THE PERFECT GAME
Capitolo 28 di 34

Scritto il 11/09/2026
da FRANCESCA REDEGHIERI


Grazie ad alcune indiscrezioni, il mondo del baseball si tinge di rosa. Fonti molto vicine al giocatore dei Red Sox, Rafe Marshall, rivelano la presenza di una donna apparsa all’improvviso che ha dichiarato che sua figlia di cinque anni altri non è che la figlia illegittima del giocatore. Lo staff di Marshall dichiara che lui è sconvolto e incredulo dinanzi a questa notizia e che abbia preso seri provvedimenti in merito, richiedendo un esame di paternità, non fidandosi delle parole della giovane che frequentava con lui l’università. In questi giorni, come dicono i legali del giocatore, Marshall riceverà gli esiti del test del Dna e poi deciderà il da farsi. Chissà se richiederà la patria potestà o se si assumerà solo il ruolo di padre, riconoscendo la bambina?

Dillon aveva già letto quest’articolo una marea di volte e, come ogni volta, quelle parole le si insinuarono tra le pieghe della mente.

Un’energia lambì da lei, prendendo vita e gonfiandosi tale e quale a un palloncino pieno d’elio.

Si sentì avvolgere da una bolla d’incredulità, e un brivido lento le sgocciolò lungo la schiena, gelido quanto le stalattiti che pendevano dal soffitto di una grotta artica.

Rafe stava sbraitando al telefono da più di un’ora, chiamando a raccolta ogni membro del suo numeroso staff e pretendendo che ogni singolo articolo venisse rimosso.

Dillon, mordendosi un labbro, nuotò contro la corrente di emozioni che la stavano travolgendo e, abbassando lo sguardo a terra, guardò Didi sdraiata sul tappeto intenta a disegnare, ignara di tutto lo scompiglio che la circondava.

A un certo punto, la voce di Hellen gracchiò dal cellulare che Rafe aveva premuto contro l’orecchio.

Dillon sollevò il capo di scatto e all’improvviso tutto le fu chiaro.

Era stata lei.

Aveva ancora davanti agli occhi l’espressione di orrore che le si era dipinta sul viso quando aveva capito che Didi era figlia di Rafe.

Non avrebbe mai dimenticato quegli occhi gelidi, simili alle biglie di vetro smerigliato che imitavano il ghiaccio.

Quante volte ai tempi dell’università, quando la riteneva un ostacolo tra lei e Rafe, l’aveva guardata alla stessa maniera, al pari di un insetto insignificante da schiacciare sotto il tacco della sua scarpa.

Era stata Hellen a buttare lei e sua figlia in pasto ai leoni, ne era sicura.

«È colpa sua, Rafe» bisbigliò Dillon talmente piano che le uscì tale quale a un ansimo.

La sua voce era stata un mormorio cauto e basso, eppure la sua potenza aveva investito Rafe al pari di un’alluvione.

Travolgente e schiacciante.

Rafe si voltò di scatto incrociando i suoi occhi, e Dillon lesse in quello sguardo cobalto una furia che divampava da lui quanto un incendio.

«Dimmi che tu non c’entri niente con tutto questo» ringhiò lui a denti stretti, intanto che la sua presa si faceva più salda sul cellulare. Nonostante fosse un po’ distante, Dillon riuscì ugualmente a vedere le sue nocche sbiancarsi. «Hellen, rispondimi!» urlò lui.

Didi smise di disegnare e, sollevando il capo, guardò il padre un attimo prima di posare lo sguardo sulla madre. Dillon le sorrise, tranquillizzandola.

«Mammina, quando andiamo a fare il nostro pichi-pic?»

Dillon avrebbe voluto che un sorriso si arrampicasse sulla sua bocca, ma non aveva idea di come farlo brillare.

«Presto, tesoro» le disse accarezzandole la testolina con una carezza leggera.

«Papino è arrabbiato?» domandò Dizzy guardando verso il padre con sguardo cauto.

«Un pochino, tesoro, ma è tutto sotto controllo.»

Didi sembrò rimuginare sulle parole della madre fino a che, scrollando appena le spalle, tornò a sdraiarsi a terra e, prendendo un altro pennarello, continuò a colorare.

«Hellen, giuro su Dio…» Rafe continuava a sbraitare con le vene sul collo che andavano via via gonfiandosi per la tensione.

Dillon inspirò una boccata d’aria; era come se i suoi polmoni si fossero chiusi in maniera ermetica, così, alzandosi in piedi, si diresse verso la portafinestra per raggiungere la terrazza.

La brezza fresca della mattina le si insinuò tra le narici, e in quell’attimo Dillon radunò tutte quelle emozioni che la stavano attraversando e le chiuse a chiave nell’unico posto dove dovevano stare.

Sentì una presenza alle sue spalle e, voltando il capo all’indietro con una ciocca che le oscillava davanti al viso, si ritrovò Rafe a qualche passo di distanza.

Le braccia forti di Rafe la strinsero in vita nel momento in cui lui le adagiò il mento sulla spalla, e lei intrecciò le dita adagiandosele sul ventre.

«È stata Hellen, Rafe» asserì lei.

«Lei dice di no.»

«E tu le credi?» domandò Dillon ruotando il capo, lasciando che i loro nasi si sfiorassero.

«Ti giuro che farò tutto quello che è in mio potere per rimuovere quelle fotografie e quegli articoli menzogneri.» Alzando di poco il capo, Rafe le toccò la fronte con le labbra, regalandole una dolce carezza.

Una lacrima, simile a una perla, le scivolò lungo la guancia. Da quando era tornato nelle loro vite, Rafe aveva giurato che il suo mondo non avrebbe più interferito con la loro vita, ma si era sbagliato.

Il baseball e tutto quello che lo circondava si sarebbe sempre intrufolato tra di loro, e ora lei e Didi stavano subendo le pugnalate del suo mondo dorato. Godevano di una notorietà che non avevano chiesto.

«Me lo avevi promesso, Rafe» sussurrò Dillon intanto che il capo le ciondolava in avanti. «Non m’importa per le cose ignobili che sono state scritte su di me, però Dizzy… lei non ne ha nessuna colpa.» Il suo tono di voce, trafitto dal dolore, andava via via crescendo.

«Credi che non lo sappia?» le domandò Rafe, mettendo un passo dopo l’altro, creando un po’ di distanza tra di loro. «Credi che non sappia che è solo colpa mia?»

Girandole attorno, le andò davanti e con il pollice le tracciò la linea dello zigomo, asciugando le lacrime rimaste. Un’espressione colma di tristezza gli affiorò in viso e scrollò la testa, digrignando i denti.

«Se solo potessi strapperei ogni singolo giornale con le mie sole mani.»

«Che cosa hai intenzione di fare con lei?» gli chiese Dillon e al contempo lui inclinò il capo da un lato, stringendo gli occhi in fessure sottili.

«Con chi? Con Hellen?»

Dillon annuì nel momento in cui si morse l’interno della guancia.

«Crispy, non ho alcuna prova che sia stata lei.» Rafe si portò le mani sui fianchi, scrollò il capo, e una ciocca di capelli scuri gli cadde sulla fronte, oscurando per un attimo la sfumatura blu dei suoi occhi.

«È stata lei» sentenziò Dillon portandosi una mano dietro il collo, perché avvertì un fastidioso formicolio punzecchiarla. «Come fai a non capirlo!»

«E secondo te che dovrei fare? Licenziarla solo perché non ti sta simpatica o sei gelosa di lei?»

Quelle parole sortirono l’effetto di una frustata, e lo schiocco di quel flagello le riverberò addosso.

Rafe sgranò gli occhi, e Dillon capì l’istante esatto in cui lui avrebbe voluto rimangiarsi quelle parole, buttate lì a casaccio ma capaci di crearle un solco profondo nella carne.

«Vaffanculo, Rafe.»

I passi di lei scattarono veloci per lasciare la terrazza; al pari di una furia si diresse verso l’interno dell’attico, ma la sua marcia venne bloccata da lui che la bloccò afferrandola per un braccio.

«Crispy…»

«No» ringhiò lei incollerita, cercando di scrollarsi la sua mano di dosso. «Hai appena espresso bene il concetto.»

«Crispy, aspetta, sai che non era quello che volevo dire.»

«Didi, tesoro, vieni.»

Dillon si avvicinò al divano e, prendendo Dizzy tra le braccia, cominciò a guardarsi intorno, spaesata.

Dovevano andarsene.

Doveva mettere quanta più distanza tra loro e Rafe.

Perché quelle parole che lui aveva usato con noncuranza continuavano a vorticarle in testa, somiglianti a un veleno che le intossicava i pensieri.

«Dove stai andando?» le domandò Rafe, con il panico nella voce.

«Ovunque, via da qui» disse lei, non riuscendo a guardarlo negli occhi, eppure con una determinazione che la foderava tale e quale all’acciaio. «Io e Didi ce ne torniamo a casa nostra.»

«Non puoi dire sul serio!» Le parole di Rafe sembravano quasi una supplica, e il silenziò pulsò attorno a loro. «Dillon…»

Il suo nome, appena pronunciato dalla voce rude di lui, le graffiò la pelle, ricoprendola di brividi.

«Mammina, dove andiamo? Andiamo via?» le chiese Didi con gli occhioni spalancati e luccicanti quanto una stella cometa che attraversa il cielo la notte di Natale.

Non le rimase altro che stringersi sua figlia al petto lasciandosi cullare dal suo profumo inconfondibile di fragola.

«Mammina ci deve pensare, okay?» le sussurrò all’orecchio, e la sua piccola le appoggiò le manine sulle guance accarezzandola. Quel suo tocco delicato le percorse ogni nervo, segnandole tutte le cellule.

«È colpa sua, Rafe, che tu voglia crederci o meno è ancora la stessa identica ragazza astiosa che frequentavi all’università.» Gli occhi di Dillon lo guardarono senza vacillare. «Per l’ennesima volta si sta mettendo tra di noi, creando scompiglio.»

Rafe fece un passo in avanti, accorciando la distanza che si era creata tra loro.

«Sai qual è la cosa buffa?» domandò lei intanto che lui scuoteva appena il capo. «Che Didi questa volta è fuori dalla mia pancia, e io non ho nessuna piccola ecografia da lanciarti addosso.»

«Crispy…»

«No» ringhiò di nuovo lei, scostandosi per non farsi afferrare il braccio. «Proprio l’altro giorno, mi hai giurato che lei non si sarebbe più messa in mezzo. A quanto pare mi hai mentito e io, adesso come adesso, non so se più ti odio o ti amo.»

Dillon alzò la mano che non serviva a sorreggere Didi e toccò il boato che le rimbombava nel petto.

Con dita tremanti, picchiettò la forza vibrante del suo cuore intanto che lui, schiudendo le labbra, la guardava con il volto distorto dalla sofferenza.

La sua voce divenne profonda quanto una preghiera.

«Invece di continuare a parlare così, Dillon, ricordati che hai il mio cazzo di cuore in mano. E lo stai stritolando!»

Rafe le fu addosso in un attimo, le sue parole si allargarono da lui come se fossero all’interno di una bolla di sapone opalescente, trafiggendola con ciascun respiro che soffiava fuori dai polmoni.

Il dolore batteva dentro di lei, sordo e afflitto; ma, dinanzi a quelle ultime parole, il suo cuore palpitò, martellante.

«Non andatevene» pregò lui con un bisbiglio. «Permettimi di sistemare le cose.»

«In che modo?» chiese lei, passandosi il peso di Didi sull’altro fianco. Prima di riuscire a spostarsi, Rafe le aveva già preso la bambina dalle braccia.

«Iniziamo da lei» concluse Rafe facendo a Dizzy il solletico, e nel momento in cui la risata di Didi si sparpagliò per la cucina, lei allentò un po’ di tensione accumulatasi sulle spalle. «Ora come ora, non m’importa chi abbia dato in pasto al pubblico la nostra vita privata. Prima o poi ne verrò a capo; poi farò ciò che devo, con chi devo.»

Con uno slancio delle braccia, si issò la figlia sulle spalle e a Dillon non sfuggì la sua maglietta color antracite che si sollevava, scoprendogli una porzione di addome piatto e muscoloso.

«E secondo te, dovrei fare finta di niente fino ad allora?» domandò lei prima di fare uno sbuffo che le graffiò la gola.

«No. Però possiamo farci fotografare felici e contenti intanto che portiamo nostra figlia al parco.» Con Didi ancorata sulle spalle, Rafe fece un passo verso di lei, sfiorandole la punta dei piedi scalzi con i suoi. «Usiamo la loro stessa arma per far sentire la nostra voce; quello sarebbe il miglior comunicato stampa che potremmo fare.»

Dillon, con lo stomaco ancora in tumulto, non disse niente, si prese la briga solo di guardarlo.

«Che mi dici, Crispy?» le chiese lui nel momento in cui il suo nome venne pronunciato al pari di un appello, come fosse stata una preghiera fatta a degli dèi pagani. «Noi siamo solo quello che scegliamo di essere, Dillon. Quindi lascia che vedano ciò che siamo.»

Gli occhi di lei saettarono da Didi a Rafe, in un attimo prese la sua decisione e la sancì con un bacio.

Labbra morbide che si toccavano, somiglianti a piccole ali di farfalle, convalidarono ciò che lei stava portando nel cuore. Nonostante il baccano dei suoi pensieri, si fidò di lui per l’ennesima volta.

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