THE PERFECT GAME
Capitolo 31 di 34

Scritto il 23/09/2026
da FRANCESCA REDEGHIERI


Una tempesta dolorosa e costante si gonfiava dentro Rafe, mentre ora dopo ora se ne stava seduto su quella seggiola scomoda e dura accanto al letto di Dizzy in quella piccola e anonima stanza d’ospedale.

Rafe teneva quella mano piccola e delicata nel suo palmo grande e calloso. Giocherellava con le sue dita, pallide come i petali di una rosa bianca, inscenando una sorta di danza con i loro pollici intrecciati.

Con una scrollata di spalle, cercò di scacciare quel groppo che gli ostruiva la gola e intanto sentì la sua stessa fronte segnata da una leggera ruga; anche senza bisogno di guardarsi allo specchio sapeva che quell’unica linea di preoccupazione era incisa sulla sua pelle.

Vedere Didi in quelle condizioni gli strappò un pezzo di cuore che non sarebbe più riuscito a recuperare.

Era doloroso e ingiusto quello che era capitato alla sua bambina e, nonostante sapesse che Crispy non credeva veramente alle parole che gli aveva urlato addosso, gli facevano male tale e quale a un coltello piantato nel cuore.

Cercò di non rimanere ferito dalla rabbia che gli aveva buttato addosso, però fu inevitabile; e Rafe provò una minuscola fitta, pari alla puntura di un ago.

Il suono inconfondibile dei macchinari accompagnava il respiro lento e costante di Didi, intanto che un andirivieni di infermiere e dottori entravano e uscivano dalla porta regalando a lui e a Dillon sorrisi rassicuranti e incerti.

Lo zio Butch e Archer si alternavano affacciandosi ogni tanto dal corridoio e provando in qualche modo a convincere Dillon ad andare almeno a prendere un caffè e fare una pausa.

Era stremata, tuttavia non avrebbe mai lasciato la sua bambina lì da sola; di questo Rafe ne era sicuro.

«Crispy, ci sto io qui con lei» disse lui, cercando d’incrociare i suoi occhi dall’altra parte del letto. «Vai, hai bisogno di staccare un po’ la spina.»

Dillon non gli rispose, invece negò con il capo.

I suoi occhi rossi e cerchiati erano un pugno in pieno stomaco per Rafe, benché fossero come sempre verdi e scintillanti pari a gemme preziose.

«No» sussurrò lei dopo un po’, con appena un alito di fiato. «Il dottore mi ha detto che devo parlarle, così in una qualche maniera le sarò d’aiuto e si sveglierà» concluse con voce strozzata nello stesso momento in cui si sfregò gli occhi con il dorso della mano, cercando invano di scacciare quelle lacrime che erano tornate a bussare alla sua porta socchiusa.

«Lo farò io.» Rafe si sollevò e, girando intorno al capezzale di Didi, appoggiò una mano sulla spalla di Dillon; mai come in quel frangente la sentì fragile quanto una statuina di vetro soffiato. «Le leggerò una favola o le parlerò, finché perderò la voce.»

Il cuore di Rafe si serrò.

Quella vecchia sensazione di vuoto tornò di nuovo a bussargli addosso; era assordante e gli fece dolere tutto il corpo.

Il mento di Crispy tremò intanto che faceva un respiro profondo e, alzandosi di scatto, si rifugiò ancora una volta tra le sue braccia. Qualcosa dentro di lui si ricucì in quello stesso istante, punto dopo punto, filo dopo filo.

Rafe le appoggiò una mano sulla sua: con l’indice salì fino a toccarle il polso per poi cingerlo e, una volta sollevato all’altezza del viso, portò le dita di Dillon alle labbra, baciandole.

Inalò il profumo dolce di lei, e quell’aroma dalle note calde e profumate quanto una torta al limone lo avvolse, trascinandolo con sé e provocandogli un’ondata di calore sotto la pelle.

Il suo stomaco era un groviglio di nodi ingarbugliati e il suo cuore, assuefatto dalla fragranza della sua Crispy, iniziò a battergli selvaggiamente contro le costole.

Le loro labbra si sfiorarono in una carezza lenta fino a che Rafe con la punta della lingua raccolse le perle salate che si stavano mescolando ai loro respiri.

Premette le labbra contro la sua bocca e per un istante dimenticò il resto del mondo che li stava circondando.

«Tutto andrà per il meglio, Crispy» le bisbigliò lui nel momento in cui notò le luci della stanza riflettersi nei suoi occhi, rendendo il verde del suo sguardo della stessa tonalità dell’erba appena tagliata.

Era lo stesso identico colore di un campo da baseball, e sorrise tra sé e sé perché non l’aveva mai notato prima.

Assorbì quella dolce similitudine e se ne impadronì, non solo perché ne aveva bisogno, ma soprattutto perché il suo adorato campo da gioco era l’unico posto in cui Rafe si sentisse in pace con se stesso. Ora come ora, aveva bisogno di quella sensazione calmante che gli strisciava addosso ogniqualvolta indossava il suo guantone.

«La nostra bambina è forte e si sveglierà» disse Dillon con voce tremante.

Rafe sorrise appena e, accarezzandole i capelli, glieli spinse all’indietro liberandole la fronte.

«Esatto» le sussurrò lui prima di posarle sopra un bacio.

Vedere in quelle lunghe ore le lacrime di Dillon era stato pari a qualcuno che gli avesse dato un cazzotto nello stomaco, lasciando Rafe debole e dolorante.

«Non spegnere la scintilla che brilla dentro di te, Crispy.» Rafe sperò di vedere di nuovo quella luce che tanto amava risplenderle nello sguardo.

«Rafe, come farò se non si risveglia?» Dillon gli appoggiò il viso sul petto, inzuppandogli la maglietta di lacrime.

Le sue braccia l’avvolsero in una stretta rassicurante. «Non succederà» disse lui con la voce strozzata, tuttavia smise subito di parlare perché sentì un dolore in gola che lo avvisava che stava perdendo il controllo.

Dillon, con la testa ancora appoggiata sul suo petto, gli chiese: «Quando dovrai tornare a Boston?»

«Non tornerò per il momento.» Dillon si scostò da lui come se avesse preso la scossa, e lo guardò con occhi sgranati. «Almeno non fino a quando la nostra splendida figlia non riaprirà di nuovo gli occhi» aggiunse.

Dillon non gli rispose, ma acconsentì con il capo.

Un’infermiera li interruppe avvicinandosi a Didi e guardandoli con la coda dell’occhio. Armeggiò attorno alla flebo che aveva attaccata al suo piccolo braccino e dopo un attimo cambiò la soluzione salina.

Dillon, soffiandosi il naso, si scostò, tornando a sedersi sulla sedia di metallo.

Rafe la vide accarezzarle la pelle sottile, tracciandole con la punta delle dita una venuzza che Didi aveva in rilievo.

«Svegliati, piccola scimmietta.»

 

 

Passarono cinque giorni e tutti si diedero il cambio attorno al letto di Didi.

Le avevano parlato, letto storie, e persino raccontato le avventure che lei e il Signor Erre avevano condiviso nel tempo. Ma nulla di tutto quello che le avevano detto le aveva fatto aprire gli occhi.

Il telefono di Rafe non aveva smesso un attimo di squillare, ma lui non aveva voglia di parlare con nessuno, tantomeno con il suo agente.

Un senso di rabbia gli infiammò le vene.

Non voleva avere più nulla a che fare con Hellen e, se suo padre non avesse fatto quello che gli chiedeva, avrebbe scisso il loro contratto.

Anche l’allenatore aveva cercato in varie occasioni di mettersi in contatto con lui, però Rafe non se la sentiva di dare alcuna spiegazione a nessuno.

Non sarebbe andato da nessuna parte finché Dizzy non si fosse svegliata.

Connor e Brin erano passati per dare il loro sostegno e, solo dopo innumerevoli tentativi, erano riusciti a convincere Dillon ad allontanarsi dal capezzale della figlia per andare con loro a prendere un caffè.

Rafe si sedette sul letto accanto a Didi e, accarezzandola su una guancia, le disse: «Scimmietta, stavo pensando a una cosa.» Con la punta del dito le tracciò il rilievo della guancia paffuta, ma talmente pallida da assomigliare a quella di una piccola bambola di porcellana. «Non ci siamo mai fatti due tiri a baseball, io e te. Potremmo farne un paio uno di questi giorni? Che ne dici? Devi solo svegliarti.»

Un sospiro greve gli sgusciò dalle labbra, e la speranza di vedere realizzato ciò che le aveva appena chiesto appassì come un fiore morente, quando il bip dei macchinari gli entrò in testa ricordandogli il luogo dove si trovavano.

La frustrazione gli congelò le corde vocali, mentre stava facendo tutto il possibile per continuare a restare calmo.

Sollevò lo sguardo con sconforto, tuttavia ciò che vide lo destò al pari di una secchiata d’acqua gelata in pieno viso accaldato. Un paio di occhietti della stessa tonalità dei suoi lo stavano guardando con curiosità.

«Ehi» bisbigliò Rafe, intanto che Didi sbatteva lenta le palpebre e lo fissava con sguardo disorientato.

Rafe si sporse in avanti per spingere un paio di volte il campanello attaccato alla testiera del letto, chiamando l’infermiera o chiunque altro si fosse degnato di accorrere.

Voleva gridare dalla gioia perché un macigno grande quanto una montagna gli si era levato dal petto.

Didi si guardò intorno guardinga ma, prima che lui riuscisse a dirle qualcos’altro, sentì le sue piccole dita sfiorargli la mano.

Rafe abbassò i suoi occhi e vide Dizzy sfregare il suo piccolo pollice contro il suo, nello stesso identico modo in cui lui lo aveva fatto ininterrottamente in quei lunghi giorni d’agonia.

FINE CAPITOLO
LA LETTURA CONTINUA SEGUENDO LA FRECCIA
SE IL LINK NON È ATTIVO IL CAPITOLO È IN ARRIVO

 





Lascia un like o un commento, ma sii gentile, qui tutto è un dono.

i commenti sono soggetti a moderazione