L’altra notte non riuscivo a prendere sonno e ho passeggiato a piedi nudi sul prato, nel giardino di nonna, godendo della sensazione di freschezza dell’erba.
Mi sono sentita libera, leggera… serena.
Non felice perché sai come la penso sulla felicità, è una cosa effimera… Quindi no, non ero felice, ma ero serena… quel tanto che basta a non piangere ogni volta che mi volto e i miei occhi non incontrano i tuoi. Serena perché ho capito che ce la posso fare e devo imparare ad affrontare ogni onda di questa tempesta e attendere che si quieti.
Tu, ogni tanto, vieni a trovarmi nei sogni.
Ho trascorso gran parte della notte al telefono con Rose, analizzando il comportamento che ho avuto ieri sera. Lei è dell'idea che l'aver fatto uscire tutta la rabbia, che trattenevo da troppo tempo, sia il primo vero passo che compio per uscire dal tunnel in cui mi sono rinchiusa dopo la morte di Mikael. Sono sfinita, fisicamente e psicologicamente, ma sento di essermi tolta un macigno dalle spalle e dal cuore.
Mi sveglio con un martellante mal di testa simile a un post sbronza e socchiudo un occhio per mettere a fuoco la lucina lampeggiante del cellulare, indice che è pieno di notifiche. Sono tutte da parte di Logan. Senza pensarci più del dovuto, lo spengo. Non sono ancora pronta ad affrontare una discussione con lui.
«Come ti senti?» domanda nonna, appoggiata allo stipite della porta di camera mia. «Ada mi ha spiegato cos'è successo ieri sera.»
Avanza fino a sedersi sul letto e mi porge una tazza di tè bollente. Mi metto a sedere e allungo la mano per prenderla, soffiando per raffreddare il liquido ambrato.
«È stato un momento di sconforto, ora è passato.» La guardo per mostrarle che non sto mentendo ed evito di nascondere il viso come ho sempre fatto. «Forse ricapiteranno altri episodi simili, ma non credo che saranno così forti. Ho finalmente aperto la gabbia del mio cuore e ora le emozioni sono libere di uscire.»
Sorseggio il tè e accenno un sorriso mentre alzo le spalle, come a voler sdrammatizzare quello che ho appena detto.
Nonna sorride a sua volta e sposta l'attenzione da me alla fotografia che tengo sul comodino. È stata scattata alla mia festa di laurea, al rientro da Parigi. Mikael e Logan mi tengono maldestramente in braccio, Rose sta ridendo mentre mi stringe la mano e io sorrido, cercando di non cadere nella piscina alle nostre spalle.
«Mi ha telefonato, prima.» Non c'è bisogno che dica chi, lo so che si sta riferendo a Logan. «Dovresti chiamarlo e chiarire con lui perché è confuso dai messaggi che gli hai lasciato in segreteria.»
«Lo so.» Bevo il tè e poso la tazza sul comodino. «Lo farò più tardi, prima devo riordinare i pensieri.»
«Sei stata brava, hai affrontato qualcosa più grande di te e non è ancora finita.» Si avvicina per accarezzarmi la guancia. «Hai preso coscienza di cosa significhi la sua assenza, ora riparti da questo punto e vai avanti. Devi chiarirti con Logan, ricorda che anche lui ha perso un amico fraterno e sta soffrendo a sua volta. Non allontanarlo.»
La mente mi si riempie di immagini casuali della prima volta che l'ho visto e di come mi aveva colpito il suo sorriso. Delle volte in cui mi ha presa in giro prima del viaggio a New York, degli scherzi che mi ha teso, delle cene a casa mia, di quando combatteva a judo con Mik e dell'orgoglio che aveva il giorno dell'inaugurazione del dojo. Le immagini rallentano fino a quella che custodisco con più dolcezza nel mio cuore. Era la mattina dopo la nostra prima notte insieme, dalle finestre entrava la luce tenue dell'alba e nella stanza c'era un senso di impalpabile armonia. Quel momento mi era apparso così incredibilmente perfetto, tanto da farmi pensare che avessimo tutto il tempo del mondo per amarci e che ciò che stavamo vivendo fosse solo l'inizio. È l'attimo che ho impresso su un foglio di carta con le matite a carboncino…
Raddrizzo la schiena e schiarisco la gola. «Se sei d'accordo, vorrei preparare la crostata che mi ha insegnato a fare Francesco, così abbiamo il dolce da mangiare dopo pranzo.»
«Ottima idea. Ma fai quella telefonata prima di raggiungermi in cucina.» Si alza in piedi posandosi una mano sulla schiena.
Porto due dita alla tempia e le muovo come se stessi facendo il saluto militare. «Agli ordini, nonna!»
Piego le gambe verso il petto e appoggio la testa sulle ginocchia. Respiro piano per cercare di rallentare il battito del mio cuore e per trovare il capo del discorso che voglio fare a Logan.
Scosto la coperta e mi dirigo verso il bagno per fare la doccia. Mi prendo il tempo necessario e, una volta vestita e pettinata, scendo al piano terra. Mando un breve messaggio a Logan per sapere quando posso chiamarlo e l'immediata risposta mi chiede di dargli cinque minuti di tempo.
«Nonna» la chiamo, mostrandole il cellulare nella mia mano, «vado in giardino. Intanto mi prepari gli ingredienti, per favore?»
Il giardino che la nonna ha creato insieme al nonno gira tutt'intorno alla casa ed è qualcosa di fiabesco. Il punto focale è il gazebo coperto da rose rampicanti bianche, in un angolo ci sono due vecchie carriole che fanno da vaso alle petunie e sono circondate dalle ortensie di vari colori. La zona che preferisco è quella delle erbe officinali, talmente curata che più volte l'ho fotografata con il cambio delle stagioni, e il piccolo orto che Francesco coltiva con passione. È una tiepida giornata estiva di fine agosto, le nuvole bianche spezzano il turchese del cielo, il vento è verde e sa di menta. Mi appare l'idea di una fantasia da disegnare e mi formicolano le dita delle mani dalla voglia di prendere le matite e abbozzarla. Devo tenerla in mente e rimandare a più tardi.
Mi siedo sulla panchina, premo il tasto della video-chiamata, attendendo di vederlo, di sentire la sua voce.
«Ciao, Viktoria» risponde freddo.
«Ciao» sussurro.
Mi perdo guardando i suoi meravigliosi occhi blu. Ha un'espressione tesa, la postura rigida ma, nonostante tutto, è bello da impazzire. Uno sfarfallio del battito del cuore mi fa emozionare. Quanto tempo è passato dall'ultima volta che ci siamo guardati negli occhi?
«Se non ti dispiace, vorrei iniziare io a parlare.» Si accomoda meglio sulla poltrona del suo ufficio e appoggia gli avambracci sul ripiano della scrivania. «La distanza può impedire tante cose, ma non può impedire ai sentimenti di arrivare alle persone che amiamo. Ti ho attesa, ho rispettato i tuoi silenzi e ho sperato che decidessi di portare avanti la nostra storia, nonostante fossi stata molto chiara a riguardo.»
«So bene cosa ti ho detto quel giorno… e anche dopo» lo interrompo. «È che credevo che tu non avresti desistito.»
Noto un cambiamento nel suo volto, percepisco la sua rabbia e la fatica che fa a trattenerla.
«Sto male anch'io, Viktoria!» sbotta. «È giusto che tu ti senta distrutta per Mikael, era tuo fratello! Ma non è che tutti quelli che l'hanno avuto come amico siano immuni dal provare dolore per la sua morte. Per me era di più, lo sai bene, e non mi riferisco al fatto che fossimo soci. Mi manca, terribilmente, ogni cazzo di momento della giornata.»
«Perché non sei venuto da me?» riesco a domandare, avvertendo un nodo alla gola.
«Ma cos… Hai rotto con me, te lo ricordi?! Hai messo in mezzo a noi un oceano e limitato i contatti telefonici. Non hai voluto che venissi a trovarti, me lo hai vietato per ben tre volte!» sbraita. «Devi imparare a considerare chi ti sta intorno ed essere più empatica e comprensiva.»
Non l'ho mai sentito alzare la voce. Mai! Neanche quando allena i suoi allievi o se discute con qualcuno. Lui è sempre stato quello con l'atteggiamento composto e zen. Vederlo così mi sta demolendo. Io, che non ho mai smesso di amarlo, mi sono rifiutata di lenire il suo, di dolore.
Un senso di vergogna e di malessere interiore mi avvolge. Prendo coscienza di ciò che è accaduto, rendendomi conto che questo è un lutto che anche chi mi è vicino sta elaborando a sua volta.
Nonna è stata risoluta nel farmi capire che mamma e papà porteranno lo strazio per sempre nei loro cuori e io, invece di stargli accanto, sono scappata, lasciandoli da soli a cercare di accettare una perdita che non troverà mai una giusta logica.
Mio Dio… sono una persona orribile!
«Sai bene che lascio il tempo agli altri per metabolizzare gli avvenimenti della vita, figurati nei confronti della persona che amo.» Sfrega la fronte con una mano. «Sei sempre stata così inflessibile. Di corsa. Impostata. Poi alla fine hai capito che il lavoro non è capace di abbracciarti e di amarti, così ho pensato di essere riuscito a sciogliere quel pezzo di ghiaccio che eri. Non a caso, io e Mikael ti chiamavamo lady iceberg.»
Silenziose lacrime scendono sul mio viso, non stacco gli occhi dallo schermo del cellulare, guardando incantata il suo volto e notando, per la prima volta, il suo enorme dolore.
Le parole rimangono incastrate da qualche parte, la rabbia di ieri si è già dissolta e quello che vorrei dirgli non serve a placare la sua tempesta emotiva.
Non lo vedi che anche se mi muovo sono bloccata?
Non lo senti che anche se sussurro sto urlando?
Non percepisci che anche se ti allontano ho bisogno di te?
Debolmente muovo la testa come a negare, sperando che riesca a capire quello che sto dicendo senza dar voce alle parole.
«Ti ho lasciata andare via da me ma, dopo mesi d'attesa, stamattina mi alzo e trovo in segreteria quei due vocali assurdi in cui mi accusi di non esserti stato di sostegno e di averti illusa.» Si avvicina allo schermo, prende fiato per proseguire. Ho paura di ascoltare, perché so già cosa mi dirà. «L'universo decide chi incontri nella vita, il tuo cuore decide chi vuoi nella tua vita e la consapevolezza decide chi resta nella tua vita. Da oggi in poi mi limiterò a inviarti i rendiconti bimestrali tramite email, ogni altra comunicazione riguardante il dojo avverrà con la stessa modalità, così che i nostri contatti siano ulteriormente ridotti al limite.»
Silenzio. Di nuovo quel fastidiosissimo silenzio assordante che mi fischia nelle orecchie e mi fa ascoltare il battito del mio cuore, il rumore del mio respiro e percepire l'umido delle mie lacrime.
Mormoro un no come se fosse una supplica.
«Avevo sperato che potessimo riuscirci insieme, ma ho capito che, quando impari a sopravvivere senza nessuno, puoi sopravvivere a qualsiasi cosa, cosciente di potercela fare da solo.» Si appoggia allo schienale della poltrona e non dice più nulla. «Ci stiamo facendo del male ed è giusto interrompere del tutto ogni tipo di contatto e di legame fra noi.»
«Mi dispiace tanto… è tutta colpa mia.» Tiro su con il naso e rivolgo il viso al cielo cercando di ricacciare le lacrime indietro. Il sole inizia a essere più caldo sulla pelle, ma io tremo fin dentro le ossa. «Tornerò presto a casa, da te.»
«Non tornare per me, fallo per te e per le persone cui vuoi bene.»
«Ma io voglio tornare da te» ripeto.
«Viktoria…» Intreccia le mani sul piano della scrivania. «Tra noi è finita.»
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