se quest’anno abbiamo intenzione di vincere il campionato, dobbiamo lavorare sodo. Siamo in trincea e non possiamo contare solo sul braccio di Rodriguez e sulle sue magiche palle curve. Non mi interessa se qualcuno di voi pensa di essere la stella della squadra. Se non mi dimostrerà il suo valore, lo sbatterò in panchina.»
Un’altra ora passò, fino a che i giocatori cominciarono a uscire.
Rafe stava seguendo i suoi compagni, quando la voce baritonale dell’allenatore lo bloccò.
«Marshall, due parole.»
«Arrivo subito, ragazzi» disse Rafe dando una pacca sulla spalla di Rodriguez, e con passo cadenzato si avvicinò all’uomo che da un paio d’anni dirigeva la squadra come fosse una grande famiglia.
«Mancano poco più di dodici giorni all’inizio del campionato e voglio che ti alleni sulla velocità di lancio» esordì il coach con voce ferma.
Rafe lo guardò per un tempo che parve lunghissimo. Sapeva che non poteva contestare un comando del mister, ma aveva fatto una promessa a sua figlia e non voleva deludere le sue aspettative in nessun modo.
«Mister, mi dispiace, ma non posso restare qui a Boston, devo assentarmi per un altro paio di giorni.»
Gli occhi da falco di DeLuca lo scrutarono attentamente.
«Questo è un ordine, figliolo, le avventure con le tue innumerevoli groupie dovranno essere rimandate» disse, mimando con le dita le virgolette alla parola groupie.
«Non è questo, mister, non c’è nessuna ragazza» disse grattandosi in testa con fare impacciato. «O meglio, ce n’è una, ma le giuro che non è come immagina.»
«Allora che c’è? Perché a me sembra che da stamattina tu non abbia fatto altro che digitare su quell’affare» disse il mister rabbioso indicandogli la tasca dov’era infilato il telefono. «Ti sei perso buona parte della riunione formativa per messaggiare con qualcuna, e tu sai che io non accetto questo genere di stronzate.»
«Mi dispiace, ma deve credermi se le dico che non è affatto come sembra.»
«E com’è allora? Illuminami, Marshall.» DeLuca si mise le mani sui fianchi e, allargando le gambe, rese il suo atteggiamento ancor più intimidatorio.
Il capo di Rafe ciondolò in avanti, inspirò e fece scivolare fuori insieme al fiato anche la verità a lungo taciuta.
«Fino a ieri sono stato in Vermont a conoscere mia figlia e contavo di restare con lei fino all’inizio del campionato.»
«E da quando hai una figlia?» gli domandò il coach, incrociando le braccia sul petto e scrutandolo con attenzione.
«Da cinque anni, ma sono stato un bastardo e sto cercando di fare ammenda per il suo bene.»
«Rafe…» continuò DeLuca.
«La prego, coach, le giuro che mi allenerò, anche se non sarà all’interno di questo stadio, ma ho bisogno di andare da lei.»
Gli occhi dell’allenatore si ridussero a due gelide fessure.
«Se mi stai raccontando una stronzata…»
«No signore, non lo farei mai.»
Il silenzio che si propagò all’interno della sala rombò nelle orecchie di Rafe, fino a che l’allenatore lo ruppe con un grugnito che gli fuoriuscì dal petto.
«Hai dodici giorni, Marshall, per risolvere i tuoi casini personali, e poi ti voglio concentrato solo sul campionato e sui Red Sox. Fai quello che credi sia meglio per te e per lei, ma poi non ammetterò altre puttanate, siamo intesi?»
«Certo, signore» rispose mentre una strana euforia gli attraversava il corpo. Prima ancora di rendersene conto, si ritrovò a correre attraverso la sala diretto verso l’uscita; aveva già la mano sulla maniglia, quando DeLuca lo richiamò.
«Marshall.»
Rafe, voltandosi, lo guardò.
«Questo è l’unico avvertimento che ti do.» Rafe non disse niente, ma acconsentì con il capo. «Cerca di non mandare a puttane la tua carriera, sei a tanto così da essere nella rosa dei migliori giocatori.»
Il coach allineò il pollice e l’indice della sua mano destra, e lui venne attraversato da una scarica.
Era una sensazione bellissima sapere di essere uno tra i giocatori più quotati della Major League e una scossa piacevole gli sfrigolò sottopelle.
Aveva appena imboccato il corridoio verso l’esterno dello stadio, quando una voce stridula lo chiamò; Rafe, anche senza voltarsi, sapeva già a chi appartenesse.
Si portò le mani sui fianchi e, girandosi appena, si scontrò con una ragazza mora dalle curve sinuose e dai lunghi capelli neri che, simili a una cortina, le ricadevano sulle spalle lasciate scoperte.
Indossava un vestito aderente che accentuava ogni sua curva e, nonostante fosse una bella ragazza, un’impressione sgradevole gli vorticò nello stomaco.
«Summer.» Quel nome gli uscì dalle labbra come un ringhio.
«Ciao, Rafe» disse lei arrotolandosi una ciocca di capelli intorno al dito laccato di rosso. «Ho appena incontrato Hellen e mi chiedevo se potessimo fare qualcosa di bello, noi tre insieme, per movimentare un po’ questa giornata.» La mano della ragazza gli si appoggiò al petto, con le unghie gli graffiò la maglietta aderente.
Un pizzico fastidioso lo trafisse lungo le braccia e, agguantandola per il polso, si tolse la sua mano di dosso.
«Non credo che sia il caso, Summer.»
«Perché no?» gli chiese, arricciando le labbra dalla delusione. «Io e Hellen sapremmo come farti felice e io propongo di farlo senza vestiti addosso.»
«Non penso sia una buona idea» disse lui mentre cercava di mettere un po’ di distanza tra i loro corpi, a suo avviso troppo vicini, e allontanandosi di un passo. «Per il semplice fatto che mi sentirei a disagio dal momento che sono molto amico di Connor. Te lo ricordi vero il padre di tuo figlio?» aggiunse poi in tono piccato.
Gli occhi scuri e freddi di Summer si ridussero a due lame taglienti e, intanto che un rumore di tacchi si propagava lungo il corridoio, un nuovo, fastidioso disagio gli serpeggiò addosso.
Rafe si voltò e il suo sguardo cadde su Hellen che si stava avvicinando all’amica. Le scrutò entrambe e le vide molto più simili di quanto fisicamente non sembrassero.
Avevano un’aura tanto sensuale quanto tossica; erano come due sanguisughe che una volta che ti si attaccavano addosso difficilmente si sarebbero staccate.
Aveva avuto più di un’avventura tra le lenzuola con Hellen, ma questo non sarebbe più successo, tantomeno insieme a Summer.
Con un ulteriore passo indietro, Rafe mise ancora un altro po’ di distanza tra lui e le due ragazze.
«Rafe non vuole divertirsi con noi» miagolò l’ex di Connor, avvolgendo un braccio attorno alla vita stretta di Hellen, fasciata da un vestito aderente e rosso come i suoi capelli.
«Perché no?» gli chiese quest’ultima, annullando la distanza che lui aveva creato e mettendogli le braccia intorno al collo. Avvicinò le labbra al suo orecchio e sussurrò:
«Ricordo che un tempo ti piacevano i giochetti a tre.»
Un senso di fastidio lo valicò al pari di una saetta distruttiva nel momento in cui lei gli leccò il lobo dell’orecchio con fare sensuale.
Un flash del passato gli perforò la mente; un’immagine vivida di lui e Hellen insieme a un’altra studentessa universitaria lo fece vergognare e disgustare come mai prima d’ora.
Con rabbia, si staccò le braccia di Hellen di dosso e l’allontanò. Vide i suoi occhi luccicare di delusione mentre si stringevano in fessure taglienti.
Rafe ruotò sui suoi stessi passi e si allontanò da quelle due serpi, prima che il loro veleno rischiasse d’intossicarlo.
«E ora dove te ne vai?»
«Ho altre faccende da sbrigare in Vermont» disse senza voltarsi. «Di’ a tuo padre che sono già d’accordo con il coach di rimanere là fino all’inizio del campionato.» Sollevando una mano le salutò, lasciandole silenziose alle sue spalle.
***
Il suo vecchio Silverado, confinato oramai da qualche anno in un garage polveroso, si accese al primo colpo sputacchiando una nuvola di fumo grigio e denso, e il suo motore V8 Vortec rombò di piacere.
Le lingue di fuoco del tramonto stavano già disegnando il cielo e lui, scrutando Boston che si allontanava dallo specchietto retrovisore, sorrise estasiato.
Aveva fatto una fermata obbligatoria al negozio di autoaccessori e ora sfoggiava sul sedile posteriore un bellissimo seggiolino, su cui la sua piccola Didi si sarebbe potuta appollaiare.
Tamburellò con le dita sul volante. L’aria fresca entrava dai finestrini abbassati, e Rafe si stupì di quanto poco tempo fosse passato dall’ultima volta che aveva intrapreso quel viaggio.
Solo un paio di giorni prima non si sarebbe mai aspettato di vivere quello che stava provando in quell’istante; un brivido di gioia pura gli scivolò lungo la schiena, irradiando di felicità il resto del suo corpo.
Fischiettò e, con la mano che fino a un attimo prima era appoggiata al cambio manuale del pick-up, si accarezzò il busto, proprio all’altezza del tatuaggio dove la bilancia che gli ricopriva il pettorale destro aveva dimora, e sentì la morsa dell’edera allentare il suo groviglio.
Il suo cellulare iniziò a vibrare segnalando l’arrivo di una chiamata e, quando lesse sul display un nome familiare, rispose con il sorriso stampato sulle labbra.
«Ehi, bello» disse Rafe, ma dall’altro capo della linea non uscì nemmeno un suono. Rafe, staccando il telefono dall’orecchio, controllò il display per vedere se la linea fosse caduta, poi un rumore ovattato gracchiò dall’apparecchio.
«Ciao» gli disse una vocetta squillante. «Sono io, Kent.»
«Ciao Kent senza Clark, come va?»
«Bene e tu?»
«Non potrebbe andare meglio, a cosa devo la tua chiamata, amico?»
La linea tornò di nuovo silenziosa per un attimo, poi il bambino ricominciò a parlare.
«Veramente mi sto esercitando con i numeri.»
«I numeri?» chiese lui confuso. Una folata di aria fresca entrò dal finestrino abbassato, scompigliandogli i capelli.
«Ah ah. Il papà mi detta i numeri, e io li devo comporre. Ho già chiamato nonna Pauline, ma era alla serata Bingo e non poteva parlare; ho chiamato Brin, ma era sotto la doccia e non mi ha risposto; così il papà mi ha dettato i numeri per chiamare te e per fortuna tu hai risposto.» Avvertì un forte sospiro attraversargli l’orecchio e immaginò che il piccolo Kent gli avesse detto quella frase tutta in un colpo solo senza respirare.
«Complimenti allora per non aver sbagliato nemmeno un singolo numero.»
«Grazie.» Il tono della sua voce si alzò, come se si stesse crogiolando nella pura soddisfazione. «Sto diventando bravo e i numeri mi piacciono tanto tanto.»
Rafe sentì altre voci in sottofondo e restò in attesa.
«C’è il mio papà che ti vuole parlare. Stai lì che te lo passo, va bene?»
«Certo, non mi muovo. Ciao, amico.»
«Ciao ciao.»
Un forte rumore gli attraversò il timpano rimbalzandogli contro; come se il cellulare che stava usando il bambino avesse sbattuto da qualche parte, poi la voce squillante di Connor lo raggiunse.
«Ehi, Marshall.»
«O’Reilley.» E per un attimo quel loro saluto lo riportò indietro nel tempo, quando entrambi vestivano la maglia dei Red Sox.
«Come va? Sei poi riuscito a fare quello che volevi?»
«Per quello che volevi, intendi conoscere finalmente mia figlia?» chiese lui con il cuore che gli galoppava nel petto. «Puoi scommetterci, Conn, e non puoi immaginare quello che ho trovato.»
Connor restò in silenzio, e lui sentì solo il fruscio del suo respiro.
«Grazie, amico» sussurrò Rafe. «Grazie per avermi spronato a farlo, perché quello che ho scovato dall’altra parte della paura è qualcosa di assolutamente inspiegabile.»
«Quindi è andata bene?»
«Diciamo che è andata, e non può che migliorare.» Poi il suo pensiero trottò verso Dillon, e le parole che gli sgorgarono fuori dalla bocca furono simili all’acqua che straborda da una falla. «Non so dove mi porterà tutto quello che sto provando, ma intendo ricucire anche il rapporto con quella donna straordinaria che, guarda caso, è la madre di mia figlia.»
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