THE PERFECT GAME
Capitolo 18 di 34

Scritto il 07/08/2026
da FRANCESCA REDEGHIERI


Dillon improvvisamente aprì gli occhi, cercando di dare un senso a quello che era appena successo.

Sulla sua pelle correvano ancora i brividi lasciati dalle labbra di Rafe.

Era stata creta tra le sue mani e, nonostante avesse cercato di opporsi in ogni modo possibile, lui aveva fatto la sua magia e al pari di una stupida era ricaduta tra le sue braccia.

Lui la guardò con uno strano luccichio negli occhi e un sorriso appena accennato; poi le mise una mano sul fianco nudo attirandola ancor di più contro il suo torace muscoloso e, sollevando una delle sue cosce possenti, la ingabbiò in una morsa.

Dillon avvertì la gola sempre più secca, era come se un’intera montagna di sabbia si fosse depositata nella sua bocca.

Il cuore cominciò a contorcersi ed esplose in un milione di piccoli pezzi.

Nessuno dei due si mosse.

Restarono sdraiati sul letto in un intreccio di braccia e gambe.

Si baciarono come se non ne avessero mai abbastanza e, mentre il tempo scandiva i suoi minuti, le carezze di Rafe la calmarono così tanto che il ghiaccio che Dillon aveva nello stomaco si trasformò di colpo in lava bollente.

«Sei tutto ciò che non ho mai saputo di volere» le sussurrò lui a fior di labbra intanto che sfregava il naso contro il suo, e Dillon per l’ennesima volta si sentì precipitare dalla cima di una montagna senza alcun paracadute.

Rafe la baciò nella stessa maniera in cui era ricomparso nella sua vita, in modo intenso e impossibile da ignorare, e lei si sentì un groviglio di fragilità, un tumulto di emozioni messe a soqquadro.

«Rafe» gli bisbigliò Dillon mentre con una mano gli accarezzava il mento, coperto appena da un piacevole strato di barba.

Lui abbassò lo sguardo sui loro corpi nudi avvinghiati e, insinuando una mano tra i loro ventri, le accarezzò con la punta delle dita la cicatrice che portava sull’inguine.

«Se solo avessi saputo quanto stavi soffrendo...»

Dillon non aveva il coraggio di ascoltare dove quelle parole l’avrebbero condotta, così gli appoggiò la mano sulla bocca intimandogli di tacere.

Poi aggiunse: «Non voglio sapere quello che ti è passato per la testa quella sera.»

Gli occhi di lui per un istante si scostarono dai suoi, recidendo quel filo invisibile che li teneva legati.

«Tu non ne hai idea, Crispy.»

«Certo che ce l’ho, come so che, nonostante tutto quello che abbiamo fatto su questo letto, tu non ci meriti. Non meriti me e tantomeno una bambina meravigliosa quanto Didi.»

Quelle che Dillon pronunciò furono parole dure e, quando vide gli occhi di lui sgranarsi per la sorpresa, capì il dolore che gli aveva arrecato, ma non riuscì a desiderare di rimangiarsi quelle parole.

Lui per troppi anni le aveva ferite con la sua assenza, e ora era giunto il momento di rendergli un po’ di blanda sofferenza.

«Credi che non lo sappia?» le chiese lui accarezzandole la schiena con un tocco leggero simile a una piuma.

Le loro bocche erano a un sospiro di distanza e l’aria tra di loro le solleticò.

Il petto potente di Rafe le sfiorò i seni, e i capezzoli a quel semplice contatto s’inturgidirono.

Dillon non riusciva a muoversi stretta tra le sue braccia e, abbassando lo sguardo, vide il piercing che lui aveva al capezzolo luccicare; era simile a un piccolo lampo, lo stesso che vide riflesso nel suo sguardo.

«Credi che non sappia che non dovrei fare nulla di quello che vorrei» le sussurrò Rafe abbassando la voce, toccandole il labbro superiore con il pollice. «Credi che non sappia che non dovrei assaggiare questa bocca» concluse intanto che la baciava e le loro lingue iniziavano a muoversi con la sincronia che avevano due amanti di lunga data.

I loro occhi si scontrarono al pari di due treni merci che avevano appena scoperto di essere sullo stesso binario.

La fiducia di lei era di cristallo, e quel cristallo si era già rotto cinque anni prima andando in mille pezzi.

Avrebbe potuto incollare ogni singolo tassello, ma le crepe sarebbero sempre rimaste in bella mostra.

«Se c’è una cosa che so sul senso di colpa è che niente di quello che posso dirti può alleviare il tuo dolore.»

Gli occhi di Dillon scattarono all’istante e, quando incrociò i suoi, vi lesse sofferenza.

«Devi credermi quando ti dico che non è passato un singolo giorno in cui non abbia pensato a voi, e non c’è stato giorno in cui non abbia amato e odiato il baseball in egual misura, perché mi stava privando di qualcosa.» Una mano di Rafe si insinuò tra i capelli di lei e, scostandoglieli all’indietro, continuò a bisbigliarle a fior di labbra; il suo respiro le accarezzava il viso. «All’epoca credevo che fosse giusto così, vivevo per il baseball… ma non pensare che percorrere la strada che ritenevo più giusta sia stato semplice.»

«Rafe, tu potrai dire qualunque cosa, ma penso che il nostro vaso sia già frantumato» gli disse Dillon nel momento in cui lui con le sue carezze le sfiorò la spina dorsale, donandole piccoli brividi su tutto il corpo.

«Se è già rotto, di cosa hai paura, Crispy?»

«Non so se ho voglia di camminare ancora una volta su quei vetri infranti e ferirmi.»

«Questa volta non succederà, perché io voglio meritarmi ogni istante che mi concederete.»

Senza darle il tempo di replicare, Rafe le aprì le ginocchia e la spinse supina sul materasso.

Con uno strano sorriso dipinto sulla faccia, le baciò il collo e piano piano, senza che lei avesse il tempo di fermarlo, iniziò una discesa lenta e sensuale leccando e succhiando ogni pezzo di pelle che aveva la fortuna di entrare in contatto con le sue labbra voraci.

Con mani esperte, le divaricò le gambe tuffandocisi in mezzo, e a Dillon sembrò impossibile restare lucida, perché con la sua bocca addosso non ebbe altra scelta se non quella di buttare la testa all’indietro, gemendo come non aveva mai fatto prima d’ora.

«Quanti uomini ti hanno mai baciata così?» le chiese lui ansimando, e Dillon si sentì incapace di formulare anche il più piccolo pensiero. «Quanti uomini ti hanno fatto venire sulla loro lingua come sto facendo io in questo istante?»

Il suo fiato caldo la solleticò e, intanto che Rafe attendeva una risposta, iniziò a giocare con il suo piccolo nocciolo saturo di tensione.

«Dimmelo, Crispy» le intimò lui.

«Nessuno, Rafe» rispose lei con un filo di voce e Dillon sperò che lui non avesse udito quella confessione piena di vergogna.

Ma lui l’aveva udita eccome e, dopo un attimo, mordendole l’interno della coscia, lei sentì l’eccitazione raggiungere vette altissime.

Il cuore e la ragione che fino a quel momento avevano atteso ansiosi su schieramenti opposti, d’un tratto si lanciarono l’uno contro l’altro, schiantandosi nel centro.

«Sei tutta mia, Crispy, e forse lo sei sempre stata.»

Dillon sentì il calore del fuoco accendersi in lei e accarezzarle la pelle; quel travolgente desiderio che stava dimorando in lei la bruciò dall’interno.

Aprì un occhio appena in tempo per vedere Rafe indossare un preservativo e, prima ancora che l’orgasmo scemasse, lui le entrò dentro.

Dillon, priva di una risposta coerente da dargli, gli graffiò la schiena mentre lui iniziava a muoversi in modo sempre più intenso e profondo, e poi tutto attorno a lei si mescolò simile ad acquerelli su di una tavolozza.

«Essere dentro di te, in questo modo… Non pensavo di poter provare una sensazione così forte senza morire.»

«Rafe» sussurrò lei per la centesima volta, inarcando la schiena e offrendogli i seni morbidi, affini a frutti proibiti da divorare.

Lui glieli afferrò accarezzandoli con la punta del dito, come se stesse rincorrendo una goccia di pioggia lungo un vetro appannato dal temporale.

Glieli succhiò voracemente.

«È meraviglioso» le bisbigliò lui, e Dillon in quell’istante credette di vedere il sole sorgere e tramontare contemporaneamente.

Lo osservò mentre con sguardo attento fissava il punto in cui i loro corpi si univano.

«Oddio» ansimò lei.

«Guardami, Crispy» le ordinò Rafe in modo perentorio e lei, non sapendo di averli chiusi, aprì gli occhi inchiodandoli nei suoi nel momento in cui lui, con una lentezza smisurata, entrava e usciva da lei.

Dillon lo guardò muoversi e a ogni suo minimo movimento vide muscoli di cui non sospettava neppure l’esistenza guizzare: una fila di linee diagonali sotto le costole, e le spalle che sembravano scolpite nella roccia viva e pulsante.

Riuscì a trovare un oceano di piacere in ogni sospiro, in ogni gemito, in ogni tocco di lingua e nel sapore stesso delle sue labbra.

Rafe era così lento e delicato che lei avvertì ogni centimetro del suo membro che la stava possedendo, e dopo quell’ultimo orgasmo si sentì liberata dall’oppressione del passato. Era come se da lei stessero cadendo invisibili catene e lui la reclamasse al pari del più prezioso dei tesori.

***

Quando il corpo di Dillon lo aveva accolto, Rafe si era accorto che non provava un piacere simile da tanto tempo.

Averla tra le braccia, dopo che gli aveva confidato che mai nessun uomo l’aveva leccata tra le gambe, aveva scatenato in lui un istinto primordiale di possesso come non era mai accaduto prima.

Averla sotto di sé, sentirla rispondere con eccitazione a ogni sua spinta, era qualcosa che lo stava mandando fuori di testa; era tale e quale al tornare a respirare di nuovo dopo una lunga apnea.

Rafe guardò le labbra gonfie della sua Crispy e desiderò succhiarle ancora e ancora, non le staccò mai gli occhi di dosso nemmeno per un attimo e percorse il contorno arcuato della sua bocca; ne seguì la curva perfetta nel momento in cui lei, socchiudendo le labbra, toccò con la punta della lingua il polpastrello del suo indice.

«Cosa mi stai facendo, Crispy?» le chiese. I suoi occhi verdi luccicavano, velati da una strana lussuria che lo stava colpendo dritto al cuore.

Dalla gola gli salì un ruggito e capì che altro non era che l’istinto di possesso che Dillon suscitava in lui, venne nel preservativo con una forza dirompente.

Ripresero fiato in silenzio, con le fronti imperlate di sudore appoggiate l’una all’altra.

«Ti sono mai mancata, Rafe?» domandò lei con appena un filo di voce. «Anche se penso di no.»

«Ti consiglio, Crispy, di non puntarci dei soldi, perché altrimenti perderesti la scommessa.»

La voce di Rafe si abbassò divenendo sempre più roca e, accarezzandola su una guancia, le sorrise, nascondendo in una qualche maniera il suo corpo che a quella domanda aveva iniziato a fremere e bruciare.

Nessuno poteva neanche lontanamente immaginare quanto era stata dura per lui affrontare quel senso di colpa che giorno dopo giorno lo annientava.

Aveva cercato di reprimerlo con il baseball, le donne e a volte persino l’alcol, ma nulla serviva mai ad alleviare il rimorso.

Sperava che ogni giorno potesse andare meglio; se lo ripeteva spesso e ogni volta falliva, perché la sua piccola matricola e il suo pancione prominente continuavano a infestare i suoi sogni, riempiendolo di un senso di soffocamento.

Avevano un filo invisibile che li legava e quel filo portava il nome di Dizzy Dean, ma quello che Rafe provava adesso andava oltre a tutto.

Sapeva di non meritarla, ma non riusciva a resistere alla tentazione che gli infiammava le vene e che lo rendeva schiavo di quella debolezza.

«Allora se pensavi tanto a noi perché non sei mai venuto?»

«Non lo so, forse per paura che tu non mi volessi.»

Rafe si sdraiò sulla schiena trascinandola con sé, e Dillon dopo un attimo si rilassò lasciando che la sua testa si posasse sulla sua spalla.

«Infatti io non ti volevo.»

Girò il capo verso di lei appena in tempo per vedere ciò che avrebbe potuto capovolgere il cielo: un piccolo sorriso distendersi sulle sue labbra.

Con una mano si massaggiò il petto, perché un fastidio intenso aveva iniziato a pizzicarlo all’altezza del cuore.

«Ora invece non puoi più fare a meno di me» disse lui sorridendo.

Dillon si sollevò e, mettendogli la mano sulla fronte, lo solleticò con le punte dei suoi capelli.

«Forse è il caso che ti metta un po’ di ghiaccio in testa, perché penso che un pugno di Brandon Foster ti abbia centrato in piena faccia.» Rafe vide i suoi occhi luccicare e con un ghigno la rimbeccò.

«Quel bamboccio non c’è andato neanche vicino al prendermi a pugni.»

Le labbra di lei si adagiarono con lentezza sulle sue, e Rafe venne travolto da un sapore ricco e corposo.

Sapeva di buono ma, cosa ancora più importante, sapeva di lui.

«Ho difeso il tuo onore, Crispy, e, se solo il tuo amico Archer non mi avesse bloccato, a quest’ora quel dannato damerino sarebbe al pronto soccorso a farsi incerottare le costole.»

«Lui è un’idiota e non ne vale la pena.»

«Tu vali ogni rischio, Dillon.»

La toccò ovunque, perdendosi nella sensazione piacevole di far vagare i polpastrelli sulla sua pelle. Lei gli disegnò sul petto dei cerchi con la punta delle dita, mimando gli stessi movimenti che lui le stava facendo sulla schiena.

Le loro strade un tempo si erano dovute separare, e il loro destino era stato dirottato.

Improvvisamente, lo sguardo di lei si abbassò e i suoi occhi si adombrarono, brillando di lacrime non versate.

«Perché non potevi essere così cinque anni fa?»

«Perché ero uno stupido.»

Dillon non lo contraddisse, e quel silenzio lo punse come una piccola foglia d’ortica.

Il suo cuore iniziò a battere all’impazzata, e un senso di vergogna colpì Rafe nel profondo. L’orgoglio era un guerriero allenato, un soldato esperto difficile da sconfiggere; in quell’istante il peso delle sue scelte sbagliate lo travolse, schiacciandolo sotto il loro peso.

Era stato un idiota quando aveva deciso di rimuovere Dillon dalla sua testa, al pari di una scritta sulla lavagna; aveva cercato con tutte le sue forze di seppellire quel senso di colpa, ma non ci era mai riuscito.

«E ti dirò di più, Crispy.» Rafe la guardò morsicarsi un labbro intanto che i suoi occhi grandi come finestre spalancate lo osservavano. «Passeremo tutta la notte a riscrivere le cose come avrebbero dovuto essere.»

L’accarezzò e sentì lungo le sue braccia nude un brivido rincorrere il suo tocco.

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