Le emozioni sono come il vento. L’amore è il soffio primaverile che risveglia l’anima e permette ai nostri occhi di vedere tutto con più viva attenzione.
In queste ultime settimane ho finto di stare bene, ho finto che non mi stesse continuando a crollare tutto addosso. Ho finto e sorriso. Nascosto il dolore, dove nessuno lo poteva più vedere, se non io, nei miei occhi, quando mi guardo allo specchio.
Devo dirti addio, Mikael, devo lasciarti andare via. Ho rimandato questo momento il più possibile, ma mi sono fatta solo del male e non c’è altro modo che accettare ciò che è accaduto per andare avanti.
La discoteca in cui ci troviamo è un'ex fonderia situata in una zona industriale abbandonata. L'enorme pista è illuminata da luci sistemate su tralicci verticali ed è circondata da un'impalcatura su due livelli che crea l'illusione di ballare in un'arena. Dalla parte opposta rispetto all'entrata si trova un'enorme porta con due ante che scorrono e che permettono di accedere alla zona esterna, dove ci si può sedere sui divanetti e ascoltare la musica a un volume inferiore. La cosa che mi ha immediatamente colpito sono gli immensi murales che ricoprono le pareti, i pilastri, i banconi del bar e ogni superficie possibile. Quando la luce passa sopra di loro si riescono a intravedere i colori forti e decisi, mentre al buio restano visibili solo alcuni tratti fluorescenti.
Per una frazione di secondo mi è venuto l'istinto di cercare nella mia borsetta il blocco da disegno, ma tanto è bastato per far scorrere i ricordi fino a fermarli al fine settimana a New York con Logan. Stasera non voglio pensarci, sento il bisogno di svuotare la mente e ballare.
Sono in mezzo a tanti altri ragazzi di varie età, c'è chi balla in cerchio, chi uno di fronte all'altro, chi saltella facendo ondeggiare la testa. Si respira aria d'euforia, di spensieratezza e giovinezza. Non so quanto tempo sia passato dall'ultima volta in cui mi sono trovata in una situazione simile.
Ritorno con la testa sulla pista da ballo e sul movimento che il mio corpo compie seguendo la musica. Con me e Ada ci sono anche Johanna e Leonie, due ragazze con cui ho stretto amicizia grazie a mia cugina. Sono le proprietarie di un negozio di abbigliamento, dove mi reco con piacere e, spesso all'ora di pranzo usciamo insieme per mangiare qualcosa. Se Johanna mi ha sempre consigliato dei capi rigorosi, Leonie mi ha convinta a indossare qualcosa di più giovanile e colorato. Ovviamente non ho un rapporto di confidenza come quello che ho con Rose, ma è piacevole avere qualcuno con cui relazionarmi e che non sia la nonna, o le simpatiche vecchiette del centro anziani.
Chiudo gli occhi e mi lascio andare, alzo le braccia, ondeggio e lascio pulsare la musica dentro di me. Mi sento bene… mi sento libera.
Ada si sporge verso il mio orecchio e mi domanda se vogliamo andare al bar per ordinare qualcosa da bere. Apro gli occhi di scatto, rendendomi conto di quello che ho appena provato, e il senso di colpa mi travolge come un'onda del mare.
Mentre ballavo non ho sentito nessuna nota di dolore. Ero libera.
Lentamente le mie gambe si piegano, iniziando a far avvicinare il mio corpo al pavimento. La musica assordante, il freddo, il dolore e la disperazione mi travolgono come un'onda del mare in tempesta che non lascia speranza di sopravvivenza.
Guardo persa gli occhi di Ada, che comprende cosa mi sta succedendo appena il mio viso si contorce e le lacrime bagnano le guance. Scambia una battuta con Johanna e Leonie che annuiscono, mi aiuta ad alzarmi e mi avvolge un braccio sulle spalle; mi trascina in bagno, infilandoci dentro un cunicolo lercio come non mai.
«Guai a te se rivedo quell'emozione disperata sul viso!» intima fissandomi dritta negli occhi. «Mi hai capito, Viktoria?»
Le sue mani sono sulle mie spalle, mi trattengono e mi sorreggono allo stesso tempo. Continua a parlare, ma non sento nulla se non lo smarrimento che proviene dal centro del mio petto.
«Cosa?» chiedo, perché non ho ascoltato quello che stava dicendo.
«Ho detto che per la prima volta ti ho vista bellissima e serena e non voglio pensare che si sia trattato di un evento unico quanto raro. Voglio, anzi pretendo, che quell'espressione si imprima sulla tua faccia fino a rimanerci per sempre.»
Non mi lascia la possibilità di muovermi e d'istinto appoggio la fronte sulla sua spalla, dando ancora più sfogo alle lacrime. Ada mi stringe in un abbraccio.
«Mi sento così impotente, non so come aiutarti» sussurra, accarezzandomi dolcemente le spalle. «Vuoi che torniamo a casa? Hai bisogno di bere un bicchiere d'acqua? Dimmi qualcosa… dimmi cosa vuoi.»
Di nuovo il suo nome mi appare nella mente ed è ormai inutile negare l'evidenza. Va bene dover elaborare e accettare la morte di Mikael, ma la lontananza da Logan è una questione che non sono riuscita ad affrontare. L'ho accantonata, messa da parte e ignorata con un'ottusità e una testardaggine degna della mia indole di lady iceberg. Mi sono resa conto che più passa il tempo e più mi manca. Perché lui è l'unico che mi abbia capito e accettata così come sono, e non mi sono mai sentita così totalmente amata come in quel breve periodo in cui siamo stati insieme.
Ieri, dopo non averlo sentito per dieci lunghi giorni, prima di riagganciare l'ho chiamato per nome perché non volevo che ci lasciassimo così, fino alla prossima telefonata, ma sono stata zitta, non sapendo come iniziare un diverso argomento di conversazione che non riguardasse il dojo. Logan è rimasto in attesa alcuni istanti, dandomi il tempo di riflettere, e poi mi ha posto la solita domanda: «Viktoria, tu di chi hai bisogno?» prima di interrompere la comunicazione senza darmi la possibilità di rispondere.
Mi slego dall'abbraccio con Ada, asciugo nervosamente con il dorso della mano gli occhi e cerco il cellulare nella borsetta. Faccio partire la telefonata e attendo una sua risposta. Gli squilli si interrompono appena scatta la segreteria e, mossa da un moto di rabbia, decido di lasciargli un messaggio.
«Ti avevo creduto!» Apro la porta del cunicolo maleodorante e, facendomi spazio fra le ragazze in fila, esco dal bagno. «Ti avevo creduto, cazzo! E anche tu mi hai lasciata sola, proprio come Mikael.» Proseguo la mia marcia evitando i ragazzi sulla pista da ballo e mi dirigo verso il grande portone per trovare un angolo isolato nella zona all'aperto. «Mi avevi promesso che ci saresti sempre stato, per me. Che non mi avresti abbandonato e mi avresti aspettato. Che cosa conta scrivermi non smette di piovere se poi non sei capace di resistere alla tempesta che ci ha travolti?» Pronuncio l'ultima frase urlando, attirando le occhiate infastidite di chi mi è vicino. Chiudo improvvisamente la chiamata. Porto una mano al petto e me lo massaggio cercando di regolare il respiro.
Ada mi raggiunge ansimando e mi porge un bicchiere con qualcosa di colorato dentro. «Tranquilla, non è alcolico, bevilo a piccoli sorsi.»
Mi sento le spalle rigide e apro le dita notando che ho lasciato i segni delle unghie sul palmo. Sorseggio la bibita che mi rinfresca la gola, eppure dentro brucio e, con la percezione di essere un treno in corsa, seleziono ancora il numero di Logan in attesa che riscatti la segreteria.
«Ciao, sono di nuovo io. Tu lo sai cosa ho provato da quando mi hai detto che Mikael era morto? Mi sono trovata dentro a un vortice di emozioni che mi hanno avvolta, stritolata e asfissiata. Mi sono sentita portata in alto per poi essere sbattuta in basso, con una violenza tale da frantumare il mio animo in mille microscopici pezzettini. Ho atteso che tutto questo passasse, sicura che tu, malgrado le mie parole, saresti stato lì pronto a curare il mio cuore. Perdere la mia metà dell'anima ha causato un malessere come se avessi chiuso gli occhi, aperto le braccia e girato su me stessa fino allo sfinimento. Non ho avuto nulla cui aggrapparmi e l'unica compagnia era composta da un costante senso di disorientamento, dall'immancabile nausea e dal dolore acuto al petto. Sono caduta sul suolo del mio cuore, mi sono abbracciata e mi sono sentita sola, come non mi era mai successo prima.» Inspiro profondamente, cercando di trovare un briciolo di calma in questa esplosione di incontenibile rabbia. «Stasera, per la prima volta, ho riprovato la sensazione della leggerezza e ora sto male, mi sento in colpa perché mi sembra ingiusto nei confronti di Mikael. Ecco questo è il dolore che ho dentro da troppi mesi e tu… tu non sei al mio fianco, come avevi invece promesso di fare.»
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