THE PERFECT GAME
Capitolo 32 di 34

Scritto il 25/09/2026
da FRANCESCA REDEGHIERI


Erano già passati dieci giorni da quando Didi era uscita dall’ospedale, e Dillon aveva finalmente ricominciato a vivere.

Rafe non aveva mai lasciato il ranch e passava tutto il suo tempo con loro, rimandando giorno dopo giorno il suo ritorno a Boston.

Lui e Dizzy trascorrevano le loro giornate sulla casetta sull’albero, e Rafe aveva già apportato le modifiche necessarie affinché fosse molto più sicura. Accanto alla scaletta a pioli aveva aggiunto un corrimano di legno a cui la sua bambina si sarebbe dovuta aggrappare per salire e scendere dalla quercia.

Didi aveva ricominciato a sorridere spensierata, e l’ospedale era oramai solo un triste ricordo che se n’era andato al pari di una macchia, pulita con un buon colpo di spugna.

Tuttavia, il campionato di baseball spingeva dall’altra parte del vetro della loro esistenza, ricordandogli costantemente la sua ingombrante presenza.

Sarebbe stato facile dimenticarsi di quel mondo, però Rafe era un giocatore di spicco perché non si notassero le sue assenze sulla panchina nel dugout dei Red Sox.

«Tutti i giornali si stanno domandando cosa ti stia tenendo lontano da Boston» osservò Dillon abbassando il rotocalco che aveva appena letto.

La bambina era già nella sua cameretta a dormire da più di un’ora, e loro si stavano rilassando in salotto.

Rafe, avvicinandosi, le si sedette accanto sul divano.

«E quello dove l’hai preso?» domandò lui con un muscolo che gli guizzava sulla guancia.

«Me l’ha dato lo zio Butch, l’ha preso questa mattina giù in citta.»

Rafe, allungando il braccio, glielo prese dalle mani, ma non lo lesse. Lo arrotolò e con fare scocciato lo lanciò verso il tavolo della cucina.

Dillon lo scrutò senza dire niente, mentre un fiume di parole inondava la sua testa, sgomitando per uscire dalla bocca; tuttavia, senza preavviso, restarono imprigionate dalle paratie della sua mente.

«Vuoi parlarne?» gli chiese intanto che Rafe incrociava le braccia sul petto e sul suo viso si dipingeva una smorfia arruffata.

«E di cosa dovremmo parlare esattamente? Del fatto che non ho nessuna voglia di tornare a Boston o del fatto che quei giornali parlino senza conoscere nemmeno la situazione?»

«Non lo so» disse Dillon e, girandosi verso di lui, si mise in ginocchio sui cuscini morbidi dell’ottomana. «Dimmi quello che ti passa per la testa.»

Dillon allungò una mano verso il viso corrucciato di Rafe, gli scostò una ciocca di capelli dalla fronte e si perse nelle profondità preziose del suo sguardo.

Socchiudendo gli occhi, lui si appoggiò al tocco della sua carezza.

«E se io non avessi più voglia di giocare?» le bisbigliò lui abbassando lo sguardo sulle sue mani congiunte in grembo.

Dillon lo scrutò, cercando di capire dove Rafe volesse arrivare con quella confessione.

«Che ne è stato del lavoro dei tuoi sogni? Il baseball e i Red Sox sono la tua vita» ragionò Dillon schiarendosi la voce.

«I sogni cambiano, così anche le priorità.»

Le sue parole furono tali all’acqua di sorgente su una spugna secca, rimasta troppo a lungo sotto il sole.

«E tu cosa sogni, Rafe?»

Rafe voltò il capo verso di lei e con lo sguardo infuocato le rispose: «Te.»

Il cuore di Dillon pulsò nel suo petto, e lei si sentì come se qualcuno le avesse stretto le ossa in una morsa, legandole un corsetto intorno alle costole. Allungò di nuovo una mano verso la bocca di lui tracciandogli il contorno delle labbra con il pollice, e sentì la sua barba ruvida contro il polpastrello.

Un languido piacere le scivolò lungo la schiena intanto che il corpo e le parole di Rafe divenivano grandi e travolgenti.

«Mi dispiace, Rafe, non avrei mai voluto che amare me e Didi significasse metterti davanti a questa scelta.»

«L’amore arriva così, Crispy» le disse Rafe arrotolandole una ciocca di capelli intorno all’indice. «Non puoi scusarti per questo.»

Sentì i suoi stessi occhi dilatarsi per lo stupore, dinanzi a quelle parole che le stavano scavando un solco nel petto.

Lui sorrise mentre le metteva la ciocca dietro l’orecchio.

«Voglio vivere questo ogni giorno: nostra figlia, al sicuro nella stanza accanto; io e te, insieme come adesso.»

Il tono roco di Rafe, proveniente dalle profondità del suo petto muscoloso, risuonò così forte che Dillon lo sentì da qualche parte dentro la sua gabbia toracica.

Gli appoggiò le mani sulle spalle e si sedette a cavalcioni sul suo grembo; non le sfuggì la sua pronunciata erezione.

Dillon oscillò appena e Rafe, inspirando con le labbra appena socchiuse, fece fischiare l’aria che passò in mezzo.

La bocca di Rafe si buttò in caduta libera sulla sua, interrompendo le parole che Dillon cercava di articolare. La lingua di lui si insinuò tra le sue labbra con autorità e precisione, strappandole un gemito.

A lei non rimase altro che avvinghiarsi a lui, allacciando le braccia intorno al suo collo muscoloso; e Rafe con un semplice bacio la divorò, rendendole il respiro accelerato, rapido ed erratico.

«Come puoi chiedermi di rinunciare a questo ogni giorno?» domandò lui staccandosi di pochi centimetri e accarezzandole una guancia, senza mai staccare i loro sguardi dalla magia nella quale erano caduti.

«Io non ti sto chiedendo proprio niente, Rafe.» Le sue parole le uscirono con affanno. «Fosse per me, non ti lascerei mai andare via.»

«Allora tienimi stretto al tuo cuore perché, Crispy, ho intenzione di amarti come accade nelle favole… E lo farò per sempre» le disse Rafe mentre Dillon appoggiava la fronte contro quella di lui e i capelli le coprivano il viso.

Il respiro lento e soffice di lui le riverberò addosso, appoggiandosi sulle sue labbra, somigliante a un bacio invisibile.

Dillon si aggrappò di nuovo alle sue spalle forti, come se lui fosse la sua àncora di salvezza.

«Portami a letto, Rafe» bisbigliò lei, bocca contro bocca, intanto che sentiva quel familiare ronzio prendere vita nelle sue vene.

Rafe, afferrandola sotto i glutei, si sollevò dal divano senza alcuna fatica.

Dilllon sentì sotto le dita i muscoli delle spalle di Rafe contrarsi nel momento in cui, passo dopo passo, lui si avviò verso la sua stanza.

Entrarono nella camera appena illuminata e, dopo averla chiusa a chiave, Rafe la resse contro il legno duro della porta mentre le loro lingue si intrecciavano inesorabili.

Dillon fece scorrere le mani sul suo petto, sentendo il cuore martellarle sotto i suoi palmi e le dita aperte.

Quando le labbra di lui la leccarono lungo il collo, Dillon sentì il piacere montarle lento in ogni singolo centimetro del corpo.

«Voglio sentirti addosso» sussurrò lei quando si ritrovò a volere molto di più di quello che Rafe le stava dando, e i suoi polpastrelli furono incapaci di toccare tutto quello che voleva.

Scivolò lungo il suo addome muscoloso e quasi senza accorgersene gli infilò una mano smaniosa dentro i pantaloni della tuta.

La sua asta le pulsò nel palmo; Dillon, mordendosi un labbro, fece scontrare dentro di sé il fuoco e lo zolfo e questi, unendosi, crearono alte fiamme bluastre da cui scaturì il caldo infernale che le incendiò la pelle.

Le loro labbra fameliche si scontrarono di nuovo quanto calamite rimaste lontano troppo a lungo, e lei si sentì investita da quel rogo divampante, così vivo e caldo e tanto primordiale.

 

 

«Dillon» sussurrò Rafe intanto che inchiodava i suoi occhi a quelli di lei e, per l’ennesima volta, sentì il suo cuore accelerare quando vide la passione che lei teneva racchiusa nelle iridi. «Ho bisogno di stare dentro di te» concluse con un bisbiglio, adagiando il suo corpo morbido sul letto e guardandola dall’alto, raddrizzando la schiena.

La luce accesa sul comodino rese i suoi occhi luminosi, felini e astuti, in netto contrasto con le labbra arrossate e gonfie per i tanti baci.

I capelli mossi erano aperti a ventaglio sul materasso e con la luce calda della lampada si dipinsero di una sfumatura calda che a Rafe ricordò la cannella e lo sciroppo d’acero.

La spogliò con cura maniacale, baciandola e succhiandola nel contempo che le sfilava i pantaloncini e li lanciava dietro le spalle poi, appoggiandosi con un ginocchio, allineò la sua bocca alle sue cosce spalancate.

Gli venne l’acquolina in bocca, pregustandone già il sapore.

Dillon, allungando una mano, gli sfiorò una manica della maglietta e ansimando gli disse: «Perché tu sei ancora vestito?»

Un sorriso sbilenco distese la curva delle labbra di lui, e un brivido di eccitazione gli attraversò la schiena vedendo tra di loro un così netto contrasto.

Rafe, ancora vestito, mentre lei nuda e aperta dinanzi a lui, somigliante a un’offerta agli dèi.

La lingua di Rafe si appoggiò sulla sua intimità, e un tremolio frenetico colpì Dillon alle gambe.

Le artigliò le cosce affondandole le dita nella carne, intanto che scostava appena la testa all’indietro. Soffiò leggermente sopra le sue pieghe tenere e gonfie, stuzzicandola anche con la punta di un dito.

Il corpo di Rafe sembrò andare a fuoco al pari di quello di lei, e nel momento in cui la sua lingua la stava leccando in maniera decisa, lui si infilò una mano nei pantaloni.

Si toccò dandosi qualche strattone deciso e, socchiudendo gli occhi, gemette dinanzi a quel piacere che lo stava infiammando; nello stesso tempo Dillon avvertì la bocca di lui vibrare sulle parti delicate della sua femminilità.

Le mani tremanti di lei trovarono i suoi capelli e, afferrandogli qualche ciocca, le tirò leggermente.

La sua magnifica Crispy crollò in preda all’orgasmo e lui, baciandola, le risalì lungo il corpo, penetrandola con un’unica e lenta stoccata.

La vide boccheggiare come se cercasse l’aria necessaria per sopravvivere e lui, tale e quale a un bravo soccorritore, gliela inalò.

Bacio dopo bacio. Gemito dopo gemito.

Rafe cominciò a muoversi con spinte lente e ben calibrate, ogni oscillazione dei fianchi era deliberata unicamente al piacere.

Era una conquista graduale e costante, intenta a portare entrambi verso l’estasi.

Con un grugnito di soddisfazione, Rafe uscì dal suo caldo tepore e, prendendola per i fianchi, la girò a pancia in giù, la sollevò sulle ginocchia e la penetrò di nuovo intanto che le infilava le mani nei capelli scompigliati, intrecciandoseli attorno alle dita e stringendoli in un pugno stretto.

«È troppo, Crispy?» chiese lui abbassandosi verso il suo orecchio, preoccupandosi che i suoi modi rudi potessero non piacerle.

«No… non ti fermare» gli rispose Dillon con voce arrochita dalla lussuria, nel momento in cui sollevò di più i fianchi verso l’alto, andando incontro a ogni singola e brutale spinta.

«Sei perfetta… Sei perfetta per me, Crispy.»

Rafe era infervorato; teso quanto una corda di violino e ansioso di strapparle l’ennesimo orgasmo, allungò una mano sfiorandole il suo nocciolo pulsante e insieme raggiunsero in quell’istante il culmine del piacere, onda dopo onda di un dolce e accecante sollievo.

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