Sono persa, Mikael.
Te ne sei andato come un sospiro, portando il cielo con te.
Non so come fare per tornare a respirare senza sentire male al petto, senza avere gli occhi che mi bruciano perché ormai le lacrime hanno assunto la consistenza delle spine.
Senza provare dolore in questa maniera così devastante.
Mi trovo da alcuni minuti dentro l'ufficio notarile e già non vedo l'ora di uscire. Con la coda dell'occhio scorgo mamma e papà scambiare i convenevoli con il notaio, che ci invita ad accomodarci sulle sedie davanti alla sua scrivania. Mamma assume una postura rigida ma composta, solo le mani strette sul ventre mostrano la sua tensione, mentre papà ha l'espressione impassibile, come se stesse concludendo un contratto con un cliente. Logan scosta la sedia per farmi sedere, per un attimo le nostre mani si sfiorano e tanto basta per farmi percepire che anche le sue sono fredde. Non riesco nemmeno a guardarlo per ringraziarlo. La mia insegnante di bon ton mi sgriderebbe, trovando riprovevole, per una signorina come me, un comportamento così maleducato, riprendendomi anche per la schiena incurvata e le ginocchia separate. Cerco qualcosa a cui potermi aggrappare psicologicamente e, come ipnotizzata, fisso l'attestato di laurea posizionato sulla parete alle spalle del notaio, sentendomi sempre più come un palloncino cui hanno tolto l'aria.
«Se siete pronti, diamo inizio alla lettura del testamento del signor Mikael Weber» annuncia il notaio, attendendo un nostro cenno di assenso.
La sua voce è fastidiosamente monocorde, ma poco importa e, mentre legge in sequenza della sua quota societaria dell'azienda familiare, del suo appartamento con tutto ciò che contiene e della sua amata Harley, continuo a fissare quel dannato attestato di laurea. È un breve elenco seguito dalle percentuali di ripartizione a noi famigliari che Mik ha dovuto mettere nero su bianco su insistenza di papà. Ho già espresso che terrò solo il disegno del maestro zen con l'ensō uguale al mio tatuaggio, di tutto il resto possono farci quello che vogliono, tanto non mi interessa.
C'è chi al raggiungimento della maggiore età riceve in regalo una macchina, o un viaggio dall'altra parte del mondo, e poi ci siamo noi, della famiglia Weber, che abbiamo la tradizione di fare testamento.
A diciotto anni ho dovuto farlo anch'io e l'ho aggiornato l'anno scorso quando ho comprato casa. Secondo papà è giusto mettere tutto nero su bianco davanti a un notaio per evitare problemi dopo. Un dopo che è arrivato come un vento zingaro che passa sui campi e attraversa la vigna ingiallita.
«Ora veniamo alla quota societaria del dojo Yoseikan di Mikael Weber e Logan Reyes.» Si toglie gli occhiali, poggia la cartelletta davanti a sé e prosegue. «A novembre di quest'anno, il signor Weber ha chiesto di modificare questa parte del suo testamento, scrivendo di suo pugno ciò che vi andrò a leggere.»
D'istinto volto la testa per cercare papà, che vedo fare un cenno al notaio e posare la sua mano su quella di mamma. Con il cuore che mi martella nel petto, mi giro verso Logan che mostra un'espressione sorpresa come la mia.
Novembre di quest’anno mi riecheggia nelle orecchie e il respiro accelera alla velocità della luce. Porto la mano al collo e le orecchie fischiano in maniera assordante.
«Come…» provo a dire, «come sarebbe dire a novembre di quest'anno? È morto il quattordici di novembre. Che sta dicendo?» La mia voce si è fatta acuta, ma sembra non impressionare il notaio.
«Tesoro, ascolta le parole scritte da Mikael» interviene papà. «Ho firmato quel foglio assieme a mamma, è tutto regolare.»
«Non sto dicendo che non lo sia!» urlo, alzando ulteriormente la voce.
«Vik.» Logan cerca di attirare la mia attenzione.
«Vik un corno!» Balzo in piedi e inizio a camminare avanti e indietro per la stanza. «Perché ha cambiato il testamento? Sapeva di morire? Ma cosa gli è saltato in mente di fare?»
Sto farneticando e lo so che tutti e quattro mi stanno fissando come se fossi sul principio di un crollo emotivo… perché sto davvero crollando. Apro e chiudo le mani, deglutisco a fatica e nella testa continuo a urlare che tutto questo è assurdo. Non so più cosa sia la tranquillità della quotidianità, la ripetitività delle cose e l'assenza degli imprevisti. Odio gli improvvisi cambiamenti e le sorprese, lo sanno tutti. Eppure, eccomi qui ad ascoltare di eredità, di case, di oggetti e ripartizioni di proprietà.
Io voglio lui, come devo dirlo?
«Signorina Weber, le assicuro che sono poche righe ed è una particolare specifica in più in relazione al precedente testamento.»
Asciugo una lacrima e mi rimetto a sedere, picchiettando con la scarpa sul pavimento e cercando di estraniarmi da quello che ho attorno.
Non mi interessa, voglio solo uscire di qui. Subito!
Cerco di rimanere concentrata sul respiro e, per farlo, chiudo gli occhi, salvo poi aprirli di scatto quando sento il notaio che richiama la mia attenzione.
«Signorina Weber, ha compreso quanto scritto da suo fratello Mikael?»
«Scusi?»
«“Lascio la mia quota del dojo a mia sorella, Viktoria Weber, che dovrà assumere in tutto e per tutto le mie mansioni, a parte quelle di maestro per ovvietà di competenze. Non potrà cedere la quota societaria, né vendere la parte di proprietà dello stabile, non prima di tre anni a partire dalla lettura di questo testamento. Il signor Logan Reyes è libero di decidere del personale che collabora al dojo, ma si dovrà confrontare con Viktoria per quanto riguarda la parte amministrativa e quella di manutenzione”» ripete con pazienza.
«No che non sono d'accordo. Non voglio la sua quota, non voglio il dojo, non voglio nulla» urlo. «Ma cosa gli ha detto il cervello perché prendesse una decisione del genere? E tu, papà, perché non gli hai suggerito di cedere tutto a Logan?»
«Viktoria, calmati.» Papà si è alzato a sua volta e mi tocca la spalla con una mano. «Credi che non gli abbia detto che era una decisione illogica lasciare a te la sua parte e non abbia cercato di farlo ragionare?»
«Ovvio che per te sia una cosa illogica! Toglierebbe del tempo alla tua azienda, ai tuoi clienti e al tuo ufficio commerciale. Di certo per te sarà logico che il dojo diventi un mio extra che dovrò gestire nel poco tempo in cui mi permetterai di staccarmi da te, non pensando che tutto questo mi porterà ad ammazzarmi di lavoro e non vivere la mia vita… peccato che il morto ci sia già stato.» Mi blocco immediatamente, guardando terrorizzata i visi di tutti loro prendendo coscienza di quello che ho appena detto. «Scusatemi, non volevo…»
Silenzio.
«Mi consenta, signorina Weber» interviene ancora il notaio, «di consegnarle questa lettera che suo fratello mi ha chiesto di farle recapitare dopo questa lettura. Sono sicuro che le chiarirà i motivi delle sue decisioni.»
Riesco solo a fare un cenno con la testa e allungo la mano per prendere la lettera. D'un tratto ho un flash e il ricordo della mattina post bronza mi torna in mente: l'impegno di Mikael con papà e il suo non volermi dire nulla. Sono scioccata.
«Posso avere un minuto da solo con Viktoria?» domanda Logan che, dall'inizio di questo incontro, prende parola per la prima volta.
«Certo» risponde papà.
Usciamo in silenzio, chiudendo la porta alle nostre spalle.
«Qual è il problema?» sussurra. «Lo sai che si tratterebbe di controllare il resoconto bimestrale del commercialista e mettere delle firme quando è richiesto. La gestione pratica è tutta sulle mie spalle. Cos'è che in realtà ti dà fastidio?»
«La prossima settimana partirò per Amburgo» sgancio la notizia. «Mi trasferirò da nonna Anja e lavorerò negli uffici della sede europea. A tempo indeterminato.»
«Dove andrai la prossima settimana?» esclama stupito. Si blocca. «Sarà la vigilia di Natale…»
«Non importa che giorno sia.» Stringo di nuovo le mani. «L'ho deciso alcuni giorni fa, ne ho parlato con papà che si è trovato d'accordo con me. Ho bisogno di mettere una distanza da tutto questo.»
«Tutto questo? E noi?» domanda con un tono che percepisco essere pieno di dolore e di ansia.
«Noi non esistiamo più e, onestamente, due mesi non sono abbastanza per considerarci come una coppia… un noi.»
Non aspetto la sua risposta, rientro nello studio e chiedo dove devo firmare. Ancora una settimana e poi salirò sull'aereo diretto in Germania e tutta questa situazione rimarrà qui a Saint Paul, mi porterò via il dolore che mi sta distruggendo l'anima e che, spero, prima o poi mi darà tregua.
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