Dillon non aveva idea da quanto tempo fosse distesa sul letto a guardare il soffitto. Impaziente e accaldata, si voltò sulla schiena, innervosita dal sonno che faticava a raggiungerla.
Si portò una mano sulla fronte, scostò i capelli aggrovigliati e cercò di fare lo stesso anche con i pensieri, che non facevano altro che gridarle in testa.
Qualcuno bussò alla porta.
Tre colpi decisi e ben assestati rimbombarono nel silenzio della casa e lei, alzandosi, si avviò verso l’ingresso, lasciando dietro di sé una scia di luci accese.
Aprì l’uscio dopo aver sbirciato dietro la tendina, e si trovò davanti Rafe con gli occhi arrossati e i capelli scuri sparati in tutte le direzioni.
Li portava rasati sui lati e più lunghi in cima, ma adesso sembrava che mani indisciplinate li avessero strattonati; una punta di gelosia le pizzicò lo stomaco, quando le sue riflessioni corsero in una direzione illecita.
Il dolore del passato era ancora lì, avvolto in un guscio sottile, ma il modo di comportarsi di Rafe negli ultimi giorni stava facendo crepare quel piccolo involucro, frantumandolo.
«Rafe» sussurrò lei con un piccolo barlume di fiato che le si era incastrato in gola, scrutandolo dal basso verso l’alto, illuminato solo dalla luce fioca della veranda. «Che ci fai qui?»
Il padre di sua figlia mosse un passo nella sua direzione e, appoggiando una mano al telaio di legno, si piegò in avanti.
Il profumo muschiato che aveva addosso la raggiunse, prima ancora che i loro occhi s’incrociassero.
Rafe si sbilanciò in avanti, rischiando di caderle addosso se solo lei non avesse appoggiato le mani sul suo torace ampio. Dillon percepì sotto le sue dita ogni singolo avvallamento di quei muscoli scolpiti.
Qualunque cosa ci fosse tra loro stava crescendo, e ogni giorno diventava sempre qualcosa di più, anche se lei avrebbe voluto combatterla con tutte le sue forze.
«Sei ubriaco?» gli domandò nello stesso istante in cui avvertì sotto i polpastrelli i suoi pettorali contrarsi a quel contatto. Lei, a disagio, abbassò le mani prima ancora che lui potesse risponderle.
«No, Dillon, non sono per niente ubriaco, ma vorrei tanto esserlo.»
Gli occhi di Dillon si scostarono dalla magnificenza di quei topazi preziosi e fissarono la mano di Rafe che ancora era appoggiata alla porta, accanto alla sua testa.
La vide contusa e, nonostante la poca luce, scorse le nocche incrostate di sangue.
«Oh mio Dio, ma che hai fatto?» domandò prendendogli il palmo nel suo e trascinandolo dentro casa. «Rafe, che hai combinato?»
Le sue dita erano come animate di vita propria e, anche se non avrebbe mai voluto farlo, lo accarezzò con la punta dell’indice, muovendolo in circolo e sfiorando con attenzione le parti lacerate.
«Ho fatto quello che avrei dovuto fare tanti anni fa, quando mi hai parlato per la prima volta di quello stronzo del tuo ex.»
«Hai picchiato Brandon Foster? Perché?»
«Ha detto due parole di troppo. Nessuno può permettersi di parlare così di te.»
Dillon non ebbe il tempo di fare un passo indietro, che Rafe allungò un braccio verso il suo viso e le accarezzò il labbro inferiore con il pollice; lei cercò di alleviare quel fastidio e se lo morse.
Restarono lì, a fissarsi a lungo, e nessuno dei due diede l’impressione di volersi muovere; forse per paura di interrompere quella strana connessione che si era creata tra loro.
Il cuore le pulsò nel petto intanto che Dillon pensava al padre di sua figlia che prendeva a pugni quel viscido di Brandon.
Nessuno aveva mai fatto una cosa simile per lei e, nonostante non ne avesse alcun diritto, la sua mente galoppò lontana.
Il suo corpo s’irrigidì e trattenne un ansito nel momento in cui Rafe scese con la mano lungo la gola, nell’incavo che rivelava la pulsazione frenetica del suo battito, accarezzandola teneramente con la punta delle dita. La esplorò dolcemente, accendendo la sua pelle di brividi gelidi e potenti.
«Avrei preso a pugni l’intero e stramaledetto bar per te» sussurrò lui, mentre i suoi occhi blu non avevano smesso un attimo di guardarle la bocca. Abbassò le ciglia scure senza smettere di guardarla con ardore.
Dillon era troppo scioccata per opporre resistenza, così si ritrovò a fissare il viso di Rafe, che lentamente avvicinava i loro volti, allineando i loro respiri.
«Perché, Dillon, non faccio altro che pensare a te? Dimmelo» le chiese lui intanto che il suo naso le sfiorava la curva della guancia e il battito del suo cuore accelerava, al pari di un’auto da corsa su un circuito. Il suo alito caldo le stuzzicò il punto sensibile appena sotto l’orecchio e le sue labbra impudenti le scivolarono sulla gola, facendole contrarre i muscoli delle sue parti intime.
«Sto morendo dalla voglia di baciarti, Crispy, ma non lo farò» sentenziò lui mentre i loro nasi si sfioravano, delicati e simili alle carezze di una piuma. «Ti ho giurato che non l’avrei più fatto senza il tuo permesso, e intendo mantenere la parola.»
Restarono lì, fermi e immobili, a respirarsi addosso; tutte le emozioni, a lungo sopite nella parte più recondita del cuore di Dillon, sgorgarono fuori.
«Chiedimelo, Crispy.»
In quell’attimo, qualcosa nell’armatura di ferro di cui si era rivestita s’incrinò.
«Hai fatto a pugni per me, Rafe?» ripeté lei.
«Farei di tutto per te.»
Come ultima via di fuga lei si guardò intorno, come se stesse cercando una qualsiasi forma di sollievo dal fuoco che le sue parole le avevano appiccato addosso.
«Non verrò a letto con te, e…»
«Non te l’ho chiesto» le sussurrò lui a fior di labbra intanto che nei suoi occhi passava una scintilla.
«E non ti chiederò nemmeno di baciarmi.»
Le parole uscirono dalla bocca di lei al pari di un flebile sospiro ma, quando vide un sorriso felino sollevare appena un angolo della bocca di Rafe, boccheggiò come se tutta l’aria che le riempiva i polmoni le fosse stata risucchiata via.
«Allora sono pronto ad augurarti la buonanotte.» Eppure, non si mosse di un singolo centimetro. «Chiedimelo, Crispy.»
Dillon inspirò a pieni polmoni, ogni sua terminazione nervosa era attratta da lui al pari di un magnete e desiderava anche il più piccolo contatto.
Quelle parole, che voleva così tanto pronunciare, le restarono incastrate in gola e sospirò con la consapevolezza che privarsi di lui sarebbe stato doloroso.
«Non so dove tutto questo ci porterà. Sono parole semplici, ma non riesco a pronunciarle. Ho solo bisogno…» sussurrò lei.
«Di cosa?»
«Di te.»
Le labbra di Dillon si scontrarono su quelle di lui con forza.
Rafe le racchiuse il viso tra le sue mani forti e callose, come se volesse attingere a una qualche misteriosa sorgente che era dentro di lei.
Le insinuò la lingua in bocca, saccheggiandola, e dentro di lei si accese un fuoco che effondeva calore a tutte le sue parti intime.
Ogni battito del cuore dipese da un respiro alle prese con un percorso difficile.
Si sentì stordita e, chiudendo gli occhi, si aggrappò al collo muscoloso di Rafe, poi si sollevò sulle punte dei piedi baciandolo più intensamente.
Ogni carezza della sua lingua mise un cerotto sul suo petto dolorante, e ogni bacio che le stava dando appoggiava una benda sul suo dolore passato.
Lei sentì la sua presa salda e forte attirarla a sé, e il corpo di Dillon si fuse contro il suo come fosse stato burro caldo.
Le mani di Rafe le donarono lente carezze, scendendole lungo la schiena, impigliandosi tra i suoi lunghi capelli sciolti e, quando raggiunsero le natiche, le strizzarono con forza, spingendola contro l’erezione di lui che non poteva più essere ignorata.
Quel ragazzo stava invadendo ogni poro della sua pelle accaldata; la stava baciando intensamente, come se avesse avuto qualcosa da dimostrare, un punto vitale da chiarire.
«Il tuo sapore è simile a una droga, Crispy» ansimò lui a fior di labbra, mentre senza alcuna fatica la sollevava da terra facendole intrecciare le gambe attorno ai propri fianchi snelli.
Labbra, lingua e denti cozzarono frenetici tra di loro e Rafe, oltrepassando l’uscio della camera da letto, l’adagiò sul materasso.
I loro sguardi s’incrociarono e lui, somigliando a un gatto veloce e furtivo, le si fuse addosso, sdraiandosi sopra, senza però gravarla con il suo peso.
Appoggiò gli avambracci ai lati della testa di Dillon e, accarezzandole i capelli, ricominciò a baciarla per diversi minuti, lunghi e confusi, sgretolandosi in tanti piccoli pezzi.
Dillon era sotto il suo potere e per una volta si concesse di non fare nulla, se non sentire solamente lui, le sue mani e la sua bocca sul suo corpo.
Il viso di lei si voltò verso il polso di Rafe, dove sotto l’orologio sapeva esserci il tatuaggio con la data di nascita di Didi.
«Toglilo, voglio vedere quello che c’è sotto.»
Lui strizzò appena gli occhi e, ruotando sulla schiena, le si sdraiò accanto. Slacciò il cinturino e sollevò il braccio sulle loro teste, facendo in modo che entrambi riuscissero a vederlo bene.
Dillon si alzò nello stesso istante in cui gli agguantò il polso, salì a cavalcioni sul suo grembo e si portò la sua mano alla bocca.
Baciò con riverenza quella data incisa in maniera indelebile sulla sua pelle e poi, come spinta da un bisogno incontrollabile, gli sollevò la maglietta, arrotolandogliela sulla parte alta del busto.
Passò un dito sul tatuaggio della bilancia e, piegandosi in avanti, ricalcò il rilievo con la lingua, per poi succhiargli subito dopo la barretta di metallo che gli decorava il capezzolo.
Sentì l’uccello di Rafe gonfiarsi a contatto con le sue parti intime e oscillando cercò di creare un attrito che riuscisse ad alleviarle il fastidio pulsante che aveva in mezzo alle gambe.
Lui emise un gemito e quel maledetto ansimo ridusse la distanza che c’era tra loro, insinuandosi nella parte più intima di Dillon, avvolgendo ogni fibra del suo essere.
Si sentì vivere e morire nello stesso istante perché, nonostante tutto il piacere che stava provando, era consapevole che Rafe tanti anni prima aveva maltrattato il suo cuore, riempiendolo di lividi.
Adesso invece era come se tutte le loro parti avessero aspettato quel momento per unirsi in un incastro perfetto.
«Lo senti, Crispy, quanto ti voglio?» le domandò mentre cercava di toglierle la maglietta che aveva addosso; Rafe gliela sollevò e, scoprendole i seni nudi, li agguantò con i palmi callosi.
Dillon vide lo sguardo di lui brillare di lussuria e una sensazione di beatitudine s’impossessò di lei. Le passò i pollici sulle punte indurite dei seni, e lei si sentì come se un uragano imperversasse sotto la sua pelle accaldata.
Si piegò in avanti, pelle contro pelle, schiacciandosi contro i suoi muscoli definiti e lo baciò con tutto il desiderio che le scorreva dentro.
«Sei pronta, Crispy?» le chiese Rafe, staccando appena le loro labbra, e la sua voce roca le risuonò accanto all’orecchio. «Perché sono intenzionato a divorarti e sentire se il tuo sapore è dolce come le barrette che tanto amavi.»
Con un colpo di reni, Rafe invertì le loro posizioni, e Dillon si ritrovò supina con lui che le gravava di nuovo addosso.
L’accarezzò, scendendo dalla clavicola al solco dei seni per poi arrivare sulla sua pancia. Si piegò in avanti e con la punta della lingua girò attorno all’ombelico mentre con mani esperte le sfilava i pantaloncini, lasciandola solo con le mutandine.
«Sei così bella» le disse, con gli occhi che la esaminavano pieni di lussuria. Il corpo di Dillon formicolò di desiderio dalla testa ai piedi e ogni cellula del suo corpo crepitò, implorando il suo tocco.
Aprì appena le palpebre pesanti, scrutandolo nel momento in cui vide il suo sguardo affilarsi e, quando lo osservò piegare appena il capo di lato, capì cosa stesse guardando.
Una sottile e quasi invisibile cicatrice posta appena sopra l’elastico delle mutandine era in bella mostra dinanzi al suo naso.
Avvertì il respiro accelerato di lui accarezzarle la pelle dove più di cinque anni prima c’era stato solo dolore.
Lo vide deglutire e, allungando una mano, Dillon lo accarezzò con la punta del dito su una guancia ispida.
Si guardarono senza dire niente, e per un attimo quel momento sembrò interminabile.
«Quanti momenti difficili hai dovuto passare senza di me?» le domandò lui, e quelle parole le risuonarono all’infinito nella testa. Non ebbe alcuna risposta da dargli, e il silenzio che si creò nella stanza risuonò al pari dell’esplosione di una bomba.
Divenne tutto assordante fino a che Dillon, annaspando in cerca d’aria, cercò di rallentare il battito impazzito del cuore che aveva iniziato a ruggire selvaggiamente; mai come in quel momento si sentì stordita.
«Didi non aveva alcuna intenzione di nascere.» Le parole iniziarono a sgorgarle dalle labbra e le donò a Rafe con un sussurro. «Mi è venuto un prolasso del cordone ombelicale, dato dalla pressione che era andata alle stelle. Ero sfinita per le tante ore di travaglio…»
«Quanto è durato?» domandò lui guardandola dritto negli occhi, interrompendola e accarezzandole con la punta dell’indice il taglio cesareo di cui portava il marchio.
«Quasi venti ore.»
Vide gli occhi di Rafe dilatarsi dallo stupore, poi scesero di nuovo a guardare la cicatrice e sporgendosi in avanti ci appoggiò sopra le labbra, accarezzandola con un bacio.
Dillon venne travolta da una beatitudine accecante che le si diffuse addosso, come polvere di stelle.
«Mi dispiace, Crispy. Vorrei poter tornare indietro e cambiare ogni cosa.»
Dillon non ebbe la forza di rispondergli perché il suo corpo iniziò a tremare senza che riuscisse a impedirlo, e lacrime calde e salate iniziarono a scorrerle lungo le guance.
«Shh» le sussurrò Rafe mentre, risalendole addosso con le labbra, le donava baci come carezze che in qualche maniera sembravano avere il potere di calmarla. «Crispy, dovrei essere l’uomo che asciuga le tue lacrime a suon di baci, non quello che le provoca.»
Quella confessione le strappò un sorriso.
Bacio dopo bacio raggiunse la sua bocca e, sfiorandole il naso con il proprio, la rassicurò.
«Tu e Dizzy non verrete più messe in un angolo, te lo giuro su Dio.»
Rafe le stuzzicò di nuovo le labbra con le sue, massaggiandole la lingua con la sua, assaporando persino il gusto salato delle sue stesse lacrime.
Quelle ultime parole continuarono a vorticarle in testa come fossero state foglie soggiogate dal vento.
Le provocarono le farfalle nello stomaco, ma lei le ricacciò indietro con un ultimo barlume di ragione, intrappolandole in una scatola.
«Non vorrei desiderarti così tanto» gli sussurrò Dillon non appena le loro labbra si separarono. Lui, anziché risponderle, le sorrise e lei ne ebbe paura perché lo vide di una perfezione indomabile; ogni centimetro del suo corpo scolpito sembrava gridarlo.
Le aveva appena detto che non le avrebbe mai più messe in angolo, ma non gli credette. Nulla si poteva mettere tra Rafe Marshall e il suo baseball.
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