NON SMETTE DI PIOVERE
Capitolo 25 di 43

Scritto il 31/08/2026
da EMMA MEI


DICEMBRE
 

Il mondo è sempre uguale.

Il sole sorge a est, la notte rincorre il giorno, gli alberi si riempiono di gemme in primavera e la neve copre i rami spogli in inverno.

Eppure è tutto così diverso.

Non riesco ad assaporarne la piacevolezza nello scorgere il sorgere del sole. Aspetto con ansia l’arrivo della notte, sperando di trovarti in un sogno, perché qui, senza di te, il mondo è un purgatorio.

La conference call che ho tenuto con la filiale in Germania è durata più del previsto e ho trascorso gran parte della mattina parlando in tedesco. Coordinare l'ufficio commerciale e le vendite è parte del mio lavoro; non ho mai studiato per queste mansioni, mi è bastato affiancare papà durante le vacanze scolastiche e frequentare alcuni corsi extra con formazione marketing all'università. Mentre gran parte delle mie amiche si cospargeva di olio solare o si avventurava in percorsi di trekking, io lavoravo.

L'indole tedesca della famiglia non permette di oziare, di sgarrare con gli orari o di essere disorganizzati. Dobbiamo essere disciplinati, ferrei e produttivi ma, soprattutto, dobbiamo dare l'esempio a dipendenti e collaboratori.

Non disegno da tanti giorni, cancello ogni schizzo che faccio sia su carta, sia sulla tavoletta grafica; se devo fare l'ipotesi di una scelta di gamma di colori ricade sempre sui toni del marrone o delle più scure gradazioni del grigio. Per fortuna, ho così tanti disegni inutilizzati da essere sufficienti a coprire la produzione dei prossimi due anni.

È tutto così tremendamente in contrasto con il periodo che, fino a poco tempo fa, credevo essere il più bello dell'anno. In azienda è stato posto un solo albero natalizio in sala riunioni, mentre tutte le altre decorazioni sono rimaste chiuse negli scatoloni. La malsana soddisfazione che provo spegnendo quell'albero al termine della giornata è indescrivibile, fosse stato per me non l'avrei fatto allestire, ma mamma ha detto che non è giusto far pesare il nostro lutto ai dipendenti.

COME LI INVIDIO…

Allungo le gambe sotto la scrivania e, allo stesso tempo, porto in alto le braccia, ribaltando indietro la testa per stirare i muscoli contratti. La sedia scricchiola e il pensiero che si possa rompere mi fa sorridere. Se accadesse, potrei provare un dolore diverso da quello che mi sta annientando l'anima, oppure non cambierebbe nulla?

Un leggero bussare alla porta mi fa sussultare. Riassumo una postura eretta sulla sedia e muovo il mouse per sbloccare lo schermo del computer.

«Avanti.»

«Signorina Weber, le hanno consegnato il pranzo.» Brianna appoggia il sacchetto su un ripiano estraibile della libreria che funge da tavolino. «Non ho fatto in tempo ad annullare l'ordine da Bruno's. Lo ritiro in frigorifero, così lo potrà prendere stasera prima di tornare a casa?»

«Cosa?» Sposto la concentrazione dal documento che sto fingendo di compilare e noto la scritta sul sacchetto. Il logo è del ristorante vegano in cui sono andata a cena con Logan alcune settimane fa. Una vita fa. «Chi l'ha portato?»

«Un rider.» È infastidita, lo noto dalla sua voce. «Preferisce che le scaldi le lasagne che mi ha fatto ordinare stamattina?»

«No, grazie.» Ogni cosa che ingerisco non ha sapore, è indifferente mangiare della carne o del seitan. «Vada pure, ci penso io ad apparecchiare. Al suo ritorno vorrei confrontare i nuovi preventivi di alcune materie prime. Buon pranzo, Brianna.»

Aspetto che esca dall'ufficio prima di aprire le vaschette e scoprirne il contenuto. Sono i miei piatti vegani preferiti, quelli che ho ordinato la prima volta che Logan mi ha portata in quel ristorante. Avrà notato che ho perso peso e questo gesto è un tentativo di prendersi cura di me.

Riporto il viso verso il soffitto ed espiro dalla bocca per evitare di piangere di nuovo. Com'è possibile che, nonostante il mio comportamento, Logan continui a trovare un modo per restarmi accanto?

Con stanchezza asciugo le lacrime e schiarisco la gola, per poi prendere la bottiglia d'acqua e bere direttamente da essa. È una frazione di secondo: il mio sguardo si sposta verso la poltroncina accanto alla libreria e, sempre per una maledetta frazione di secondo, mi aspetto di vederci Mik, stravaccato, che mi rimprovera per un gesto che ha sempre ribadito non essere consono a una ragazza con la mia educazione, aggiungendo anche quanto sia poco igienico.

Ma lui non è seduto su quella poltroncina, non è neppure appoggiato al bordo della scrivania o sulla mia sedia.

Lui non c'è.

Riprendo a piangere, in silenzio, accettando il mio dolore come una mia quotidianità, trattenendolo solo quando sono alla presenza di qualcuno, papà su tutti. Ho il timore di vedere una qualsiasi espressione sul suo viso e di scorgere del fastidio nei suoi occhi.

Mossa da un impeto di nervoso, butto la bottiglia nel cestino, anche se il gesto non allevia per nulla il tornado di emozioni e di sensazioni che hanno preso possesso della mia esistenza. Il silenzio che avvolge la stanza è un rumore assordante, fischia nelle orecchie ed evoca l'assenza della vita di prima. Fino a un mese fa amavo il mio lavoro, anche se lo trovavo stressante, mi piaceva quello che stavo facendo, ero entusiasta dell'inaspettata piega che aveva preso la conoscenza fra me e Logan e mi ero goduta ogni nostro momento. Ma ora… ora c'è solo questo fischio che penetra nella mia testa, aumentandone l'inquietudine che le trasmette il mio cuore.

Mi siedo sulla poltroncina e mi sforzo di mangiare qualcosa, piccoli bocconi che mastico piano e che mi servono per reggermi in piedi e, soprattutto, per arrivare a stasera, quando metterò le firme sui documenti dell'eredità di Mikael. È accaduto tutto così in fretta che ho chiesto tempo per compiere l'ultima azione che definisse la sua morte. Per fortuna, mamma e papà hanno capito la mia esigenza e si sono trovati d'accordo con me, non prima di aver chiesto a Logan se lo fosse a sua volta.

Da stamattina quando ho lasciato il dojo, continuo a ripetermi che mancano gli ultimi due gesti per distanziarmi fisicamente dal dolore: uno è presentarmi dal notaio per firmare il testamento e l'altro è chiudere il mio cuore a Logan.

Richiudo le vaschette e ripongo tutto nel sacchetto che le conteneva. Vado a prendere un caffè alla macchinetta, il piano, per fortuna, è quasi deserto. In corridoio sento la voce di papà, ma non riesco a comprendere le parole, mantiene il tono sicuro che lo caratterizza, anche se noto che ha qualcosa di tristemente pacato.

Da quella mattina non ha mai dato segni di cedimento, ha consolato la mamma e me, stretto le mani di chi ci porgeva le condoglianze ed è tornato al lavoro il giorno seguente il funerale. Per un attimo ho provato rabbia quando mi ha chiesto di essere presente a mia volta, per seguire la produzione per un nuovo cliente, ma poi ho capito che il lavoro è stata una zattera a cui mi sono aggrappata per non annegare.

Busso alla sua porta, mi affaccio senza entrare, attendendo che smetta di parlare con il suo interlocutore al telefono.

«Sto andando a farmi un caffè, lo vuoi anche tu?»

«Sì.» Firma qualcosa, poi si alza e mi raggiunge. «Andiamo insieme, così sgranchisco le gambe. È da stamattina che non esco da questo ufficio e ho bisogno di un po' di aria fresca.»

Raggiungiamo in silenzio la macchinetta godendoci di questo momento. Preparo i caffè e percepisco il suo sguardo su di me.

«Sto bene, papà. Non ti preoccupare» cerco di rassicurarlo.

«Hai gli occhi rossi e gonfi.»

«Niente che due gocce di collirio non riescano a sistemare, prima dell'arrivo degli impiegati.»

«Se non sei pronta, chiamo il notaio e sposto la data della lettura del testamento.»

«No, non possiamo rimandare ancora, anche per rispetto verso Logan. Tanto dovremo solo ascoltare la lettura dei documenti testamentari e apporre le nostre firme. Tutti abbiamo bisogno di mettere una sorta di punto a ciò che è accaduto; almeno, io ho un bisogno incredibile di mettere fine a questa serie di pratiche che non fanno altro che farmi male e che mi ricordano che Mikael non c'è più.» Stringo il bordo del ripiano e cerco di fare dei profondi respiri per non rimettermi a piangere.

Una mano si appoggia al centro della mia schiena, scivola sulla mia spalla e con gentilezza mi volta. In un attimo mi trovo fra le braccia di papà, che mi stringe portandomi la testa sul suo petto.

È una di quelle rare occasioni dove mostra il suo affetto paterno e mi aggrappo ancora di più a lui. Respiriamo in sincronia, sento il suo cuore battere furioso. Non diciamo nulla; è tutto qui, in questo abbraccio e nelle parole non dette.

Ti voglio bene anch'io, papà.

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