Aveva faticato parecchio per qualcosa che credeva fosse molto più semplice e, una volta chiusi gli sportelli della macchina, Rafe aveva tirato un lungo sospiro liberatorio.
Una risatina lo raggiunse e, guardando nello specchietto retrovisore, sorrise alla sua bellissima bambina che, con le mani davanti alla faccia, stava facendo una sequela di smorfie.
«Didi, che stai facendo?» le domandò ridendo dinanzi a quelle espressioni buffe.
I codini le rimbalzarono sulle spalle.
«La mamma di Melissa Harper era un po’ sciocchina, non trovi papà?»
Le sue parole non fecero altro che rincarare ciò che quel breve incontro gli aveva suscitato.
La donna, non appena l’aveva visto e riconosciuto, non aveva fatto altro che ricoprirlo di moine, rendendosi stucchevole e inappropriata e, in un paio di occasioni, Rafe aveva persino evitato due palesi strusciate delle sue tette prominenti.
Credeva che scene simili fossero appannaggio solo delle groupie che, con insistenza, seguivano i giocatori ovunque andassero, alla ricerca di un po’ di notorietà e di un atleta da accalappiare. Eppure, quella donna, nonostante fosse dinanzi alla figlioletta, gli aveva fatto chiaramente capire le sue intenzioni.
«Tu dici?» le chiese, non sapendo bene cosa dirle per uscire da quella conversazione inopportuna.
«Faceva sempre così» affermò ridendo e arricciando le labbra come solo una bambina di cinque anni poteva fare senza rendersi ridicola.
Sorrisero insieme felici; quelle emozioni che gli sbocciavano nel petto aprirono le loro ali, come fossero state farfalle che uscivano dai loro bozzoli per la prima volta.
Il telefono gli vibrò nei pantaloni e continuando a sorridere cercò di estrarlo dalla tasca ma, quando lesse il nome di Hellen lampeggiare sul display, il suo stesso sorriso gli morì sulle labbra.
Lanciò uno sguardo a Didi: aveva smesso di ridere e guardava fuori dal finestrino con sguardo attento, acciambellata nel seggiolino.
«Hellen, sono impegnato al momento» disse lui portandosi il cellulare all’orecchio, accettando la chiamata.
«Non sarebbe una novità di questi tempi.»
La sua voce affilata lo perforò e un senso di disagio gli serpeggiò addosso, andando a scurire metaforicamente i tratti decisi del tatuaggio che gli ricopriva il pettorale.
«Che c’è?» Rafe sperò che il suo tono spazientito potesse farla desistere, ma non fu così fortunato.
«Si può sapere dove diavolo sei? E perché il mio ufficio questa mattina ha ricevuto una chiamata di un tizio che abita chissà dove nel Vermont che minaccia di querelarci?» gracchiò tutto d’un fiato. «Rafe, la faccenda è seria. Questo tale vuole denunciarti per rissa.»
Quel dannato smidollato di Foster.
Con un sospiro eloquente, Rafe accostò sul ciglio della strada e con una smorfia si strinse la radice del naso.
«Ascolta Hellen, vedi come risolvere la cosa, può essere che io abbia veramente preso a pugni quell’uomo.»
«Cosa?» urlò lei dall’altro capo della linea. Lui, alzando lo sguardo verso lo specchietto retrovisore, vide Didi voltarsi di scatto verso di lui, allarmata dalla voce stridula della donna.
«Hai esattamente trenta secondi per spiegarti.»
«Non devo spiegarti assolutamente niente, Hellen, tu sei la mia addetta stampa, quindi vedi di risolvere il problema.» E senza neanche darle il tempo di ribattere, le chiuse il telefono in faccia.
«Chi era, papino?» chiese Didi con tono preoccupato, ma lui senza alcun clamore fece ripartire la macchina.
Incrociando i suoi occhietti blu, con dolcezza le disse: «Nessuno, tesoro, solo una ragazza che lavora per me e che mi aiuta ad avere rapporti con i giornali e la stampa.»
«Ha una voce davvero tanto antipatica.»
La faccenda di Brandon Foster gli era sfuggita di mano e, nonostante non rimpiangesse di averlo preso a pugni, avrebbe potuto trasformarsi in un fatto mediatico se solo Hellen e i suoi legali non avessero cercato un modo per mettere tutto a tacere.
Non aveva alcuna intenzione di attirare l’attenzione della stampa né su sua figlia né tantomeno su Dillon, e avrebbe fatto tutto il possibile per tutelarle.
«Sì, hai proprio ragione, Didi.»
Vide il viso della figlia distendersi e, mentre lei ricominciava a fare facce buffe specchiandosi nel finestrino, iniziò a pensare, riempiendosi tanto quanto un barattolo di chiodi.
Nemmeno si accorse del tempo impiegato per arrivare al ranch.
Parcheggiò nei pressi della stalla e quando scese, dopo aver aiutato Didi con le cinghie del seggiolino, il sole stava di nuovo giocando a nascondino dietro un grappolo di nuvole.
Buttò l’occhio al recinto delle pecore e lo vide vuoto, quindi, prendendo Didi per mano, decise di raggiungere l’area della tosatura.
«Ma guarda un po’ chi c’è qui» disse lo zio Butch, una volta che ebbe appoggiato su un lungo tavolo di legno una montagna di lana arrotolata e pronta per essere controllata.
«Zio Butch» strillò la bambina correndogli incontro e volandogli in braccio con un balzo. Anche Spot si mise a saltellare allegro e, saltando, le leccò le gambe.
«Ciao, Spot!» gridò lei euforica.
«Ho due cose assolutamente importanti da farti vedere» le annunciò lo zio in maniera sibillina.
«Davvero?»
«Certo che sì.» Butch mise Didi a sedere sul tavolo che aveva davanti e, tirandole un codino, le sorrise.
«Abbiamo tosato anche il Signor Erre stamattina e ora ha bisogno di una bella pettinata.»
La bambina si portò le manine dinanzi alla bocca intanto che i suoi occhi blu si sgranavano, simili a piattini da tè di porcellana cinese.
«E l’altra cosa importante qual è?» domandò con una vocetta curiosa, sollevandosi in piedi e aggrappandosi alle sue spalle larghe.
«Si sono schiuse le uova e sono nati quindici pulcini.»
Le urla di Didi raggiunsero le nuvole che costeggiavano il cielo, disperdendole, e quelle grida fecero uggiolare il cane da pastore.
Rafe sorrise, e il cuore gli si gonfiò nel petto nel vedere tutta quella felicità irradiarsi dalla figlioletta. Lasciandola in buone mani, andò a cercare Dillon oltre i portoni spalancati della stalla.
Tutti gli uomini, Archer compreso, erano stravaccati sotto l’ombra di una quercia accanto allo steccato.
Parevano stremati, bevevano e chiacchieravano, e i loro occhi erano incollati al recinto che avevano di fronte, dove un’ignara Dillon non sapeva di essere osservata.
Stava tosando l’ultima pecora e, accompagnato dal ronzio della tosatrice, Rafe si avvicinò di qualche altro passo, trascinando le sue scarpe da ginnastica firmate nella polvere, e realizzò ciò che gli altri stavano guardando con sguardo affamato.
Il fiato gli si mozzò nei polmoni e, se solo avesse potuto, sarebbe andato a cavare gli occhi a ognuno di loro.
Crispy era chinata in avanti, il suo splendido sedere, strizzato nei jeans, per aria; quella vista impattò direttamente sul suo inguine, che pulsò dolorosamente, tendendosi nei pantaloni.
La pecora belava immobile tra le sue gambe, intanto che lei con movimenti decisi e meticolosi la tosava, facendo correre la macchinetta su tutta la lunghezza della sua schiena. Non c’era niente di sensuale in quel gesto, a parte la posizione del suo sedere. In quell’istante, tutto in Dillon gli sembrò erotico: dal sudore che le inzuppava il top mimetico, ai capelli che le si appiccicavano alla schiena, fino ad arrivare alle sue bellissime gambe. Un impetuoso e travolgente desiderio gli fece serrare le mani a pugno lungo i fianchi.
Rafe aveva bisogno di raffreddare la temperatura del suo sangue, che andava in ebollizione ogni volta che lei gli stava accanto e così, alzando il capo, inspirò bruscamente.
«Ehi, baseball» gli urlò Archer. «Vuoi imparare anche tu l’arte della tosatura?»
Una risata un po’ rude gli arrivò alle spalle e lui, voltandosi lo fulminò con lo sguardo.
«Ti consiglio di distogliere lo sguardo da qualunque cosa su cui tu stia sbavando, se non vuoi un pugno su quella brutta faccia che ti ritrovi.»
Il tono rabbioso fece sparire all’istante il sorriso beffardo dalla bocca di Archer, il quale, mettendosi le mani in tasca, gli si avvicinò di qualche passo.
«Sei arrivato sì e no da un paio di giorni e già sei pronto a pisciarle addosso per marcare il territorio?»
«E se anche fosse, qual è il tuo problema?»
Archer, allungando un braccio, glielo appoggiò sulla spalla, e Rafe si accorse di avere i muscoli irrigiditi.
«Nessun problema, baseball.»
Poi gli occhi del cowboy lo scavalcarono e Rafe, seguendo il suo sguardo, si voltò all’indietro. Entrambi tornarono a guardare la sua Crispy, che nel frattempo si era sollevata e aveva liberato la pecora.
Con il dorso della mano, Dillon si tolse il sudore dalla fronte e una striscia nera le macchiò la fronte mentre un sorriso luminoso le accendeva il viso.
«Rafe, è tanto che sei tornato?» gli domandò lei, e quel semplice sussurro gli arrivò addosso come se il suo nome fosse stato gridato.
Era come se la sua piccola matricola intonasse una melodia di cui solo lui conosceva le parole.
«Dov’è Didi?»
«Con tuo zio.»
«Tutto bene?» gli chiese lei inclinando appena il capo da un lato e lui, voltandosi all’indietro, bruciò con un solo sguardo tutti e quattro gli uomini che erano ancora stravaccati sotto la quercia.
Fece qualche passo verso di lei e, avvicinandola, le prese il viso tra le mani.
La baciò, rivendicandola una volta per tutte.
Il suo cuore sferragliò dinanzi a quel bacio e, nonostante fosse stato lui stesso a darglielo, non era pronto per le sensazioni travolgenti che lo investirono.
Il sangue cominciò a pompare più forte nelle sue vene, e il respiro di Rafe si fece più affannoso.
Era la stessa meraviglia che provava quando riusciva a prendere al volo una palla alta e questa atterrava dritta nel suo guantone.
Dillon d’un tratto si scostò, e lui vide gli occhi verdi di lei scurirsi dalla passione.
Erano divenuti simili ai colori che popolavano la foresta nella quale Rafe, se non stava attento, avrebbe potuto perdersi.
Crispy gli sorrise, e quel gesto le fece arricciare appena il naso.
«Prima che i miei denti rischino di cariarsi troppo, me ne vado a cercare quella pulce di vostra figlia» disse Archer passandogli accanto, salutandoli con una mano appena sollevata. «Ho l’impressione che non appena vedrà il Signor Erre non la prenderà per niente bene.»
Le parole appena pronunciate dal cowboy gli entrarono in testa.
Allungò una mano verso il viso di lei e, con la semplice pressione dei suoi polpastrelli, cercò di rimuovere la macchia scura che, tale e quale a un lungo baffo, le deturpava la fronte appena sotto l’attaccatura dei capelli.
«Perché? Che è successo al Signor Erre? Se non sbaglio Butch le ha detto che anche lui è stato tosato.»
«Esatto» disse facendo un sorriso incerto. «Ma onestamente non è venuto molto bene, e ora la sua testa ha l’aspetto di un grosso fungo.»
Quella descrizione lo fece ridere, ma non immaginò mai ciò che di lì a poco si sarebbe trovato davanti.
Seguendo Archer, raggiunsero il box dell’alpaca all’interno della stalla e vide Didi che, con una grossa spazzola, cercava di appiattirgli il ciuffo, somigliante a un ammasso uniforme e cotonato. Pensò alla spumosità dello zucchero filato e scoppiò a ridere di nuovo.
Il Signor Erre voltò il lungo collo nella sua direzione e, gorgogliando uno strano verso, sembrò strizzargli l’occhio.
«Papà, non prenderlo in giro.» Rafe venne sgridato da Didi, mentre i suoi colpi di spazzola diventavano sempre più frenetici.
Poi, piegandosi sulle ginocchia, la piccola bisbigliò all’orecchio dell’animale: «La mamma mi dice che nonostante tutto mi ama da sempre e lo farà per sempre; quindi, patatone mio, io farò lo stesso con te, anche se adesso sei un po’ bruttino.»
Quelle semplici parole pronunciate da una bambina di cinque anni ebbero il potere di ghiacciarlo.
Il tempo di due battiti di cuore, un lungo respiro e Rafe si innamorò senza speranza di sua figlia.
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