THE PERFECT GAME
Capitolo 30 di 34

Scritto il 18/09/2026
da FRANCESCA REDEGHIERI


Rafe guardò Hellen che, seduta sulla panca che aveva di fronte, lasciò che i suoi lunghi capelli rossi le fluissero oltre la spalla, inclinando il capo da un lato.

«Io non so più come fartelo capire» le ringhiò lui, gettando a terra l’asciugamano e restando in boxer, con le mani che artigliavano i suoi stessi fianchi.

Hellen gli sorrise maliziosa mordendosi un labbro, per nulla impressionata dalla posa rigida con cui Rafe sperava d’intimidirla.

«Togliti quell’espressione dalla faccia, perché questo non è di certo un invito.»

Con rabbia, Rafe prese dalla rastrelliera i pantaloni della divisa, infilandoseli, poi indossò la casacca bianca con le scritte rosse della squadra e si voltò a osservarla mentre armeggiava con la borsa.

Hellen richiuse la cerniera della sua Louis Vuitton che aveva in grembo e gli si parò davanti sollevandosi di scatto.

Il suo profumo pungente l’avvolse nello stesso istante in cui lei gli sussurrò all’orecchio: «Se vuoi, può restare un nostro segreto. Non c’è bisogno che la campagnola lo sappia.»

«Piantala!» Le parole di Rafe uscirono tali e quali al ringhio di un cane. Era esasperato dinanzi al comportamento di Hellen. «Ora vattene, che tra meno di un’ora devo essere sul campo» concluse lui dandole le spalle.

«Perché ti riesce tanto difficile lasciarti di nuovo andare con me?» gli bisbigliò lei a un orecchio, arrivandogli alle spalle e abbracciandolo da dietro. Le sue mani, curate e fresche di manicure, lo accarezzarono sul petto, frusciando sulla stoffa della divisa. «Come fai a non vedere quanto ti desidero?»

Rafe le afferrò i palmi con entrambe le mani e rimase lì, fermo, immobile, con i muscoli contratti.

«Hellen, siamo andati a letto insieme, ci siamo divertiti, ma ora è finita. Io…»

La donna gli saettò attorno con slancio.

«Shh, non dirlo.» Gli appoggiò le dita sulle labbra, premendole con forza e, avvicinandosi di un passo, si allineò al suo viso, alitandogli addosso. «Non osare dirmi che, se solo non ci fosse quella patetica, tu non mi sbatteresti su quella panca e non mi scoperesti con forza proprio come piace a te!» E prima che Rafe se ne accorgesse, lei lo leccò su una guancia.

Al pari di una scarica che l’aveva appena colpito, Rafe balzò all’indietro e con il dorso della mano si pulì la guancia umida.

«Che diavolo fai!»

E se solo uno sguardo avesse potuto incenerire, la sua addetta stampa ora sarebbe un mucchio di polvere annerita ai suoi piedi.

«Io so il modo in cui ti piace farlo.» Hellen si avvicinò sbottonandosi la camicetta, che le aderiva addosso come una seconda pelle. «E so anche che per te tutto questo è una sorta di preliminare erotico.» Le sue dita lunghe e laccate di rosso aprirono i lembi della camicia, mentre Hellen gli si avvicinava accarezzandosi il seno strizzato in un reggiseno a balconcino.

Questa volta fu il turno di Rafe di fare un passo indietro.

«Rivestiti, perché quello che hai da offrire non mi interessa minimamente.» Lui ringhiò quelle parole, masticandole con forza tra i denti per poi frantumarle.

«Un tempo adoravi le mie tette» le sussurrò lei intanto che se le strizzava con forza.

«Quello che c’è stato, non tornerà!» le urlò Rafe in faccia, mentre lei arretrava con passo incerto sui suoi tacchi alti, lasciando cadere le braccia lungo il busto. «E se non riesci a fartelo entrare in testa, vattene e trovati un altro lavoro.»

«Che cosa?» gli gridò Hellen a sua volta, chiudendosi di nuovo la camicetta e incrociando le braccia sul petto con aria feroce, gli occhi di ghiaccio che lanciavano saette appuntite come punteruoli. «Non me ne andrò mai dall’impero sportivo di mio padre.»

Rafe stava per urlarle un’ingiuria, quando la porta dello spogliatoio si spalancò all’improvviso e un Connor super agitato si catapultò all’interno.

Gettò lo sguardo tra lui e Hellen fino a che, con il fiatone che gli mozzava il respiro in gola, si avvicinò a Rafe.

«Amico, perché non rispondi al telefono?»

«Eh?» chiese lui completamente colto alla sprovvista, perché quella era l’ultima domanda che si aspettava dall’amico, vista la situazione incresciosa nella quale era stato colto.

«Sì, il telefono. È successo qualcosa a Didi, e Dillon vuole che tu corra subito a Woodstock.»

Rafe inalò le parole dell’amico, e in un secondo il terrore s’impadronì di lui. Pesante, freddo e somigliante al piombo.

«Che è successo?» chiese con l’unico alito di fiato che era riuscito a strappare dai suoi stessi polmoni.

«Non lo so, amico, però ho paura che sia qualcosa di grave. Tra le lacrime, Dillon mi ha parlato di terapia intensiva pediatrica.»

Le parole di Connor furono come un pugno sul cuore. Il petto gli si serrò in una morsa, e l’espressione terrorizzata sul volto di Connor lo devastò quanto una tempesta, frustandolo, lacerandolo. In preda al tormento, ruotò su se stesso nella disperata ricerca del suo cellulare. L’ultima volta che lo aveva avuto tra le mani lo aveva appoggiato sulla panca intanto che si stava vestendo.

Si voltò, tale e quale se avesse un demone che lo spingesse all’indietro, e gettando tutti gli indumenti per aria lo cercò. Invano.

«Conn, chiamami!» gridò all’amico mentre quella morsa che gli serrava il petto lo stritolava ogni secondo che passava.

Connor armeggiò con l’apparecchio che stringeva in una mano, tuttavia nessun suono acuto riempì lo spogliatoio.

Poi, un rumore attutito, appena vibrato, giunse alle orecchie di Rafe, ma sulla panca vide solo la borsa firmata di Hellen.

Inclinò il capo da un lato nello stesso istante in cui sollecitava l’amico a continuare a chiamare. Guardò Hellen, e ciò che vide nei suoi occhi colpevoli gli fece intuire tutto.

Prima che riuscisse ad afferrarla, le strappò di mano la Louis Vuitton e, aprendola, scorse sul fondo il suo iPhone che vibrava inviperito.

«Hellen!» ringhiò in modo basso e lungo, al pari del latrato di un lupo.

La donna deglutì vistosamente e distolse lo sguardo senza rispondergli. Rafe prese il suo cellulare stringendolo talmente forte che avrebbe potuto frantumarlo in un milione di pezzi. Venne investito da una furia devastante.

Vide dieci chiamate perse di Dillon, più un paio di Butch e di Connor.

Senza prendersi la briga di cambiarsi, scattò verso la porta, seguito a ruota da Connor; doveva correre a Woodstock veloce quanto il vento.

«Non puoi andartene così! Hai una partita da disputare, e il coach…»

«Fermami se ci riesci» le ringhiò tra i denti Rafe, intanto che le dava le spalle.

Spalancò la porta e, artigliando la maniglia, girò appena il capo all’indietro.

«Prega che non accada niente di grave a mia figlia o te la farò pagare.» Una rabbia palpabile si diffuse dal suo corpo contratto, e la sua collera si abbatté con forza sulla sua addetta stampa. «Non voglio mai più vedere la tua faccia e, se tuo padre non ti toglierà di mezzo, scinderò il contratto anche con lui. Mi hai rotto il cazzo una volta di troppo, Hellen.»

Con passi lunghi e cadenzati, Rafe seguì l’amico fuori dal Fenway Park intanto che provava a mettersi in contatto con Dillon.

Aveva bisogno di sentire la sua voce.

Aveva bisogno di essere tranquillizzato, perché il non sapere lo stava uccidendo di crepacuore.

Tuttavia, nessuno gli rispose.

Salì in macchina con Connor e un’ondata di dolore lo travolse, torcendogli lo stomaco in un migliaio di nodi. La sua bambina era in terapia intensiva, e lui avrebbe fatto di tutto per arrivare da lei il prima possibile. Aveva lasciato il campo da baseball senza pensarci un istante e senza dare alcuna spiegazione a nessuno.

Per questo suo gesto ci sarebbero state delle conseguenze, ma in quell’attimo non gli interessavano.

Il non essere accanto a Didi e Dillon gli stava suscitando un dolore viscerale e sordo nella parte più profonda di lui.

«Amico, vedrai che andrà tutto per il meglio» gli disse Connor mentre ingranava una marcia dopo l’altra, lasciandosi Boston alle spalle.

La mascella di Rafe si serrò con forza, e una palla di fuoco incandescente gli si allargò rapida nello stomaco.

 

 

Con il cuore pesante, Dillon si guardò attorno in quella piccola stanza d’ospedale.

Il suo mondo era scoppiato: si era frantumato nell’esatto istante in cui aveva visto cadere dall’albero la sua bambina, e ogni singola scheggia si era sparsa ovunque.

Qualunque paura era precipitata in caduta libera, e quel dolore che le gravava addosso le accese le vene.

Benzina e fiamme divamparono dentro di lei. Aveva provato un’infinità di volte a mettersi in contatto con Rafe e, ogni singola volta, le sue chiamate non avevano ricevuto risposta. Aveva bisogno del suo conforto come mai in vita sua, ma lui non c’era e quella situazione era insopportabile da vivere da sola.

Il sole stava tramontando oltre la finestra della terapia intensiva, immergendo tutto quanto in una luce dorata.

In quel momento Dillon si guardò intorno confusa; gli occhi le bruciavano per le tante lacrime versate, e quell’attimo lei rammentò quanto schifosa potesse diventare la vita.

Strinse i denti con forza nel vedere il corpicino di Didi immobile in quel grande letto d’ospedale.

Il capo era fasciato, e una marea di fili la tenevano attaccata a una macchina che confermava che il suo cuore stava continuando a battere costantemente.

Era pallida, piccola e spezzata, e Dillon desiderò ardentemente scambiarsi di posto con la figlia per poterle risparmiare quella sofferenza.

«È stabile per ora» le disse il dottore sottovoce, come se non volesse svegliare la sua splendida bambina dal coma. «Abbiamo tolto la pressione dal cervello. La caduta le ha provocato un ematoma, e adesso dobbiamo solo aspettare che venga riassorbito.» E con quelle semplici parole si staccò dal letto, andando a controllare le sue pulsazioni.

«Quanto tempo rimarrà in queste condizioni?» gli chiese Dillon intanto che le perle bagnate che le sgorgavano dagli occhi affogavano le rimanenti domande che avrebbe voluto fare.

«Non lo so. Ciascuno guarisce con i propri tempi. Dobbiamo solo essere pazienti.» Il medico le sorrise con fare rassicurante e, dopo aver annotato qualche dato dai macchinari, con un sorriso incerto lasciò la camera. Il dolore tornò a battere sordo e afflitto dentro Dillon.

Era talmente assorta nel suo tormento che non si accorse di una presenza grande e ingombrante alle sue spalle.

Una strana elettricità le sfrigolò attorno e, intanto che l’aria veniva risucchiata dalla stanza, lei si voltò.

Vide Rafe, pallido e sconvolto, sulla porta, ancora con la divisa da baseball, e iniziò a singhiozzare in maniera vistosa.

Con due semplici falcate, lui la raggiunse, accogliendola nel suo abbraccio e donandole conforto.

Dillon pianse come se non lo facesse da una vita.

Come se avesse trattenuto secoli di lacrime non versate, e quelle stesse lacrime si fossero presentate alla sua porta tutte insieme.

«Rafe» sussurrò lei con un ansimo, accorgendosi che stava bagnando il suo petto possente. Non le importò, perché niente era in grado di lenire il suo dispiacere quanto lui.

Per l’ennesima volta lui era arrivato troppo tardi. Erano ore che Dillon, in balìa della sofferenza, attendeva il suo arrivo.

«Sono qui» le bisbigliò lui accarezzandole i capelli lentamente, ma quel tocco anziché placarla l’incendiò.

Perché non aveva mai risposto a tutte le sue chiamate? La rabbia le sbocciò nelle vene, tale e quale a un fiore notturno che sprigionava una sostanza tossica e al contempo si apriva al chiaro di luna.

Dillon si scostò di un passo e in preda alla collera sollevò una mano. Prima ancora di riuscire a capire quello che stava facendo, lo schiaffeggiò con tutta la forza che aveva. Lo schiocco di quella sberla riverberò per la stanza, scontrandosi con i bip dei macchinari che per il momento continuavano a segnalare il funzionamento del cuoricino di Didi.

«Dov’eri quando avevo più bisogno di te?» gli gridò Dillon tra un singhiozzo e l’altro, trafitta da un dolore simile a un fiume in piena che minacciava di affogarla.

Rafe rimase immobile con il viso ancora girato di lato per la forza con cui lei l’aveva colpito; una sofferenza inaudita l’artigliò mentre l’impronta rossa delle dita di Dillon si affacciava sulla sua mascella squadrata. Quel semplice sfogo non bastò ad attutirla.

Con il volto sconvolto, Rafe la guardò senza dire niente.

«È colpa tua, Rafe!» Avrebbe voluto mordersi la lingua, perché quello che le stava uscendo a secchiate dalla bocca non era quello che pensava veramente. Eppure, le parole sgorgarono fuori senza alcun filtro, al pari di un rubinetto lasciato aperto. «Tua, e di quella dannata casa sull’albero che le hai costruito!»

Dillon si costrinse a tacere, perché non voleva continuare a vomitargli addosso quelle atrocità. Un dolore sordo le aveva riempito lo stomaco, e quello sfogo su Rafe in una qualche maniera sembrava attenuare il suo tormento.

Lo guardò dritto negli occhi e vi lesse la stessa tortura che passava nei suoi, e non poté più continuare a infierire su di lui in quel modo.

Era una cosa ignobile quello che gli aveva detto; quella convinzione le fece ribellare il petto, lo spirito e tutto quanto lo stomaco al solo pensiero di ciò che gli aveva arrecato con le sue accuse.

Abbassò le spalle e lo guardò dritto negli occhi intanto che i singhiozzi la scuotevano.

«Mi dispiace, Rafe, non avrei dovuto…»

Con uno slancio, Rafe l’abbracciò di nuovo, cullandola tra le sue braccia.

«Shh» le sussurrò tra i capelli.

Dillon lo strinse a sé con forza, affondando il naso nel suo collo.

Insieme condivisero la paura per le sorti di Dizzy.

Un timore che non poteva essere ignorato le serpeggiò addosso.

Si aggrappò alle spalle possenti di Rafe perché, se solo l’avesse lasciato andare, il mondo terribile che aveva appena conosciuto l’avrebbe frantumata.

Scostò di poco il capo all’indietro, e vide il suo cuore spezzato riflesso sulla superficie cobalto dei bellissimi occhi di Rafe.

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